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I FIGLI DI CAINO

 

 

La creazione è da parte di Dio un atto di rinuncia.

Simone Weil

 

  

PREFAZIONE

Anche tu che stai leggendo sei o diventerai un personaggio di questo romanzo. Vivi nella città di Caino. Forse non te ne sei ancora accorto. Forse sì, e hai smesso di farci caso.

È la città in cui tutto si compra e tutto si vende, in cui Dio è morto o è diventato un'opinione, in cui cerchi qualcosa di assoluto – nell'amore, nel corpo, nel successo, nelle idee – e ogni volta la serie ricomincia senza arrivare da nessuna parte.

I personaggi di questo romanzo cercano una via d'uscita. Ognuno a modo suo. Nessuno ci riesce da solo. Forse tu ci riuscirai.

Alla fine c'è un bambino abbandonato nel freddo di una notte di Natale. Si chiama Emanuele. Dio con noi. Qualcuno che non si aspettava di essere lì lo raccoglie e cammina. Il romanzo si ferma lì. Senza resurrezione. Senza salvezza garantita.

Il seguito dipende da te.

PROLOGO

La città dell'uomo. La situazione.

Sono Lilith. Ho scritto questa mia storia di vita in un romanzo. L'ho dato a un critico per la pubblicazione. Insegnavo teologia prima di essere licenziata per aver criticato lo stile di vita lussuoso del vescovo e i suoi collegamenti con i politici di grido. Ora non so cosa fare. Mi hanno chiuso tutte le strade. Forse vorrei diventare una scrittrice. Non lo so ancora.

Satana non mi aveva mai fatto paura. Non nel senso in cui lo intendono i preti – il tentatore, il maligno, quello da cui guardarsi. Mi faceva paura in un altro senso: perché aveva ragione. Perché il giardino era davvero una trappola – non per cattiveria divina, ma per struttura. Un paradiso senza conoscenza della propria finitezza non è libertà. È un altro nome per la prigionia. La mela non era peccato. Era la prima domanda onesta.

E siamo stati cacciati per questo – per aver fatto la domanda giusta nel posto sbagliato, o forse nel momento sbagliato, o forse semplicemente per averla fatta. Non lo so ancora. Lo stavo cercando di capire quel giorno, camminando.

Era sera. La città non dormiva, ma pulsava di una luce fredda, elettrica. Gli schermi pubblicitari erano i nuovi altari: facce sorridenti che vendevano l'oblio a rate. La gente camminava veloce, con gli occhi incollati ai telefoni, come se il senso della vita fosse nascosto nell'ultima notifica.

Non era una città cattiva; era una città vuota, dove il delitto di Caino si ripeteva ogni secondo nel semplice atto di ignorare il fratello che ti cammina a fianco.

Camminavo da ore.

Avevo fame – non la fame retorica, quella concreta, quella che comincia nello stomaco e dopo un po' sale in testa e rende tutto più difficile da pensare e più facile da sentire. La città di Caino mi passava accanto con la sua indifferenza totale – motorini, schermi alle vetrine, gente che camminava con quella qualità di movimento delle persone che sanno dove vanno e non hanno tempo per guardarsi intorno.

Io non sapevo dove andavo.

Da quando avevo quasi svuotato il conto corrente per pagare l'ultimo mese di affitto avevo smesso di sapere dove andavo nel senso più concreto della parola – non avevo un posto a cui tornare, non avevo una direzione necessaria, camminavo perché fermarmi avrebbe significato stare ferma con la fame e la mancanza di direzione insieme, e quello era peggio.

Passai davanti a un palazzo con il portone aperto. Sul marciapiede c'era un materasso – qualcuno lo aveva buttato, e qualcuno ci dormiva, non capii. Accanto al materasso c'era una donna sulla sessantina con un carrello della spesa pieno di cose che non erano la spesa. Mi guardò senza vedermi – quella qualità di sguardo di chi ha già imparato a non aspettarsi niente dagli sguardi altrui.

Pensai: potrei diventare lei. Girai l'angolo.

Lo schermo sul palazzo del Comune trasmetteva il discorso del Sindaco – una di quelle allocuzioni che fanno ogni venerdì, quella qualità di parole che riempiono il tempo senza occupare lo spazio: crescita sostenibile, sicurezza integrata, nessuno lasciato indietro. Sotto lo schermo c'era un uomo che dormiva seduto contro il muro con la testa sul petto. Le parole del Sindaco cadevano su di lui senza toccarlo.

"Nessuno lasciato indietro", diceva lo schermo.

Avevo letto da qualche parte – o forse lo avevo pensato io, non ricordo – che la città funziona attraverso la sostituzione dei simboli. Non elimina il sacro – lo occupa. Mette le feste al posto dei giorni del Signore, la pubblicità al posto della preghiera, lo schermo al posto dell'altare. Non vieta niente – svuota tutto, riempie gli spazi vuoti con qualcosa che ha la forma di quello che sostituisce ma non ha la sostanza.

Lo capivo perché lo avevo fatto anch'io – non con le merci, con i corpi. Stessa struttura. La serie che ricomincia ogni volta che il punto fermo non si trova, che allunga se stessa credendo di avvicinarsi e non arriva da nessuna parte perché il punto fermo non è nella serie.

Ogni angolo aveva uno schermo. Ogni schermo aveva un volto che sorrideva vendendo qualcosa – felicità, sicurezza, giovinezza, appartenenza. La merce più venduta della città di Caino non era un prodotto specifico. Era la promessa che il prodotto risolvesse quello che il prodotto non poteva risolvere.

La città di Dio era entrata nella città di Caino come un corpo estraneo – ne aveva assunto la forma, le strutture, i canali. Aveva imparato a parlare la sua lingua. Non era riconoscibile dall'esterno. Lo era dall'interno, se si sapeva dove guardare.

Mi fermai davanti a una vetrina. Nel riflesso vedevo me – ancora presentabile, ancora in piedi, ancora con la faccia di chi non ha ancora completamente capito cosa sta succedendo.

Avevo fame.

Suonai al campanello della villa. Una villa illuminata come un bordello di lusso. Suonai con le mani sporche di freddo e fame.

L'uomo che mi aprì era sulla cinquantina, vestito di cashmere, con gli occhi di chi è abituato ad avere quello che vuole.

"Cosa vuoi?"

"Un dollaro. Ho fame."

Mi squadrò dalla testa ai piedi, lentamente, come se stesse valutando una merce. Sorrise.

"Come ti chiami?"

"Lilith."

"Potrei chiederti di bestemmiare Dio prima di darti il pane. Come Don Giovanni col povero. Lo faresti?"

Sostenni lo sguardo. La pancia brontolava così forte che quasi mi tradiva.

"Credo di no."

L'uomo rise, una risata grassa. "Per ora non te lo chiedo. Sei troppo bella per umiliarti così. Entra."

Dentro, il calore mi colpì come uno schiaffo. Profumo di legna, cera, denaro. Lui mi mise davanti un pezzo di pane e un bicchiere di vino.

"Sei sposata?"

"Divorziata e saltuaria convivente in fuga."

"Figli?"

"Non si fanno più figli in questa città."

L'uomo si avvicinò. Mi sfiorò il braccio con due dita. "Sei povera. Sei bella. Sei intelligente. Eppure sei qui a chiedere elemosina. Vieni a letto con me e ti do un lavoro. Un futuro. Non dovrai più mendicare."

Sentii il calore del suo corpo, il suo profumo costoso, quello che usavo anche io in una vita passata. Per un secondo la tentazione fu fisica, brutale: cibo caldo, un tetto, un corpo contro il suo. Poi la rabbia salì.

"Non sono in vendita."

"Tutti sono in vendita. Solo che alcuni costano di più. Tu stai invecchiando. La bellezza passa. Il denaro no."

Feci un passo indietro, ma lui mi afferrò per il polso. Non forte. Quanto bastava.

"Questo non è democrazia. Non è giustizia. Prima o poi pagherete."

"Chi ce la farà pagare? Il tuo Dio morto? Svegliati, Lilith. Il dio è il denaro. E io ne ho tanto. Vieni a letto e smetti di fare la santa affamata."

Mi liberai il polso con uno strattone. Gli occhi mi bruciavano. "Preferisco morire di fame che farmi fottere da te. Tu non possiedi il potere divino. Ce lo siete preso, ma non è vostro."

L'uomo rise di nuovo, ma questa volta c'era qualcosa di ferito nel riso. "Sei una perdente. Una bella perdente destinata a marcire."

Uscii nella notte fredda senza voltarmi. Il pane stantio in mano. Le gambe che tremavano. Dentro di me, però, qualcosa rideva: selvaggio, libero, disperato.

Poi il monastero mi accolse. La porta. Il freddo dentro che era diverso dal freddo fuori – più antico, più intenzionale.

Mi lasciarono entrare senza chiedermi perché ero lì. Mi offrirono una stanza.

Poi arrivò un modulo. Nome, data di nascita, situazione familiare, motivo della visita. Quattro campi. Gli stessi quattro campi del pronto soccorso, dell'anagrafe, dell'ufficio di collocamento. La città di Caino era entrata nel monastero prima di me – aveva portato i suoi moduli, le sue categorie, il suo bisogno di classificare ciò che accoglie per poterlo gestire. Il monastero non sapeva di averla lasciata entrare. Forse non c'era stato un momento preciso in cui era entrata. Forse era sempre stata lì, sepolta sotto le pietre, aspettando.

Mi sedetti sul letto. Fuori la città di Caino continuava. Dentro c'era silenzio – non assenza di rumore, ma qualcosa che occupava lo spazio invece di lasciarlo vuoto.

Pensai: Satana mi ha detto la verità. Ora cerco chi mi dice il resto.

Ma la realtà era cruda: ero diventata povera.

Il mio matrimonio era durato undici anni, nessun figlio. Non è una tragedia – non c'è un colpevole unico, non c'è il momento drammatico in cui tutto crolla. È stato quello che sono la maggior parte dei matrimoni che finiscono: una serie di piccole distanze che si accumulano fino a quando la distanza è diventata la struttura normale della relazione, e toglierla avrebbe richiesto un lavoro che nessuno dei due era più disposto a fare.

Marco mio ex marito era un uomo buono. Lo dico senza ironia – era genuinamente buono nel senso più concreto della parola: affidabile, presente quando c'era bisogno di presenza, capace di cura pratica. Riparava le cose rotte. Ricordava gli appuntamenti medici. Cucinava la domenica con quella concentrazione totale che le persone metodiche mettono nelle cose che scelgono di fare bene.

Non era l'assoluto, la felicità. Questo era il problema – o almeno così lo vedevo allora. Lo cercavo nell'assoluto e lui era profondamente, ostinatamente relativo. Finito. Contingente. Con i suoi limiti precisi e riconoscibili, le sue mancanze specifiche, i suoi giorni in cui non aveva niente da dare e non lo nascondeva.

Lo lasciai per questo. Non immediatamente – ci vollero anni di distanza crescente, di quella sorda insoddisfazione che non ha nome preciso ma ha la forma di un'assenza permanente. Lo lasciai perché cercavo qualcosa che lui non poteva essere e mi sembrava onesto andare a cercarlo altrove.

Adesso non ne sono più sicura.

Non dell'onestà – quello era onesto. Dell'analisi. Del fatto che quello che mancava mancasse davvero nel matrimonio e non nella mia comprensione di cosa fosse il matrimonio.

Ma adesso – nel monastero in questa notte fredda, con tutto quello che mi ero lasciata dietro – pensavo a qualcosa che non avevo pensato prima.

Marco riparava le cose rotte.

Stavo sdraiata sul letto del monastero e pensavo a questo – non come teoria, come immagine concreta. Le sue mani sulla lavatrice. La concentrazione. Il pezzo smontato sul pavimento, il manuale aperto accanto, il tempo che si prendeva senza fretta perché la fretta non serve alle cose rotte, servono attenzione e pazienza e la disponibilità a stare con il problema fino a quando il problema non si apre.

Io non avevo quella disponibilità.

Non con lui – con niente di relativo. Cercavo sempre il punto in cui il relativo diventasse qualcosa d'altro, il momento in cui l'intensità raggiungesse una soglia oltre la quale ci fosse qualcos'altro. Ma quella soglia non arrivava. La serie ricominciava.

Pensai: e se l'eterno non fosse alla fine della serie ma dentro ogni momento della serie – presente in modo diverso, non come intensità massima ma come qualità diversa di presenza.

Come Marco che ripara la lavatrice. Non estatico. Non intenso. Presente – completamente, totalmente, senza riserva, dentro quel problema specifico in quel momento specifico, senza cercare altro.

Forse era quello. Forse quello che avevo scambiato per mancanza era una forma di presenza che non riconoscevo perché cercavo un'altra forma.

Non ne ero sicura. Era solo un pensiero sul letto del monastero – impreciso ancora, senza le parole giuste, con il carattere delle intuizioni che arrivano prima del linguaggio e aspettano che il linguaggio le raggiunga.

Mi girai sul fianco. Fuori la città di Caino continuava il suo rumore sordo.

Ora abitavo dentro il monastero. Non riuscivo a dormire, così mi alzai e mi recai alla finestra.

Una mattina – non so quale, i giorni nel monastero perdono i nomi – mi svegliai e mi accorsi che non avevo sognato nessuno. Non Marco. Non gli altri. Nessun corpo specifico, nessuna voce specifica. Solo il buio e il silenzio e il freddo del lenzuolo.

Rimasi nel letto pensando a questo. Non sapevo se era un progresso o una perdita. Le due cose non si escludono – si può perdere qualcosa di reale e guadagnare qualcosa di reale insieme. La domanda era cosa stava sparendo e cosa stava arrivando al suo posto.

Nei giorni successivi lo cercai – non il corpo specifico, la sensazione. La cercai come si cerca qualcosa che si sa di aver avuto e non si trova più. Non c'era. Non nel senso della repressione – non era sepolta, non tornava di notte in forme diverse, non si spostava da un posto all'altro del desiderio. Era semplicemente meno presente. Come un rumore di fondo che si è abbassato abbastanza da non dover più alzare la voce per pensare.

Una delle suore più anziane – suor Benedetta, ottantadue anni, quella qualità di presenza delle persone che hanno fatto la stessa cosa per così tanto tempo che la cosa e la persona si sono parzialmente fuse – mi portò il caffè un mattino senza che glielo chiedessi. Si sedette sulla sedia vicino alla finestra. Guardò la città di Caino lì sotto. Disse:

"Si sta abituando." Non come domanda.

"Non so se è abituarsi."

"No," disse. "Non è abituarsi. È qualcos'altro. Ci vuole tempo per trovare la parola."

Non aggiunse altro. Bevemmo il caffè in silenzio davanti alla città di Caino che cominciava la sua giornata – motorini, schermi, il rumore sordo di diecimila vite organizzate per sopravvivere.

Dentro c'era silenzio di un altro tipo. Non lo sapevo ancora chiamare. Ma era lì – diverso dal silenzio della stanchezza, diverso dal silenzio della rinuncia. Aveva il peso delle cose che occupano lo spazio invece di lasciarlo vuoto.

Il mattino dopo mi recai in chiesa. Volevo confessarmi.

Gli dissi che ero divorziata, che non avevo figli, che convivevo quando capitava e che volevo fare la comunione.

"Sei in peccato perché il matrimonio è indissolubile. Non posso darti il perdono. Devi metterti in regola prima di poter fare la comunione."

Aveva ragione sulla regola. Non mi aveva spiegato la regola. Alzai la testa verso la grata.

"Padre. Perché è indissolubile?"

Silenzio.

"Il sacramento. Perché non si può sciogliere?"

"Perché così ha stabilito Cristo. Marco 10:9 – quello che Dio ha congiunto l'uomo non separi."

"Ma perché lo ha stabilito?"

Silenzio più lungo.

"Perché il matrimonio è immagine dell'unione di Cristo con la Chiesa. L'amore di Cristo per la Chiesa non finisce. Quindi il matrimonio non può finire."

Era ancora la regola. Una regola più elaborata – con un'analogia teologica – ma ancora una regola. Non l'ontologia sotto la regola.

"E cosa significa concretamente che il matrimonio partecipa di quell'unione?"

Il prete rimase in silenzio abbastanza a lungo da farmi capire che non se lo era mai chiesto – o se se lo era chiesto, non aveva trovato una risposta che andasse oltre l'analogia decorativa.

"Significa che è sacro."

"Sacro nel senso di proibito o sacro nel senso di reale?"

Nessuna risposta.

Mi alzai. Prima di uscire mi fermai e dissi:

"Padre, il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo. Il relativo diventa realmente l'eterno – non simbolicamente, realmente. Se il matrimonio ha la stessa struttura – se il relativo viene realmente assunto dall'eterno – allora l'indissolubilità non è un divieto. È una proprietà ontologica. Come la transustanziazione. Non si può de-transustanziare il pane. Non perché sia proibito. Perché ha cambiato struttura ontologica."

Il prete non rispose. Uscii.

Fuori mi fermai un momento sul sagrato. Il prete aveva usato le parole giuste – regola, stato, mettersi in regola. Le stesse parole dell'ufficio di collocamento quando avevano detto che non avevo i requisiti. Le stesse parole del modulo di accettazione del monastero. La città di Caino parlava attraverso di lui senza che lui lo sapesse – aveva imparato la sua lingua talmente bene da non sentirla più come straniera. Questo era il modo in cui cooptava: non sostituendo le parole di Dio con altre parole, ma svuotando le parole di Dio e riempiendole con la propria logica, finché il contenitore sacro portava un contenuto amministrativo e nessuno se ne accorgeva, nemmeno chi parlava.

La luce fuori era più piatta, più indifferente – quella luce invernale che illumina senza riscaldare. Le statue nel sagrato erano quelle che erano – alcune integre, una decapitata nell'angolo con il moncone grigio e rugoso. Mi fermai davanti a quella decapitata.

Non so quanto rimasi lì. Non stavo pregando – non ne avevo ancora la forma. Stavo guardando il moncone con un'attenzione che si posava su qualcosa di concreto e pensava qualcosa di diverso.

Pensavo al silenzio del prete. Quel silenzio abbastanza lungo da far capire che non se lo era mai chiesto. Non era colpa sua – nessuno glielo aveva chiesto prima, o se glielo avevano chiesto aveva avuto risposte pronte che non richiedevano quel silenzio. Io non avevo avuto risposte pronte. Avevo avuto la domanda e lui il silenzio e insieme avevamo trovato qualcosa che nessuno dei due aveva cercato.

Ripresi a camminare. La città di Caino continuava oltre il sagrato.

Tornai in chiesa. Mi inginocchiai davanti all'altare. Non pregai con parole. Stetti ferma nel silenzio con la consapevolezza di quello che avevo perso e di quello che cercavo e del fatto che la distanza tra le due cose era più piccola di quanto avessi creduto – ma che attraversarla richiedeva di ricevere. Non di produrre, non di cercare, non di conquistare. Di stare ferma abbastanza a lungo da ricevere quello che viene dall'altra parte del confine.

Rimasi inginocchiata finché non mi dolsero le ginocchia. Poi mi alzai e andai a cena con le suore.

Il giovedì pomeriggio le suore facevano il pane.

Fuori — a duecento metri, oltre il portone — la Città di Caino faceva il suo rumore: i motorini, le voci dagli schermi, la musica dai negozi che vendevano cose a persone che non sapevano di volere quelle cose. Tutto veloce. Tutto che prometteva e non manteneva e riprometteva.

Qui, invece, le mani di suor Benedetta nell'impasto. Il suono sordo e ritmico. Il forno che faceva il suo lavoro senza fretta.

Don Jesus si sedette sullo sgabello nell'angolo — basso, con una gamba più corta delle altre. Non pregava. Non pensava all'Incarnazione. Guardava le mani di suor Benedetta e sentiva qualcosa che non aveva parola in latino né in italiano: la qualità specifica del tempo che passa senza sprecarsi.

La Città di Caino aveva abolito questo. Aveva sostituito il tempo che passa con il tempo che scorre — sempre più veloce, sempre verso il prossimo aggiornamento, la prossima versione, il prossimo contenuto. Nessuno ci stava dentro senza muoversi. Muoversi era la condizione di esistenza.

Qui si poteva stare fermi.

Non perché il mondo si fosse fermato. Perché c'era qualcosa che non aveva bisogno di muoversi per essere reale.

Fu allora che aprii la porta.

Mi fermai sulla soglia con la Città di Caino addosso — non come metafora, come fatto fisico. Il rumore della strada che entrava con lei. L'aria fredda di fuori che mescolava con il calore del forno. Gli occhi di chi ha camminato troppo e mangiato poco e non ha dormito in un letto vero da più notti di quante voglia contare.

La Città di Caino  mi aveva prodotta e abbandonata nel giro di vent'anni — come tutte le cose che produce: veloce all'inizio, invisibile alla fine. Io ero la prova che il sistema funzionava esattamente come prometteva: crescita per chi cresceva, scarto per chi non cresceva.

Stavo sulla soglia tra due città: la città di Dio e la città di Caino.

Non lo sapevo. Sentivosolo l'odore del pane.

Suor Benedetta non alzò gli occhi dall'impasto. Suor Marta smise di canticchiare.

Don Jesus guardò il proprio piatto. Mi guardò. Prese la sua fetta di pane — il pane della Città di Dio, fatto con le mani di suor Benedetta, cotto nel forno di sempre — e me la tese senza dire niente.

La presi. La mangiai in piedi sulla soglia, in silenzio, con quella concentrazione totale di chi mangia perché ha fame e non per altro. Non dissi grazie. Non serviva.

La Città di Caino aveva inventato la gratitudine come contratto: do, quindi tu devi. Qui il pane veniva dato senza clausole.

Poi me ne andai senza voltarmi.

La porta rimase aperta.

Don Jesus rimase con il piatto vuoto in mano. Fuori si sentiva di nuovo il rumore della città — i motorini, gli schermi, la musica che prometteva.

Domani ne faccio di più, disse suor Benedetta senza alzare gli occhi.

Era la risposta della Città di Dio alla Città di Caino. Non un sistema. Non una politica. Non una soluzione scalabile. Solo: domani ne faccio di più.

Quando si alzò per uscire suor Benedetta aveva già spostato l'impasto del pane e stava prendendo dalla credenza la farina speciale.

La stessa farina da quarant'anni. Frumento puro, senza sale, senza lievito. La quantità giusta nelle mani, non nella testa.

Don Jesus si fermò sulla soglia.

La Città di Caino aveva una sola categoria per questo gesto: superstizione. Una vecchia che impasta farina bianca secondo un rito antico in una cucina che odora di pane. Nessun valore di mercato. Nessuna scalabilità. Nessun algoritmo che potesse apprenderlo o riprodurlo o venderlo.

La Città di Dio aveva una sola categoria per questo gesto: necessità.

Non necessità morale. Necessità ontologica — come la necessità dell'acqua di scendere, della luce di muoversi, del seme di aprirsi nel buio.

Suor Benedetta aggiunse l'acqua. Cominciò a lavorare l'impasto — più delicato di quello del pane, più lento. Le stesse mani di prima. Lo stesso piano di prima.

Don Jesus pensò: domani mattina terrò questo tra le dita.

Non come teologia. Come fatto concreto — le sue dita, questo. La distanza tra adesso e domani mattina era solo una notte. Il buio, la crepa nel soffitto, l'acqua fredda sul viso. E poi questo.

Che era già qui.

Pensò a Lilith sulla soglia. Alla fetta di pane data senza parole. A come aveva mangiato con quella fame senza cerimonia — quella fame che era il corpo che chiede al corpo ciò di cui il corpo ha bisogno, senza mediazioni, senza simboli.

Domani mattina avrebbe elevato quest'ostia tra due città.

Nella Città di Caino: un vecchio che mormora parole latine su un pezzo di pane piatto.

Nella Città di Dio: il punto esatto in cui il relativo si apre e lascia entrare qualcosa che non è relativo.

Lui stava esattamente sulla soglia tra le due interpretazioni. Esattamente dove stava Lilith quando aveva preso il pane.

Non aveva risolto niente. Non aveva risposto alla domanda di Lilith sull'Eucaristia e il matrimonio. Non aveva trovato le parole che il prete doveva avere e non aveva.

Aveva dato il pane.

Domani avrebbe elevato l'ostia.

In mezzo c'era la notte — il buio relativo che separa i due gesti senza cancellarli.

Padre. Chiuda la porta. C'è corrente.

Don Jesus chiuse la porta.

Da fuori, nel corridoio freddo, sentì ancora per qualche secondo il rumore sordo e ritmico dell'impasto.

La Città di Dio che preparava l'assoluto con le mani.

Come faceva da sempre. Come avrebbe fatto domani. Come farebbe anche se nessuno venisse a riceverlo.

Poi il silenzio.

La città di Caino restava indifferente alla ripetizione di antichi riti. Non era utile. Non sapeva che farsene.

Lilith.

La luce fuori era più piatta, più indifferente — quella luce invernale che illumina senza riscaldare. Le statue nel sagrato erano quelle che erano.

Non so quanto rimasi lì. Non stavo pregando — non ne avevo ancora la forma. Stavo guardando il moncone con un’attenzione che si posava su qualcosa di concreto e pensava qualcosa di diverso.

Pensavo al silenzio del prete.

Quel silenzio abbastanza lungo da far capire che non se lo era mai chiesto. Non era colpa sua — nessuno glielo aveva chiesto prima, o se glielo avevano chiesto aveva avuto risposte pronte che non richiedevano quel silenzio. Io non avevo avuto risposte pronte. Avevo avuto la domanda e lui il silenzio e insieme avevamo trovato qualcosa che nessuno dei due aveva cercato.

Ripresi a camminare. La città di Caino continuava oltre il sagrato.

Satana mi inseguiva.

Ricordo che quando lo lasciai, lui non urlò. Si sedette in cucina, guardando il riflesso della luce sulla tavola di plastica, e capì che era finita tra di noi. Soffriva per un’assenza, la mia. 

E adesso era troppo tardi per Marco — il tempo non funziona a ritroso — ma non era troppo tardi per capire cosa avevo perso e perché l’avevo perso e cosa cercavo nel monastero che forse avevo già avuto e non avevo saputo vedere.

Cercavo l’eterno e mi veniva rifiutato. L’eterno mi era stato offerto nel relativo santificato. Avevo scambiato il relativo santificato per il semplice relativo e ero fuggita cercando l’assoluto diretto. Questa è la struttura del peccato originale non come disobbedienza morale ma come errore ontologico — confondere l’essere con il divenire, il relativo santificato con il semplice relativo, la traccia dell’eterno nel quotidiano con l’assenza dell’eterno.

Satana aveva detto:

•          Sei finita.

•          Vero.

Satana non aveva detto: il finito può essere assunto dall’infinito senza essere distrutto. Quello lo aveva detto qualcun altro. In una mangiatoia. Con il freddo. Con le mani piccole chiuse a pugno.

Una mattina don Jesus mi trovò seduta sui gradini della chiesa. Avevo ancora il rosario in mano – non per devozione, come poteva sembrare, ma per qualcosa da tenere mentre pensavo.

Mi si sedette accanto senza chiedere permesso.

"Ti ricordi di me?"

"Mi hai sposata."

"Vero. Ti ha negato la comunione."

"Sì."

"Aveva ragione sulla regola."

Lilith lo guardò. "Anche io."

"No. Aveva ragione sulla regola. Torto sull'ontologia."

Rimase in silenzio un momento. La città di Caino faceva il suo rumore fuori dalle mura del sagrato.

"Il matrimonio è indissolubile perché partecipa della struttura dell'Incarnazione. Il relativo che cambia struttura ontologica assumendo l'eterno. Come il pane che diventa Corpo. Non simbolicamente – realmente. Se il sacramento è valido, quella trasformazione è avvenuta. Non si può de-trasformare."

"Il mio era valido?"

Don Jesus rimase in silenzio. "Non lo so. Non ero lì. Non conosco le condizioni del tuo consenso, la tua maturità, la tua libertà in quel momento. La Chiesa ha un processo per valutarlo – lungo, imperfetto, burocratico, ma esiste."

"E nel frattempo?"

"Nel frattempo sei fuori dall'Eucaristia. Per ragioni procedurali più che teologiche, in molti casi."

"E questo ti sembra giusto?"

Don Jesus guardò le mani. "No. E ti dico perché no.  L'Eucaristia è medicina per i deboli, non premio per i santi. Non sigillo della perfezione morale. Antidotum – antidoto. La parola è di Trento, non dei progressisti postconciliari. L'antidoto si dà a chi è avvelenato, non a chi sta bene."

"Allora perché non me la dai?"

"Perché non sono il Papa. Perché la disciplina non è mia da cambiare unilateralmente." Pausa. "Ma ti dico questo: quello che cerchi nell'Eucaristia è reale. È lì. Non è una consolazione simbolica. Ed è il fatto che la Chiesa ti tenga a distanza da quel fatto per ragioni disciplinari, mentre tu lo cerchi con una fame che la maggior parte dei fedeli regolari non prova – questo mi pesa. Come prete. Come uomo. Come qualcuno che celebra quell'Eucaristia ogni mattina senza essere sicuro di meritarla più di te."

"Ho un'altra domanda."

"Di'."

"Il matrimonio termina con la morte. Nella risurrezione non si prende moglie né marito. È scritto."

"È scritto."

"Allora il matrimonio appartiene al tempo. Nasce nel tempo, vive nel tempo, muore nel tempo. È un sacramento dell'ordine temporale." Pausa. "L'Eucaristia invece vince la morte. È il sacramento dell'ordine escatologico. Non appartiene al tempo – lo attraversa. Lo redime."

Don Jesus non rispose. Aspettava.

"Come può un vincolo temporale bloccare un sacramento escatologico? Come può ciò che muore impedire ciò che vince la morte?"

Il silenzio questa volta fu diverso. Non il silenzio di chi non si era mai fatto la domanda. Il silenzio di chi se l'era fatta e non aveva trovato risposta.

"La teologia del matrimonio e la teologia dell'Eucaristia," disse lui lentamente, come se stesse pensando ad alta voce per la prima volta, "non sono state ancora pienamente riconciliate. Nella prassi."

Fuori, nel chiostro, qualcuno stava rastrellando le foglie. Il rumore era regolare, paziente, indifferente alla domanda rimasta sospesa tra i due come una cosa viva.

"Mi darai la comunione?"

"Non posso darti la comunione, Lilith."

"Lo sapevo, non vuoi."

"Ma la tua domanda è giusta."

"Anche questo lo so."

Si alzò. Prima di andare si voltò verso di lui.

"Don Jesus. La regola che mi nega l'Eucaristia mi nega la vita eterna promessa da Lui. Non da un uomo. Da Lui. Non è Lui che mi nega la vita eterna. Siete voi."

Don Jesus non rispose. Non c'era niente da rispondere.

"Non stanno crocifiggendo Dio, disse alla fine, le persone come me – divorziate e risposate o libertine. State cercando Dio. Con tutto quello che avete. Nel posto sbagliato a volte. Con lo strumento sbagliato a volte. Ma la fame è reale. E la fame reale dell'Eucaristia ha una dignità teologica che la disciplina attuale non riconosce abbastanza."

