CAPITOLO TERZO


A sedici anni, Silvano, non aveva ancora una fidanzata: non aveva molti soldi da spendere in divertimenti con le ragazze. La paga settimanale era scarsa. In Italia diventava legale divorziare. Gli sarebbe piaciuto imparare a dipingere chiese quindi a sua madre di acquistargli delle tele e dei colori ad olio per iniziare. La risposta fu no, motivata dalla mancanza di denaro. Di nascosto, Silvano, leggeva i giornaletti delle donne nude, eccitandosi specialmente davanti alla vista di quelle semivestite che fingevano di spogliarsi sempre di più. Si masturbava, anche parecchie volte il giorno, ogni giorno. Gli pareva d’essere sempre eccitato e si sforzava, comprimendo il pene, di renderlo meno evidente. Una domenica, in balera, conobbe una ragazza della sua stessa età:

-Mi chiamo Luciana. Stai con me così mi levo di dosso uno che non mi lascia in pace. Gli chiese.

Silvano accettò. La conosceva da tempo, era amica di sua sorella. Ballò sempre con lei, stringendola, baciandola: si era eccitato molto. Luciana glielo fece notare:

-Ce l’hai duro!

Per non doverle rispondere cercò la sua bocca. L’amica cominciò a ridere. Si nascosero in un angolo buio della sala, lontano da occhi indiscreti, da presenze sgradite, a flirtare, salvando la faccia prima di tutto, a promettersi eterno amore in secondo luogo. Provò ad andare oltre, ma la donna oppose un netto rifiuto:

-Non siamo sposati! Disse.

Volle conoscere com’era questo piacere riservato agli adulti, questo piacere che a provarlo da non sposati significava perdere la reputazione di bravo ragazzo. Con gli amici si recò da una donna che si vendeva, una sera. La donna venduta gli domandò:

-Quanti anni hai?

-Diciassette. Mentì. La donna gli spiegò:

-Non voglio fare l’amore con un ragazzino!  Ma poi, forse perché in realtà non gliene importava molto o per altro, gli fece calare i pantaloni. Presogli il pene tra le mani, cominciò a carezzarlo.

-Ce l’hai già grosso. Mormorò.5.OOO lire le hai?

Silvano pagò senza articolare parola. La donna teneva in camera un grosso cane nero. Vedendolo, a Silvano, sembrò muoversi qualcosa dentro. Comandò alla donna:

-Fallo uscire non mi va di fare l’amore con degli animali attorno!

La donna forse capì, non disse nulla, aprì la porta a fare uscire il cane. Si spogliò, si buttò sul letto, si mise sotto:

-Vienimi sopra. Lo esortò. Silvano eseguì.

-Muoviti! Comandò. Fai presto! Ho altri clienti che mi aspettano! Continuò.

-Perché tanta fretta

-Sto lavorando io! Non sto facendo l’amore! Dai tesoro vieni! Se non ti sbrighi non ti faccio finire!

A Silvano sembrò che la donna non fosse contenta, non provò nessun piacere: pensava di essere a masturbarsi, solo che al posto delle sue mani c’era una donna. Non finì, non volle.

-Capita la prima volta. Ti andrà meglio la prossima.  Lo consolò la donna. Mentre si rivestiva le chiese il nome e si meravigliò di aver fatto l’amore con lei senza conoscerne il nome.

-Giovanna. Mi chiamo Giovanna.

-Quanti anni hai?

-Venti.

-Da quanti anni fai questo lavoro?  

-Da quattro.

-E sei felice?

La donna non rispose. Prima di scendere silenzioso e furtivo le scale domandò ancora alla donna:

-Come ti sembra che io faccia l’amore?

-Come tutti gli altri. Fu la risposta sbrigativa.

Silvano sparì. Non aspettò neppure gli amici che avevano scelte altre donne.

Gli era venuta la voglia di andare da una prostituta dopo un sabato trascorso con Luciana. L’aveva baciata, le aveva carezzato i seni da sopra la maglietta; a metà serata era persino riuscito a penetrare sotto la maglietta. Poi l’aveva accompagnata ai servizi e si erano abbracciati e baciati di nuovo. Chiusa la porta del gabinetto si era lasciata togliere le mutandine e si era fatta vedere. Pure lui si era fatto vedere. Aveva allungato la mano a toccare, a cercare di fare e conoscere l’amore, Luciana glielo aveva impedito. Forse bastava insistere un poco, ma questo, Silvano inesperto ed ingenuo non lo sapeva.

Per questo, per conoscere l’amore, per provare a se stesso che era capace di fare godere una donna, aveva salito le scale con la donna perduta, professionista del piacere. Davanti al confessore ebbe vergogna e tacque il suo peccato. Chiese tuttavia a Dio il perdono nel silenzio della chiesa. Si comunicò come un bravo cristiano.