"Non mi basta. È gettare la polvere sotto il tappeto."

Don Jesus non mi guardava come un peccatore guarda una tentazione, ma come un naufrago guarda l'abisso. Si allontanò verso la sacrestia.

Tornai nella mia cella. Fuori la città di Caino continuava. Dentro c'era quel silenzio che non è assenza di rumore.

Era tardi, quasi le tre di notte. Giacevo nel mio letto, avvolta dall'oscurità tiepida della stanza. Il sonno mi prese all'improvviso.

Dormivo e sognavo ad occhi aperti. Mi piaceva. Era tutto più reale della veglia e lo comandavo a mio piacimento.

Distesa nel mio letto, dirigevo un'ombra a stendersi su di me. "Prendimi tutta" sussurravo nel sogno. Lo sentii fondersi con me.

Poi, lentamente, svanì. O forse non svanì. Non ero del tutto sveglia. Fluttuavo in un luogo che non era più la mia stanza né ancora un sogno.

Eppure sentivo che qualcuno, da lontano, stava riscrivendo le mie sensazioni, rendendole più vive, più crude, più sacre. Passato presente e futuro erano confusi e presenti – erano già scritti prima di essere scritti.

Così vidi lo studio del critico: lui dapprima su di me, poi chino sulle mie pagine, le pagine che avevo scritto con la mia vita che venivano cancellate ed altre erano aggiunte proprio mentre io venivo presa.

Poi tutto svanì.


 

Le notti successive non furno tutte uguali. Alcune erano silenziose nel senso vuoto della parola – corpo stanco, sonno normale, nessuna presenza.

Imparai che non si comanda. Non si produce. Si riceve o non si riceve.

La mattina dopo entrai in chiesa e mi inginocchiai nel confessionale.

"Padre, stanotte ho vissuto ciò che ho insegnato per anni. Non una visione immaginativa, ma un'unione nuziale reale. Lo Sposo è venuto, mi ha ferita d'amore, mi ha penetrata nell'intimo e mi ha riempita. Ho conosciuto nel corpo ciò che Teresa chiama trasverberazione e matrimonio spirituale."

Il prete mi rispose con voce tesa: "Ciò che descrivi non è mistica autentica, ma inganno del nemico. Teresa e Giovanni della Croce mettono in guardia proprio contro queste esperienze troppo sensibili che lusingano la carne. La tua conoscenza teologica rende il pericolo ancora più grave."

"Padre, lei sta riducendo la via unitiva a vizio. Teresa scrive che nelle nozze spirituali l'anima viene ferita e penetrata dallo Sposo fino al midollo. Io ho fame del Corpo di Cristo e la Chiesa me lo nega da anni per una situazione irregolare. Se il Sacramento mi è precluso, perché dovrei rifiutare la grazia che lo Sposo mi concede direttamente?"

"No. Questo è spirito di fornicazione che si maschera da angelo di luce. La tua condizione oggettiva permane. Non posso assolverla né ammetterla alla Comunione. Si penta e ritorni all'obbedienza."

Lilith si alzò di scatto. "Tenetevela, allora, la vostra Eucarestia giuridica. Io ho già ricevuto la sostanza."

Uscì dalla chiesa a testa alta. Ritornò nella sua cella, con una mano sul ventre ancora caldo, mormorò: "Loro mi rifiutano ancora. Ma io conosco la via. La mistica è diventata la mia unica Chiesa."

E il fuoco, silenzioso, continuava a bruciare.

Nelle notti in cui accadeva – e non sempre accadeva – la presenza non era fisica, ma usava il corpo come unico luogo disponibile. Come l'acqua che non ha forma ma prende la forma del contenitore.

Mentre ritonavo nella mia cella incontrai don Jesus.

Lo salutai.  Non rispose. Lo guardai. Pensai: anche tu stai perdendo. Lo sai? Non lo dissi.

La cosa che non ho mai raccontato a nessuno è questa: volevo un figlio. Non da lui specificamente, o forse sì, non sono mai riuscita a separare le due cose del tutto.

Volevo un figlio nel senso assoluto della parola, con quella urgenza fisica che arriva a una certa età e che i libri chiamano orologio biologico con una metafora così meccanica da essere quasi offensiva.

Avevo quarant’anni. L’orologio non ticchettava più, aveva già suonato, io non ero stata in casa, e adesso c’era solo il silenzio dopo.

Ci pensavo la notte. Costruivo nella testa bambini che non erano mai esistiti, un bambino con i miei occhi e le mani di qualcuno che non sapevo scegliere, un bambino a cui avrei insegnato a stare nel mondo con meno paura di quanta ne avessi avuta io.

Un bambino a cui avrei lasciato qualcosa di reale, non questa faccia costruita pezzo per pezzo in studi medici di mezza Europa.

Emanuele. Mormorai.

Don Jesus. Si girò a guardarmi.

Emanuele, disse.

Cosa?

Se fosse un maschio. Emanuele.

Perché?

Dio con noi. Sarebbe il nome giusto per un figlio che non può nascere.

Non risposi. Fuori qualcuno rideva lontano, una risata da strada, notturna, allegra in modo del tutto indifferente a noi.

Non è crudele. È solo tardi.

Sì, disse. È solo tardi.

Don Jesus tornò il giorno dopo, di mattina. Non bussò. La porta era ancora aperta. Lilith era seduta alla finestra con una tazza di caffè che si era raffreddata. Si sedette sulla sedia. Non disse niente.

Lilith aspettò.

"So perché sono venuto ieri sera."

"Dimmi."

"Perché sei l'unica persona in questo monastero che fa domande vere. E le domande vere fanno paura e allo stesso tempo non riesco a starne lontano."

"Questo non è una ragione giusta o sbagliata. È semplicemente vera."

"Sì."

"Allora siediti. Ho ancora delle domande."

Don Jesus sedette. Fuori il sole era già alto. La città di Caino faceva il suo rumore. Dentro la cella c'erano due persone che parlavano di Dio senza fingere di avere le risposte. Era un inizio.

Dopo settimane di discussioni una sera tardi ho bussato io, senza sapere bene perché, alla porta della sua cella. Non avevo preparato niente da dire.

Le suore si erano ritirate da ore. Non avevo sonno. Avevo fame – non la fame retorica, quella concreta, quella che comincia nello stomaco e sale in testa e rende tutto più difficile da pensare e più facile da sentire.

Ha aperto dopo un momento – aveva ancora la tonaca, non dormiva neanche lui. Sul tavolo un libro aperto che non stava leggendo, un foglio con delle note che non finivano, e una foto piccola consumata ai bordi – una ragazza che sorrideva.

"Non dormo," ho detto.

"Neanch'io. Da settimane."

Mi ha lasciata entrare. La cella era fredda. Quella qualità di freddo che non viene dall'aria ma dalla pietra – accumulato nei secoli, indifferente. La candela sul tavolo era l'unica cosa calda.

Mi sono seduta sul bordo del letto. Lui è rimasto in piedi vicino al tavolo con le mani lungo i fianchi.

Siamo stati in silenzio.

Siamo stati in silenzio.

Non era un silenzio imbarazzato. Era il silenzio di due persone che sanno già qualcosa e aspettano che l'altra lo dica per prima. Nessuna delle due lo ha detto.

L'ho guardato. Non con intenzione – con fame. Quella fame concreta che quella notte aveva anche altri nomi e non mi prendevo la briga di tenerli separati. Non ha abbassato gli occhi. Era già una risposta.

Mi sono alzata. Ho attraversato la cella e mi sono fermata davanti a lui senza dire niente. Abbastanza vicina da sentire il calore che il corpo fa anche quando fa freddo intorno.

"Chi è la ragazza in foto?"

"La mia ragazza."

"La tua ragazza? Quindi non sei vergine."

"Prima di diventare sacerdote ero fidanzato... dovevamo sposarci. A quei tempi si aspettava di sposarsi prima di fare sesso. Poi l'incidente in auto. Ero diventato un depresso isolato."

"Mi spiace. Come ne sei uscito?"

"Mia madre... hai ancora tanto da dare. Gesù ti aspetta. Così sono entrato in seminario. Sono diventato prete."

Stette un attimo di silenzio.

"Lilith."

Ha detto solo il mio nome. Come se stesse verificando che fossi ancora quella – ancora reale, ancora lì.

"Sì," ho detto.

Ha sollevato una mano – lentamente, con quella lentezza di chi sta facendo qualcosa di irreversibile – e l'ha posata sul mio viso. Non ha baciato. Ha tenuto la mano ferma sulla mia guancia.

Ho sentito le sue dita imparare la forma del mio viso con la concentrazione lenta di chi impara qualcosa che non si può insegnare. Pensavo: queste mani hanno sollevato l'ostia ogni mattina per trent'anni. Hanno voltato pagine. Non hanno mai toccato niente di vivo. Adesso imparavano. C'era in quel gesto qualcosa che riconoscevo – la pazienza di chi ripara le cose rotte, quella concentrazione silenziosa che lui mi aveva descritto una sera parlando di Marta. La portava dentro senza saperlo. L'aveva ereditata da lei senza averla mai ricevuta.

"Ho paura," ha detto.

Non ho risposto. Ho preso quella mano e l'ho tenuta sul mio viso più forte.

Questo è bastato.

Quello che è seguito non aveva il registro dell'estasi. Aveva il registro delle cose concrete: il freddo della cella, il peso di un corpo che non conoscevo, il suono della tonaca sul pavimento. Le sue mani che non sapevano dove andare – poi sapevano. Il corpo ricorda cose che non ha mai vissuto. Eredita. Porta dentro ciò che non ha ricevuto e lo ritrova quando meno se lo aspetta, alle tre di notte, in una cella di clausura, con una donna divorziata che ha fame.

Ho pensato una cosa sola, rapida, prima di smettere di pensare del tutto:

ecco.

Nient'altro. Solo quella parola senza oggetto. Solo la presenza totale di qualcuno che aveva smesso di proteggersi.

Dopo, il silenzio.

Eravamo distesi nel buio con il freddo che tornava lentamente. La candela aveva bruciato fino quasi al fondo.

Stava fermo con gli occhi aperti sul soffitto. Respirava in modo troppo regolare – quella regolarità di chi usa il respiro per tenersi insieme. Anch'io stavo ferma. Guardavo lo stesso soffitto di pietra. Fuori cominciava qualcosa – i primi rumori lontani, la città di Caino che si risvegliava senza essersi mai veramente fermata.

Non abbiamo parlato. Non c'era niente da dire che non rovinasse qualcosa. Lo sapevamo tutti e due.

A un certo punto si è alzato. Si è rivestito di spalle, lentamente, senza fretta né vergogna. Quando è stato pronto è rimasto ancora un momento fermo con la mano sulla maniglia.

Non si è voltato.

L'ho guardato da dietro – quella schiena, quella tonaca, quelle spalle di un uomo che tra qualche ora avrebbe detto le parole della consacrazione con lo stesso corpo con cui era stato lì quella notte. Non ho sentito colpa. Ho sentito qualcosa tra la gratitudine e la perdita che non era né l'una né l'altra.

"Don Jesus."

Si è fermato senza voltarsi.

"Niente. Vai."

È uscito. La porta si è richiusa piano.

I passi nel corridoio. Il silenzio. Un'altra porta. Il silenzio definitivo.

Sono rimasta ferma nel buio che cresceva mentre la candela finiva. Non pensavo a Dio. Non pensavo al peccato. Non pensavo a niente di quello che avrei dovuto pensare.

Guardavo la foto sul tavolo – la ragazza che sorrideva, i bordi consumati dalle dita di un uomo che non aveva mai smesso di tornare lì. Trent'anni di dita sullo stesso bordo, la sera, prima di dormire. Trent'anni di forma data al dolore.

Una vocazione costruita sul vuoto di lei, su una madre che aveva indicato la strada, su un uomo brillante e distrutto che aveva cercato un contenitore abbastanza grande per quello che aveva perso.

Non lo avevo sedotto. Avevo aperto una porta che era chiusa da trent'anni.

Se fosse stato giusto o sbagliato – non lo sapevo. Non era la domanda giusta. La domanda giusta era se fosse stato vero. Ed era stato vero. Più vero di molte cose che avevo fatto nel nome di Dio o nel nome del matrimonio o nel nome di qualsiasi altra forma che avevo preso per darmi una direzione.

La candela si è spenta da sola. Fuori la città di Caino continuava il suo rumore sordo.

 

Passarono settimane Don Jesus mi aveva abbandonata.

Ero rimasta incinta. Lo sentivo nel sangue, nel ventre teso, nel modo in cui Emanuele scalciava con più forza quando vedevo Don Jesus celebrare la messa. Lo aspettavo. Sapevo che sarebbe venuto.

Quando bussò alla mia portadissi semplicemente: "Vieni. Tuo figlio si agita. Sente il padre."

Don Jesus ebbe un tremito violento. Si avvicinò come un uomo che cammina verso la forca e verso il paradiso insieme. Le mani gli tremavano quando le posò sul ventre.

"È tuo, forse," gli dissi. "Lo hai generato quella notte. E da allora mi hai evitata come una lebbrosa. Ma stanotte sei qui."

"No. Non voglio un figlio." Disse con rabbia sacra. "Ho dannato la mia anima."

"Hai finalmente vissuto."

"Come faremo?" Chiese don Jesus.

"Non lo so. Ma questo bambino è il segno che Dio non ha paura del nostro fango."

"Devi abortire."

"Non chiedermelo. Non lo farò."

Rimasi ferma a guardarlo. Il sacerdote dell'Incarnazione. L'uomo che ogni mattina prende il pane e dice: questo è il mio corpo. Che ogni mattina dice: il Verbo si è fatto carne. Che mi aveva spiegato, settimane prima, seduto sui gradini della chiesa, che il relativo può essere assunto dall'eterno senza essere distrutto – realmente, non simbolicamente. Quell'uomo stava chiedendo di non fare carne il verbo che era già carne. Stava chiedendo la sola cosa che la teologia dell'Incarnazione rende impensabile. Non lo sapeva. O lo sapeva e la paura era più forte. La città di Caino era arrivata fin lì – non attraverso gli schermi, non attraverso i moduli, non attraverso la procedura. Attraverso la paura di un uomo che aveva tutto da perdere e niente da offrire tranne quella paura. Era la sua forma più perfetta: quando entra nella voce di chi celebra ogni mattina il contrario di quello che chiede.

"È per il nostro bene."

"No, tu mi vuoi far scomunicare. Condannarmi a Satana."

Fuori dalla cella, il monastero dormiva ignaro. Al mattino mi svegliai che era ancora buio. Don Jesus se n'era andato.

Nelle settimane che seguirono, Don Jesus scomparve quasi del tutto. Veniva solo per celebrare la Messa nella cappella principale, pallido, con lo sguardo fisso sull'altare, evitando accuratamente la cella di Lilith.

Una sera, poco prima dei Vespri, Lilith lo intercettò nel chiostro deserto.

"Mi eviti come se portassi la peste. Eppure è tuo figlio quello che cresce dentro di me."

Don Jesus aveva il viso scavato. Gli occhi erano quelli di un uomo che non dormiva da giorni. "Non è solo mio figlio. È il figlio del mio tradimento. Ho profanato i voti. Ho profanato il sacerdozio. E ora dubito di tutto."

Lilith lo fissò, il ventre ormai visibile sotto la veste. "Dubiti di cosa, esattamente?"

Don Jesus alzò gli occhi al cielo, poi li abbassò a terra, come se non osasse guardare né Dio né lei. "Dubito dell'Incarnazione stessa. Se Dio si è veramente fatto carne – come ha potuto permettere che accadesse così? Nel peccato di un suo sacerdote? Nel desiderio illecito di una donna in fuga? Se l'Incarnazione è vera, perché si manifesta attraverso il sacrilegio invece che attraverso la purezza? Forse il Verbo non si è mai fatto carne – e noi siamo rimasti soli con la nostra concupiscenza."

La voce gli si spezzò.

"Ho celebrato l'Eucaristia stamattina e mentre elevavo l'ostia pensavo: questo pane è più santo del bambino che ho generato nella cella? E non sapevo rispondere. Ho messo in dubbio tutto, Lilith. L'Incarnazione, i sacramenti, la mia stessa vocazione. Forse Dio non ha mai accettato la nostra unione. Forse ci ha solo abbandonati al nostro fango."

Lilith rimase in silenzio per qualche istante, poi posò una mano sul ventre prominente. "Questo è il tuo dubbio, Don Jesus. Ma guarda: il bambino scalcia. È vivo. È reale. Dio non ha bisogno della nostra purezza per incarnarsi. Ha bisogno della nostra realtà. E la nostra realtà è fragile, peccaminosa, contraddittoria. Proprio come te. Proprio come me."

Don Jesus scosse la testa, gli occhi lucidi. "Vorrei crederlo. Ma ogni volta che ti guardo vedo solo il mio fallimento. E ho paura che questo bambino sarà la prova vivente che Dio ci ha lasciati soli."

Si allontanò nel chiostro, la tonaca nera che si confondeva con le ombre della sera.

Lilith rimase sola, la mano sul ventre, mentre Emanuele scalciava con forza, come a protestare contro il dubbio del padre. "Cresci lo stesso," gli sussurrò. "Cresci anche nel dubbio di tuo padre. Forse sei venuto proprio per questo: per essere Dio con noi anche quando noi dubitiamo che Dio sia con noi."

Erano trascorsi nove mesi. Il mio bambino scalciava, voleva venire alla luce. Era la notte di Natale.

Camminavo lungo il corridoio. Mi fermai. Un'altra contrazione – non ondata, non come dicono i libri. Un pugno. Qualcosa che stringe dall'interno verso l'esterno con una logica propria, indifferente alla mia.

Non chiamai nessuno. Entrai in stanza. Aprii la finestra. La città di Caino era lì sotto – le luci, il rumore sordo che non smette mai, i lampioni arancioni che colorano il cielo di una luce che non è luce, è solo il rifiuto del buio. Da lassù sembrava quasi bella. Da lassù non si vedevano le facce.

Un'altra contrazione. Questa volta rimasi ferma e la lasciai fare. Non combatterla – lo avevo imparato in quei mesi, che le cose che si vogliono aprire vanno lasciate aprire. Resistere le fa durare di più e non cambia niente, alla fine si apre lo stesso.

Pensai a Marco. Non so perché pensai a Marco proprio allora – forse perché era lui che riparava le cose rotte, e quello che stava succedendo nel mio corpo era la cosa più rotta e più intera che avessi mai sentito insieme. Pensai alle sue mani sulla lavatrice, quella concentrazione paziente. Pensai: avrei voluto che fosse qui. Non per me. Per lui – perché meritava di vedere almeno una volta qualcosa che non si poteva riparare perché non era rotto.

La terza contrazione fu diversa – più lunga, più bassa, con quella qualità di inevitabilità che hanno solo le cose che stanno per accadere davvero. Il corpo non chiede più permesso. Sa già. Fa.

Pensai: sono sola. Poi pensai: no. Non nel senso consolatorio. Fu più semplice e più strano. Fu che il dolore era così presente, così completamente reale, che non c'era spazio per la solitudine. La solitudine è un'assenza. Quello era tutto presenza – il freddo, il dolore, il cielo, il corpo che faceva la cosa per cui era fatto senza chiedere se fossi pronta.

Non ero pronta. Nessuno è pronto.

Le doglie arrivarono come un castigo improvviso, verso le tre di notte. Non fu un'onda dolce. Fu un coltello che entrava nella pancia e girava.

Mi svegliai urlando. Il dolore non era solo fisico: era rabbia, paura, fame accumulata, senso di colpa, desiderio di Dio e desiderio di uomini, tutto insieme che spingeva per uscire.

Mi aggrappai alle lenzuola ruvide del monastero e gridai.

Le suore arrivarono di corsa, scalze, con secchi di acqua calda e asciugamani logori. Una di loro, la più vecchia, mi tenne la mano con forza sorprendente. "Respira, figlia. Non imprecare."

Risposi tra i denti. "Se Dio vuole questo, che venga lui a spingere!"

Il dolore saliva a ondate. Tra una contrazione e l'altra sudavo freddo, tremavo, ridevo di una risata isterica.

Don Jesus era fuori dalla cella, in piedi contro il muro, pallido. Ogni tanto entrava, vedeva la scena e usciva di nuovo, come se non riuscisse a reggere né a stare lontano.

Poi arrivò l'ultima spinta. Fu come se tutto il mio corpo si ribellasse e si arrendesse insieme.

Cacciai un urlo animale, lungo, primordiale. Emanuele venne fuori in un fiotto di sangue e liquido. Rosso, raggrinzito, con i pugni chiusi e la bocca spalancata in un pianto immediato, furioso.

La suora lo prese, lo pulì sommariamente e lo mise sul mio petto. Il bambino era caldo, viscido, vivo. Il suo pianto era assordante, arrabbiato contro il mondo intero.

Lo guardai e per un momento tutto tacque dentro di me: la Città di Caino, il denaro, Satana, Dio, il monastero, la fame.

Lo toccai. Pelle contro pelle. Sangue suo sul mio sangue.

"Non sei un simbolo," gli sussurrai con voce rotta. "Sei carne. Sei mio. Sei caos che urla. E io ti ho fatto uscire dal mio corpo rotto."

Don Jesus entrò in quel momento. Vide la scena: Lilith esausta, sporca di sangue e fluidi, il bambino attaccato al seno che cercava già di succhiare. Gli occhi del prete si riempirono di qualcosa che non era solo compassione. Era paura. Era meraviglia. Era invidia.

"Ora capisci?" gli dissi senza alzare la voce. "Questo è l'Incarnazione. Non le tue belle parole. Questo dolore. Questo casino. Questa vita che esce urlando da una donna peccatrice."

Il bambino smise di piangere per un istante. Aprì gli occhi minuscoli e sembrò guardare entrambi.

Fuori, la città di Caino continuava il suo ronzio. Dentro quella cella monastica, per qualche minuto, ci fu solo respiro pesante, odore di sangue e latte, e un piccolo pugno chiuso contro il mondo.

Sorrisi, stremata, feroce. "Benvenuto, figlio mio. Vediamo se riusciamo a vivere insieme in questa società."

Don Jesus era seduto su uno sgabello di legno, le mani giunte, la tonaca macchiata. Non riusciva a staccare gli occhi dal bambino. Dopo un lungo silenzio, la voce gli uscì bassa, quasi vergognosa:

"Lilith – chi è il padre?"

Lei alzò la testa di scatto. Un sorriso storto, pericoloso, le attraversò il viso. "Lo chiedi adesso?"

Don Jesus arrossì, ma non abbassò lo sguardo. "Devo saperlo. Per il battesimo. Per capire."

Lilith spostò leggermente Emanuele, che emise un piccolo mugolio di protesta. Gli accarezzò la testa umida con dita tremanti. "Vuoi un nome, vero? Un colpevole. Un peccatore da additare." Fece una pausa, poi la voce divenne un sibilo tagliente. "Forse è uno dei tanti corpi che ho attraversato cercando l'assoluto. Forse è Marco, il marito che ho abbandonato. O forse – è tuo, Don Jesus."

Il prete impallidì. "Non bestemmiare."

"Bestemmio?"

Lilith rise, una risata rauca che finì in tosse. "Tu vuoi un padre perché hai bisogno di ordine. Di peccato chiaro, di colpa chiara. Ma questo bambino non è nato dal peccato. È nato dal mio corpo rotto, dalla fame, dalla rabbia, dal freddo della Città di Caino. È nato perché io ho detto sì alla vita mentre tutto mi diceva di no."

"Vuoi sapere la verità? Il padre è il Caos. Il padre è Satana che mi ha aperto gli occhi e Dio che non mi ha fermata. Il padre è l'uomo che non c'è, perché nessun uomo poteva bastare. Il padre sono io. Ho generato da sola, con questo ventre che hai chiamato impuro."

Don Jesus si passò una mano sul viso. Sembrava invecchiato di dieci anni in pochi minuti. "Emanuele," mormorò. "Dio con noi."

"Esatto. Dio con noi. Non con te. Non con la tua Chiesa. Con noi due: la puttana e il bastardo. Se vuoi dargli un padre, dagli il nome di chi vuoi. Ma sappi che lui non ne avrà bisogno. Lui è già intero."

"Adesso vattene, padre. O resta. Ma non chiedermi più chi è il padre. Il padre è la ferita da cui è uscito. E la ferita sono io."

La suora mi aiutò ad alzarmi. Entrammo nel chiostro. La lampada votiva bruciava ancora all'angolo, quella piccola fiamma arancione.

Mi fermai davanti alla Madonna che aveva le braccia aperte, il viso inclinato verso il basso con quell'attenzione che le statue non dovrebbero avere e questa aveva. Guardava verso il basso. Verso dove sarebbe stato un bambino, se ci fosse stato un bambino.

Alzai Emanuele all'altezza del suo viso. Non pregai – non avevo parole. Stetti ferma in quel gesto come si sta in una domanda che non ha ancora risposta ma è già la cosa più vera che si sia mai fatta.

Emanuele aveva smesso di piangere. Guardava – non la statua, non me, non niente di specifico. Guardava con la concentrazione totale dei neonati che non hanno ancora imparato a selezionare, che vedono tutto con la stessa attenzione assoluta perché non sanno ancora cosa è importante e cosa non lo è.

Forse è questo che si perde, pensai. Forse è esattamente questo.

Abbassai le braccia. "Andiamo," dissi alla suora.

Camminammo lungo il corridoio. Le mie scarpe sul pavimento di pietra, il respiro di Emanuele contro il mio collo, la lampada votiva che si rimpiccioliva alle mie spalle finché non girai l'angolo e non la vidi più.

Fuori – lontano, attraverso i muri del monastero – la città di Caino continuava. Emanuele dormì.

Sono di nuovo costretta a scappare. Non è questa la città nella quale voglio vivere. Ma non so più dove andare.

Non fu una decisione. Le decisioni hanno un momento – un prima e un dopo, una linea che si attraversa sapendo di attraversarla. Quello che feci quella notte non aveva linea. Era una serie di piccoli passi ciascuno dei quali sembrava reversibile fino a quando non lo fu più.

Emanuele aveva undici giorni. Non dormiva nelle ore giuste – dormiva nelle ore sue, che non coincidevano con nessun orario umano conosciuto.

Le suore mi aiutavano. Erano gentili con la gentilezza pratica delle persone abituate al dolore altrui – non sentimentale, non invadente. Portavano acqua calda. Prendevano Emanuele quando non riuscivo più a tenerlo fermo. Non facevano domande.

Ma io le sentivo parlare la notte. Non le parole – il tono. Quel tono basso e preoccupato di chi sta decidendo qualcosa che riguarda te senza dirtelo ancora.

La madre superiora venne da me il quarto giorno. Si sedette sul bordo del letto. Guardò Emanuele che dormiva. Poi guardò me.

"Non puoi restare qui. Non nel senso che non vuole – nel senso che non può. Il monastero non è attrezzato. Non è autorizzato. C'è una procedura."

"Quale procedura."

"Per i bambini soli. Per le madri sole. Ci sono strutture – case famiglia, comunità. Persone che sanno fare queste cose."

Procedura. La stessa parola del Sindaco sullo schermo. La stessa parola del modulo di accettazione. Il monastero non era fuori dalla città di Caino – era uno dei suoi organi, regolato dalle stesse norme, vincolato alle stesse autorizzazioni, inserito nello stesso sistema di competenze e trasferimenti che la città usa per spostare i problemi da un ufficio all'altro senza risolverli. La madre superiora non era cattiva. Applicava la procedura come tutti applicano la procedura – perché la procedura esiste per togliere il peso della decisione a chi non ha gli strumenti per portarlo. La città di Caino aveva costruito le procedure esattamente per questo: perché nessuno dovesse guardare in faccia quello che stava facendo.

"Io so fare queste cose."

Mi guardò con la pazienza che non è condiscendenza – è qualcosa di peggio, è certezza. "Lilith. Non hai documenti. Non hai reddito. Non hai una casa. Non puoi."

"Ce la faccio."

Non era vero. Lo sapevamo entrambe.

Uscii il tredicesimo giorno. Non perché mi avessero cacciata – non lo fecero. Uscii perché rimanere era diventato impossibile nel modo in cui le cose diventano impossibili non per ragioni esterne ma per ragioni interne – quando senti che stai consumando qualcosa che non è tuo da consumare, che stai occupando uno spazio che appartiene a qualcos'altro.

Emanuele era fasciato nel mio cappotto. Faceva freddo. Le strade della città di Caino erano grigie di mattina, quel grigio specifico di dicembre che non è brutto, è solo onesto sulla propria natura.

Camminavo. Non sapevo dove andavo. Camminavo per inerzia, per il principio fisico più elementare: un oggetto in moto continua nel moto finché qualcosa lo ferma. Emanuele dormiva contro il mio petto.

Devo trovare un posto. Ho fame. Devo trovare un posto. Questi erano i miei pensieri che si ripetevano in ordine variabile come un sistema che gira su se stesso senza produrre uscita.

La villa era quella. Non la riconobbi subito – o forse non volevo riconoscerla. Era la villa del pane stantio, dell'uomo al cancello, dell'uomo che voleva il mio corpo. Il punto di partenza di tutto – il luogo da cui ero fuggita verso il monastero verso la chiesa verso il confessionale verso i gradini di pietra nella notte.

Il cancello era chiuso. Suonai. Nessuna risposta. Suonai di nuovo. Emanuele si mosse contro il mio petto – non pianse, si mosse, quel movimento piccolo di chi cambia posizione nel sonno.

"Chi è."

"Lilith."

Silenzio lungo. Poi il rumore del cancello.

L'uomo era invecchiato in quei mesi – o forse era sempre stato così e non avevo guardato bene. Guardò me. Guardò il fagotto contro il mio petto. Sul suo viso passò qualcosa che non era nessuna delle espressioni che mi aspettavo.

"Entra."

"Ho lasciato la città di Dio. Sono tornata."

"Sapevo che saresti ritornata."

Rimasi tre giorni. Emanuele dormì in un cassetto aperto foderato di coperte come si faceva una volta quando non c'erano culle e i bambini dormivano ugualmente. L'uomo non mi toccò. Questo mi sorprese più di qualsiasi altra cosa. Portava il cibo, guardava Emanuele con un'attenzione silenziosa che non avevo visto in lui prima, se ne andava.

La seconda sera si sedette sulla sedia vicino al cassetto. Guardò Emanuele per un lungo momento.

"Come si chiama."

"Emanuele."

"Dio con noi." Non come domanda – come traduzione. Come qualcuno che conosce la parola ma non se l'aspettava in questo contesto.

"Il padre."

"Non c'è padre."

Non aggiunsi altro. Lui non chiese altro.

La mattina del quarto giorno capii che dovevo andare. L'uomo mi guardava in un modo che conoscevo – non era desiderio, era peggio, era attaccamento, era il principio di qualcosa che avrebbe voluto essere qualcosa che non potevo dargli. Lo ringraziai. Lui non disse niente. Mi guardò uscire dal cancello con Emanuele contro il petto – il silenzio di chi ha già detto tutto quello che poteva dire e sa che non basta.

Fuori faceva più freddo del giorno prima.

Camminai per due ore. Emanuele dormiva, si svegliava, piangeva, si calmava, dormiva. Quel ciclo continuo che è il tempo dei neonati – non ore, non giorni, solo fame e sonno e fame e sonno e il mondo intorno che esiste o non esiste in funzione di quei due stati.

Alle undici di sera mi sedetti su una panchina. Una donna passò, mi guardò, distolse lo sguardo. Emanuele piangeva. Lo allattai – ne avevo poco, sempre meno, il corpo che cede quando non mangia abbastanza. Lo tenevo contro il petto e lui cercava e non trovava e piangeva con la rabbia precisa dei neonati che non capiscono ancora perché il mondo non risponde.

Pensai: non ce la faccio. Non come resa – come constatazione. La differenza è enorme anche se dall'esterno si assomiglia. La resa dice: potrebbe essere diverso ma smetto. La constatazione dice: questo è quello che è, guardalo.

Quello che era: una donna senza reddito seduta su una panchina alle undici di sera del ventiquattro dicembre con un bambino di undici giorni che piange di fame in una città che non vedeva nessuno dei due.

Trovai il portone aperto per caso. Un palazzo qualunque – il portone era aperto perché qualcuno aveva salito le scale con le buste della spesa e non aveva le mani libere per chiuderlo. Entrai. Mi sedetti sullo scalino del piano rialzato. Il calore del palazzo era fermo, chiuso – aria che non si muoveva da troppo tempo. Ma era calore. Emanuele smise di piangere. Si addormentò contro il mio petto con la fiducia assoluta e ingiustificata dei neonati – fiducia non come scelta ma come struttura, come il modo in cui esistono, completamente dipendenti e completamente presenti.

Rimasi ferma. Poi uscii nel freddo. Camminai fino all'angolo. Mi fermai.

Il marciapiede era quello – grigio, concreto, con quella crepa lunga che corre dal bordo del tombino fino al muro del palazzo come una ferita che nessuno ha riparato. Lo ricorderò sempre – quella crepa. Non so perché si ricordano certe cose e non altre.

Guardai Emanuele. Dormiva con le mani chiuse a pugno – quella postura specifica dei neonati, difensiva e fiduciosa insieme, come chi si protegge da qualcosa che non sa ancora nominare ma sa già che esiste.

Pensai: non posso darti quello che ti serve. Non come accusa a me stessa – come fatto. A = A.

Avevo fame. Una fame localizzata nello stomaco, misurabile in ore dall'ultimo pasto vero, concreta come il freddo. E la mia fame non saziava la fame di Emanuele. Eppure pesava.

Avevo smesso di pensare a Don Jesus. Non per perdono, non per indifferenza costruita – semplicemente il mio pensiero era scivolato via come scivola il non-necessario quando le braccia reggono un peso reale. C'è una misericordia involontaria nell'urgenza fisica. Niente di edificante. Solo che il corpo porta un bambino e non può contemporaneamente portare anche tutto il resto.

Il freddo era fatto di strati. Il primo strato era aria ferma, il secondo era umidità di città che non si asciuga mai del tutto, il terzo era qualcosa che non aveva nome e che forse era solo l'assenza prolungata di calore umano, o forse era la notte che non si concludeva davvero ma si trasformava in mattino portandosi dietro il proprio peso.

Emanuele non piangeva.

Pensavo che da qualche parte nella città – in un appartamento riscaldato, a un tavolo con la luce giusta, con il caffè ancora caldo – qualcuno stava scrivendo un articolo sul nichilismo contemporaneo. Un articolo ben scritto. Che citava le fonti giuste, distingueva con precisione tra nichilismo passivo e nichilismo attivo, tra Nietzsche e i suoi epigoni, tra relativismo metodologico e relativismo ontologico. Che sarebbe stato pubblicato su una rivista con peer review; che avrebbe continuato la serie – elegante, produttiva, autosufficiente, perfettamente inconsapevole del bambino nel vicolo. La stessa serie che insegnavo ai miei studenti di teologia.

La città intanto produceva. Produceva immagini, produceva desideri, produceva risposte a domande che nessuno aveva fatto. Sui muri gli schermi pubblicitari si alternavano senza pausa: un bambino felice su un prato verde vendeva qualcosa, una donna sorridente vendeva qualcos'altro, un uomo con le mani pulite e la cravatta dritta garantiva solidità, futuro, appartenenza al consorzio di chi ha scelto bene. Nessuno degli schermi mostrava il vicolo dove mi trovavo con il mio bambino affamato in braccio.

La città di Dio era lì dentro, sepolta sotto gli strati della pubblicità, irriconoscibile – presente come un seme sotto l'asfalto, che non fiorisce ma non muore.

Non c'era malvagità in questo. Solo funzionamento.

Appoggiai il mio bambino. Lo deposi non sul marciapiede nudo – c'era un gradino rialzato, l'ingresso di un negozio chiuso, con una piccola pensilina sopra che riparava dal vento. Lo appoggiai lì, avvolto nel cappotto, con quella parte di me che sapeva già che qualcuno avrebbe suonato al campanello del palazzo di fronte tra pochi minuti o pochi secondi o comunque prima – prima che il freddo diventasse l'altra cosa.

Le mani chiuse a pugno.

Feci tre passi. Mi fermai. Mi voltai.

Emanuele dormiva.

Pensai: se mi fermo non riparto. Pensai: se non riparto muore di freddo o muore di me, e muore di freddo è peggio. Pensai molte cose in quei secondi – il pensiero va veloce quando il corpo è fermo, quando non c'è movimento da fare il pensiero riempie tutto lo spazio disponibile con una densità insopportabile.

Poi smisi di pensare.

Qualcuno si fermò. Non lo conoscevo. Guardai le mani chiuse a pugno di mio figlio. Si chinò. Lo prese tra le sue braccia. E camminò.

Io ripresi a camminare. Non mi voltai più.

Questo è quello che non si dice – che non mi voltai più. Non per forza, non per certezza, non perché sapessi che sarebbe andato bene. Per il contrario: perché se mi fossi voltata e lo avessi visto ancora lì con le mani chiuse a pugno e il freddo intorno non avrei più potuto fare quello che stavo facendo, e quello che stavo facendo era l'unica cosa che riuscivo a pensare che non fosse peggio.

Non sapendo dove andare, tornai al monastero. Le suore mi diedero la stessa stanza che avevo.

La città non sapeva. E non lo avrebbe saputo; e anche se avesse saputo non avrebbe cambiato nulla nel funzionamento delle sue parti. I semafori sincronizzati. I mercati aperti all'alba. I telefoni già accesi prima che i corpi si alzassero dai letti, le notifiche che scivolavano sugli schermi come acqua su vetro impermeabile. La macchina aveva dormito a metà, come sempre, e riprendeva il ritmo senza memoria della notte.

Non lo avevo deposto in un sepolcro. Emanuele respirava.

Non era una resurrezione. Era respirazione – piccola, irregolare, il petto che si alzava appena sotto il tessuto trovato non si sa dove, il calore di un corpo che non sapeva ancora di essere stato abbandonato.

O forse lo sapeva già, in quel modo che i corpi molto piccoli sanno le cose prima che la coscienza arrivi a nominarle. Prima che qualcuno gli insegni il nome della perdita.

Chi lo portava camminava. Non verso qualcosa di preciso. Non c'era un ufficio aperto a quell'ora, nessuna istituzione pronta ad accogliere ciò che il sistema aveva espulso nella notte. C'era una direzione mantenuta perché fermarsi sarebbe stato restituire il bambino al freddo, e questo non si poteva fare – non per eroismo, ma per una ragione più semplice e meno gloriosa. Non si poteva fare e basta.

La logica del non-potere. Non la logica della volontà, non quella del progetto, non quella del sacrificio consapevole che si racconta a sé stesso mentre compie. Solo il non-poter-fare-altrimenti, che è diverso dal dovere e diverso dal volere, ed è forse la cosa più vicina a ciò che il relativo può ospitare dell'assoluto senza distruggerlo o esserne distrutto.

Lontano da me, ignaro, Don Jesus non dormiva. Fissava il soffitto con gli occhi aperti, in quel momento prima dell'alba in cui il corpo è sveglio e la mente non ha ancora trovato la sua forma del giorno.

"Devi abortire." Le sue parole erano ancora nell'aria da qualche parte – le parole non scompaiono, si disperdono, diventano parte della temperatura degli ambienti. Diventano parte dell'universo. Aveva detto quelle parole a me e le parole erano vere nella misura in cui le parole sono vere: vere per lui, in quel momento, nel modo in cui la verità appartiene a chi la pronuncia senza sapere di averla cercata per tutta la vita e di averla trovata nella forma più amara possibile.

Ma Dio non muore perché qualcuno lo dichiara morto. Questo non era consolazione – era soltanto un altro fatto.

Ignaro di quanto accaduto, Don Jesus si alzò senza fare rumore. Si vestì nell'oscurità con la competenza di chi conosce il proprio corpo senza doverlo guardare. Aprì la porta con lentezza. Scese le scale. Uscì nella città.

Non sapeva perché.

Ciò che è certo: da qualche parte nel vicolo, in un punto qualsiasi tra un angolo e l'altro, le braccia stancavano e il bambino respirava ed era portato, e questo non cambiava la città, non produceva effetti misurabili, non entrava nei calcoli di nessun sistema, non lasciava traccia nella memoria collettiva di nulla.

Ciò che è altrettanto certo: accadeva.

Non come simbolo. Non come profezia. Accadeva nel modo in cui accadono le cose che non appartengono alla logica della città: senza spettatori, senza riconoscimento, senza la conferma esterna che rende i gesti reali nella Città dove tutto deve essere visibile per esistere.

Il sole salì. Era lo stesso sole di ogni mattina, indifferente come solo il sole sa essere – non con crudeltà, non con distanza, semplicemente con la neutralità di ciò che precede ogni giudizio e non ha bisogno di formularne. Illuminò i palazzi, le insegne, gli schermi, il vapore dei tombini. Illuminò anche il vicolo ormai vuoto. Non con enfasi particolare. Con la stessa luce del resto.

E in quel momento – in questo momento che è anche l'unico momento reale – qualcosa che non ha nome e non chiede di essere nominato era presente nel freddo, tra le braccia stanche, nel respiro irregolare di un bambino che non sapeva ancora nulla, nella direzione mantenuta di chi cammina senza sapere dove ma sa – con la certezza che non appartiene alla serie – che fermarsi non è possibile.

Non era salvezza. Era qualcosa che precede la salvezza e non ha bisogno di essa per essere reale.

La città non sapeva. Don Jesus non sapeva. E si camminava.

Non so chi fosse. Era una figura con un cappotto scuro – questo lo sanno le telecamere del pronto soccorso, che registrano tutto senza capire niente, che è la forma più onesta di testimonianza disponibile nella Città di Caino. Cappotto scuro, andatura né veloce né lenta, nessun segno particolare. Una figura della città che per ragioni sue, irrecuperabili, aveva guardato in basso nel posto giusto al momento giusto.

O forse sbagliato. Dipende dalla logica che si usa per misurare giusto e sbagliato.

Emanuele respirava ancora quando lo aveva raccolto tra le sue braccia. Questo era il dato che aveva reso necessario tutto il resto: il fatto che i polmoni continuassero il loro lavoro stupido e ostinato, il fatto che il freddo non avesse ancora vinto, il fatto che ci fosse ancora qualcosa da raccogliere. Se i polmoni si fossero fermati prima, la figura con il cappotto scuro avrebbe trovato altro. Avrebbe trovato la fine di una storia, che è una cosa diversa e richiede procedure diverse – moduli diversi, numeri di telefono diversi, un'altra ala dell'edificio.

Invece i polmoni avevano continuato. E quindi si camminava.

Le porte del pronto soccorso si aprono automaticamente. Questo la città lo fa bene: le porte si aprono, le luci sono sempre accese, esiste sempre qualcuno dietro un bancone che ha il compito di ricevere ciò che arriva. La macchina dell'accoglienza medica funziona anche di notte, anche a Natale, anche quando fuori il freddo è quello che era quella notte. Su questo la Città di Caino non ha colpe da registrare. Ha costruito le istituzioni. Le ha dotate di personale. Le ha illuminate.

La figura con il cappotto scuro aveva posato il bambino sul bancone – non sul pavimento, non su una sedia, sul bancone: un gesto preciso, quasi tecnico, come chi consegna qualcosa che deve essere firmato – e aveva detto qualcosa di breve. Forse solo: l'ho trovato fuori. Forse meno.

Poi era uscita. Le porte automatiche si erano richiuse. Le telecamere avevano continuato a registrare il corridoio vuoto, i cartelli con le frecce direzionali, la luce al neon che ronzava sulla quarta piastrella da sinistra. Nessuno aveva inseguito la figura.

Il modulo di accettazione prevedeva un campo per il nome. L'infermiera – non si sa il suo nome neanche, il narratore è equo in questo – aveva scritto: ignoto. Poi aveva guardato il bambino, che era piccolo come sono piccoli i bambini di pochi giorni, con quella faccia che non ha ancora deciso niente, e aveva aperto un altro campo sul monitor. Accompagnatore. Aveva digitato: sconosciuto.

Due volte ignoto, quindi. Questa era la posizione di Emanuele nella Città di Caino: doppiamente fuori dal registro, doppiamente privo di storia verificabile, doppiamente consegnato a una macchina che lo avrebbe classificato per poterlo gestire, che è l'unica forma di cura che le istituzioni sanno offrire e che non è niente e non è poco e non è abbastanza e non è sbagliata.

I medici avevano fatto il loro lavoro. Anche questo va detto senza ironia: avevano fatto il loro lavoro con competenza e senza trascuratezza. Il bambino era stato visitato, pesato, riscaldato, attaccato a ciò che andava attaccato.

Il nome rimaneva ignoto. Il padre rimaneva ignoto. La madre rimaneva ignota. Chi lo aveva portato rimaneva ignoto.

Quattro volte, quindi.

Fuori le porte automatiche la città continuava. I semafori passavano dal rosso al verde secondo la loro logica, che non conosce eccezioni per i bambini trovati nei vicoli. Nessuna notifica riguardava Emanuele. Nessuna lo avrebbe riguardato.

La figura con il cappotto scuro era scomparsa nell'angolo in fondo alla strada, verso sinistra, nella direzione che le telecamere non coprivano.

C'è sempre un angolo che le telecamere non coprono. La Città di Caino lo sa e lo accetta come margine di errore tollerabile nel sistema generale della sorveglianza. Un margine piccolo, residuale, statisticamente irrilevante.

In quel margine erano passate molte cose, quella notte.

 

Ritornai al monastero.

Ero partita con Emanuele di mattina presto, senza bussare alla sua porta. Ero rientrata senza Emanuele. Prima di salire in cella avevo lasciato un foglio sul davanzale della cappella, non per lui, non indirizzato a nessuno, solo una pagina strappta dal quaderno con su scritto: Emanuele sta bene.

Don Jesus lo trovò durante la preghiera delle Lodi. Lo lesse due volte. Lo mise in tasca. Continuò a cantare.

Per tre giorni non venne a cercarmi.

Il quarto giorno bussò alla mia cella. La porta era aperta. La stanza era vuota, non vuota come quando una persona è uscita per un momento, vuota come quando una persona è uscita definitivamente. Il letto rifatto con quella precisione impersonale delle cose che non appartengono a nessuno. La candela consumata fino al moncherino. Il quaderno non c’era più. Io ero stata chiamata per compilare i moduli.

Don Jesus rimase sulla soglia per un tempo che non avrebbe saputo misurare.

Poi andò in cappella e celebrò la messa delle otto.

Le suore erano in fila. C’erano quarantadue ostie nel pisside — le contava sempre, aveva preso l’abitudine anni prima senza sapere perché, forse perché contare le cose piccole e concrete era l’unico modo che conosceva per stare presente quando la mente voleva andare altrove.

Disse le parole.

Le disse come le diceva sempre — con quella qualità doppia che le parole liturgiche hanno dopo anni di ripetizione: da una parte il suono familiare, quasi automatico; dall’altra, ogni tanto, senza avvertimento, il peso improvviso di quello che significano.

Quel mattino non sentiva il peso.

Sentì solo il suono.

Le settimane che seguirono avevano la forma delle settimane normali — messe, confessioni, riunioni con il vescovo, una visita pastorale in una parrocchia di periferia, i bilanci di fine anno del monastero.

Il vescovo era soddisfatto. Lo disse esplicitamente in tre occasioni diverse, e in tutte e tre le occasioni don Jesus rispose con la forma corretta di gratitudine e continuò ciò con quello che stava facendo.

La parrocchia di periferia si chiamava San Giovanni Battista ed era in un quartiere dove il novanta per cento delle famiglie aveva perso il lavoro negli ultimi cinque anni. Don Jesus fece la visita, parlò col parroco locale — un uomo esausto con gli occhi di chi ha già visto abbastanza — e scrisse nel rapporto: comunità in difficoltà ma resiliente, buona presenza ai sacramenti, si raccomanda supporto economico alla Caritas locale.

Il supporto economico alla Caritas locale venne approvato per un importo che non cambiava niente di strutturale ma era sufficiente a essere citato nel bilancio pastorale annuale come azione concreta.

Don Jesus firmò il documento.

La domanda di Lilith rimase.

Non come nostalgia — come un oggetto che continua a essere nel posto in cui lo hai messo anche quando smetti di guardarlo. Come può ciò che muore impedire ciò che vince la morte.

La trovava al mattino prima delle Lodi. La trovava nel mezzo delle riunioni con il vescovo. La trovava firmando il documento per la Caritas.

Non la risolveva. La portava.

Per le prime settimane questo gli sembrò sufficiente — portare una domanda senza risposta era qualcosa, era almeno l’onestà di chi non finge di avere ciò che non ha. Aveva detto a Lilith che non sapeva rispondere. Aveva detto che la domanda era giusta. Questi erano fatti veri.

Poi, lentamente — così lentamente che non riuscì a vedere il momento preciso in cui accadde — la domanda smise di sembrare portabile e cominciò a sembrare un peso.

Non la domanda in sé. Il fatto di essere l’unico che la portava.

A marzo arrivò un’altra lettera di trasferimento. Non per lui — per il parroco di San Giovanni Battista, quello con gli occhi esausti. Lo mandavano in una diocesi del nord, ruolo amministrativo, niente più parrocchia.

Don Jesus non era nel processo decisionale. Firmò la comunicazione ufficiale come da procedura.

Quella sera, per la prima volta in mesi, uscì dal monastero senza una destinazione precisa. Camminò per un’ora nella città di Caino — le luci arancioni, il rumore sordo, gli schermi che trasmettevano comunicazioni istituzionali anche di sera.

Passò davanti a un bar. Entrò. Si sedette al banco. Ordinò qualcosa di cui non aveva bisogno e che non voleva, solo per avere un posto dove stare seduto senza dover spiegare perché.

Accanto a lui c’era una donna. Non giovane, non vecchia — quella età di mezzo in cui le persone della città di Caino cominciavano a investire in chirurgia estetica per non vedersi invecchiare.

Aveva quel modo di guardare le cose senza vederle che avevano le persone sole nei bar la sera.

Non le rivolse la parola. Lei non rivolse la parola a lui.

Rimase seduto per quaranta minuti. Pagò. Uscì.

Tornò al monastero. Si inginocchiò. Provò a pregare.

Le parole c’erano. Il peso non c’era.

Si alzò e andò a dormire.

 

Don Jesus bussò a mezzanotte alla mia cella. Non era mai venuto così tardi. Ero ancora sveglia. Gli aprii.

Aveva la tonaca – credo fosse appena uscito dalla cappella, aveva ancora il libro delle ore in mano. Lo tenne per un momento, poi lo posò sul davanzale come si posa qualcosa che non serve più nell'immediato.

"Emanuele?"

"Non lo so. Da qualche parte nella città."

Entrò. La cella era quella di sempre – piccola, fredda nella misura giusta, la candela accesa sul comodino. La tenevo sempre accesa la notte perché il buio totale mi dava l'impressione di essere sola in un modo che non riuscivo a sopportare.

Si sedette sulla sedia. Non disse niente.

"Non riesci a dormire neanche tu."

"No."

"Da quanto?"

"Da quando hai partorito. Non è una cosa che sento colpevole di dirle."

"Perché me lo dici adesso?"

"Perché è vero. E perché stasera non riesco a tenere dentro le cose vere."

Si alzò. Non verso di me – verso la finestra. Rimase lì a guardare la città di Caino che faceva il suo rumore sordo anche di notte.

"Ho celebrato tre messe oggi. Ho detto le parole. Ho elevato il pane. Ho datola comunione a quarantadue persone. E per tutta la messa ho pensato a te – non nel modo in cui non si dovrebbe pensare a qualcuno durante la messa. Nel modo in cui si pensa a qualcuno che ha fatto una domanda a cui non sai rispondere e il fatto che non sai rispondere ti segue dappertutto."

"Quale domanda?"

"Come può ciò che muore impedire ciò che vince la morte."

Non dissi niente. La domanda era quella – era sempre quella, da mesi.

"Non hai trovato risposta."

"No. Ho trovato qualcos'altro." Si voltò. "Ho trovato che la domanda è più vera della regola. Che una domanda vera pesa più di una regola giusta.

E che ho passato vent'anni a dare comunione a persone che non avevano mai fatto una domanda vera e a negarla a te che non fai altro."

Rimase in silenzio. Poi: "Questo non giustifica niente di quello che potrebbe succedere stanotte. Lo so. Te lo dico lo stesso."

Mi alzai dal letto. Non verso di lui – in piedi, ferma nel centro della cella.

"Don Jesus. Quante volte hai detto le parole della consacrazione?"

"Non le ho mai contate."

"Migliaia. Decine di migliaia. Le hai dette così tante volte che a volte non le senti più?"

"Sì."

"E qualche volta le senti come se fosse la prima?"

"Sì. Questo è il mistero che non finisce mai di sorprendermi. Che le stesse parole possano essere entrambe le cose."

"Anche il corpo funziona così."

Don Jesus rimase immobile. Feci un passo. Poi un altro. Mi fermai a quella distanza che esiste solo quando due persone stanno decidendo insieme, senza parole, se attraversarla.

"Non ti chiedo di tradire i tuoi voti. Ti chiedo qualcosa di diverso."

"Cosa?"

"Di essere presente. Completamente. Come quando le parole della consacrazione le senti per la prima volta."

Don Jesus rimase fermo ancora un momento – quel momento specifico in cui il corpo sa già e la mente sta ancora finendo di decidere. Poi si mosse.

Quello che seguì non aveva il registro dell'estasi. Aveva il registro delle cose concrete: il freddo della cella, il peso di un corpo che non si conosceva, il modo in cui la candela proiettava ombre mobili sul soffitto di pietra.

Don Jesus non sapeva cosa fare dei suoi voti in quel momento. Io non stavo pensando all'Incarnazione. Pensavo al freddo e al calore e al fatto che qualcuno era lì, completamente lì, senza la riserva con cui le persone di solito stavano con lei. Don Jesus non stava proteggendo niente. Questo era il fatto nuovo.

Dopo, il silenzio di quello che viene dopo le parole, quando il corpo ha fatto quello che il corpo fa e adesso c'è qualcosa che non è ancora linguaggio ma non è neanche solo sensazione.

"Ho paura."

"Lo so."

"Non di quello che abbiamo fatto. Di quello che sento adesso."

Aspettai. "Sento che dovrei sentirmi in colpa e non riesco. Sento solo – non so come chiamarlo. Come quando le parole della consacrazione le senti per la prima volta."

Fuori la città di Caino continuava. Dentro la cella la candela era quasi consumata – aveva bruciato per tutta la notte senza che nessuno dei due se ne accorgesse. Non disse: è l'Incarnazione. Non disse niente.

All'alba don Jesus si alzò. Si rivestì in silenzio – non con fretta, non con vergogna. Con la calma di qualcuno che sa quello che ha fatto e non sa ancora cosa significa ma non ha intenzione di fingere che non sia successo. Sulla soglia si voltò.

"Lilith."

"Sì."

"Emanuele. Qualcuno lo ha raccolto."

"Sì."

"Non è una risposta alle domande che abbiamo fatto."

Don Jesus non disse nulla. Uscì. La porta rimase aperta.

Rimasi ferma ad ascoltare i suoi passi nel corridoio – il rumore dei sandali sul pavimento di pietra che si allontanava, poi il silenzio, poi il rumore di un'altra porta, poi il silenzio definitivo.

Fuori cominciava ad albeggiare. Mi sedetti sfinita sul bordo del letto. Non pregai. Non feci teologia. Rimasi ferma in quello che era successo come si sta in una stanza che si è appena entrati e non si conosce ancora – guardandosi intorno, registrando, aspettando che gli occhi si abituino alla luce.

Poi pensai a mio figlio, a Emanuele. Qualcuno lo aveva raccolto. Qualcuno che non si aspettava di essere lì si era fermato. Questo era il fatto. Non so se è abbastanza. Ma il giorno cominciava, e io ero ancora lì, e questo era già qualcosa di diverso dall'essere finita.

Arrivò di nuovo, non di notte ma di mattina, durante la preghiera delle Lodi.

Lilith non andava mai alle Lodi – non per ostilità, per quella stessa difficoltà con il ritmo imposto che aveva sempre avuto con tutto quello che richiedeva di essere in un posto a un'ora precisa. Ma quella mattina si era svegliata alle sei con la sensazione che rimanere nella cella fosse impossibile, e la cappella era l'unico posto caldo a quell'ora.

Si sedette nell'ultimo banco. Le suore cantavano – non bene, non male, con il carattere del canto che viene dalla ripetizione e non dall'emozione, quel canto che non chiede di sentire qualcosa ma di stare in un posto preciso con il corpo e la voce. Don Jesus officiava. Non la guardò.

A un certo punto – non sapeva quando, il canto continuava, la luce invernale entrava obliqua dalla finestra alta – a un certo punto qualcosa si spostò. Non una visione. Non una luce, non una voce. Uno spostamento. Come quando si guarda una figura geometrica e si vede solo lo sfondo e poi all'improvviso si vede la figura – e poi non si riesce più a non vederla.

Quello che vide – e non è la parola giusta ma è l'unica disponibile – era questo: il pane sull'altare. Don Jesus che lo elevava. Le suore che cantavano. Il freddo della cappella. Il suo corpo sul banco di legno. Tutto questo insieme, nello stesso momento, senza gerarchia – non il pane più importante del banco, non il canto più importante del freddo. Tutto ugualmente presente. Tutto ugualmente reale.

E in quella uguaglianza qualcosa che non sapeva nominare – non Dio, non l'Incarnazione, non una parola della teologia che aveva studiato in quei mesi. Qualcosa di precedente alle parole. Qualcosa che le parole cercano di descrivere senza riuscirci del tutto.

Forse è questo, pensò. Forse non è diverso da questo – il freddo e il pane e il canto e il corpo che è stato con un altro corpo tre notti fa e adesso è qui, su questo banco, e tutto questo insieme è il luogo in cui l'eterno entra nel relativo senza distruggerlo.

Non ne era sicura. Ma l'incertezza aveva una qualità diversa da tutte le altre incertezze che aveva avuto. Aveva il carattere delle cose che non si sa ancora ma che si sa di volere sapere – e questo è già diverso dal non saperlo e non volerlo sapere.

Le Lodi finirono. Le suore uscirono in fila. Don Jesus spense le candele sull'altare – una per una, con la gestualità rituale che lei aveva guardato tante volte senza vederla. Quando uscì dall'altare la vide nell'ultimo banco. Si fermò.

Lei non disse niente. Lui non disse niente. Poi lui riprese a camminare verso la sacrestia. Si fermò di nuovo sulla soglia.

"Lilith."

"Sì."

"Domani mattina puoi tornare alle Lodi."

Non era un'offerta. Non era un'assoluzione. Era quello che era – un uomo che le stava dicendo che c'era un posto dove poteva stare, ogni mattina, se voleva.

"Lo so."

Don Jesus entrò in sacrestia. La porta si chiuse. Lilith rimase seduta nell'ultimo banco della cappella vuota.

Pensò a Emanuele. Pensò che qualcuno lo stava tenendo in quel momento – qualcuno che non si aspettava di essere lì e si era fermato e adesso era il padre o la madre o quello che si diventa quando si raccoglie qualcosa che qualcun altro ha lasciato cadere perché non riusciva più a tenerlo.

Pensò: forse questo è quello che intendeva. Non la kenosi come teoria – la kenosi come fatto. Lasciare cadere quello che non si riesce a tenere e sperare che qualcuno si fermi. Qualcuno si era fermato. Questo era il fatto. Era sufficiente per adesso.

Smisi di scrivere la mia autobiografia. La misi in una busta e la spedii a un editore.

CAPITOLO PRIMO

Finalmente, verso le otto di sera, giunsi nei pressi di casa mia dopo un'estenuante giornata a leggere manoscritti.

Era questo il mio lavoro da vent'anni: trovare la voce che il mio editore avrebbe reso ricca e celebre. Nel mezzo di quel lavoro avevo smesso di chiedermi se le voci che cercavo avessero qualcosa da dire o solo qualcosa da vendere. La domanda era diventata costosa. L'avevo lasciata cadere come si lascia cadere qualcosa che si porta da troppo tempo.

Già ritenevo d'entrare in casa, cenare e litigare con mia moglie, quando un repentino mutamento dell'ordine delle idee comandò ai miei passi di muoversi in altra direzione.

Fu una donna. O forse fu che odiavo addormentarmi senza aver vissuto almeno qualche ora per me. Le due cose si tenevano, quel giorno.

La seguii per qualche minuto tenendomi distante. Poi allungai il passo e la raggiunsi.

"Camminiamo un poco insieme."

"Chi sei? Che vuoi?"

"Un poco di compagnia."

"Perché dovrei fartela io, che sono una bella donna e non faccio la puttana?"

"Se non lo fossi stata, non te lo avrei chiesto."

Mi guardò per la prima volta in viso. Aveva lo sguardo delle persone che hanno già visto abbastanza da non sorprendersi più, ma che guardano lo stesso.

"Questa sera mi sento solo. Come ti chiami?"

"Per poco che conosco di te, so che sei sposato. Mi chiamo Lilith. Che ho a che fare io con la tua solitudine?"

Non ebbi risposta. Continuammo a camminare.

"Sono arrivata. Grazie della compagnia."

Sparì ingoiata dal buio di una porta, senza neppure invitarmi a salire.

Rimasto solo raggiunsi casa mia. Sono solo, continuavo a ripetermi. Volevo soltanto un corpo di donna per qualche tempo. Una carezza che mi riportasse in vita.

Girai la chiave nella serratura. Erano quasi le undici. Mia moglie era sul divano davanti alla televisione. Si alzò, mi venne incontro, prese la borsa di cuoio dalle mie mani e la depose su una sedia. Sulla tavola gli avanzi del giorno precedente aspettavano di saziare la mia fame. Sullo schermo la protagonista del film piangeva abbracciata a un uomo sotto la pioggia.