Luciana, la sua ragazza, non seppe nulla, Silvano non le aveva detto nulla, gli amici d’avventura neppure. Le voleva bene. S’incontravano tutte le volte che potevano, si eccitavano, sognavano. Silvano era timido con le donne. Anche con Luciana era stata lei ad agganciarlo chiedendogli compagnia per tenere lontano il giovanotto che la infastidiva; era stata lei a chiedergli di accompagnarla a casa dopo il ballo, a farsi dire che l’amava. A Silvano non piaceva dichiarare alle donne che le amava. Non ne conosceva i significati, ignorava persino che era una tecnica collaudata per portarsele a letto. Ma quella volta così per gioco, o perché era stanco d’essere solo, o perché tutti i suoi amici l’avevano una ragazza, aveva instaurato con lei un legame. Erano mesi che uscivano insieme, stava bene con lei, si dicevano di amarsi, progettavano un futuro. Giovanna era stata dimenticata, era stata un incidente di percorso che non gli aveva insegnato nulla riguardo all’amore se non soltanto che poteva essere una cosa fredda, spiacevole e pericolosa. Luciana era una donna come piacevano a lui: il corpo esile e perfetto, i capelli lunghi, ma soprattutto era una donna allegra. Il suo contrario. Quando si ritrovavano soli, Silvano le carezzava i lunghi capelli, le tormentava i seni delicati; lei gli carezzava il torace. Quando si fece più ardita con le mani andò a carezzargli il sesso eccitato. Silvano le carezzò il pube. Pian piano, senza volerlo, se n’era innamorato seriamente. Lo intuiva che era come una droga, che voleva sempre stare con lei. Provò inquietudine ad affidarsi, a dipendere da una donna.

­Un giorno Luciana gli comunicò:

-Stiamo troppo insieme noi due. Mio padre non vuole che io esca la sera.

-Ci possiamo incontrare di nascosto. Rispose.

-Non ne vale la pena. La gente parla. La conosci. Viviamo in un piccolo paese dove tutti ci conoscono. Mio padre lo verrebbe a sapere.

-Allora che dici di fare?

-Per qualche tempo non dobbiamo incontrarci, intanto si calmeranno le acque.

-Per me va bene.

Trascorsero una quindicina di giorni. Una domenica, dopo messa, mentre parlava di donne, un amico d’infanzia proferì una frase che lo fece riflettere:

-Se una donna ti vuole veramente bene trova lo stesso il modo di vederti, anche se i suoi non vogliono.

A rincarare la dose un cugino lo informò:

-Ho visto Luciana in moto con Ugo.

-Non m’interessa! Lo interruppe.

-Ma non è la tua ragazza?

-No, ci siamo lasciati! Mentì. Saranno quindici giorni che non ci vediamo! Salutati gli amici ritornò a casa. Chiese alla sorella quindicenne un favore in cambio del quale le avrebbe dato i soldi per andare al cinema. La sorella accettò.

-Vai da Luciana, le dici di farsi vedere questa sera davanti al cinema. Se non vuole dille di andare a farsi fottere. Poi andò a ballare con gli amici.

Rientrò per l’ora di cena. La sorella gli riferì che aveva riportate a Luciana le parole esatte; riferì anche che lei se n’era andata via subito, scappando, quasi piangendo.

Luciana arrivò quando il cinema era già iniziato. Silvano cercò il suo abbraccio. Lei, silenziosa, rifiutò.

-Se non vuoi essere la mia ragazza dillo! Non lasciarmi sulle spine! Lasciami libero!

-Ho un altro ragazzo.

-Potevi anche dirmelo prima! Non mi va di fare la figura dello stupido!

-Restiamo amici?

-No!

-Come vuoi.

Qualche tempo dopo la sorella gli riferì d’averla incontrata, d’averle chiesto:

-Perché non esci più con mio fratello?

-Siamo rimasti amici. Mi ha risposto.

-Ma i baci?

-Eravamo più che amici.

-Perché ora no? Continuai. Non mi rispose.

Silvano la interruppe:

-Non m’interessa. Con me non c’è una seconda volta.

Se n’è andata. Lasciala stare dov’è.

Ora Silvano è informato che Luciana ha di nuovo cambiato ragazzo, ma non gli interessa più. Solamente pensa di tanto in tanto:

“sarà bello fare l’amore con lei quando sarà sposata”.

Ora è di nuovo libero e gli piace l’ebbrezza derivata dalla conquista d’altre donne. Ebbrezza alimentata dai loro rifiuti. E’ lui a condurre il gioco, pur nella sua timidezza. Delle donne ama la donna. Ancora una volta, in un momento di solitudine e sconforto, si recò a scegliere tra le donne vendute: sognava un amplesso lungo, un flirt da innamorati. Ma non accadde, non trovò le emozioni provate con Luciana: queste le donne non lo mettono in vendita. Sentiva ora di nuovo il bisogno d’avere una donna tutta sua.

“E’ tempo che io convinca una donna a dividere la sua vita ed i sogni con me.” Pensava.

Aveva quasi venti anni; non era capace e non aveva soldi per divertirsi. La solitudine era il prezzo che pagava. Di quello che accadeva nella società civile non conosceva nulla: in casa sua non arrivavano i giornali, il telegiornale non lo vedeva. Sua madre e suo padre non parlavano mai di politica: sopravvivevano.