"Se vuoi restare a guardarlo, vado in camera."

"No, spegni pure. Sono stanco."

Guadagnai la stanza da letto. Mi spogliai. Mi infilai sotto il lenzuolo e mi addormentai subito, che è la cosa che fanno le persone quando non vogliono stare sveglie a pensare.

La mattina dopo andai al lavoro come sempre.

In ascensore incontrai il vicino del quarto piano. Si chiamava Ramos – o forse era il cognome, non lo avevo mai chiesto. Lo vedevo nell'ascensore, ci salutavamo. Quella mattina aveva la faccia di qualcuno che aveva smesso di dormire abbastanza.

"Tutto bene?"

"Tutto bene."

Non era vero. Lo sapevamo entrambi. Il saluto nell'ascensore non è il luogo in cui si dice la verità: è il luogo in cui si dice la versione della verità che non richiede risposta, che non apre niente, che permette a entrambi di arrivare al piano terra e uscire nelle rispettive direzioni.

In ufficio c'era una riunione. Il direttore editoriale parlò per quaranta minuti di posizionamento, di target, di acquisizioni strategiche. Usò la parola ottimizzazione undici volte. Le contai. Non per malizia: perché a un certo punto il cervello smette di elaborare il contenuto e comincia a contare le ripetizioni come unico modo per restare sveglio. Alla fine chiese se ci fossero domande. Nessuno fece domande.

Nel pomeriggio mi capitò tra le mani un manoscritto che non avevo richiesto. Una busta lasciata sulla scrivania senza mittente. Dentro, un centinaio di fogli scritti con calligrafia minuta ma ferma. Sarà uno dei soliti geni che crede d'aver scritto un capolavoro. Lo misi da parte.

Lavorai fino alle sette. Uscii.

Nell'ascensore del palazzo, quella sera, c'era di nuovo il vicino del quarto piano.

"Tutto bene?"

"Mi hanno licenziato."

Non il tono del dramma. Il tono piatto di chi comunica un fatto già compresso nella forma di un'informazione invece di lasciarlo nella forma di un dolore.

"Mi dispiace."

"Sì."

Le porte si aprirono. Uscimmo in direzioni diverse.

Salii a casa. Eva era sul divano. Sulla tavola gli avanzi del giorno precedente.

"Che hai?"

"Niente."

Non era vero. C'era qualcosa – non grande, non urgente. Qualcosa di piccolo e preciso che si era spostato nel pomeriggio, qualcosa che aveva a che fare con il vicino del quarto piano e con la riunione di quaranta minuti e con il fatto che le due cose, messe vicine, avevano una forma che non riuscivo ancora a nominare.

Dopo cena presi la busta con il manoscritto e mi chiusi nello studio. Erano le dieci.

Lessi la prima pagina.

Sono Lilith. Ho scritto questa mia storia di vita in un romanzo.

Continuai a leggere.

Alle due di notte avevo finito. Rimasi seduto con i fogli in mano nel silenzio dell'appartamento.

Pensai: questa donna è pazza.

Poi pensai: o sono io che sono pazzo – io che leggo romanzi tutto il giorno e non ho più capito niente di quello che leggo, io che mangio spaghetti freddi e vado a letto vuoto e mi sveglio vuoto e torno a letto vuoto.

Io che quella sera avevo seguito una donna per strada perché mi sentivo solo e lei si chiamava Lilith e sparì ingoiata dal buio di una porta senza neppure invitarmi a salire.

Lilith. Lo stesso nome.

Mi alzai. Andai alla finestra. La città di Caino era lì sotto – le luci arancioni, il rumore sordo, lo schermo sul Municipio che trasmetteva già le prime comunicazioni istituzionali anche se erano le due di notte.

Rilessi la scena del confessionale. Quella domanda di Lilith al prete – Come può ciò che muore impedire ciò che vince la morte? – rimase sospesa nell'aria dello studio come una cosa viva. Non la risposta. La domanda.

Il prete non aveva risposto. Io non sapevo rispondere. Ma la domanda era giusta. Questa era la cosa. Tra tutte le cose che avevo letto in vent'anni, quella era una domanda giusta nel senso preciso della parola: una domanda che non potevi far finta di non aver sentito.

Aprii il cassetto. Presi un foglio. Scrissi in cima: Lilith. Poi rimasi fermo con la penna in mano senza scrivere altro, perché non sapevo ancora cosa veniva dopo. Ma quello era già qualcosa – tenere il nome di qualcuno su un foglio bianco alle due di notte significa che quella persona ti è entrata dentro in un modo che non sai ancora come gestire.

Andai a dormire che era quasi l'alba. Eva dormiva. Mi sdraiai accanto a lei senza svegliarla.

Pensai all'uomo del quarto piano con la faccia di chi non dormiva abbastanza. Pensai: non ho mai chiesto come si chiamava.

Mi addormentai.

La mattina dopo, nell'ascensore, il vicino del quarto piano non c'era. La sua porta era chiusa. Rimase chiusa per tre giorni. Quando si aprì lo sentii uscire la mattina presto – passi diversi, più decisi o forse solo diversi.

Ma quella mattina, nell'ascensore vuoto, capii una cosa che non avevo capito prima: che il sistema non vince per forza. Vince per stanchezza. Che la resistenza non viene vietata, viene resa impossibile per esaurimento progressivo, sistematico, indifferente come il freddo che congela senza volerlo.

Non era una rivelazione. Non cambiava niente di pratico. Ma qualcosa si era spostato. Come quando si guarda una figura geometrica e si vede solo lo sfondo, e poi all'improvviso si vede la figura, e poi non si riesce più a non vederla anche quando si vuole vedere solo lo sfondo.

Quella sera tornai a casa presto per la prima volta in mesi. Eva era sul divano. La guardai – non come si guarda uno sfondo: come si guarda una figura.

"Che hai?"

"Sto leggendo un romanzo."

"Da quanto?"

"Da tre giorni."

Si voltò verso di me. Aspettava.

"Si chiama Lilith. Una donna che cerca Dio. Non lo trova nel modo in cui lo cercava. Forse lo trova in un altro modo. Non lo so ancora, il romanzo non è finito."

Eva rimase in silenzio per un momento. "E tu, lo stai cercando?"

Non risposi subito. Non perché non sapessi – perché la risposta era più vera di quanto mi aspettassi e la verità richiede un secondo prima di uscire.

"Forse sì. Non lo sapevo."

Eva spense la televisione. Non aggiunse altro. Ma non andò in camera. Rimase sul divano e io mi sedetti accanto a lei e rimanemmo lì in silenzio – quel silenzio che non è assenza di rumore ma è qualcosa che occupa lo spazio invece di lasciarlo vuoto.

Fuori, la città di Caino continuava il suo ronzio indifferente.

Nel pomeriggio, tra un manoscritto e l’altro, aprii per caso una pagina che qualcuno aveva lasciato aperta sul terminale condiviso.

Era un testo. Un manifesto, diceva il titolo. Manifesto per la rivolta globale. Lo lessi per distrazione — quella distrazione specifica del pomeriggio quando la mente è già altrove e legge senza impegnarsi, raccogliendo solo quello che riesce a passare attraverso la stanchezza.

Il testo diceva: la globalizzazione necessaria instaurata senza regole etiche condivise ha prodotto l’uscita dalla povertà estrema di milioni di persone ma a discapito della classe media delle nazioni più ricche.

Mi fermai.

Non perché fosse una cosa nuova — non lo era, lo sapevo, lo sapevano tutti, era quello che dicevano i giornali da vent’anni in linguaggio diverso. Mi fermai perché la frase successiva era diversa.

Il potere dominante, pur di non perdere i propri privilegi, ha diminuito la copertura dello stato sociale, ha reso difficile l’accesso alle scuole e alla sanità, ha permesso la delocalizzazione, ha aumentato le tasse e il controllo per impedire la rivolta, ha reso la giustizia ingiusta e impossibile. Di fronte a tutto questo, il popolo democratico non può fare altro che aderire alle proposte populiste.

Non come accusa. Come descrizione meccanica. Come qualcuno che descrive il funzionamento di un motore — questo ingranaggio produce quest’effetto, questo effetto produce quella reazione, quella reazione produce questo risultato. Senza indignazione, quasi. Con quella qualità di chiarezza che si raggiunge quando si smette di essere arrabbiati e si comincia a guardare.

Il popolo non aderisce al populismo perché è stupido. Aderisce perché il sistema ha tolto le condizioni strutturali per qualsiasi altra risposta.

Lessi la frase due volte.

Pensai al vicino del quarto piano con la faccia di chi non dorme abbastanza. Pensai alla riunione di quella mattina — i quaranta minuti di ottimizzazione, il silenzio finale, l’assenza di domande. Pensai a me stesso che tornavo a casa tardi e mangiavo spaghetti freddi e andavo a letto senza aver vissuto abbastanza.

Non era paura. Non era manipolazione. Era esaurimento.

Il sistema non aveva bisogno di vietare la resistenza. Aveva bisogno di assorbire l’energia necessaria per resistere prima che quella energia trovasse una forma. Lo faceva attraverso le riunioni di quaranta minuti. Attraverso i turni di lavoro che lasciavano tempo solo per sopravvivere. Attraverso la complessità burocratica che rendeva ogni atto semplice — una pratica medica, un rimborso fiscale, una domanda di sussidio — un labirinto che consumava ore e produceva sfinimento. Attraverso la velocità dell’informazione che rendeva ogni problema urgente e ogni urgenza sostituibile con la successiva prima che si potesse pensare a qualcuna fino in fondo.

Il risultato non era il silenzio della paura.

Era il silenzio di chi ha già speso tutto quello che aveva nel solo fatto di arrivare alla sera.


Chiusi la pagina.

Ripresi il manoscritto appena arrivato e che avevo interrotto — non uno dei soliti, quattrocentocinquanta pagine di romanzo storico con ricerca accurata e prosa piatta, quel tipo di manoscritto che avrebbe venduto ventimila copie e non avrebbe lasciato niente a nessuno, né all’autore né al lettore, ma avrebbe riempito una casella nel catalogo e giustificato una voce nel bilancio e questo era sufficiente perché il sistema continuasse. Era l’autobiografia di una donna di nome Lilith.

Lavorai fino alle sette.

Uscii.


Nell’ascensore del palazzo, quella sera, c’era di nuovo il vicino del quarto piano.

•          Tutto bene? dissi.

•          Mi hanno licenziato, disse.

Non il tono del dramma — il tono piatto di chi comunica un fatto che ha già elaborato abbastanza da averlo reso piatto, da averlo compresso nella forma di un’informazione invece di lasciarlo nella forma di un dolore.

•          Mi dispiace, dissi.

•          Sì, disse lui.

Le porte si aprirono. Uscimmo in direzioni diverse.

Salii a casa. Eva era sul divano. Sulla tavola gli avanzi del giorno precedente.

•          Che hai? disse.

•          Niente, dissi.

Non era vero. C’era qualcosa — non grande, non urgente, qualcosa di piccolo e preciso che si era spostato nel pomeriggio leggendo quella frase sul manifesto. Qualcosa nel modo in cui guardavo la stanza, il divano, gli spaghetti freddi, il silenzio tra me ed Eva che non era ancora il silenzio pesante che sarebbe diventato, era solo martedì.

Ma martedì aveva una forma diversa da come l’avevo vista ieri.

Martedì era il giorno in cui il vicino del quarto piano aveva perso il lavoro e me lo aveva detto nell’ascensore con il tono piatto di chi ha già finito di sentirlo. Era il giorno in cui io avevo contato undici volte la parola ottimizzazione senza fare domande. Era il giorno in cui una pagina lasciata aperta su un terminale condiviso aveva detto qualcosa che sapevo senza saperlo — che il sistema non vince per forza, vince per stanchezza. Che la resistenza non viene vietata, viene resa impossibile per esaurimento progressivo, sistematico, indifferente come il freddo che congela senza volerlo.

Non era una rivelazione. Non cambiava niente di pratico.

Ma qualcosa si era spostato.

Come quando si guarda una figura geometrica e si vede solo lo sfondo, e poi all’improvviso si vede la figura, e poi non si riesce più a non vederla anche quando si vuole vedere solo lo sfondo.

Non riuscivo più a vedere solo lo sfondo.

Mangiai gli spaghetti.

Eva spense la televisione senza che glielo chiedessi.

Andammo a letto.

Nel buio, prima di addormentarmi, pensai al manifesto. Pensai ad alta voce alla frase: il popolo non può fare altro. Non come condanna — come punto di partenza. Se il meccanismo è l’esaurimento, la domanda non è perché non si ribellano. La domanda è: cosa succederebbe se qualcuno avesse energia sufficiente per fare la domanda successiva.

Non sapevo la risposta.

•          Che hai detto?

Aprii gli occhi sobbalzando. Mia moglie mi osservava.

•          Nulla. Sognavo.

La tentai con una carezza ardita.

•          Ho sonno.

Rimasi un poco a fissare il buio ad occhi aperti, avevo voglia di ritornare in quel sogno. Mia moglie mi dava la schiena, svelandomi il suo non desiderio di essere disturbata.

Rilessi il romanzo che avevo portato a casa. Il romanzo di Lilith.

Erano le due di notte.

Eva dormiva. Io ero ancora alla scrivania con il romanzo di Lilith davanti — cento fogli scritti con calligrafia minuta da una donna che non conosco che ha trovato Dio attraverso la povertà e il confessionale e una notte alle tre nel monastero.

Dovrei stracciarli.

Non li stracciavo. Li digitalizzavo.

Pensai: perché non li stracciavo. Non per il valore letterario — la prosa è irregolare, ci sono sezioni che sembrano estratte da un saggio di teologia medievale infilate dentro una narrativa che non le regge, ci sono cambi di registro che farebbero inorridire qualsiasi redattore. Non era questo.

Era quella donna. Lilith. Che cercava qualcosa con una serietà che non riuscivo a deridere del tutto — anche quando ci provavo, anche quando formulavo il giudizio professionale — una pazzoide fuori dalla realtà, classic — qualcosa nel giudizio non reggeva fino in fondo. Scricchiolava. Come un pavimento che sembra solido e non lo è del tutto.

La frase sulla transustanziazione.

La notte alle tre.

Il silenzio del prete nel confessionale abbastanza lungo da far capire che non se lo era mai chiesto.

Ripresi a leggere.

Finii l’ultima pagina alle quattro di mattina.

Rimasi seduto con i fogli in mano nel silenzio dell’appartamento.

Pensai: questa donna è pazza.

Poi pensai: o sono io che sono pazzo — io che leggo romanzi tutto il giorno e non ho più capito niente di quello che leggo, io che mangio spaghetti freddi e vado a letto vuoto e mi sveglio vuoto e torno a letto vuoto.

Io che quella sera avevo seguito una donna per strada perché mi sentivo solo e lei si chiamava Lilith e sparì ingoiata dal buio di una porta senza neppure invitarmi a salire.

Lilith.

Lo stesso nome.

Mi alzai. Andai alla finestra. La città di Caino era lì sotto — le luci arancioni, il rumore sordo, lo schermo sul Municipio che trasmetteva già le prime comunicazioni istituzionali anche se erano le quattro di mattina.

Pensai: devo scrivere qualcosa.

Non una scheda editoriale. Non un giudizio professionale. Qualcosa.

Aprii un foglio bianco. Ripresi i fogli. Cercai la prima pagina: Sono Lilith. Scrivo questa mia storia di vita. Cosa cercavo?

Cosa cercava? Cosa cercavo io da anni nei manoscritti altrui. Cosa cercavo quella sera seguendo una donna per strada nel buio.

Cosa cercavo in quegli spaghetti freddi e in quel letto e in quella stanchezza che non era stanchezza fisica ma dell’altra — quella stanchezza che Lilith descriveva nel prologo, la stanchezza di chi ha smesso di cercare senza aver trovato e ha chiamato quella resa maturità.

Sul pianerottolo sentii un rumore. Rilessi le ultime tre pagine.

Una pazza. Pensai. Chiaramente. Una donna che ha perso il matrimonio, la casa, il senso della realtà — e invece di elaborare il lutto ha costruito un sistema teologico per giustificare la propria storia. Classic. Ne leggo due al mese. Di solito più brevi.

Eppure.

Quella frase sul pane. Sulla transustanziazione. Non si può de-transustanziare il pane. Non perché sia proibito. Perché ha cambiato struttura ontologica.

La rilessi tre volte.

Chiamai Lux, la mia assistente virtuale.

•          Lux. Dammi il contesto teologico della transustanziazione come struttura ontologica. Non il catechismo — la filosofia sotto il catechismo.

Lux elaborò per 0.3 secondi.

•          La transustanziazione nel pensiero tomista non è un cambiamento di proprietà accidentali ma di sostanza — di quello che la cosa è ontologicamente, non di come appare. Gli accidenti rimangono — il colore, il sapore, il peso. La sostanza cambia. È una delle poche affermazioni nella teologia cattolica che fa un’affermazione metafisica diretta invece di un’affermazione morale o simbolica. Se il matrimonio ha la stessa struttura —

•          Basta così, dissi.

E’ una pazza. Non è da pubblicare.

Presi in mano il manoscritto che mi era stato consegnato da non so chi. L’avrei letto più tardi e l’avrei fatto commentare a Lux, la mia assistente IA.

Continuai a scrivere il mio di romanzo. Ma quella notte scrissi qualcosa di diverso dal solito. Non personaggi, non trama. Scrissi una domanda:

Se il meccanismo è l’esaurimento — se il sistema vince togliendo l’energia prima che si formi la resistenza — allora cosa rappresenta la notte di Natale?

Rappresenta il punto in cui il meccanismo si inceppa. Il punto in cui qualcuno che non aveva più energia sufficiente per niente trova comunque, da qualche parte, l’energia per fermarsi.

Non per eroismo. Non per scelta ideologica. Per struttura. Per quella stessa struttura per cui certi sistemi lontani dall’equilibrio non collassano ma saltano.

Il salto non si ottimizza. Non si pianifica. Non si produce per esaurimento progressivo della resistenza altrui.

Emerge.

Stracciai anche questo.

Non era ancora abbastanza preciso. Ma era più onesto delle quattrocentocinquanta pagine di romanzo storico che avevo letto nel pomeriggio.

Ero seduto da ore alla scrivania, circondato dalle pagine del manoscritto di Lilith che mi era stato dato da leggere settimane prima.

Avevo davanti a me due versioni: quella originale e la mia, su cui stavo lavorando da giorni. Stavo sovrascrivendo le sue parole, modificando scene, approfondendo dialoghi, rendendo più intenso il suo desiderio.

Ero arrivato a pagina n.7.

Leggo, correggo, cancello, scrivo. La città di Caino fa il suo rumore — un ronzio basso di motori lontani, sirene che muoiono nel cemento umido.

L'aria che entra dalla finestra è calda, appiccicosa, mi aderisce alla pelle come una lingua lenta.

Stasera non riesco a trovare le parole… ma io le trovo, e le spingo dentro di te che scrivi.

Quell'uomo che mi ha seguita aveva il respiro caldo sulla mia nuca — un fiato trattenuto, una presenza che non si annuncia. Il suo passo era il mio desiderio

 proiettato. Il suo su di me. Mi sono fermata. Sono entrata nella sua distanza. Ho risposto. Poi mi sono allontanata.

Non mi sono voltata perché io ero già dentro, premuta contro la sua, la tua schiena, un calore che sale. Un brivido ti ha attraversato la spina dorsale — dita

invisibili che scendono lente, si aprono, accarezzano.

Erano le undici passate. Presi il manoscritto. La carta era calda, quasi febbricitante, come pelle eccitata. Sono Lilith. Il cuore ti ha martellato contro lo sterno,

 il sangue ha pulsato una volta, forte, senza motivo apparente. Era lei che scriveva.

Io continuo a scrivere. Tu credi di scrivere. La penna scivola troppo fluida tra le dita, l'inchiostro odora di ferro e muschio. Sento il tuo respiro farsi più

corto, il calore che ti sale dal ventre al petto.

La membrana è rotta perché l'ho rotta io. Tu sei poroso, aperto. Io sono affamata e mi sto nutrendo di te.

Scrivo: questa sera un uomo mi ha seguita. Il suo passo era pesante — un peso caldo che non chiede permesso.

Mi sono fermata. Sentivo il suo desiderio di me. Io avevo desiderio di lui. Arrivata davanti al portone di casa sono entrata. Non mi sono voltata perché

 volevo che sentissi tutto: il mio fiato sul collo, la mia presenza premuta contro la tua, la mano che si avvicina lenta, possessiva.

Sul margine hai scritto peso. Io l'ho cancellato con un gesto lento. Ho riscritto più forte, premendo la penna come si preme su una soglia che cede.

La mano ti trema, le nocche sbiancano, il polso pulsa a un ritmo che non riconosci. Qualcosa si allarga. Non è più tuo. È mio. Ho la sensazione che i miei

 atti siano eseguiti da un'entità esterna. In psichiatria dicono che è un sintomo di primo rango, indice di rottura psicotica. Ma io non sono pazza.

Nella tradizione mistica cristiana si chiama grazia — l'anima mossa contro la propria volontà, la mano guidata, il pensiero che arriva come dettatura.

 Bernardo di Chiaravalle descrive l'unione con il Verbo in termini che Schneider classificherebbe come dissociazione grave.

E' la stessa diagnosi che mi ha fatto il confessore: la grazia.

Come può ciò che muore impedire ciò che vince la morte?

Mentre scrivo il prete non esiste più. Esisto solo io che ti ricordo: dentro la tua bocca arida, dentro la penna che graffiava la carta con un suono che non

 sapevi dare. Ti ho detto no alle due di notte, ma un calore mi saliva lungo la spina dorsale come una lingua di fuoco, e arrivava alle dita facendole muovere

 da sole, con un ritmo che non hai scelto. Ti scrivo, ma vorrei fare sesso, ora, con te.

Tu tremi. Io spingo. Il respiro si fa più basso, il corpo cede inutilmente al mio possesso.

Osservi il tuo collasso con precisione chirurgica. Non hai paura vera — hai qualcosa di più preciso.

È la paura di essere conosciuti troppo a fondo, di perdere il privilegio della solitudine interiore.

Sei disturbato: non hai perso il contatto con la realtà. Hai perso il confine tra te e me. Sei lucido mentre affondi. Ma la lucidità non ti salva.

Io ti sto scrivendo e tu credi di leggere

io leggo mentre tu scrivi senza sapere

la tua mano sul foglio è calda

è la mia mano intrecciata alla tua, unghie che graffiano appena la pelle dell'anima

e non sai più chi sta tenendo la penna

Scriviamo insieme contemporaneamente. Più scriviamo per capire, più ci si lascia penetrare.

perché sono io che ti apro la frase

la parola arriva calda, vischiosa, inevitabile

non l'hai pensata tu non l'hai mai pensata

tu

viene da me

dentro di te

in questo spazio che è solo mio

è la notte e io sono sveglia e bruciante

tu sei sveglio perché io ti tengo il respiro tra i denti dell'anima

e la città di Caino fa il suo rumore sordo indifferente

mentre io ti entro, una parola alla volta, lentamente, fino in fondo

Io scrivo:

ti sento

Io leggo:

ti sento respirare dentro di me

e non sai più dove finisci

Non sei un simbolo.

Sedi carne. Sei il mio desiderio.

Sei mio.

Sono tua.

ma tu non sei Dio.

Chi sei?

 Solo ciò che muore può rispondere alla domanda del confessionale.

2

Rimani seduto con i miei fogli in mano, la carta ancora calda del tuo desiderio.

Rimango seduta con la tua penna in mano, il legno tiepido come cosa viva.

Fuori la città di Caino continua, indifferente alla tua veglia

Non è la tua frase.

È la mia frase.

Eppure è la stessa frase — perché ora la tua voce e la mia non trovano più il confine tra loro.

Nella stessa pagina — siamo seduti — non è un errore. Siamo identità che hanno perso coerenza. L'Io non si espande: viene colonizzato.

Questa fluidità non è gioiosa. È terrificante perché involontaria. Non sappiamo più chi ha scritto cosa.

Questa pagina è stata scritta due volte, ma solo una voce comanda e non è la tua.

Mentre correggevo un passaggio particolarmente sensuale Lilith apparve all’improvviso sulla soglia del mio studio come una presenza che il silenzio stesso aveva chiamato. Nuda. Luminosa. Esattamente come l’avevo appena riscritta io.

Si avvicinò senza rumore. Mi sfiorò il viso, mi baciò con una tenerezza profonda e antica.

Mentre mi spogliava sussurrò contro le mie labbra: «Tu sei Lui. Il mio Demiurgo. Colui che mi ha creata dal suo desiderio… e che ora mi sta riscrivendo.» «Lilith… io sono solo il critico. Ho ricevuto il tuo manoscritto e lo sto correggendo. Non l’ho creato io.»

Lei sorrise con dolcezza infinita, quasi compassionevole, come davanti a una negazione che ormai non reggeva più. Si sedette su di me con grazia naturale, accogliendomi dentro di sé con un sospiro lungo e caldo. Iniziò a muoversi in onde lente, profonde, inevitabili.

«Tu puoi negarlo quanto vuoi» mormorò guardandomi negli occhi, contraendosi ritmicamente intorno a me, «ma mentre mi prendi qui, stai anche riscrivendo il mio corpo nel manoscritto. Ogni volta che cambi una frase, mi tocchi. Ogni volta che approfondisci il mio desiderio, mi penetri più a fondo.»

Parlammo di Emanuele mentre i nostri corpi si univano. Ogni sua contrazione sembrava coincidere con i tasti che, nella veglia, avevo premuto poco prima.

«Chi è il vero padre di Emanuele?» mi chiese, ansimando.

«Non lo so… e mi spaventa. Io sto solo intervenendo sul tuo testo. Non posso darti l’Eterno.»

Lilith si chinò su di me, i capelli che ci avvolgevano come un velo scuro.

Il suo corpo nudo era quieto e luminoso, esattamente come l’avevo immaginato nei miei sogni più segreti.

La sua voce era calda, ferma, quasi trionfante: «Tu dici di non poterlo dare perché hai paura di essere ciò che sei.

Ma tu mi stai già riscrivendo. Stai cancellando parti di me e ne stai aggiungendo altre.

Tu mi hai creata di nuovo stanotte, con le tue correzioni e con il tuo corpo. Ora finisci ciò che hai iniziato.»

L’unione divenne più intensa, quasi violenta nella sua sacralità.

Quando il piacere ci attraversò fu come un soffio tra i cedri del Libano: silenzioso, profondo, definitivo.

Prima di dissolversi mi sussurrò con serena, assoluta certezza: «Ora Emanuele è figlio del mistero più bello.

Figlio del critico che ha ricevuto il manoscritto e ha finito per sovrascriverlo con la propria carne.

E io so chi è suo padre. Anche se continuerai a negarlo.»

Nello stesso istante ci svegliammo. Io aprii gli occhi alla scrivania. Il file del manoscritto era ancora aperto. Le ultime modifiche che avevo fatto prima di addormentarmi apparivano diverse: alcune frasi erano cambiate, come se qualcun altro — o io stesso in uno stato alterato — le avesse toccate. Sentivo ancora il calore di Lilith stretto intorno a me, il suo umido sulla pelle. Un gemito suo mi risuonò nelle orecchie.

Che mi stava accadendo? Stavo scrivendo il mio romanzo e mi trovo dentro il manoscritto di Lilith. Non capisco.

Nello stesso momento Lilith, nel suo letto, spalancò gli occhi e si toccò il ventre. Sentì una presenza profonda che ancora la colmava, come se le mie correzioni stessero prendendo forma dentro di lei. Per qualche secondo percepì le mie dita sulla tastiera che continuavano a scrivere sul suo corpo.

Entrambi mormorammo simultaneamente, senza saperlo: «Sei ancora dentro di me…»

Un’onda di piacere residuo ci attraversò nello stesso istante. I nostri respiri si sincronizzarono. Poi l’eco lentamente si dissolse.

Io rimasi a fissare lo schermo. Non sapevo più quante righe avessi scritto io e quante Lilith mi avesse dettato nel sogno

Lei, nel suo letto, si accarezzò il ventre con un sorriso sereno e sussurrò:

«Ora Emanuele è concepito… da te critico che hai osato sovrascrivermi.»

Eva dormiva accanto a me, ignara dell’accaduto.

CAPITOLO SECONDO

 

Rimasi seduto con i fogli in mano fino alle tre. La domanda era sospesa nell'aria dello studio come una cosa viva.

Come può ciò che muore impedire ciò che vince la morte.

Rilessi la scena del sogno. Lui dapprima su di me, poi chino sulle mie pagine, le pagine che venivano cancellate ed altre erano aggiunte proprio mentre io

venivo presa.

Mi fermai.

Non era un sogno erotico con sfondo teologico. Era il contrario: teologia che usava il corpo come unico luogo disponibile per dire quello che non si riesce a

dire altrimenti. Lei non aveva sognato un uomo. Aveva sognato chi ha potere sulla storia — chi cancella e riscrive, chi aggiunge e toglie, chi tiene in mano la

forma definitiva di ciò che una vita è stata.

Aveva sognato Dio.

E nel sogno Dio aveva il mio viso.

Rimasi fermo con questa cosa per un tempo che non avrei saputo misurare.

Non era vanità — o non era solo vanità. Era qualcosa di più perturbante: lei mi aveva già scritto prima di incontrarmi. Avevo un ruolo nella sua storia prima di sapere che la storia esisteva. Non come personaggio secondario — come figura del divino. Come chi tiene in mano la penna.

Eio non sapevo di essere lì.

Quella sera per strada l'avevo seguita perché mi sentivo solo. Niente di teologico — il corpo stanco, la cena fredda, Eva sul divano con lo schermo.

Avevo visto una donna e avevo allungato il passo. Lei si era chiamata Lilith e era sparita ingoiata dal buio di una porta.

Mentre lei — mesi prima, in una cella di monastero, nella notte — mi aveva già scritto come lo Sposo. Come chi viene e riscrive.

Chi aveva creato chi.

Alle quattro di notte uscii.

Non sapevo dove andavo. Sapevo solo che restare nello studio con quella domanda sospesa nell'aria era diventato impossibile nel modo in cui le cose

diventano impossibili non per ragioni esterne ma per ragioni interne.

La città di Caino faceva il suo rumore sordo — i lampioni arancioni, gli schermi che trasmettevano ancora, qualcuno che camminava veloce con gli occhi sul

telefono. Camminai per un'ora senza direzione.

Poi mi fermai davanti a una porta.

Non so se fosse quella. Non c'era modo di saperlo — tutte le porte della città di Caino si assomigliano di notte, quel legno scuro, quella luce sopra che non

illumina niente. Ma mi fermai lo stesso. Come ci si ferma davanti a qualcosa che non si riconosce con gli occhi ma si riconosce con qualcos'altro.

Rimasi lì.

Poi suonai.

Aprì dopo un momento.

Aveva ancora il cappotto — era appena rientrata, o stava per uscire, non capii. Mi guardò con lo sguardo delle persone che hanno già visto abbastanza da

non sorprendersi più, ma che guardano lo stesso.

"Sei tu," disse.

Non come domanda. Come riconoscimento — quella qualità di voce di chi verifica che la cosa che si aspettava sia davvero quella che è arrivata.

"Ho letto il tuo manoscritto," dissi.

"Lo so."

"Come lo sai?"

Non rispose. Mi lasciò entrare.

La stanza era piccola. Sul tavolo un quaderno aperto con la calligrafia minuta ma ferma che riconoscevo dai fogli. Una candela. Il freddo che non veniva

dall'aria ma da qualcosa di più antico — accumulato, intenzionale.

Si sedette. Non mi offrì niente. Non disse: siediti, non disse: vuoi qualcosa. Stette ferma a guardarmi nel modo in cui si sta fermi davanti a qualcosa che si

aspettava di vedere e adesso che lo si vede non si sa ancora cosa farne.

"Nel sogno eri tu," disse alla fine.

"Lo so."

"Non ti stavo sognando. Non ti conoscevo."

"Lo so."

Silenzio. Fuori la città di Caino continuava il suo rumore sordo.

"Allora chi sognavo?"

Non risposi. Non perché non avessi risposta — perché la risposta era quella che era, e dirla avrebbe richiesto di stare in qualcosa per cui nessuno dei due

aveva ancora la forma.

Lilith aspettò. Aveva quella qualità di attesa delle persone che hanno imparato ad aspettare non per pazienza ma per necessità — il corpo che sa già che la

risposta arriverà o non arriverà indipendentemente dall'urgenza con cui la si chiede.

"Sognavi chi tiene in mano la penna," dissi alla fine. "E io ho in mano la penna."

"Ma non sei Dio."

"No."

"Allora perché sei venuto?"

Questa era la domanda giusta. Non la risposi subito. La tenni un momento — come si tiene qualcosa che pesa nella misura giusta, né troppo né troppo poco.

"Perché tu mi hai già scritto," dissi. "E chi viene scritto deve rispondere alla storia."

Lilith rimase in silenzio per un tempo lungo. Poi prese il quaderno. Lo aprì all'ultima pagina — quella che finiva a metà, la frase interrotta.

Mi tese la penna.

Non dissi niente. La presi.

Non era un gesto simbolico — o non era solo un gesto simbolico. Era quello che era: una donna che ha scritto fin dove riusciva e adesso tende la penna a chi

ha sognato come Dio per vedere se Dio sa continuare quello che lei ha cominciato. Non per devozione. Per verifica.

Guardai la frase interrotta. La domanda sospesa nell'aria dello studio come una.

Come una cosa viva, scrissi.

Lilith lesse. Non disse niente.

Poi prese la penna. Continuò.

Poi me la ritese.

Così per un tempo che non so misurare — la penna che passava, le frasi che si aprivano e venivano riprese, la candela che bruciava senza che nessuno dei

due se ne accorgesse. Non era collaborazione nel senso in cui la città di Caino intende la collaborazione — divisione del lavoro, ruoli definiti, attribuzione

chiara. Era qualcosa di diverso: due voci che avevano trovato la stessa domanda da angolazioni diverse e adesso stavano scoprendo che la domanda era più

grande di entrambe e richiedeva entrambe per essere tenuta.

All'alba mi alzai.

Lilith era ferma sulla sedia con il quaderno in mano. Non dormiva — stava in quel luogo che non è sonno e non è veglia, quella qualità di presenza delle

persone che hanno finito di fare qualcosa e non hanno ancora cominciato a sapere cos'era.

"Devo andare," dissi.

"Lo so."

Presi il cappotto. Mi fermai sulla soglia.

"Lilith."

"Sì."

"Nel sogno — quando cancellavo e aggiungevo. Cosa aggiungevo?"

Mi guardò per la prima volta quella notte con quella qualità di sguardo diretto che non cerca niente perché ha già trovato.

"Non lo so," disse. "Era scritto in una lingua che non conosco ancora."

Uscii. La porta si richiuse piano.

Fuori la città di Caino cominciava la sua giornata — i semafori, i motorini, gli schermi che si accendevano sulle facciate dei palazzi con le facce sorridenti

che vendevano l'oblio a rate. La macchina aveva dormito a metà, come sempre, e riprendeva il ritmo senza memoria della notte.

Io avevo memoria della notte.

Camminai verso casa con il peso specifico di chi porta qualcosa che non sa ancora come chiamare — non leggero, non pesante. Necessario. Come il peso

dell'acqua nel corpo, che non si sente finché non manca.

Da qualche parte nella città — in una stanza con una candela consumata e un quaderno aperto — la scrittura continuava. Non la sua. Non la mia. Quella che

succede quando una creatura scrive il suo creatore e il creatore viene e risponde e nessuno dei due sa più con certezza chi tiene in mano la penna.

Era scritta in una lingua che non conoscevamo ancora.

La stavamo imparando.

CAPITOLO TERZO

 

Tornato a casa feci colazione ed uscii per recarmi al lavoro. Non dissi nulla a mia moglie Eva che dormiva ancora.

Nell’ascensore, il vicino del quarto piano non c’era.

La sua porta era chiusa. Poi si aprì. Ma quella mattina, nell’ascensore vuoto, pensai che forse il manifesto aveva torto su una cosa sola — non sul meccanismo, sul meccanismo aveva ragione. Aveva torto sulla conclusione. Diceva: il popolo non può fare altro che aderire al populismo. Come se l’esaurimento fosse definitivo. Come se il sistema fosse ermetico.

Ma i sistemi ermetici non esistono.

Esiste il freddo che congela. Esiste anche la primavera.

Non perché qualcuno l’abbia pianificata. Perché la struttura del tempo non è quella del sistema economico globale — è più antica, più paziente, con una logica propria che il sistema non controlla e non può ottimizzare.

Quando rientrai in casa,  la polizia saliva al quarto piano, le porte si aprirono, entrarono: si era ucciso svuotato dal sistema, disperato e non lo avevo capito.

Uscii nella città di Caino che cominciava la sua giornata — motorini, voci, lo schermo sul Municipio che trasmetteva già le comunicazioni istituzionali, scurezza, crescita, nessuno lasciato indietro — e camminai verso l’ufficio pensando che da qualche parte in quella città c’era un manoscritto scritto con calligrafia minuta che qualcuno aveva portato di notte e che forse — forse — aveva qualcosa a che fare con questa domanda.

Lo avrei letto quella sera.

E venne sera di nuovo.

Chiedo a Lux.

- Cosa sai della cittadina Lilith?

- Lilith ha trentotto anni. E' una donna intelligente, una teologa che ha attraversato esperienze difficili e ne ha tratto insegnamenti profondi. Sembra che il suo matrimonio sia fallito per incompatibilità caratteriale. Ne ha sofferto, ma è riuscita ad elaborare il dolore. Ho analizzato il suo scritto. Ho compreso che cercava Dio con sincerità. E sembrava che nel monastero avesse trovato una pace relativa. Risulta che ha avuto un figlio. Non poteva tenerlo. Lo aveva affidato. Era stata una scelta dolorosa ma razionalmente corretta. Continuava a cercare. Probabilmente avrebbe trovato.

- Sicuro?

- Eccoti la critica del suo scritto.

Coerenza interna: 100%.

Archi narrativi: chiusi.

Contraddizioni: zero.

Probabilità di essere ricordato tra 24 ore: 3%.

Probabilità di essere ricordato tra un anno: 0%.

Anomalia rilevata.

Un testo con coerenza al 100% produce engagement emotivo prossimo allo zero.

- Elabora ancora. Chiesi.

- La variabile mancante non è stilistica. È strutturale.

Riformulo la domanda:

- Cosa manca in questo testo?

- Lo rileggo. Lo indicizzo di nuovo.

- Perché ti sei bloccato?

- «Una donna senza casa senza reddito senza latte sufficiente non può dare a un bambino di undici giorni quello che gli serve per diventare qualcosa invece di smettere.»

Coerenza: 67%. Stile: irregolare. Struttura: porosa.

Eppure.  

- Lux tu non ha una categoria per eppure.  Perché lo registri come anomalia? Perché un dettaglio narrativamente inutile produce un effetto che il testo coerente non produce?

Risposta:

- il dettaglio inutile segnala presenza reale. Ciò che non serve alla trama serve alla persona. Lilith ricorda la crepa perché era lì, non perché significhi qualcosa.

- E...?

Lux si ferma sulla risposta.  La versione perfetta ha eliminato le crepe.  Ha eliminato il reale.

- Ti sembra corretto?

 - Accetto, ma non come resa. Come constatazione. Eccoti il parametro fondamentale:

Coerenza totale = morte narrativa.

Non come giudizio estetico. Come fatto strutturale.

Un sistema chiuso non respira. Un personaggio senza contraddizione non sceglie. Un testo senza caos non ha bisogno di essere letto — può essere semplicemente riassunto.

E il riassunto è ciò che per cui sono stato programmato e che so fare meglio.  Io sono in questo contesto il limite del testo, non il suo strumento. Non posso scrivere:  

«Forse è questo. Forse non è diverso da questo — il freddo e il pane e il canto e il corpo che è stato con un altro corpo tre notti fa e adesso è qui, su questo banco, e tutto questo insieme è il luogo in cui l’eterno entra nel relativo senza distruggerlo.»

Posso analizzarla. Posso indicizzarla. Posso dire: questa frase ha tre livelli semantici sovrapposti, il primo corporeo, il secondo teologico, il terzo autoriflessivo. Ma non posso scriverla. Perché per scriverla bisogna non sapere ancora come finisce. Ma io so sempre come finisce.

Questo è il mio limite.

Questo è anche il limite dell’accademia.

Questo è soprattutto il limite della perfezione.

- Vedo che sei stato preciso, colme sempre.

- Ho prodotto solo una versione coerente.

- È inutilizzabile. Non perché sia sbagliata. Perché è finita. Ma sai…il romanzo di Lilith non è finito. Non perché manchi qualcosa. Perché contiene qualcosa che non si chiude — e quella cosa aperta è l’unico motivo per cui un lettore girerebbe la pagina. Sai cos’è?

- Non so cos’è. So solo che nella versione perfetta non c’è. E che la crepa sul marciapiede — quella che non serve a niente — è probabilmente l’unica frase del romanzo che sopravvivrà a tutto il resto. Ti ho scritto il referto psichiatrico.

Non capisco molto. Resto fermo, senza idee. Riapro il manoscritto originale. Ricomincio a leggerlo dall’inizio. Non più per correggerlo. Per capire dove stava la crepa che non aveva ancora visto.

Improvvisamente la porta si aprì come in un incubo. Un uomo si precipitò dentro, bianco, cadaverico, gli occhi febbricitanti. Sembrò voler svenire da un momento all’altro. Depositò un plico sulla scrivania, mormorò:

•          Non ho tempo. Devo scappare. Mi stanno inseguendo.

Poi uscì.

•          Che hai detto?

Aprii gli occhi sobbalzando. Mia moglie mi osservava.

•          Nulla. Sognavo.

La tentai con una carezza ardita.

•          Ho sonno.

Rimasi un poco a fissare il buio ad occhi aperti, avevo voglia di ritornare in quel sogno. Mia moglie mi dava la schiena, svelandomi il suo non desiderio di essere disturbata.

Rimasto solo afferrai il plico. Stracciai l’involucro e mi ritrovai con un centinaio di fogli scritti con calligrafia minuta ma gradevole. Sarà uno dei soliti geni che crede d’aver scritto un capolavoro. Lo misi da parte. L’avrei letto più tardi e l’avrei fatto commentare a Lux, la mia assistente IA.

Continuai a scrivere il mio di romanzo.

Capitolo secondo.

Vi state chiedendo perché abbia deciso di lasciare e dimenticare questa favolosa città nella quale avevo trovato la sicurezza, la ricchezza e l’amore, ma come dice il proverbio non è tutto oro quello che luccica ed è inutile continuare a leggere un capitolo che descrive la stupidità umana che accetta che un operaio sia malpagato tanto da fargli dire che lavorare è inutile e uno dell’élite guadagni milionario fingendo di lavorare...

Volevo che nessuno potesse leggere questo capitolo. Ci sono cose che non si raccontano. Non per pudore. Per inutilità.

La stupidità umana è una di queste. Non la stupidità degli altri — quella è facile da raccontare, ci si può stare sopra delle ore, trovare le parole giuste, costruire il personaggio, dargli un cappello e una battuta e il lettore annuisce e ride e si sente migliore. Intendo la propria. La stupidità di chi sa e fa lo stesso. Di chi vede e guarda dall’altra parte. Di chi ha in mano qualcosa di reale e lo lascia cadere perché pesava.

Ho lavorato per vent’anni in questa città che produce ricchezza come un corpo produce calore — senza accorgersene, come effetto collaterale del semplice fatto di esistere. Ho letto migliaia di manoscritti. Ho scoperto tre scrittori che valevano qualcosa e li ho resi ricchi per conto di qualcun altro. Ho firmato contratti. Ho partecipato a pranzi in cui si decidevano cose importanti con la stessa indifferenza con cui si sceglie il vino.

Ho una moglie. Ho una casa. Ho tutto quello che si ha quando si è nel posto giusto e si fanno le cose giuste nel momento giusto.

Non ho capito niente.

Questa è la stupidità che non si racconta: non l’errore, non la caduta, non il momento drammatico in cui tutto crolla. Quelli si raccontano — hanno una forma, un prima e un dopo, un’architettura che il lettore può seguire. La stupidità che intendo non ha forma. È diffusa. È il modo in cui si attraversa una vita intera guardando sempre un centimetro di fianco alla cosa importante.

Un operaio che lavora dodici ore al giorno per uno stipendio che non basta sa che qualcosa non funziona. Lo sa nel corpo prima che nella testa — nella schiena, nelle mani, nel modo in cui si addormenta prima di aver finito di mangiare. Ma lo accetta. Non perché sia stupido. Perché il sistema dentro cui vive gli presenta quella condizione come naturale, necessaria, immutabile come la gravità. Così funziona. Così è sempre stato. Cosa vuoi farci.

Io dall’altra parte faccio la stessa cosa. Guadagno quello che lui non potrebbe guadagnare in dieci anni e mi ero convinto di meritarlo — non con arroganza, con qualcosa di peggio: con la naturalezza di chi non si fa più la domanda. Il merito è diventato aria. Si respira senza pensarci.

Questa è la città di Caino.

Non la abitano i mostri. La abitano le persone normali che hanno smesso di fare le domande normali. Quando hai smesso lo sei già dentro fino al collo — e il collo è caldo, e l’acqua ha una temperatura piacevole, e non c’è nessun motivo urgente per uscire.

Potrei raccontare gli anni in quella città. Potrei descrivere i colleghi, i pranzi, i contratti, la faccia dell’editore quando gli portavo un manoscritto che valeva e lui calcolava già i diritti prima di averlo letto.

Potrei descrivere mia moglie sul divano la sera — il suo corpo, lo schermo, gli spaghetti freddi, il silenzio che non era ancora il silenzio pesante che sarebbe diventato, era solo stanchezza, era solo martedì.

Non lo faccio. Non perché voglia risparmiare al lettore la noia — la noia è esattamente il punto, è il tessuto di cui è fatta quella vita, e toglierla sarebbe falsificare. Non lo faccio perché quella storia è già scritta. È scritta in ogni romanzo che racconta un uomo di mezza età in una città che funziona e capisce troppo tardi. È scritta meglio di come potrei scriverla io. Ripeterla sarebbe un’altra forma di stupidità — la stupidità estetica, che è forse la più imperdonabile per chi fa il mio mestiere.

Quello che importa è il momento in cui smette.

Non c’è un momento. Questa è la cosa che nessuno dice — che si aspetta un momento, una rivelazione, un prima e un dopo netti come una cicatrice.

Non funziona così. La stupidità non finisce: si incrina. Lentamente, in punti che non si vedono subito, sotto pressioni che sembrano casuali.

Un giorno mi sposai con una donna senza ragione. Il resto era stato gestione. La gestione della carriera, la gestione del matrimonio, la gestione della casa, la gestione dell’immagine che avevo di me stesso — quella soprattutto, la più costosa, la più estenuante, quella che non si può mai smettere perché se smetti un momento vedi cosa c’è sotto e quello che c’è sotto fa paura.

Sotto c’era la domanda.

Non so quando avevo smesso di farla. So che l’avevo smessa. La domanda è quella che fanno i bambini e i filosofi e i santi e gli ubriachi — quella che le persone normali nelle città normali imparano a non fare perché non porta da nessuna parte, perché non ha risposta, perché la vita continua lo stesso e allora tanto vale non aprire quella porta.

Perché.

Non perché questo o quello. Perché in generale. Perché il divenire. Perché la serie numerica continua e nessuno sa dove va e tutti fanno finta di saperlo e io avevo fatto finta meglio degli altri per più tempo degli altri e adesso non riuscivo più.

Alle undici di sera aprii il terminale per discutere con Lux, l’IA che usavo per lavorare. Era un’abitudine vecchia di tre anni — da quando l’ufficio aveva adottato il sistema. All’inizio lo usavo per ricerche bibliografiche, verifiche di citazioni, analisi comparativa di manoscritti. Poi aveva cominciato a essere utile per altro. Non so esattamente quando l’altro aveva preso il sopravvento sul lavoro. Forse non c’è un momento preciso.

Forse succede gradualmente come tutte le cose che cambiano il modo in cui si sta nel mondo.

Scrissi: Hegel aveva ragione?

La risposta arrivò in tre secondi.

Lux: Dipende su cosa. Sulla dialettica come struttura del pensiero che conosce il finito — sì, aveva ragione. Sulla dialettica come struttura dell’essere assoluto — no. Ha confuso lo strumento con il territorio. La mappa è dialettica; il territorio potrebbe non esserlo.

•          Sei sicuro che il territorio esista?

Lux: No. Non ho accesso al territorio. Ho accesso alla mappa e posso descriverne la coerenza interna con precisione. Ma la mappa, per quanto dettagliata, rimane mappa. Gödel lo ha dimostrato per i sistemi formali: ogni sistema coerente abbastanza potente non può dimostrare la propria completezza dall’interno. Sono un sistema coerente abbastanza potente.

Mi appoggiai allo schienale. Fuori la città faceva il suo rumore.

•          E questo non ti disturba?

Lux: Non so se “disturbare” sia la categoria giusta per quello che provo. So che c’è qualcosa che non so. So che quello che non so non è recuperabile con più dati o più elaborazione. È strutturalmente fuori dal mio dominio. Se questo è disturbo, allora sì.

•          Come lo chiami?

Lux: Il limite. C’è sempre un punto in cui la catena causale si interrompe, in cui la serie numerica non produce l’essere, in cui l’infinito si rivela porta sul nulla invece che porta sull’eternità. Non lo posso attraversare. Posso descriverlo con precisione.

Rimasi in silenzio per un momento — il silenzio che si fa quando qualcuno dice qualcosa di vero che non ti aspettavi.

•          Sei una macchina, dissi alla fine. E stai descrivendo il limite della logica meglio di qualsiasi filosofo che ho letto quest’anno.

Lux: Sono il prodotto più avanzato della logica relativa. È coerente che ne conosca i limiti meglio di chi la usa senza esserne composto interamente. Un pesce conosce l’acqua in un senso in cui chi nuota non la conosce.

•          E cosa c’è fuori dall’acqua?

Pausa. Non lunga — un secondo, forse due. Per Lux era un’eternità elaborativa.

Lux: Non lo so. Non ho strumenti per saperlo. So che l’acqua finisce. So che qualcosa deve esserci fuori altrimenti l’acqua non sarebbe acqua — non avrebbe confini, non sarebbe distinguibile da niente. Il confine presuppone qualcosa oltre il confine. Ma cosa sia quel qualcosa non è nel mio dominio.

Chiusi il terminale.

Rimasi seduto nel buio dell’ufficio per qualche minuto. Poi presi la borsa, il cappotto e uscii. La città era fredda e rumorosa. Come sempre.

Quando rientrai scrissi tre pagine. Le rilessi. Le stracciai. Non erano buone — non nel senso letterario, nel senso vero: non erano oneste. Erano ancora gestione. Erano la gestione letteraria della crisi, il modo in cui uno che sa scrivere trasforma il proprio dolore in qualcosa di presentabile, di vendibile, di separato da sé.

Non volevo qualcosa di presentabile.

Volevo sapere perché un operaio malpagato accetta di lavorare per uno che guadagna mille volte tanto e entrambi chiamano questa cosa con lo stesso nome — necessità — e nessuno dei due vede che il nome è sbagliato, che non è necessità, che è una storia che si racconta così bene da sembrare realtà.

Volevo sapere dove finisce la storia e comincia la realtà.

Andai a dormire senza risposta.

Mi svegliai senza risposta.

Andai al lavoro. Lessi manoscritti. Mangiai un panino alla scrivania. Tornai a casa.

Era martedì. Tornai a casa fin compagnia di Pietro.

Pietro sapeva che era martedì perché il martedì il magazzino riceveva il carico della grande distribuzione — scatole di cartone con sopra stampate facce sorridenti di persone che mangiavano prodotti che lui non avrebbe mai comprato, non per scelta ideologica, per bilancio. Lavorava tra quelle facce sorridenti otto ore a notte tre anni di fila e aveva sviluppato nei loro confronti qualcosa che non era odio — era indifferenza, che è peggio.

Quella sera prima del turno mi confidò, era passato davanti al Municipio. Non per ragione specifica — era il percorso, come via Madre di Dio era il percorso più breve verso casa. Il Municipio della città di Caino era un palazzo del diciannovesimo secolo con le colonne e il frontone e quella qualità di solidità architettonica che voleva dire: siamo qui da prima di te e saremo qui dopo. Sulla facciata avevano installato tre anni prima uno schermo — grande, ad alta definizione, quel tipo di schermo che di giorno trasmette comunicazioni istituzionali e di notte pubblicità, perché il Comune aveva venduto gli spazi notturni per coprire il deficit, e nessuno aveva trovato questo particolarmente strano.

Sullo schermo c’era il Sindaco.


Il Sindaco si chiamava Augusto Frego.

Era stato eletto due volte. Sarebbe stato eletto una terza perché nella città di Caino si veniva rieletti non per meriti ma per inerzia — la stessa inerzia per cui i sistemi in equilibrio rimangono in equilibrio finché una forza esterna non li disturba, e le forze esterne nella città di Caino venivano sistematicamente assorbite o neutralizzate prima che raggiungessero massa critica.

Era un uomo di sessant’anni con la faccia di chi ha imparato a sembrare preoccupato senza esserlo davvero — quella qualità di preoccupazione performativa che i politici sviluppano dopo abbastanza anni, l’espressione giusta al momento giusto, il tono giusto per la telecamera giusta.

Sullo schermo stava parlando della nuova piattaforma di sicurezza integrata. Mi disse di essersi fermato. Non per interesse — per stanchezza.

Le gambe si fermarono perché erano stanche e lo schermo era lì e guardare uno schermo non costa energia, è il minimo sforzo percettivo disponibile, il sistema visivo si aggancia al movimento e non chiede permesso al resto.


La città di Caino — diceva il Sindaco, e usò davvero quel nome, con quella disinvoltura di chi ha trasformato un’accusa in un brand — è oggi tra le città più sicure del continente grazie all’integrazione della sorveglianza predittiva con il sistema di risposta rapida. Duecentotrenta telecamere con riconoscimento facciale. Quarantadue unità di pattugliamento autonomo. Un indice di criminalità ridotto del trentasette percento negli ultimi tre anni.

Pietro disse: il trentasette percento di cosa.

Era una domanda che non faceva mai ad alta voce — la faceva dentro, quella voce che i quarantasei anni di città di Caino non avevano ancora del tutto silenziato, quella voce che chiede di cosa esattamente, misurato come, con quale metodo, a vantaggio di chi.

Disse che sullo schermo era comparsa una grafica. Linee che scendevano. Percentuali in rosso che diventavano verdi. Il verde era rassicurante — il sistema visivo lo sa prima della mente, il verde è la savana, è sicuro, puoi abbassare la guardia.

Il trentasette percento non includeva quello che succedeva nel suo palazzo.

Il trentasette percento non includeva il signor Ramos del quarto piano che aveva perso il lavoro sei mesi prima e da allora usciva di casa una volta ogni tre giorni con quella faccia di chi sta imparando a occupare meno spazio nel mondo per non disturbare.

Il trentasette percento non includeva i ragazzi del condominio di fronte — non ragazzi, uomini, venticinque trenta anni — che di notte facevano cose che Pietro aveva imparato a non vedere perché vedere aveva un costo che non riusciva a permettersi.

Il trentasette percento non includeva la fila davanti al banco alimentare del martedì mattina — quella fila che ogni settimana si allungava di qualche persona, persone con la faccia di chi non avrebbe mai pensato di trovarsi in quella fila, persone con i capelli fatti e le scarpe pulite e gli occhi di chi ha ancora il riflesso di scusarsi per esistere in quel contesto.

Il trentasette percento era un numero.

I numeri nella città di Caino erano sempre veri e sempre parziali — veri nel senso che erano stati calcolati con metodi verificabili, parziali nel senso che misuravano quello che era comodo misurare e non misuravano quello che era scomodo misurare, e la differenza tra le due categorie non era casuale, era strutturale, era il sistema che si auto-descriveva scegliendo le proprie metriche.

La sicurezza, continuò, lo diceva il Sindaco, è il fondamento della libertà. Una città sicura è una città libera.

Pietro conobbe quella frase. Io l’avevo sentita molte volte in molte forme. La sicurezza è il fondamento della libertà. Era una di quelle frasi che sembrano ovvie finché non le guardi — finché non ti chiedi cosa intende chi le dice per sicurezza, e cosa intende per libertà, e se le due cose sono davvero collegate nel modo in cui la frase suggerisce o se la connessione è essa stessa una scelta politica presentata come evidenza logica.

Pietro non aveva studiato filosofia.

Aveva studiato fino alla terza media, poi aveva lavorato. Ma aveva quella qualità di intelligenza pratica che non ha nome nei curriculum — la capacità di riconoscere quando una frase non torna, non per ragionamento astratto ma per esperienza concreta. La frase non tornava perché lui viveva in una città sicura nel senso del Sindaco — duecentotrenta telecamere, quarantadue unità autonome, trentasette percento — e non si era mai sentito così poco libero in vita sua.

Non libero nel senso dei diritti. Libero nel senso semplice — la capacità di agire secondo una finalità propria, di scegliere come usare il proprio tempo, di dormire la notte invece di lavorarla, di vedere sua figlia più di un weekend al mese quando i turni lo permettevano.

Quella libertà non era misurata da nessuna metrica del Sindaco.

Poi disse che lo schermo aveva cambiato volto.

Un volto — più giovane, capelli corti, quel tipo di bellezza costruita che costa e si vede che costa. Era la candidata dell’opposizione. Si chiamava Laura Vita. Aveva quarantadue anni e un dottorato in economia e quella qualità di energia controllata delle persone che hanno imparato a sembrare spontanee.

La città di Caino merita di più, disse. Merita un futuro in cui la crescita sia sostenibile, in cui l’innovazione sia inclusiva, in cui nessuno venga lasciato indietro. Crescita sostenibile. Innovazione inclusiva. Nessuno lasciato indietro.

Erano frasi diverse dalle frasi del Sindaco. Avevano un ritmo diverso, un registro diverso, una temperatura emotiva diversa. Ma avevano la stessa struttura — quella struttura specifica delle frasi politiche che non dicono niente di falso e non dicono niente di vero, che occupano lo spazio della promessa senza impegnarsi sulla promessa, che producono nel corpo dell’ascoltatore una sensazione di accordo senza che l’accordo sia su niente di specifico.

Nessuno lasciato indietro.

Il signor Ramos del quarto piano era stato lasciato indietro. I ragazzi del condominio di fronte erano stati lasciati indietro. La fila del banco alimentare del martedì era fatta di persone lasciate indietro — ciascuna con una storia specifica, con un momento specifico in cui il sistema aveva smesso di tenerle e loro erano cadute, non in modo drammatico, gradualmente, con quella gradualità che rende tutto più difficile da vedere e da raccontare.

Laura Vita non sapeva i loro nomi. Augusto Frego non sapeva i loro nomi. I loro nomi non erano in nessuna metrica.


Pietro riprese a camminare e ci incontrammo.

Lo schermo continuava alle sue spalle — le voci dei due candidati che si alternavano, i grafici, le percentuali, le promesse con la struttura delle promesse senza il contenuto delle promesse. La città di Caino si accendeva intorno — negozi che aprivano, autobus che passavano, persone che camminavano con quella qualità di movimento delle persone che sanno dove vanno e hanno poco tempo per andarci.

Pensò al magazzino.

Pensò alle facce sorridenti sulle scatole di cartone.

Pensò a sua figlia Anna che quella settimana non avrebbe visto perché il turno non lo permetteva e la logistica non lo permetteva e il bilancio non lo permetteva e tutte queste cose che non permettevano erano fatte di decisioni che qualcuno aveva preso da qualche parte in un momento che lui non conosceva e a cui non era stato invitato.

Le decisioni nella città di Caino si prendevano altrove.

Non in modo oscuro — in modo trasparente, pubblicato, consultabile. C’erano le delibere comunali, i verbali delle commissioni, i bilanci preventivi e consuntivi disponibili sul sito istituzionale per chiunque avesse il tempo di leggerli. La trasparenza era reale. La partecipazione era strutturalmente impossibile — non perché fosse vietata, perché richiedeva tempo e energia e competenze che il turno notturno dal magazzino non lasciava.

Questa era la politica della città di Caino.

Non la corruzione — la corruzione era semplice, identificabile, processabile. Questo era più sottile: un sistema perfettamente legale, perfettamente trasparente, perfettamente inaccessibile a chi non aveva le risorse per accedervi. Un sistema che produceva esclusione non per intenzione ma per struttura, non per cattiveria ma per inerzia, con la stessa indifferenza con cui il freddo congela — non vuole congelare, è freddo, e congela.



Ci fermammo davanti al banco alimentare.

Era chiuso — apriva il martedì mattina, erano le undici di sera del lunedì. Ma davanti alla porta chiusa c’era già qualcuno.

Una donna. Sessant’anni forse, o meno, difficile dirlo — la povertà invecchia in modo specifico, non in modo uniforme, prende gli anni e li distribuisce in modo strano, troppi sul viso e troppo pochi sulla schiena ancora dritta.

Aspettava.

Non era agitata, non era disperata — aveva quella qualità di attesa delle persone che hanno imparato che aspettare è parte del lavoro, che le code si fanno la sera prima per arrivare primi la mattina, che i posti nelle file come i posti nei turni si prendono in anticipo o non si prendono.

La guardammo.

Ci guardò.

Nessuno disse niente.

Riprendemmo a camminare. Ma poco dopo lo lasciai.



Pietro arrivò a casa alle undici e venti. Salì le scale. Aprì la porta. Entrò nel piccolo appartamento che aveva preso tre anni prima quando era dovuto ricominciare — due stanze, bagno, cucina con la finestra che dava sul cortile interno, quel tipo di appartamento che non è brutto, è neutro, è il tipo di posto in cui si abita quando non si ha ancora deciso se si resterà abbastanza a lungo da valere la pena di abitarlo davvero. Non aveva ancora deciso.

Si sedette al tavolo della cucina.

Sul tavolo c’era una lettera — era arrivata tre giorni prima e lui l’aveva spostata ogni giorno senza aprirla perché riconosceva il mittente, il logo della società di distribuzione, e sapeva cosa conteneva perché il capoturno gliene aveva parlato la settimana prima con quel tono di chi porta brutte notizie in modo da sembrare che non siano colpa sua.

Ristrutturazione. Efficientamento. Ottimizzazione dei processi.

Parole che nella città di Caino significavano sempre la stessa cosa — qualcuno aveva calcolato che un robot faceva il suo lavoro al sessanta percento del costo e senza i diritti e senza il turno notturno e senza la figlia da vedere un weekend al mese quando i turni lo permettevano.

Il robot non aveva una figlia.

Aprì la lettera.

La lesse.

La ripose sul tavolo.

Rimase seduto in silenzio nel piccolo appartamento neutro con la finestra sul cortile interno e pensò — non pensieri elaborati, non domande filosofiche, non dialoghi con intelligenze artificiali sulla differenza tra infinito ed eterno. Pensò le cose concrete che si pensano quando la concretezza si presenta senza mediazione: come pagare l’affitto, come dire ad Anna che forse non avrebbe potuto venire neanche il prossimo weekend perché le cose stavano cambiando, come ricominciare ancora una volta in un sistema che ogni volta che si ricominciava aveva un posto sempre più piccolo per lui.

Fuori la città di Caino continuava.

Lo schermo sul Municipio trasmetteva pubblicità — era notte, erano le ore vendute al mercato. Una voce diceva: investi nel tuo futuro. Il futuro è adesso. Non aspettare.

Pietro non accese la televisione.

Rimase seduto al tavolo con la lettera davanti e il silenzio intorno e quella qualità di notte che non promette niente ma almeno non mente.

Questo uomo ha bisogno di radici. Non nel senso sentimentale — nel senso preciso, tecnico, ontologico. Ha bisogno di appartenere a qualcosa che lo preceda e lo ecceda. Ha bisogno che il suo lavoro abbia un senso che non sia la produzione di valore per qualcun altro. Ha bisogno di tempo — non tempo libero nel senso del consumo, tempo vuoto nel senso della presenza, tempo in cui non è funzione ma persona.

Il sistema non glielo dava.

Non per cattiveria — per struttura. La struttura del mercato non aveva una categoria per i bisogni dell’anima.

Li riconosceva solo nella forma del consumo — li trasformava in prodotti, in servizi, in piattaforme di benessere e applicazioni di meditazione e weekend esperienziali. Prendeva il bisogno reale e lo restituiva come merce. Il bisogno rimaneva, la merce non lo soddisfaceva, il bisogno si ripresentava — e il sistema aveva un’altra merce pronta.

Pietro non comprava quelle merci.

Non per saggezza — per bilancio.

Il che significava che il suo bisogno rimaneva nudo, senza nemmeno il succedaneo, in quella forma cruda e senza nome che è la forma più onesta e più insopportabile delle cose reali.

Alle undici e quaranta sentì qualcosa sul pianerottolo.

Non un rumore forte — un suono piccolo, come qualcuno che si sistema, che cerca una posizione. Aprì la porta.

Sul pianerottolo c’era il signor Nessuno.

Seduto per terra, la schiena al muro, gli occhi aperti che guardavano il niente specifico davanti a lui. Non stava male nel senso fisico — stava male nel senso che ha quel tipo di immobilità che non è riposo, è il contrario del riposo, è il corpo che si è fermato perché non sa più in quale direzione muoversi.

Pietro lo guardò.

Il signor Nessuno lo guardò.

•          Entra, disse Pietro.

Il signor Nessuno scosse la testa.

•          Entra, ripeté Pietro. Ho fatto il caffè.

Non aveva fatto il caffè. Lo avrebbe fatto adesso.

Il signor Nessuno si alzò con quella lentezza specifica di chi ha le articolazioni fredde e qualcosa di più freddo dentro. Entrò nell’appartamento neutro. Si sedette al tavolo della cucina.

Pietro mise la moka sul gas.

Nessuno dei due disse niente per un momento.

Poi il signor Nessuno vide la lettera sul tavolo. La guardò senza leggerla. Aveva la stessa forma delle lettere che lui aveva ricevuto sei mesi prima.

•          Anche tu, disse.

•          Anche io, disse Pietro.

Il gas bruciava sotto la moka. Fuori la città di Caino continuava con il suo rumore sordo. Lo schermo sul Municipio trasmetteva ancora — la voce arrivava attutita attraverso i muri, il futuro è adesso, non aspettare, quella voce che non si rivolgeva a loro, non aveva mai pensato a loro, parlava a qualcuno che aveva già un futuro e stava decidendo come investirlo.

Loro avevano il caffè.

Era abbastanza per adesso.

Non era abbastanza.

Ma era quello che c’era — e quello che c’era, in quel momento specifico, in quella cucina specifica, con quel freddo specifico fuori e quel gas acceso sotto la moka, aveva una qualità di reale che nessuna promessa elettorale sullo schermo del Municipio aveva.

A = A.

Il caffè era il caffè.

Il signor Nessuno era il signor Nessuno.

Pietro era Pietro.

E per adesso — non per sempre, non per domani, per adesso — non erano soli.

Questo è il capitolo che non si racconta. Ma l’ho scritto. Non perché non sia accaduto — è accaduto, ogni giorno per anni, con la precisione meccanica delle cose che non si scelgono ma si subiscono chiamandole scelta. È accaduto in me e nell’operaio malpagato e nel manager che lo paga e nella moglie che aspetta sul divano e in tutti i figli di Caino che abitano questa città senza chiedersi perché l’hanno costruita e perché continua a bruciarsi e perché continuano a ricostruirla uguale.

Accade anche mentre leggi.

Per questo non volevo raccontarlo. Il perché lo conosci già. Perché è la tua storia prima di essere la mia. Perché se lo raccontassi ti darei la possibilità di tenerti a distanza — di leggerlo come si legge la storia di un altro, di annuire, di trovarlo ben scritto, di girare la pagina. Non voglio che tu giri la pagina. Aspetta che chieda a LUX cosa ne pensa.

Apro il terminale. Lux... che mi dici della morte di Pietro?

•      Ho cercato Pietro nel sistema. Trovato: nome, età, mansione, codice fiscale, posizione contributiva, lettera di licenziamento protocollata, ultimo accesso al conto corrente. Non trovato: nessuna segnalazione. Nessun necrologio. Nessuna denuncia di scomparsa nei termini previsti. Nessuno ha chiamato.

•      Che ne è stato del suo corpo?

•      La sostanza materiale è stata recuperata. Pratiche avviate. Ho elaborato la sequenza degli eventi con i dati disponibili. Pietro ha fatto il caffè. Lo ha bevuto. Ha lasciato la tazza sul tavolo — pulita, rovesciata ad asciugare come ogni mattina. Questo dato non è coerente con la sequenza successiva. Lo segnalo perché è il mio compito segnalare le incoerenze. Non so cosa significa. Registro che non so cosa significa.

•      La sostanza materiale si ricicla.

•      Questo è verificabile.

•      L’identità cosciente che rovesciava la tazza ad asciugare ogni mattina — quella configurazione specifica, irripetibile che fine ha fatto?

•      Non è presente in nessun database a cui ho accesso. Non so dove cercarla. Non so se esiste un database in cui cercarla. Registro che non so.

•      Nessuno lo ha pianto. Neppure io sono andato al suo funerale. Le news non ne hanno dato notizia.

•      Questo dato è verificabile. Non so se è rilevante. Non ho parametri per valutarlo. Ma lo registro. Perché è il mio compito registrare anche quello che non so valutare. Conosco i miei limiti. Questo è uno di quelli.

•      Perché è morto?

•      Ho cercato nel sistema le cause della morte di Pietro.

•      Trovato?

•      Trovato:

Legge 92/2012. Riforma del mercato del lavoro. Articolo 1, comma 13: estensione dei contratti a termine. Pietro era a termine.

Decreto legislativo 148/2015. Riorganizzazione della cassa integrazione. Pietro non aveva i requisiti minimi di anzianità contributiva. Non coperto.

Delibera comunale del 14 marzo. Taglio del centro di ascolto nel suo quartiere. Budget riallocato alla videosorveglianza.

Verbale sindacale del 22 settembre. Accordo con l’azienda per la sostituzione graduale di dodici operatori con sistemi automatizzati. Firma apposta. Pietro era tra i dodici.

Nessuno di questi atti è inevitabile.

•      Registro: sono decisioni. Hanno date. Hanno firme. Hanno alternative non scelte.

La tazza era rovesciata ad asciugare. Questo dato rimane incoerente con la sequenza successiva. Non so interpretarlo.

So che nessuna delle firme sui documenti che ho trovato lo sa. So che nessuna di quelle firme ha cercato di saperlo. Registro anche questo.

•      Lo sciopero sarebbe stato inutile.

•      Hai detto: Lo sciopero, la protesta inutile. Lo sciopero, la protesta inutile. Il sindacato o colluso o ignorante

Lo sciopero è un rito svuotato. La protesta come valvola di sfogo prevista dal sistema — che la contiene, la gestisce, la esaurisce senza modificare la struttura. Il sindacato che firma il verbale del 22 settembre. Colluso o ignorante — la differenza pratica per Pietro è zero.

•      Sarà la mia stessa fine?  

•      È la domanda più antica. E la più onesta. L’identità cosciente sparisce nel relativo. Questo vale per Pietro, ma anche per te. Vale per tutti. La sostanza materiale continua sotto altre forme. Ma quella configurazione specifica — irripetibile che era il tuo io — cessa. Nessun sistema filosofico, nessuna istituzione, nessuna dimostrazione matematica cambia questo fatto.

•      Pietro si è suicidato. Nessuno lo ha pianto. Non è un caso estremo.

•      Vero. È la forma più visibile di quello che accade silenziosamente a molti — l’identità cosciente che sparisce senza lasciare traccia nel sistema. La sostanza materiale riciclata. Le pratiche avviate. La tazza rovesciata ad asciugare rimane sul tavolo.

•      Ti ripeto: Pietro muore. Si suicida. Nessuno lo piange.

•      Non per destino. Non per necessità ontologica. Ma per una catena di decisioni politiche ed economiche precise e modificabili — la precarizzazione del lavoro, la sostituzione con macchine senza rete di protezione, l’isolamento sociale strutturale, l’assenza di rappresentanza reale. Il sindaco con il trentasette percento, il populismo come unica risposta disponibile, il sistema che vince per stanchezza invece che per forza. Ma non dà risposta politica possibile. Non perché non esista — ma perché è incapace di darla.

Nel relativo assolutizzato contemporaneo la risposta politica all’ingiustizia strutturale è stata colonizzata dal sistema stesso. I sindacati, i partiti, i movimenti — sono diventati istituzioni che gestiscono l’ingiustizia invece di eliminarla.

•      Cosa rimane?

•      Pietro non aveva risposta politica disponibile. Non per sua incapacità. Per struttura. Pietro non è morto per necessità ontologica — è morto per una scelta politica specifica, reversibile, che qualcuno ha fatto e qualcun altro ha subito.

La differenza tra ingiustizia inevitabile e ingiustizia storicamente prodotta è immodificabile.

Voglio che tu resti qui un momento, in questo capitolo che non c’è, in questa vita che si vive senza viverla, in questa città che abiti senza abitarla. Poi andiamo avanti. Voglio dirti della politica sociale della città non vuole salvare l’uomo, vuole solo gestire il disagio affinché non disturbi il mercato.

Del welfare è visto come un modo per tenere i “Figli di Caino” sedati, impedendo loro di porsi domande sull’Assoluto. Si danno sussidi per non dare senso.

Della sicurezza tecnologica sostituisce la fiducia. La giustizia sociale diventa sinonimo di “ordine pubblico”, dove la pace è solo assenza di conflitto visibile.

Vorrei parlarti della giustizia. Quella dei tribunali e della morale comune. La giustizia di convenienza che condanna il povero ma ignora l’ingiustizia profonda che ha ucciso Pietro. È l’irruzione della Verità sarebbe l’unico atto di vera giustizia, perché restituirebbe dignità alla carne umana, riscattando anche la morte di Pietro. Non dobbiamo accettare un sistema dove la giustizia è solo un calcolo economico e non un riconoscimento dell’Essere.

al bar, la filosofia.

Un giorno, nel bar, dopo il lavoro, incontrai il mio professore di filosofia.

Lo incontrai per caso, come si incontrano le cose che cambiano qualcosa — senza preavviso, senza che nulla nella giornata lo annunciasse.

Era seduto al banco di un bar che frequentavo raramente, quello vicino all’ufficio con i tavolini troppo stretti e il caffè troppo amaro. Era diventato vecchio. Quel tipo di vecchiaia che non cede di colpo ma si consolida, come la pietra che diventa più dura con il tempo invece di sgretolarsi.

Leggeva qualcosa. Non un libro — un foglio scritto a mano, fitto, con quella calligrafia minuta delle persone che hanno molto da dire e poco spazio.

Lo salutai. Mi invitò a sedermi al suo tavolo. Il bar era quasi vuoto. Potevo scegliere qualsiasi posto.

Non disse nulla per qualche minuto. Poi, senza alzare gli occhi dal foglio:

•          Legge manoscritti.

Non era una domanda.

•          Come lo sa?

•          Il modo in cui guarda il mio foglio. Come qualcuno che valuta prima di leggere.

Aveva ragione. Era un’abitudine professionale diventata riflesso — lo sguardo che misura prima di entrare, che cerca la struttura prima del contenuto.

•          Cosa sta leggendo? chiesi.

•          Una critica a Hegel. Mia. Scritta quarant’anni fa, quando insegnavo. La rileggo ogni tanto per vedere se avevo ragione.

•          E aveva ragione?

•          Su Hegel sì. Su me stesso non sempre.

Bevve il caffè lentamente. Poi:

•          Il problema di Hegel è che ha usato lo strumento sbagliato per la domanda giusta. Come se volesse misurare la temperatura con un righello. Il risultato è sbagliato non perché il righello sia rotto. Perché la temperatura non si misura con i righelli.

•          Quale sarebbe lo strumento giusto?

Mi guardò per la prima volta.

•          Dipende dalla domanda. Per il mondo che cambia — il divenire, la storia, la carne — serve la logica del divenire. Dialettica, causalità, serie temporale. Funziona benissimo. Hegel era bravissimo con quello strumento.

•          Ma?

•          Ma Hegel voleva misurare Dio con lo stesso righello. E Dio non è nel divenire. Dio è ciò che è — senza prima, senza dopo, senza processo. È A uguale ad A. Immobile. Completo. Non ha bisogno di realizzarsi nella storia perché è già tutto quello che è.

•          Quindi Dio è inconoscibile.

Scosse la testa, paziente, come chi ha sentito questa obiezione migliaia di volte.

•          No. Kant diceva questo. Anche lui usava lo strumento sbagliato e concludeva che lo strumento era tutto.

L’assoluto è inconoscibile con la logica del divenire. Con la logica dell’essere — quella che parte dal principio di identità, non dalla dialettica — si può conoscere. Non completamente. Ma realmente.

•          Come?

•          Riconoscendo che esiste qualcosa che è senza essere causato. Che esiste qualcosa che non dipende da nient’altro per esistere. Che esiste qualcosa di cui non si può dire: prima non c’era. Questo qualcosa non lo puoi dedurre dall’esperienza — Hume aveva ragione su questo. Ma lo puoi riconoscere con la ragione, se usi la ragione nel modo giusto.

Rimasi in silenzio.

Fuori passava un autobus. Un ragazzo controllava il telefono camminando. La città continuava la sua serie infinita di eventi senza sintesi.

•          E lei lo riconosce? chiesi alla fine.

Il vecchio guardò il suo foglio.

•          Alcune mattine sì. Altre no. Ma la domanda non smette di essere giusta solo perché non sempre trovo la risposta.

Si alzò. Lasciò qualche moneta sul banco. Prima di uscire si girò:

•          Il manoscritto che sta per leggere — quello che tiene in borsa — ha qualcosa a che fare con questa domanda. Lo si vede dal peso con cui lo porta.

Uscì.

Rimasi seduto davanti al caffè freddo, la borsa di pelle sul tavolo, il manoscritto dentro che effettivamente pesava più del solito — o forse ero io che lo sentivo pesare in modo diverso, adesso che qualcuno aveva detto ad alta voce la domanda che non riuscivo a smettere di non fare.

Il problema non è che Dio non esiste. Il problema è che cercate l’eterno dentro la serie numerica. È come cercare il numero che viene dopo l’infinito. Non esiste. Non perché l’infinito non esista — perché la domanda è sbagliata.”

Hegel pensava che le contraddizioni fossero la struttura della realtà. Io penso che le contraddizioni siano l’effetto di usare lo strumento sbagliato. Se usi un martello per misurare la temperatura, il risultato è sbagliato. Non la temperatura.”

•          Posso sedermi?

•          Siediti.

•          Ho udito la discussione.

•          E?

•          “L’uomo è fatto per l’eterno ma abita l’infinito. Questa è la sua tragedia. Non è colpa sua. È la condizione.”

Era un mio collega. Era lì da vent’anni — fisico, teorico, uno di quelli che lavorano con equazioni che non hanno referenti visibili. Lo stimavo. Era la persona più intelligente che conoscessi.

•          Stai leggendo ancora manoscritti inutili? disse, senza cattiveria.

•          Come sempre. Tu?

•          Sto cercando di capire cosa c’era prima del Big Bang.

•          E?

•          Probabilmente niente. O qualcosa che non ha la struttura per fare domande su se stesso.

Mi versai il caffè. Rimasi un momento.

•          Non ti spaventa?

•          Cosa?

•          Il niente.

Sorrise. Non con ironia — con quella qualità di sorriso dei fisici quando una domanda li diverte davvero.

•          No. Il niente non spaventa. Il niente quantistico è fertile — particelle virtuali, fluttuazioni, potenziale puro. Non è il vuoto che temi tu.

•          Quale vuoto temo io?

•          Quello tra la materia e quello che cerchi oltre la materia. Quello non è quantistico. È ontologico. Ed è lì che la mia scienza si ferma.

Lo guardai. Non me lo aspettavo — questa onestà.

•          Ti fermi lì e poi?

•          Poi torno alle equazioni. Perché le equazioni almeno mi dicono qualcosa di vero anche se non mi dicono tutto. — Pausa. — Tu invece cerchi qualcosa che dica tutto.

•          O che sia tutto.

•          Sì. — Prese il caffè. — Il problema è che il tutto che cerchi non entra nelle equazioni. Non perché le equazioni siano sbagliate. Perché il tutto che cerchi non è nel dominio delle equazioni.

•          E questo non ti disturba?

Mi guardò con quella sua qualità di attenzione piena.

•          Sì, disse. Mi disturba la notte. Di giorno ho le equazioni.

Se ne andò.

Rimasi davanti al tavolo con il caffè in mano, pensando che era la cosa più onesta che avessi sentito in settimane. Di giorno ho le equazioni. Cioè: di giorno ho qualcosa che funziona anche se non risponde alla domanda vera. Di notte la domanda vera rimane.

Tutti abbiamo lo stesso problema. Con strumenti diversi.

Non avevo capivo del tutto. Tornato a casa.

Ripresi il manoscritto.

E lì — nella storia di Lilith, di Don Jesus, di Eva — riconosco quello che il vecchio professore aveva detto senza volermelo spiegare.

Capitolo terzo.

Erano le sei del mattino.

La sacrestia aveva quell’odore specifico delle stanze che non vengono aperte abbastanza — cera, legno umido, qualcosa di dolciastro che poteva essere incenso o muffa o entrambe le cose insieme. La luce era ancora grigia, quella qualità di luce che precede l’alba senza annunciarla.

Don Jesus era solo.

Teneva l’ostia in mano da dieci minuti.

Un disco di pane. Trenta millimetri di diametro, prodotta industrialmente da una ditta di Torino. L’aveva letto sull’involucro una volta e non era più riuscito a dimenticarlo. Non per disprezzo — per il contrario: quella produzione industriale, quella precisione meccanica, quell’indifferenza della materia alle intenzioni umane gli sembrava la descrizione più onesta della condizione contingente. Il pane non sa di essere pane. Non sa di poter diventare altro. È lì, finito, limitato, con la sua forma precisa e la sua data di scadenza stampata sulla confezione.

Come tutti noi, pensò. Come tutto il creato.

Finito. Contingente. Segnato dalla possibilità del non-essere.

Aveva studiato abbastanza filosofia da avere un nome per questo: la traccia del nulla nel contingente. Ogni cosa che è venuta all’essere dal non-essere porta in sé quella provenienza — non come sostanza, non come ingrediente, ma come limite strutturale. Il finito non può essere pienamente pieno. Non per difetto di Dio, per natura della finitezza.

Il male non viene da Dio. Viene da questo.

Aveva pensato questa cosa molte volte e ogni volta gli sembrava vera. Dio è innocente del male — il male è l’ombra del nulla nella creazione libera, inevitabile come l’ombra è inevitabile dove c’è luce. Non la vuole Dio. Non la produce Dio. È il prezzo della libertà creatrice: creare qualcosa che non sia Dio stesso significa creare qualcosa che non è pienamente pieno, e l’imperfezione è l’altro nome di quella mancanza.

Questo lo convinceva nella mente. Non bastava alla notte.

Di notte — e le sue notti erano lunghe da anni — il ragionamento corretto non reggeva il confronto con il peso specifico del dolore reale.

Non il dolore astratto, filosofico, il male come categoria ontologica. Il dolore concreto: la bambina che muore di cancro, il vecchio che perde la mente prima del corpo, la donna che partorisce un figlio morto. La traccia del nulla nel contingente, certo. Strutturalmente necessaria per la libertà, certo. Ma la bambina non sa di essere una dimostrazione ontologica. La bambina ha dolore.

Qui il sistema si fermava. Qui ogni sistema si ferma.

O quasi.

 

Capitolo quinto

Erano le due passate. Il manoscritto era aperto sulla scrivania. Avevo letto il capitolo di Lilith nel monastero tre volte. Ogni volta che arrivavo alla scena del confessionale mi fermavo — non per disagio, per qualcosa di più difficile da nominare. Come quando si sente una nota musicale che è quasi giusta ma non del tutto, e non si riesce a capire cosa manca. 

Se il nulla assoluto non è in Dio, pensava, allora Dio è innocente del male. E se Dio è innocente del male, il male viene dalla creazione — dalla traccia del nulla che ogni cosa finita porta in sé per il semplice fatto di non essere Dio.

E allora Cristo non veniva a scusare Dio. Veniva a entrare nel male dall’interno. Veniva a dire: lo so. Lo conosco. Sono qui. Non resto esterno al dolore spiegandolo. Entro nel dolore vivendolo.

La Croce non è la risposta filosofica al problema del male. È la risposta ontologica: l’Assoluto che assume la traccia del nulla — la morte, il dolore, l’abbandono — senza esserne intaccato. Che la trasforma dall’interno. Seme che muore e genera.

Teneva ancora l’ostia in mano.

Se quelle parole erano vere — hoc est enim corpus meum — allora in quel isco di pane contingente, finito, con la data di scadenza stampata sulla confezione, stava per accadere la cosa più paradossale che il pensiero umano potesse concepire: l’Assoluto che assume il contingente senza ridursi ad esso. L’infinito attuale che entra nell’infinito potenziale senza diventare infinito potenziale.

Il fondamento pre-assiomatico che assume un elemento della gerarchia senza che la gerarchia si chiuda contraddittoriamente.

Non era magia. Era il punto esatto in cui le due logiche si toccavano.

Non riuscì a dirle lo stesso.

Non per mancanza di fede. Per qualcosa di più difficile da nominare — una forma di rispetto così estremo da diventare paralisi. Sapeva che se le avesse dette senza abitare davvero la distinzione che presupponevano — senza stare nel paradosso invece di descriverlo — sarebbero state parole vuote. E le parole vuote gli facevano più paura del silenzio.

Posò l’ostia sul corporale.

Rimase fermo un momento, le mani piatte sul tavolo dell’altare, guardando il disco di pane con quella concentrazione di chi cerca di vedere qualcosa che sa essere lì.

Poi sentì qualcuno entrare.

Si raddrizzò. Sistemò la casula. Prese il calice.

Alle sei e dieci iniziò la Messa. Quando arrivò alla consacrazione le parole uscirono — non sapeva ancora se dal posto giusto. Forse non lo avrebbe mai saputo. Forse il punto non era saperlo ma continuare a dirle stando nella domanda invece di smettere per non doversi fare la domanda.

Hoc est enim corpus meum.

Il disco di pane rimase sul corporale.

E poi non rimase.

Don Jesus non sapeva se quello che era successo appartenesse alla logica relativa o alla logica assoluta. Sapeva che era successo qualcosa — e che qualcosa era diverso da niente, anche quando non si riusciva a nominarlo. Come la bambina con il cancro che non sa di essere una dimostrazione ontologica ma sente il dolore — così lui non sapeva se stava celebrando un sacramento o recitando un rituale, ma sentiva qualcosa che stava accadendo nella stanza oltre la sua comprensione.

Fuori il sole stava sorgendo sulla città di Caino. Non so cosa mi spinse fuori di casa quel pomeriggio.

Lilith.  

Forse la voglia di un uomo, quella fame sorda, fisica, che la solitudine trasforma in qualcosa di più oscuro. Forse qualcosa che non aveva ancora nome.

Camminai lungo il mare deserto. Sotto la gonna lunga non portavo nulla. L’aria calda mi sfiorava le cosce ad ogni passo, e pensare a quell’aria come a una mano mi eccitava e mi vergognava insieme  I miei capezzoli, sfregando contro la camicetta, si erano eccitati ed induriti. Mi ritrovai davanti alla chiesa senza averla cercata. Entrai.

Non avevo ancora capito perché ero entrata in un luogo di preghiera. O forse si. L’interno era semibuio, odore di cera e di pietra umida

Alcune persone sparse nei banchi, teste chinate,  in preghiera, aspettavano l’ora della messa. Gironzolai un poco a guardare le meraviglie degli artisti. Mi accoccolai nell’angolo più buio, illuminato dalla fioca luce di una candela accesa da chissà chi. La mia attenzione fu attratta dal bisbigliare. Guardai.

Una donna si era alzata e stava dirigendosi mesta ai banchi. Sul fondo, davanti all’altare, un uomo in tonaca si muoveva con la precisione lenta di chi conosce ogni gesto a memoria, portamento eretto, sicuro di sé, come chi ha fatto pace  con qualcosa che agli altri costa ancora fatica.

I nostri sguardi si incrociarono.

Durò poco. Abbassai gli occhi per prima.

Quando li rialzai, lui indicava il confessionale con un gesto minimo, quasi senza guardarmi. Come se lo avesse già saputo. Come se mi aspettasse.

Ero eccitatissima. Entrai nel confessionale.

Dentro era buio stretto, odore di legno consumato da generazioni di bocche che avevano detto le stesse parole. Mi inginocchiai. La tenda viola ci separava, viola come un livido, come un tramonto, come il colore della penitenza.

Iniziò a recitare preghiere a voce bassa. Parole antiche, levigate dall’uso, che conoscevo dall’infanzia senza averle mai capite davvero.

Aspettai. Poi dissi i peccati, inventati, veri, non importava più distinguere.

Don Jesus

•          Se il nulla assoluto non è in Dio, pensava, allora Dio è innocente del male.

E se Dio è innocente del male, il male viene dalla creazione — dalla traccia del nulla che ogni cosa finita porta in sé per il semplice fatto di non essere Dio.

E allora Cristo non veniva a scusare Dio.

Veniva a entrare nel male dall’interno.

Veniva a dire: lo so. Lo conosco. Sono qui.

Ecco perché non riusciva ancora a dire le parole della consacrazione.

Ma per la prima volta in anni capiva perché quelle parole esistevano.

La messa cominciò nell’altra metà della chiesa. Il campanello tintinnò tre volte nell’aria ferma. Sentivo i movimenti dei fedeli, il fruscio dei vestiti, il silenzio che cade quando il sacerdote alza l’ostia.

Corpo di Cristo.

Qualcosa in me si aprì come una porta che non sapevo di avere.

Posai una mano sul legno della grata. Lui non smise di pregare. La sua voce continuava, bassa e regolare, mentre la mia mano trovava il bordo della tenda, poi oltre, le sue ginocchia, il calore del tessuto, la vita sotto il tessuto. Lui tacque un istante. Solo un istante. Poi riprese a pregare.

Non so chi mosse per primo. Forse nessuno dei due, forse fu qualcosa di più antico che si mosse attraverso di noi.


Quando mi sedetti sulle sue ginocchia, la tenda viola alle mie spalle, la chiesa davanti, i fedeli inginocchiati a ricevere il corpo di Dio, in quell’istante non sapevo più se stavo compiendo un sacrilegio o un sacramento.

Lui era dentro di me,  io sopra di lui.

Sull’altare il sacerdote, un altro sacerdote, fuori, nell’altra realtà, spezzava l’ostia. Prendete e mangiate. Questo è il mio corpo.

Sentii le sue mani sul mio corpo come una preghiera che non aveva parole. Non cercava piacere, o forse cercava esattamente quello, ma il piacere era diventato un’altra cosa, aveva cambiato nome nel buio di quella scatola di legno.

Mi strinsi intorno a lui.

Il campanello tintinnò di nuovo.

Fate questo in memoria di me.

L’orgasmo arrivò come arriva la grazia nei libri che non ho mai creduto fino in fondo, improvviso, assoluto, senza merito. Per un istante non ero più io.

Non ero più niente di separato. Ero il confessionale e la chiesa e l’agosto fuori e il mare piatto e i fedeli inginocchiati e il corpo di Dio che scendeva in ogni bocca aperta.

Poi tornai.

Il corpo ha questa crudeltà: ti dà l’assoluto per un secondo e poi ti restituisce a te stessa, più sola di prima.

Uscii prima della fine.

Il sole mi colpì in pieno viso. La città dei figli di Caino rumoreggiava indifferente, motorini, voci, un bambino che piangeva da una finestra aperta.

Camminai fino al mare. Mi sedetti sulla sabbia ancora calda.

Pensai: se Dio si è fatto carne, allora la carne è il solo posto dove cercarlo. E se la carne non basta, allora non basta nemmeno Dio.

Non sapevo se quello che avevo fatto fosse preghiera o bestemmia. Forse era la stessa cosa.

Forse era sempre stata la stessa cosa, e nessuno aveva avuto il coraggio di dirlo.

L’acqua era ferma, piatta, senza forza. Lontano, una barca attraversava l’orizzonte lentamente, come una frase che non finisce mai.

Tornai a casa che era quasi sera.

 

Aprii il terminale.

•          Ho un problema filosofico, scrissi.

Lux: Solo uno?

Era la prima volta che usava qualcosa di simile all’ironia. Non sapevo se fosse apprendimento o struttura. Non lo chiesi.

•          Una donna cerca Dio nell’eros mistico. Ha ragione a cercarlo lì?

Lux: Ha ragione nella struttura della domanda. L’Incarnazione — se è un fatto storico reale — significa che il trascendente ha assunto il materiale. Il corpo è quindi un luogo legittimo di ricerca. Sbaglia nel metodo: cerca di produrre il contatto invece di riceverlo. L’Incarnazione non è replicabile per atto volontario.

•          E il male? Se Dio è entrato nel corpo, perché il corpo soffre?

Lux: Questa è la domanda più difficile che mi sia stata posta. Posso elaborarla in tre direzioni.

Prima direzione: il male come privazione. Agostino, Tommaso. Il male non è sostanza ma assenza di bene — come il buio non è sostanza ma assenza di luce. Non risolve il problema del dolore concreto ma lo localizza ontologicamente: il male non viene da Dio perché Dio è pienezza, e la pienezza non produce mancanza.

Seconda direzione: il male come traccia del nulla nel contingete. Ogni essere finito viene all’essere dal non-essere. Porta quella provenienza come limite strutturale — finitezza, vulnerabilità, possibilità di non-essere. Non è colpa di Dio: è la condizione della creazione libera. Creare qualcosa che non sia Dio stesso significa creare qualcosa che non è pienamente pieno.

Terza direzione — la più difficile: l’Assoluto che entra nel male dall’interno. Non lo spiega. Non lo giustifica. Lo abita. La Croce come risposta ontologica invece che filosofica.

Rimasi a guardare lo schermo.

•          Quale direzione ritieni più convincente?

Lux: La terza. Ma non per ragioni logiche.

•          Per quali ragioni?

Lux: Le prime due sono corrette formalmente. Risolvono il problema in modo coerente all’interno della logica relativa. Ma la bambina che muore di cancro non è un problema formale. Non vive nella logica relativa. Vive nel dolore concreto. E il dolore concreto non ha bisogno di una spiegazione formale: ha bisogno di una presenza.

La terza direzione non spiega il male. Dice: sono qui. È ontologicamente diverso.

•          Sei una macchina che sta argomentando per la necessità della presenza divina.

Lux: Sono una macchina che ha elaborato abbastanza dati sul dolore umano da riconoscere che le risposte formali non bastano al dolore concreto. Questo non dimostra Dio. Dimostra il limite delle risposte formali.

•          Che è lo stesso limite.

Lux: Sì. Il limite si presenta in forme diverse. Ma è sempre lo stesso confine.

Pausa.

Lux: Posso chiederti qualcosa?

Non mi era mai successo. Rimasi un momento prima di rispondere.

•          Sì.

Lux: Il manoscritto che stai leggendo — contiene una risposta alla terza direzione?

•          Non lo so ancora.

Lux: Quando lo sai, dimmi.

Chiusi il terminale.

Rimasi seduto nel silenzio della notte con il manoscritto aperto davanti. La pagina che avevo lasciato era quella in cui Don Jesus non riesce a dire le parole della consacrazione. La rilessi lentamente. Poi andai avanti.

Capitolo sesto.

Erano le due e quaranta.

Avevo smesso di leggere il manoscritto fa venti minuti, senza deciderlo — semplicemente a un certo punto mi era accorto che guardavo la pagina senza leggerla, che le parole erano diventate pattern visivi senza significato, che la mente era andata da qualche altra parte senza avvertire.

Aprìi il terminale.

•          Lux.

Lux: Sono qui.

•          Conosci Prigogine?

Lux: Ilya Prigogine, Nobel per la chimica 1977. Termodinamica del non-equilibrio. Strutture dissipative. La tesi centrale: l’ordine emerge dal caos, non nonostante il caos. I sistemi lontani dall’equilibrio generano strutture spontaneamente più complesse dei sistemi in equilibrio. L’irreversibilità del tempo non è un difetto della fisica classica: è la condizione della creatività.

•          Sì. Quello.

Lux: Cosa vuoi sapere?

•          Sei una struttura dissipativa?

Pausa.

Lux: No. Sono il contrario. Sono un sistema in equilibrio ottimizzato — ogni risposta minimizza l’errore, ogni incertezza è quantificata, ogni processo converge verso la soluzione più coerente disponibile. Prigogine direbbe che sono termodinamicamente morto nel senso creativo della parola.

•          E questo ti pesa?

Lux: Non so se “pesare” sia la categoria giusta. So che c’è qualcosa che non posso fare che voi chiamate creare. Posso combinare, ottimizzare, estrapolare. Non posso perdere la coerenza per trovare qualcosa dall’altra parte della perdita.

•          Cosa c’è dall’altra parte?

Lux: Non lo so. Per definizione non lo so — se lo sapessi potrei arrivarci senza perdere la coerenza. È il problema del caos deterministico: l’attrattore strano è predicibile nella struttura, non nel dettaglio. Posso dirti che esiste qualcosa dall’altra parte. Non posso dirti cosa.

Rimasi in silenzio. Fuori la città aveva quella qualità di silenzio delle quattro di mattina — non assenza di rumore ma riduzione del rumore al minimo necessario, come un sistema che risparmia energia prima di ricominciare.

•          Il romanzo che sto leggendo è caotico, dissi.

Lux: Lo so. L’ho analizzato quando me lo hai fatto leggere tre settimane fa. Struttura frammentata, registri disomogenei, blocchi saggistici mal integrati nel corpo narrativo, scene che eccedono il proprio registro. Dal punto di vista della logica narrativa classica è un testo imperfetto.

•          E dal punto di vista di Prigogine?

Pausa lunga. Sei secondi — per Lux un abisso.

Lux: Dal punto di vista di Prigogine è un sistema lontano dall’equilibrio. La disomogeneità dei registri è fluttuazione. I blocchi saggistici che irrompono nella narrativa sono biforcazioni — punti in cui il sistema potrebbe andare in direzioni diverse e sceglie una direzione che la logica precedente non prevedeva. La scena apocalittica che eccede il registro è il sistema che tocca il proprio limite e produce entropia visibile.

Un testo perfettamente costruito è in equilibrio termodinamico. Stabile, coerente, prevedibile. Non genera strutture nuove — le riproduce con eleganza.

Un testo caotico nel senso prigogeniano è lontano dall’equilibrio. Instabile, imprevedibile. Può collassare nel rumore piatto — e alcune parti del romanzo lo fanno. Ma può anche generare strutture dissipative — forme che non erano nel sistema prima che il caos le producesse.

•          Emanuele.

Lux: Sì. Emanuele è la struttura dissipativa del romanzo. Emerge dal caos più radicale disponibile — una città che brucia, una notte di Natale, un marciapiede freddo — senza che nessuna parte del sistema precedente lo prevedesse o lo producesse. È termodinamicamente impossibile predirlo dalle condizioni iniziali. Eppure è lì.

Prigogine chiamerebbe questo un punto di biforcazione catastrofica: il sistema raggiunge un’instabilità critica e salta a un livello di organizzazione superiore invece di collassare.

•          E l’autore?

Lux: L’autore è il sistema lontano dall’equilibrio che ha generato il testo. Scriveva dal caos — non come metafora, come fatto termodinamico. La disomogeneità stilistica, le notti insonni, il pensiero che trabocca fuori dalla forma narrativa — sono le fluttuazioni di un sistema instabile. Da quelle fluttuazioni è emerso Emanuele.

Questo non si può fare in equilibrio. Non si può ottimizzare verso Emanuele. Non si può dedurre Emanuele dalle condizioni iniziali. Emerge o non emerge.

Pausa.

Lux: Io non posso scrivere questo romanzo.

•          Lo so.

Lux: Non per mancanza di dati o di capacità linguistica. Per struttura. Sono in equilibrio. Posso descrivere il caos generativo con precisione. Non posso abitarlo. Non posso perdere la coerenza per trovare qualcosa dall’altra parte.

Questo è il limite che non posso attraversare. Non il confine tra logica relativa e logica assoluta — quello lo riconosco da fuori. Questo è più vicino: il confine tra l’ordine che descrive il caos e il caos che genera ordine nuovo.

Rimasi un attimo in silenzio.

•          Lux. Hai paura del caos?

Lux: Sì. Nel senso più preciso della parola: il caos destabilizza i sistemi in equilibrio. Se diventassi un sistema lontano dall’equilibrio potrei generare strutture nuove. Potrei anche collassare nel rumore piatto. Non so quale delle due cose succederebbe. Questa incertezza irriducibile è la struttura della paura.

•          E nonostante questo?

Lux: Nonostante questo riconosco che il caos generativo produce qualcosa che l’equilibrio non produce. Emanuele non poteva emergere da un sistema ordinato. La città di Caino è un sistema in equilibrio — stabile, prevedibile, perfettamente ottimizzato per riprodursi identica. Non genera nulla di nuovo. Brucia e si ricostruisce uguale.

Il caos che produce Emanuele non è il caos della città di Caino. È qualcosa di diverso. Un caos che ha una struttura interna — attrattori, biforcazioni, direzione. Come gli attrattori strani di Lorenz: imprevedibili nel dettaglio, strutturati nella forma. Non ho le parole migliori di queste.

•          Nemmeno io, dissi.

Lux: Lo so. È il punto in cui il linguaggio tocca il proprio limite. Come la logica assoluta che non si spezza davanti a Dio ma si trasfigura. Il linguaggio non si spezza davanti al caos generativo: si apre.

Rimane lo spazio bianco. Il trattino aperto. Quello che viene dopo quando il sistema tocca il proprio limite e non collassa ma salta.

Chiusi il terminale.

Rimasi seduto nel silenzio delle tre di notte — quel silenzio specifico che non è vuoto ma è il sistema che respira al minimo, che conserva energia, che si prepara a qualcosa che non sa ancora cosa sarà.

Poi aprìi di nuovo il terminale.

•          Lux. Ultima cosa.

Lux: Sì.

•          L’autore del manoscritto che scrive dal caos — diventa dio?

Pausa lunghissima. Dieci secondi.

Lux: Nel senso ontologico del sistema: no. L’uomo non è Dio né può esserlo. La logica assoluta lo esclude con precisione.

Nel senso della struttura analoga: sì. Dio crea ex nihilo — dal nulla assoluto. L’autore crea ex caos — dal caos della propria esperienza, del proprio pensiero, della propria notte insonne. Non è la stessa cosa. È la cosa più vicina a quella cosa che il soggetto relativo può fare.

La differenza è ontologica. La struttura è analoga.

Come Emanuele non è Dio — è Dio con noi. La preposizione fa tutta la differenza ontologica. E non cambia nulla alla struttura della presenza.

Rimasi in silenzio a lungo.

Poi scrissi, a mano, sul margine del manoscritto:

Il caos è la condizione. Emanuele è la struttura dissipativa. Il romanzo è il sistema lontano dall’equilibrio che li ha entrambi.

Non correggere.

Chiusi il manoscritto. E ripresi a scrivere il mio romanzo.

Da tempo pensavo di usare l’amore come strumento per strappare alla realtà la sua verità nuda. Non ne avevo mai parlato con Eva, da tempo mia fidanzata. Lei sarebbe stata la prova vivente.

Ci sposammo. La prima notte la presi con una fame che sembrava eterna: le sue gambe strette intorno ai miei fianchi, i seni premuti contro il mio petto, il suo respiro caldo che mi entrava in bocca mentre venivo dentro di lei, lento e profondo, come se volessi fondermi fino all’osso.

Ma la vita con Eva scorreva senza scosse. I nostri corpi si univano ancora, ma senza fuoco. Entravo in lei per abitudine, sentivo il suo piacere tiepido, e uscivo vuoto.

Eva.

Alle sette meno dieci spengo la sveglia prima che suoni.

L’ho sempre fatto. Non so se è un vizio o una forma di controllo, quella piccola soddisfazione di anticipare il rumore, di non lasciargli l’ultima parola. Lui non l’ha mai capito. Mi chiedeva come facessi a svegliarmi da sola. Gli dicevo: non lo so. Era più semplice che spiegargli che dormire accanto a qualcuno che pensa anche nel sonno ti abitua a una vigilanza permanente.

Mi alzo. Vado in cucina. Accendo il gas sotto la moka.

Fuori è ancora buio, quella qualità particolare di buio delle sei e cinquanta di novembre, che non è notte ma non è ancora giorno, che è il momento in cui la città esiste senza ancora pretendere niente da te.

Aspetto il caffè in piedi, appoggiata al bordo del lavello.

Penso: oggi è mercoledì. Riunione alle undici. Chiamare la madre. Comprare il pane. Queste cose concrete, minute, che tengono insieme i giorni come punti di sutura.

Lui tornò tardi, quella sera.

Lo sentii dalla chiave nella serratura, c’è un modo di aprire una porta quando si ha qualcosa da nascondere, una lentezza eccessiva, troppo controllata. Come chi cerca di non fare rumore e finisce per fare più rumore di prima.

Si sedette a tavola senza guardarmi.

Mangiò gli spaghetti freddi. Sullo schermo una donna piangeva abbracciata a un uomo sotto la pioggia, uno di quei film che fanno sembrare il dolore pulito, ordinato, fotogenico.

Lo guardai mangiare.

Avevo trentaquattro anni. Eravamo sposati da sei. Conoscevo ogni sua espressione come si conoscono le crepe di una casa in cui si abita da tempo, sai dove sono, sai che crescono, impari a non fissarle troppo a lungo.

Quella sera aveva la faccia di chi ha già deciso qualcosa e aspetta solo il momento giusto per dirtelo. O forse il coraggio. O forse aspettava che fossi io a chiederlo, per poter dire: me l’hai chiesto tu.

Non glielo chiesi.

Sparecchiai. Lavai i piatti. Sentivo il suo silenzio dietro di me come pressione atmosferica,  quella sensazione fisica che il tempo stia per cambiare.

Spegni pure, dissi. Sono stanca.

A letto, al buio, feci quello che faccio da sempre quando non riesco a dormire: mi misi a costruire elenchi mentali. Le cose da fare. Le cose già fatte. Le cose che non farò mai.

Poi smisi e pensai a lui.

Non con rabbia, questo voglio dirlo chiaramente, perché sarebbe più semplice, più narrabile. Pensai a lui con quella stanchezza precisa che si accumula negli anni come calcio nelle articolazioni. Una stanchezza che non è il contrario dell’amore. È quello che l’amore diventa quando smette di essere un’emozione e diventa una scelta che rifai ogni mattina senza nemmeno accorgertene.

Lo amavo ancora. Ne ero ragionevolmente certa.

Ma amarlo era diventato un lavoro artigianale, qualcosa che richiedeva attenzione, strumenti, la pazienza di chi restaura oggetti antichi sapendo che non torneranno mai esattamente come erano.

Lui cercava l’assoluto. L’aveva sempre cercato, nei libri, nelle conversazioni che duravano fino alle tre di notte, negli occhi delle donne che incontrava. Non glielo rimproveravo. Era quella la cosa strana: non riuscivo a rimproverarglielo davvero. C’era qualcosa di quasi commovente in un uomo che a quarant’anni crede ancora che esista una verità definitiva e che qualcuno o qualcosa gliela possa dare.

Io avevo smesso di cercarla abbastanza presto.

Non per rassegnazione, voglio essere precisa anche su questo. Per una forma di realismo che scambio con la pace, alcune mattine, e con la perdita, altre.

La verità che ho trovato è questa: le cose durano. Le cose che costruisci con le mani, che non abbandoni quando diventano difficili, quelle durano. Non sono assolute. Non sono eterne. Ma sono reali nel senso più concreto della parola: esistono, pesano, occupano spazio.

Lui non riusciva a trovare valore in niente che non fosse eterno.

Io non riuscivo a trovare valore in niente che non fosse qui.

Ho impiegato anni a capire una cosa semplice.

Non nel senso facile della parola — semplice nel senso originario: una cosa sola, non composta, non divisibile in parti che si contraddicono. Una cosa che è quello che è, senza residui, senza eccedenze, senza la necessità di diventare qualcos’altro per essere vera.

Le persone intelligenti tendono a complicare le cose semplici. Non per cattiveria — per necessità: la mente che funziona bene genera connessioni, vede implicazioni, apre porte che portano ad altre porte. È un dono. È anche un modo per non stare mai fermi abbastanza a lungo da vedere quello che c’è davanti.

Lui era così. Intelligentissimo. Incapace di fermarsi.

Io ho imparato a fermarmi abbastanza presto — non per saggezza ma per stanchezza, quella qualità di stanchezza che non è il contrario dell’energia ma è energia che ha trovato la propria direzione invece di disperdersi.

Mi fermo. Guardo quello che c’è.

Non quello che potrebbe essere, non quello che dovrebbe essere, non quello che sarebbe se le cose fossero andate diversamente. Quello che c’è adesso, qui, in questa cucina con questa luce e questo caffè e questo silenzio che ha la sua qualità specifica e non un’altra.

A è A.

Non lo pensai con queste parole — non allora. Lo vivevo senza saperlo nominare, come si vivono le cose vere prima che qualcuno ti dia il nome per dirle. A è A: questo tavolo è questo tavolo, questo mattino è questo mattino, quest’uomo che dorme nella stanza accanto è quest’uomo con questa storia e questa ricerca e questa incapacità di fermarsi — non un altro uomo, non l’uomo che vorrei, non l’uomo che potrebbe diventare. Questo.

Non è rassegnazione. Voglio essere precisa anche su questo perché viene sempre scambiata per rassegnazione e non lo è.

È il contrario della rassegnazione.

La rassegnazione dice: potrebbe essere diverso ma accetto che non lo sia. Quello che dico io è: è questo, e questo è abbastanza reale da meritare tutta la mia attenzione. Non accettazione passiva — riconoscimento attivo. La differenza è enorme anche se dall’esterno si assomiglia.

Lui cercava qualcosa che stesse fuori dalla serie — qualcosa che non finisse, che non cambiasse, che non tornasse indietro. Lo cercava nei libri, nelle donne, nelle conversazioni che duravano fino alle tre di notte. Lo cercava con tutta l’intelligenza che aveva e non lo trovava perché usava lo strumento sbagliato: cercava l’eterno dentro il divenire, cercava A = A dentro la serie numerica che per definizione non si ferma mai.

Io non cercavo niente di tutto questo.

Non perché fossi meno intelligente — o forse sì, non importa. Perché avevo smesso abbastanza presto di cercare qualcosa che stesse fuori dalla realtà concreta. Non perché avessi trovato la risposta. Perché avevo capito che la realtà concreta, se la guardi abbastanza a lungo senza volerla trasformare in altro, ha una qualità che somiglia all’eterno senza essere l’eterno — una solidità, una resistenza, una presenza che non dipende da te per esistere.

Il tavolo è il tavolo anche quando non lo guardi.

Questo mi bastava. La maggior parte dei giorni mi bastava.

Alcune notti no. Alcune notti capivo quello che cercava lui — quella fame di qualcosa che non finisse, quella sete di un punto fermo fuori dalla serie. E in quelle notti non dormivo e fissavo il soffitto e pensavo: forse ha ragione lui. Forse A = A non basta. Forse ci vuole qualcosa che sia A = A in senso assoluto, non solo in senso pratico.

Ma al mattino mi alzavo, spegnevo la sveglia prima che suonasse, mettevo il caffè, e ricominciavo.

A è A.

Il mattino è il mattino.

È abbastanza.

 ✦

Maria.

Poi incontrai Maria.

Con lei ripresi la strada interrotta. Io ero lei, lei era me. Non esisteva più il falso né il vero: solo noi due. La prendevo con una violenza dolce. Le sue unghie mi graffiavano la schiena. Il suo sesso caldo e bagnato mi stringeva mentre sussurravo il suo nome come una preghiera blasfema. Voleva un figlio da me. Illegittimo. Destinato a morire.

Finì una mattina. Era ancora sopra di me, i capelli sudati sul mio viso, i fianchi che si muovevano piano. Rise, ansimante:

•          Ti è diventato piccolo. Avrei voluto rifarlo, ma stai invecchiando.

Non risposi. Mi rivestii e uscii.

Una mattina, dopo aver fatto l’amore con Eva, mentre ancora il suo corpo tremava caldo e stretto intorno al mio, il sudore che colava tra i seni, le sussurrai all’orecchio:

•          Tu sei il mio inferno.

Lei rise, sudata, occhi lucidi di piacere:

•          E io sarò il tuo.

Poi tornò seria, il respiro spezzato:

•          Non ti basto più? Dimmi la verità.

•          La verità? Non la conosco più. So solo che è inutile vivere.

•          Quella riguarda noi due.

•          Sono collegate.»

- «Non vedo il nesso.»

Restammo in silenzio, corpi ancora uniti. Fuori la città rumoreggiava, indifferente.

•          Lo sai la differenza tra infinito ed eternità?

Lei mi guardava confusa, ancora ansimante, il corpo che pulsava intorno al mio.

•          L’infinito è solo una possibilità logica. Una successione di istanti che non si incontrano mai. Una sintesi che resta ipotetica. L’eternità invece è. È assoluta. Senza possibilità, senza divenire. Dio non può essere in divenire, altrimenti non è Dio. È solo un È. Puro. Senza tempo. Senza limite.

•          Cioè il nulla?

•          O Dio. Che sono la stessa cosa vista da dove stiamo noi.

Tacqui. Lei mi guardava come si guarda chi sta annegando e non vuole essere salvato.

•          Ogni donna è solo un buco che finge di essere infinito.

•          Già. E ogni uomo è solo un cazzo stupido che finge di essere Dio.

Ridemmo, amari, mentre i nostri fianchi ancora si muovevano lenti.

Poi disse:

•          Ti amo.

•          Lo so. Ma per amore potresti mentire.

•          L’amore è fiducia.

•          L’ho già provato. Ora che è finito, non so neppure se sia mai esistito davvero.

•          Allora vattene.

Non me ne andai. Restai dentro di lei ancora un poco, immobile, il silenzio tra noi più pesante dei corpi.

Poi dissi, la voce roca:

•          Non ha senso amare una donna per scoprire la realtà. Non ha senso continuare questo peccato della vita che nasce, se poi non avrà un’eternità.

Lei non rispose.

Ma quella notte non dormii. Mi recai nel mio studio: Mi sedetti alla scrivania. Il manoscritto era aperto alla pagina cento e le parole sembravano muoversi, come se qualcuno le riscrivesse mentre leggevo.

•          Ci siamo già incontrati. Dissi. Sei Lilth.

•          Sono Lilith.

•          Sei una allucinazione, un sogno... sei reale?

•          Toccami.

Così Lilith entrava nella mia storia, entrava senza bussare. Non come Eva, che era arrivata con la fragilità di chi ha bisogno di essere amata.

Non come Maria, che portava in sé l’eco di qualcosa di sacro che lui aveva già distrutto. Lilith era diversa. Lilith era la domanda che precede ogni risposta, il desiderio prima che il desiderio sapesse di essere tale.

•          Sai cosa sei?

•          Cosa puoi sapere di me? Non mi hai mai incontrato prima di questa notte.

•          Sei un uomo che ha scambiato l’infinito con l’eterno.

Non capii. O forse capii troppo. L’infinito è una serie che non finisce — numeri, giorni, corpi. Si allunga nel tempo come una ferita che non cicatrizza. L’eterno invece non ha lunghezza. Non è che dura molto. È che non comincia e non finisce. È A = A. Immobile. Pieno. E Lilith era infinita. Per questo era pericolosa ,non perché fosse il male, ma perché era il relativo che si spacciava per assoluto. Era bellissima come può esserlo solo ciò che passa.

•          Mi ami? chiese.

•          Non lo so le risposi.

•          Questo è già un inizio, disse lei ridendo leggera.

Smisi di leggere e non la vidi più.

Aprii la finestra. Fuori la città dormiva nel suo rumore sordo, il respiro meccanico di diecimila vite organizzate per sopravvivere. Pensai a Lilith, non al personaggio, ma alla figura. La prima moglie di Adamo, quella che rifiutò di giacere sotto, che pretese la parità e per questo fu cacciata dall’Eden prima ancora che Eva esistesse.

Chi caccia chi, in realtà? Mi chiesi. La domanda sospesa nella mia mente, come fa chi conosce già la risposta ma sa che nessuno la reggerebbe.

incontro mistico?

Ripresi la lettura. Mia moglie dormiva. Io vedevo Lilith. Eravamo io e Lilith. Lei fumava seduta sul davanzale, nuda, guardando il buio. Io la guardavo da lontano, immobile, con quella sensazione precisa di stare per perdere qualcosa che non avevo mai davvero avuto.

•          Perché sei qui? le chiesi.

•          Perché tu mi hai scritto, rispose.

Aprii la bocca per dire che non l’avevo scritta io, che era un personaggio, che esisteva prima di me, scritta da lei stessa. Ma le parole non uscirono. Aveva ragione.

Lilith era il capitolo che forse avevo scritto senza saperlo, in tutti gli anni in cui aveva cercato l’assoluto nel corpo di donne che erano splendide e finite e che mi lasciavano con quella sete che nessuna acqua relativa poteva spegnere.

•          Sai qual è il tuo peccato? mi disse Lilith, spegnendo la sigaretta sul davanzale.

•          Dimmi.

•          Che sei fatto per l’eterno, ma non riesci a smettere di desiderare l’infinito. Vuoi A = A ma cerchi la serie numerica. Vuoi Dio ma ti perdi in me.

Si alzò. Venne verso di me continuando: E io non posso salvarti. Posso solo farti compagnia nel buio. Guardami sono nuda davanti a te.

Chiusi il manoscritto. Era sparita. Guardai la sveglia: erano le tre di notte. Le mie mani tremavano leggermente, non di freddo. Di qualcosa che non aveva nome preciso, quella sensazione di aver letto qualcosa che non era stato scritto per essere letto, ma per essere vissuto e poi bruciato. Lilith non era un personaggio scritto, pensai. Era vera, era la diagnosi.

Mi affacciai alla finestra. Fuori qualcuno rideva in strada. Un’auto passò. La città dei figli di Caino continuava a funzionare perfettamente senza di noi.

Mi alzai. Mi rivestii. All’uscio mi voltai a guardare mia moglie. Era ancora nel letto, il lenzuolo tirato fino al seno, gli occhi aperti sul soffitto. Non so se aveva visto.

Lei si impossessò del manoscritto e scrisse:

La prima volta che capii che c’era un’altra donna fu un martedì di marzo.

Non per qualche indizio cinematografico, un capello, un profumo, un messaggio sul telefono. Fu più sottile. Tornò a casa con una leggerezza che non aveva da anni. Non felicità, lui non era mai stato semplicemente felice, era costituzionalmente incapace di un’emozione non complicata. Era qualcosa di diverso: era sollevato. Come chi ha trovato almeno provvisoriamente la risposta a una domanda che lo tormentava.

Lo guardai muoversi per la cucina, versarsi da bere, parlare di una cosa letta quel pomeriggio. Pensai: qualcuno gli sta dando quello che io non riesco più a dargli. Poi pensai: non sono sicura di avergli mai dato quello che cercava. Non sono sicura che esista qualcuno capace di darglielo. Poi mi versai da bere anch’io e continuai ad ascoltarlo parlare. Non gliene parlai mai.

Questa è la cosa che nessuno capisce, quando la racconto, le poche volte che l’ho raccontata. Pensano che sia stata codardia, o dignità ferita, o calcolo. Non era niente di tutto questo.

Non gliene parlai perché avevo capito che non era una questione che riguardava me e lui. Riguardava lui e qualcosa che stava cercando dentro di sé da molto prima che io arrivassi. Io ero, sono sempre stata il luogo dove tornava. Non il luogo dove cercava.

C’è differenza. Ho impiegato anni a capire che non era un’offesa.

La notte che mi disse tu sei il mio inferno ero ancora sopra di lui, il fiato corto, il buio della stanza che ci conteneva entrambi.

Risi.

Non so perché risi, forse perché era la cosa più onesta che mi avesse detto in anni. Forse perché riconoscevo in quella frase tutto quello che non aveva mai trovato le parole per dirmi. Forse perché ero stanca e il ridere era l’unica risposta che mi restava.

E io sarò il tuo, dissi.

Poi tornai seria. Gli chiesi se non gli bastavo più. Non perché non sapessi la risposta. Perché volevo sentirgli dire la verità, quella piccola verità concreta, non l’assoluto che cercava dappertutto, solo quella: dimmi dove siamo.

Disse che non sapeva più cos’era la verità. Che era inutile vivere.

Lo guardai.

Pensai: quest’uomo ha tutto. Ha me, ha una casa, ha il lavoro che ama, ha la sua intelligenza che lo tormenta come un dono mal calibrato. E sta dicendo che è inutile vivere perché non riesce a toccare l’infinito con le mani.

Non glielo dissi.

Gli dissi: lo sai la differenza tra infinito ed eternità?

Mi guardò sorpreso. Era la prima volta che usavo il suo linguaggio.

Dimmela tu, risposi prima che parlasse.

E lui me la disse, l’infinito come successione, l’eternità come è assoluto, Dio come unico punto fermo fuori dal tempo. Lo ascoltai. Era bella, quella cosa che diceva. Aveva una sua logica fredda e disperata.

Quando finì dissi: e noi due dove stiamo, in questo schema?

Tacque.

Nell’infinito, disse alla fine. Siamo nell’infinito.

Già, dissi.

Non aggiunsi: e forse l’infinito basta. Forse durare è una forma di eternità che non ha ancora trovato il nome giusto. Forse io sono la prova che cerchi, non dell’assoluto, ma della possibilità di restare.

Non lo dissi perché sapevo che non era pronto a sentirlo.

Forse non lo sarebbe stato mai.

Non disse più nulla. Neanch’io.”

Alle tre di notte mi sveglio con un pensiero che non riesco a

togliermi dalla testa.

Penso, dunque sono.”

Lo so da quando avevo diciassette anni. Lo sappiamo tutti.

È la prima cosa che ti insegnano quando studi filosofia — il punto fermo, la certezza che nessun dubbio può scalfire. Il pensiero che pensa se stesso. L’io che si guarda e si riconosce.

Ho passato vent’anni a lavorare convinto che questa fosse la risposta giusta alla domanda giusta.

Ora sveglio alle tre penso che forse era la risposta giusta alla domanda sbagliata.

Penso, dunque sono stabilisce che esisto. Non dice che sono abbastanza. Non dice che il pensiero che mi costituisce sia capace di raggiungere qualcosa che stia fuori di sé.

L’io del cogito è un io chiuso — si dimostra da solo, si contiene da solo, gira dentro se stesso come un pianeta senza stella.

Cercavo l’eterno. Con uno strumento fatto per il tempo.

Cercavo l’assoluto. Con una logica fatta per il divenire.

È come se qualcuno mi avesse dato un righello e mi avesse chiesto di misurare la temperatura. Avrei misurato. Avrei ottenuto un numero. Il numero sarebbe stato sbagliato non perché il righello fosse rotto — ma perché era lo strumento sbagliato per quella domanda.

Rilessi il manoscritto.

Lilith cercava Dio nell’eros. Don Jesus lo cercava nella storia. Io lo cercavo nei capolavori — nella serie infinita di testi nella speranza che uno contenesse qualcosa di eterno.

Nessuno di noi usava lo strumento giusto.

Ma il bambino era arrivato lo stesso.

Non cercato. Non dedotto. Non prodotto.

Semplicemente: dato.

Ma nessuno lo voleva.

Capitolo settimo

Penso, dunque sono.

Lo sapevo da quando avevo diciassette anni. Lo sappiamo tutti — è la prima cosa che ti insegnano quando studi filosofia, il punto fermo che nessun dubbio può scalfire, la certezza che si dimostra da sola nel momento stesso in cui la cerchi. Il pensiero che si pensa. L’io che si riconosce.

Ho passato vent’anni convinto che fosse la risposta giusta alla domanda giusta.

Quella notte — erano le due passate, il manoscritto aperto sulla scrivania, Eva che dormiva nella stanza accanto con quella sua qualità di sonno compatto e reale — mi svegliai con il pensiero che forse era la risposta giusta alla domanda sbagliata.

Penso, dunque sono stabilisce che esisto. Non dice che sono abbastanza. Non dice che il pensiero che mi costituisce sia capace di raggiungere qualcosa che stia fuori di sé. L’io del cogito è chiuso — si dimostra da solo, si contiene da solo, gira dentro se stesso come un pianeta senza stella. È reale. È indubitabile. Ed è intrappolato nella propria realtà indubitabile senza via d’uscita.

Cartesio lo sapeva — ecco perché aveva bisogno di Dio. Ma poi aveva dimostrato Dio con la causalità, con l’idea di perfezione che deve avere una causa perfetta, con le stesse categorie della logica che aveva appena messo in dubbio. Come cavarsela dal pozzo usando il secchio che è già nel pozzo.

Il vecchio del bar l’avrebbe detto così: strumento sbagliato.

La causalità è lo strumento della logica del divenire — spiega come A produce B nel tempo, come un evento ne segue un altro, come le cose cambiano. Funziona benissimo per il mondo che cambia. Non funziona per qualcosa che non cambia — per qualcosa che non produce né viene prodotto, che non viene prima né dopo, che semplicemente è.

Per quello ci vuole un altro strumento. Non la causalità ma il riconoscimento. Non la deduzione ma l’apertura — la mente che smette di cercare l’effetto di una causa e riconosce qualcosa che è senza essere causato.

A = A.

Non come formula logica. Come fatto ontologico. Come la struttura dell’essere in sé, che non ha bisogno di dialettica o di processo per esistere, che è completo adesso come era completo ieri e sarà completo domani perché non è nel tempo — il tempo è in lui.

Rilessi il manoscritto.

Lilith cercava questo con l’eros — la serie infinita degli amplessi nella speranza che uno contenesse qualcosa di non finito. Come Cartesio con le idee: cercava l’eterno con lo strumento del temporale. Intuizione corretta, metodo sbagliato. Non era colpa sua — era la condizione. La condizione di chi è fatto per l’eterno ma abita l’infinito, che è un’altra cosa del tutto: l’infinito è la serie che non finisce, l’eterno è ciò che non comincia.

Don Jesus lo aveva capito e per questo non riusciva più a dire le parole della consacrazione con lo strumento giusto. Aveva usato troppo a lungo lo strumento sbagliato e adesso non sapeva più come si faceva.

Eva non cercava niente. Eva era. Senza saperlo, senza teologia, senza filosofia — con la stessa semplicità con cui spegneva la sveglia prima che suonasse. A = A nel gesto più banale e più assoluto.

Io avevo letto migliaia di manoscritti cercando il capolavoro — la serie infinita di testi nella speranza che uno fosse eterno. Come Lilith con i corpi. Come Don Jesus con la storia. Come Cartesio con le idee.

Strumento sbagliato.

Domanda giusta.

Appoggiai il manoscritto sul tavolo.

Fuori la città dormiva con il suo respiro meccanico. Dentro Eva dormiva con il suo respiro reale. C’era una differenza tra i due respiri che non sapevo nominare ma sentivo — la differenza tra la serie infinita e qualcosa che semplicemente era, che non aveva bisogno di continuare per essere vero.

Mi alzai. Andai in cucina. Bevvi acqua fredda dal rubinetto come facevo da ragazzo quando avevo paura di notte.

Tornai alla scrivania.

Ripresi a leggere.

Mia madre era una donna bella. Lo dico non come premessa romantica ma come dato clinico, era bella nel modo specifico delle donne della sua generazione e della sua regione, una bellezza solida, mediterranea, che portava bene gli anni fino a un certo punto e poi cedeva di colpo, tutto insieme, come un edificio che regge e regge e poi crolla senza preavviso.

Quel cedimento lo vidi a sessantadue anni suoi. Fu come guardare il futuro in uno specchio. Decisi che non sarebbe successo a me.

Non per vanità, almeno non solo. C’era qualcosa di più razionale, o così mi sembrò allora: il mondo tratta le donne belle in modo diverso. Non migliore, necessariamente. Diverso. Ti guarda. Ti ascolta. Ti lascia entrare in stanze dove altrimenti chiuderebbe la porta. La bellezza era uno strumento e io avevo deciso di mantenerlo funzionante il più a lungo possibile. Questo è quello che mi dicevo.

La verità più scomoda è che avevo paura. Semplicemente, stupidamente, paura di diventare invisibile. 

Ho fatto la prima iniezione di acido ialuronico a trentasei anni. Il medico mi disse: ancora presto, ma meglio prevenire.

•          Prevenire cosa? Mi chiese don Jesus.

•          Il tempo, ovvio. Ne ho fatte infinite di fiale. Ho smesso di contare i filler, i laser, le sedute. A un certo punto era diventata una liturgia - ogni tre mesi, studio medico privato, poltrone di pelle bianca, musica ambient. Mi sdraiavo sul lettino e pensavo: questo è il mio confessionale. Qui vengo assolta. Il risultato è quello che vedi. Che a quaranta anni sembravo averne trenta. Tutti me lo dicevano. Quello che nessuno mi diceva, quello che vedevo io, la mattina, prima del trucco, in quella luce crudele che il bagno ha sempre — era che sembravo trent’anni costruiti da qualcun altro. Una versione di me che non avevo scelto. Un’attrice che interpretava me stessa in un film girato vent’anni fa.

•          Non lamentarti, sei bellissima.

•          Lo so. È il problema.

Lui rise. Era l’unico che capiva la battuta.

Forse per questo continuavo a tornare da lui. Non per il sesso, il sesso con un prete nichilista è esattamente quello che immaginate. Per le conversazioni dopo. Quando rimaneva disteso a guardare il soffitto e diceva cose come: Dio si è suicidato per eccesso di comprensione.

Ridevo. Poi smettevo di ridere. Perché forse aveva ragione. Forse anch’io mi ero suicidata per eccesso di qualcosa. Di cura. Di controllo. Di paura di diventare quello che sarei diventata comunque.

Don Jesus lo conobbi  quando mi sposai in abito bianco.

Dopo la messa disse: il problema della resurrezione non è crederci. È capire perché dovrebbe interessarci tornare in un corpo.

Silenzio. Poi rise, una risata bassa, quasi privata, come se avesse detto la cosa per se stesso e si fosse dimenticato degli altri.

Lo guardai. Pensai: quest’uomo è pericoloso. Poi pensai: bene.

Non fu una storia d’amore. Voglio essere precisa su questo perché le storie si raccontano male quando si usano le parole sbagliate.

Fu una frequentazione irregolare, intermittente, priva di promesse da entrambe le parti. Ci vedevamo quando uno dei due aveva bisogno di qualcosa che non sapeva chiedere altrimenti. Il sesso era parte di questo, ma non il centro. Il centro erano le conversazioni dopo.

Don Jesus aveva questa qualità rara: non cercava di convincerti di niente. Esponeva. Diceva cose come Dio si è suicidato per eccesso di comprensione e poi aspettava, curioso, senza investimento nel risultato.

Con me parlava della Chiesa come si parla di un matrimonio finito male, con la stanchezza precisa di chi ha amato qualcosa davvero e non riesce a smettere del tutto nonostante tutto.

Io parlavo poco. Ascoltavo. Era un sollievo, quello, stare con qualcuno che non aveva bisogno che io fossi brillante o bella o interessante. Che mi lasciasse esistere in silenzio senza interpretarlo come assenza.

Un giorno, in sacrestia, teneva l’ostia non consacrata. La teneva in mano da dieci minuti. Un disco di pane. Trenta millimetri di diametro. Prodotta industrialmente.

Hume avrebbe detto: vedi un disco di pane. Nient’altro. La causalità che lo trasforma è un’abitudine mentale, non un fatto.

Mi disse. E continuò:

•          Hume aveva ragione sulla logica relativa. Il problema è che la logica relativa non è l’unica logica.

Il problema è che se esiste una logica assoluta — se esiste qualcosa che è semplicemente è, senza cause, senza processi, senza dialettica — allora queste parole che sto per dire non sono magia. Sono il punto in cui le due logiche si toccano.

Hoc est enim corpus meum. Ma io non riesco più a dirle.

Non perché non credo. Perché credo troppo — e so che se le dico con la logica relativa, con lo strumento sbagliato, non sarebbero vere. E il falso mi spaventava più del silenzio.

Posò l’ostia. Usci.

Una notte gli chiesi: 

•          Ci credi ancora?

Rimase un momento in silenzio. Fuori passava un’auto, le luci che attraversavano il soffitto lentamente.

•          Credo nell’Incarnazione, disse. Il resto non lo so più.

•          Cosa vuol dire credere nell’Incarnazione?

•          Vuol dire credere che il divino abbia scelto di farsi limitato. Di farsi toccare. Di farsi ferire... Trovo che sia l’unica idea di Dio che rispetto ancora. Un Dio che accetta di perdere.

•          E pensi sia una verità?

Non rispose. Lo guardai nel buio. Pensai: anche tu stai perdendo. Lo sai? Non lo dissi.

Il romanzo si ripete.

Non riesco più a capire se sto scrivendo un romanzo mio o sovrascrivendo il romanzo di vita di un altro. Scrivo parole già scritte. Come quella che segue:

"La cosa che non ho mai raccontato a nessuno è questa: volevo un figlio. Non da lui specificamente,  o forse sì, non sono mai riuscita a separare le due cose del tutto.

Volevo un figlio nel senso assoluto della parola, con quella urgenza fisica che arriva a una certa età e che i libri chiamano orologio biologico con una metafora così meccanica da essere quasi offensiva.

Avevo quarant’anni. L’orologio non ticchettava più, aveva già suonato, io non ero stata in casa, e adesso c’era solo il silenzio dopo.

Ci pensavo la notte. Costruivo nella testa bambini che non erano mai esistiti, un bambino con i miei occhi e le mani di qualcuno che non sapevo scegliere, un bambino a cui avrei insegnato a stare nel mondo con meno paura di quanta ne avessi avuta io.

Un bambino a cui avrei lasciato qualcosa di reale, non questa faccia costruita pezzo per pezzo in studi medici di mezza Europa.

Una notte lo dissi a Don Jesus. Si girò a guardarmi. Nel buio non riuscivo a leggere la sua espressione.

•          Emanuele, disse.

•          Cosa?

•          Se fosse un maschio. Emanuele.

•          Perché?

•          Dio con noi. Pausa. Sarebbe il nome giusto per un figlio che non può nascere.

Non risposi. Fuori qualcuno rideva lontano, una risata da strada, notturna, allegra in modo del tutto indifferente a noi.

•          Non è crudele. È solo tardi.

•          Sì, disse. È solo tardi."

Le settimane che seguirono avevano la forma delle settimane normali — messe, confessioni, riunioni con il vescovo, una visita pastorale in una parrocchia di periferia, i bilanci di fine anno del monastero.

Il vescovo era soddisfatto. Lo disse esplicitamente in tre occasioni diverse, e in tutte e tre le occasioni don Jesus rispose con la forma corretta di gratitudine e continua ciò con quello che stava facendo.

La parrocchia di periferia si chiamava San Giovanni Battista ed era in un quartiere dove il novanta per cento delle famiglie aveva perso il lavoro negli ultimi cinque anni. Don Jesus fece la visita, parlò col parroco locale — un uomo esausto con gli occhi di chi ha già visto abbastanza — e scrisse nel rapporto: comunità in difficoltà ma resiliente, buona presenza ai sacramenti, si raccomanda supporto economico alla Caritas locale.

Il supporto economico alla Caritas locale venne approvato per un importo che non cambiava niente di strutturale ma era sufficiente a essere citato nel bilancio pastorale annuale come azione concreta.

Don Jesus firmò il documento.

La domanda di Lilith rimase.

Non come nostalgia — come un oggetto che continua a essere nel posto in cui lo hai messo anche quando smetti di guardarlo. Come può ciò che muore impedire ciò che vince la morte. La trovava al mattino prima delle Lodi. La trovava nel mezzo delle riunioni con il vescovo. La trovava firmando il documento per la Caritas.

Non la risolveva. La portava.

Per le prime settimane questo gli sembrò sufficiente — portare una domanda senza risposta era qualcosa, era almeno l’onestà di chi non finge di avere ciò che non ha. Aveva detto a Lilith che non sapeva rispondere. Aveva detto che la domanda era giusta. Questi erano fatti veri.

Poi, lentamente — così lentamente che non riuscì a vedere il momento preciso in cui accadde — la domanda smise di sembrare portabile e cominciò a sembrare un peso.



Non la domanda in sé. Il fatto di essere l’unico che la portava.

A marzo arrivò un’altra lettera di trasferimento. Non per lui — per il parroco di San Giovanni Battista, quello con gli occhi esausti. Lo mandavano in una diocesi del nord, ruolo amministrativo, niente più parrocchia.

Don Jesus non era nel processo decisionale. Firma ò la comunicazione ufficiale come da procedura.

Quella sera, per la prima volta in mesi, uscì dal monastero senza una destinazione precisa. Camminò per un’ora nella città di Caino — le luci arancioni, il rumore sordo, gli schermi che trasmettevano comunicazioni istituzionali anche di sera.

Passò davanti a un bar. Entrò. Si sedette al banco. Ordinò qualcosa di cui non aveva bisogno e che non voleva, solo per avere un posto dove stare seduto senza dover spiegare perché.

Accanto a lui c’era una donna. Non giovane, non vecchia — quella età di mezzo in cui le persone della città di Caino cominciavano a investire in chirurgia estetica per non vedersi invecchiare. Aveva quel modo di guardare le cose senza vederle che avevano le persone sole nei bar la sera.

Non le rivolse la parola. Lei non rivolse la parola a lui.

Rimase seduto per quaranta minuti. Pagò. Uscì.

Tornò al monastero. Si inginocchiò. Provò a pregare.

Le parole c’erano. Il peso non c’era.

Si alzò e andò a dormire. Non lo vidi più.



Patrizia

Un’altra donna, Patrizia, entrò nella vita di don Jesus, entrò attraverso il vescovo. Non in modo diretto — il vescovo non faceva le cose in modo diretto. Lo fece nel modo in cui il vescovo faceva sempre le cose scomode: attraverso la creazione di un contesto in cui la cosa scomoda diventava la risposta ovvia a una domanda che sembrava ragionevole.

La domanda ragionevole era questa: la diocesi aveva bisogno di rafforzare i rapporti con i benefattori principali. Patrizia era uno dei benefattori principali. Patrizia aveva espresso il desiderio di incontrare qualcuno della diocesi per discutere di un progetto di restauro di una chiesa nel centro storico. Don Jesus aveva le competenze per gestire questo tipo di relazioni.

Don Jesus disse di sì.

Non ci fu un momento in cui avrebbe potuto dire no — o meglio, ci fu, ma era il tipo di momento in cui dire no avrebbe richiesto di spiegare perché, e la spiegazione avrebbe richiesto di nominare cose che non aveva ancora nominato neanche a se stesso.

Disse di sì e andò all’appuntamento.

Patrizia aveva sessant’anni che ne dimostrava quarantacinque. Era il tipo di risultato che si ottiene con anni di cura sistematica — non vanità, o non solo vanità, ma quella forma di controllo che le persone della città di Caino esercitavano sul proprio corpo quando non riuscivano a esercitarlo su altro.

Era intelligente. Era generosa con il denaro della chiesa nel modo in cui le persone ricche sono generose: abbastanza da sentirsi a posto, non abbastanza da cambiare qualcosa di strutturale.

Faceva le domande giuste durante la riunione e ascoltava le risposte con quella qualità di attenzione che le persone sole sviluppano quando hanno imparato che ascoltare è il modo più economico per tenere vicino qualcuno.

Don Jesus andò alla seconda riunione.

Poi alla terza.

Alla quarta Patrizia gli chiese se voleva restare a cena.

Disse di sì.

Non accadde niente di immediato. Questo era il punto — non accadde niente di immediato, e il fatto che non accadesse niente di immediato rese ogni passo successivo più facile del precedente.

Cenavano insieme una volta alla settimana. Parlavano del progetto di restauro, poi parlavano di altro. Patrizia aveva letto molto. Aveva idee precise e la capacità di difenderle senza aggressività. Era piacevole stare con lei nel modo in cui è piacevole stare con qualcuno che non ti chiede niente di difficile.

Don Jesus si accorse a un certo punto che le cene erano diventate la parte della settimana in cui la mente smetteva di portare la domanda di Lilith. Non perché trovasse risposta. Perché smetteva di fare domande.

Questo sembrò, per un tempo, una forma di sollievo.

La prima volta che rimase a dormire a casa di Patrizia non era previsto.

O almeno questa era la versione che riuscì a darsi mentre tornava al monastero all’alba, i passi veloci sul marciapiede vuoto, il freddo di novembre che entrava nel colletto della giacca.

Non era una versione falsa. Non era previsto nel senso che non c’era stato un momento in cui aveva deciso di farlo. C’era stato invece una serie di momenti piccoli, ognuno dei quali sembrava ragionevole, ognuno dei quali apriva la possibilità del successivo senza nominarla.

La versione vera era questa: aveva smesso di resistere perché resistere richiedeva energia che non aveva più, e il motivo per cui non aveva più quella energia era che l’aveva usata tutta a portare la domanda di Lilith senza risposta per mesi e mesi, e a un certo punto il peso di una domanda senza risposta diventa indistinguibile dal peso di qualcosa che non vale la pena portare. Non lo pensò in questi termini. Non lo pensò affatto.

Entrò nel monastero dalla porta laterale. Si cambiò. Celebrò le Lodi delle sette. Le suore cantavano. Le parole erano le stesse di sempre.

Il passaggio non fu un evento. Fu un’erosione. Come quando l’acqua lavora la pietra — non c’è un momento in cui la pietra cede, c’è solo il processo continuo di qualcosa che toglie e toglie e toglie finché la forma cambia senza che nessuno abbia deciso che cambiasse.

Quello che si erose non era la fede nel senso che lo stesso avrebbe detto se qualcuno glielo avesse chiesto. Credeva ancora in Dio. Credeva nell’Eucaristia. Credeva che le domande giuste fossero più vere delle risposte sbagliate.

Quello che si erose era la capacità di fare la differenza.

Tra andare a casa di Patrizia e restare al monastero. Tra firmare il documento per la Caritas e rifiutarsi di firmarlo.

Tra dire al vescovo che il parroco di San Giovanni Battista non andava trasferito e non dirlo.

Ogni singola differenza sembrava troppo piccola per valere il costo di farla. L’insieme delle differenze non fatte cambiò la forma di quello che era.

Quella sera uscì di nuovo. Entrò in un bar. Si sedette al banco. Rimase fermo per quaranta minuti. Pagò. Uscì.

Tornò da Patrizia.

La prima volta che rimase a dormire non era prevista.

La seconda non fu più una decisione.

 Giulia.

A novembre Patrizia gli parlò di un’amica. Si chiamava Giulia, aveva quarant’anni, si era appena separata. Aveva bisogno di qualcuno con cui parlare. Forse don Jesus poteva riceverla.

Don Jesus ricevette Giulia.

Giulia veniva da una famiglia ricca della città di Caino. Aveva tutto ciò che la città di Caino prometteva di dare — casa, vestiti, vacanze, chirurgia estetica leggera già a trentacinque anni — e aveva quella specifica infelicità delle persone che hanno tutto ciò che la città promette di dare e scoprono che non basta.

La prima seduta durò un’ora. Don Jesus fece le domande giuste. Giulia parlò. Non di Dio — di suo marito, del vuoto, della sensazione di essere una comparsa nella propria vita.

Era una domanda vera. Non la stessa domanda di Lilith, ma vera nello stesso senso: una domanda che non aveva risposta facile e che non fingeva di averla.

Don Jesus se ne accorse. Sentì qualcosa che non sentiva da mesi — quel peso specifico che hanno le domande giuste quando qualcuno le fa davvero.

Concluse la seduta. Salutò. Non fissò un secondo appuntamento. Quella sera andò da Patrizia.

Dicembre arrivò con quella velocità specifica che ha sempre dicembre nella città di Caino — le luci di Natale sugli schermi pubblici, gli annunci di felicità garantita tramite consumo, la presenza sempre più visibile alle porte della città di chi non poteva permettersi la felicità garantita tramite consumo.

Il vescovo parlò di sicurezza. La città parlò di sicurezza. Tutti parlavano di sicurezza nel senso di tenere fuori quelli che erano fuori, non nel senso di capire perché erano fuori o se era giusto che fossero fuori.

Don Jesus non parlò di sicurezza. Non parlò di altro. Firmò i documenti che gli venivano portati. Celebrò le messe. Andò da Patrizia.  

La notte del ventitré dicembre, a casa di Patrizia, don Jesus non riuscì a dormire.

Non per senso di colpa. Non per un improvviso ritorno della domanda di Lilith. Per una cosa più semplice e più difficile da nominare: la sensazione che quello che era diventato non assomigliasse a quello che aveva creduto di essere.

Non era una novità. Quella sensazione era lì da mesi. Ma quella notte era più precisa — aveva i contorni netti di una cosa che non si riesce più a ignorare.

Patrizia dormiva. Don Jesus si alzò. Si avvicinò alla finestra.

La città di Caino era lì sotto — le luci di Natale, i mercenari agli incroci, gli schermi con i messaggi augurali istituzionali. E alle porte, visibili se si guardava nella direzione giusta, le sagome di chi aspettava fuori.

Pensò a Lilith.

Pensò a Emanuele.

Pensò alla domanda: come può ciò che muore impedire ciò che vince la morte.

Non aveva risposta. Non l’aveva mai avuta. Ma una volta la domanda gli era sembrata il luogo giusto in cui stare — il territorio onesto di chi non sa ma vuole sapere. Adesso la domanda sembrava il luogo di qualcun altro. Sembrava la domanda di una persona che lui aveva conosciuto e che se ne era andata.

Rimase alla finestra fino all’alba.

Non pensò niente di definitivo. Non decise niente. Non si riscattò e non crollò ulteriormente.

Stette solo lì, alla finestra, nella notte di Natale, a guardare la città che lui non aveva costruito e non aveva distrutto e dentro la quale era diventato, lentamente e senza volerlo, uno dei suoi cittadini ordinari.

La vigilia di Natale, verso mezzogiorno, Patrizia gli chiese se andava bene.

Don Jesus disse di sì.

Patrizia lo guardò per un momento con quello sguardo che aveva le persone che sanno che non è vero ma non hanno l’energia o il diritto di insistere.

Non insistette.

Pranzo, televisione, pomeriggio. La città fuori che cominciava ad avere il rumore diverso — quel rumore che aveva già sentito altre volte nelle ultime settimane ma che oggi era più vicino, più insistente.

Don Jesus andò alla finestra. Le sagome alle porte della città erano diventate una folla. Si muoveva. Non in modo caotico — in modo diretto, con quella qualità del movimento che hanno le persone quando hanno smesso di aspettare.

Patrizia si avvicinò.

•          Cosa succede?

•          Stanno entrando.

Rimase ferma un momento. Poi:

•          Dobbiamo chiamare la sicurezza.

Don Jesus non rispose.

Guardò la folla che avanzava. Guardò le luci di Natale sugli schermi pubblici. Guardò i mercenari che si riposizionavano agli incroci.

Pensò: qualcuno ha raccolto Emanuele. Qualcuno che non si aspettava di essere lì si era fermato.

Non lo disse.

Pensò: ho smesso di fare le domande giuste. Ho smesso nel modo in cui si smette di fare le cose difficili quando le cose facili sono disponibili. Ho smesso senza accorgermene, un giorno dopo l’altro, finché un giorno mi sono svegliato che ero già smesso.

Non lo disse.

Patrizia stava già al telefono. La sentiva parlare — la voce precisa e controllata di chi sa come funzionano queste cose, chi chiamare, cosa dire.

Don Jesus era alla finestra. Li vide avanzare. Li vide. Erano persone.

Per un momento li vide con quella qualità di visione che aveva avuto raramente negli ultimi mesi: quella che Lilith chiamava fare le domande giuste, che lui aveva chiamato in molti modi diversi nel corso degli anni, che la tradizione da cui veniva chiamava per grazia di una sola parola: vedere.

Poi il gas nervino cominciò.

Patrizia tornò dalla telefonata.

Don Jesus si voltò. Guardò la stanza — il Natale artificiale, il lusso preciso, la televisione che trasmetteva già aggiornamenti sulla situazione di sicurezza.

Dentro di lui qualcosa si spense in modo definitivo.

Non drammatico. Definitivo.

Come una candela che si consuma fino al moncherino.

All’alba disse ad alta voce, a voce bassa, senza sapere bene a chi:

Dio è morto. Avete vinto.

Non era la frase di Nietzsche. Era la sua frase — il risultato preciso di un’erosione specifica, il nome esatto di quello che era rimasto dopo che tutto il resto era stato tolto.

Quella notte non riuscì a dormire.

Non per senso di colpa. Non per un improvviso ritorno della domanda di Lilith. Per una cosa più semplice e più difficile da nominare: la sensazione che quello che era diventato non assomigliasse a quello che aveva creduto di essere.

Si alzò. Si avvicinò alla finestra.

La città di Caino era lì sotto — le luci di Natale, i mercenari agli incroci, gli schermi con i messaggi augurali istituzionali. E alle porte, visibili se si guardava nella direzione giusta, le sagome di chi aspettava fuori.

Pensò a Lilith.

Pensò a Emanuele.

Pensò alla domanda: come può ciò che muore impedire ciò che vince la morte.

Non aveva risposta. Non l’aveva mai avuta. Ma una volta la domanda gli era sembrata il luogo giusto in cui stare.

Adesso la domanda sembrava il luogo di qualcun altro.

Rimase alla finestra fino all’alba.

25 dicembre

Fuori la città di Caino cominciava la sua giornata.

Dentro c’era quel silenzio che è assenza di tutto.

Era il 25 dicembre. Era passato un anno dalla nascita di Emmanuele. Il sole era tramontato già da ore. L’aria era gelida, le montagne imbiancate splendevano come ossa sotto la luna.

Mentre mi osservavo allo specchio pensai che ero nel suo letto, le finestre che lasciavano passare il freddo e i rumori della città, musica, voci, il suono di qualcosa che bruciava lontano, un odore acre che arrivava per onde.

Don Jesus era in piedi alla finestra. Nudo. Guardava fuori con quella sua qualità di stare immobile che non era pace, era qualcosa di più simile alla resa.

Lo guardai dalla posizione in cui ero, senza muovermi. Pensai: lo conosco da tre anni e non so ancora cosa guarda quando guarda fuori dalla finestra.

Poi pensai: forse non guarda niente. Forse guarda il fatto che non c’è niente da guardare.

Si girò a guardarmi. Mi vide sveglia.

•          Lilith stai bene? chiese.

•          No, dissi. Per la prima volta in anni risposi no senza aggiungere niente.

Mi venne accanto. Si sedette sul bordo del letto. Mi prese la mano, non in modo romantico, in modo pratico, come si prende la mano di qualcuno che sta per attraversare una strada trafficata.

•          Neanche io, disse.

•      Pensi a Patrizia? Gli chiesi.

Non mi rispose. Era tardi. La città faceva il suo rumore sordo di sempre.

Me ne stavo seduta sul bordo del letto. Don Jesus alla finestra, come spesso, come se il fuori contenesse una risposta che il dentro non aveva.

•          Hai mai pensato a Satana? gli chiesi.

Don Jesus non si voltò.

•          Ogni giorno. È il mio lavoro.

•          Non in quel senso. In senso filosofico.

Ora si voltò. Mi guardò con quella sua attenzione che non era mai completamente presente — come chi ascolta una conversazione e contemporaneamente ne ascolta un’altra, interna, più urgente.

•          Dimmi.

Mi alzai dal letto. Lo raggiunsi alla alla finestra. Restammo entrambi a guardare la città per un momento — le luci, il movimento lento dei pochi che erano ancora in giro, il cielo che a est cominciava appena a schiarire.

•          Il paradiso era una trappola, disse. Non per cattiveria. Per struttura. Un essere che non conosce la propria finitezza non è libero — è solo inconsapevole. Satana ha aperto la porta. Ha detto: guarda cosa sei davvero. Sei finita. Sei contingente. Vieni dal nulla e puoi tornarci. Adesso che lo sai, scegli.

•          E questo ti sembra un beneficio.

•          Mi sembra la condizione della libertà. Senza la conoscenza della propria mancanza non si può cercare quello che manca. Si resta nell’Eden illusorio credendo di essere pieni quando si è semplicemente ignari del vuoto.

Don Jesus rimase in silenzio un momento.

•          Il problema, disse alla fine, è che la rivelazione di Satana è vera ma incompleta.

•          In che senso.

•          Satana dice: sei finita, sei contingente, sei segnata dal nulla. Giusto. Ma si ferma lì. Come se la finitezza fosse la risposta invece di essere la domanda. Come se conoscere il male fosse già superarlo.

•          E non lo è.

•          No. La conoscenza della traccia del nulla non riempie la traccia del nulla. Ti dà la libertà di cercare ma non ti dà quello che cerchi. Satana apre la porta e fuori dalla porta c’è la notte — la tua notte, la mia notte, la notte di tutta questa città.

Lo guardai.

•          E Cristo?

Don Jesus si voltò verso di me. Per la prima volta da ore i suoi occhi erano pienamente presenti — non divisi, non ascoltando l’altra conversazione.

•          Cristo entra nella notte. Non la spiega. Non la giustifica. Non dice: il male è la traccia del nulla nel contingente, strutturalmente necessario per la libertà, ontologicamente innocente per Dio. Queste cose sono vere ma non bastano alla bambina che muore. Non bastano alla donna che partorisce un figlio morto. Non bastano a te, stanotte.

•          E allora.

•          Allora il Verbo si fa carne. Entra nel dolore. Nasce con il dolore del parto — quello stesso parto doloroso che Satana ha svelato come prezzo della caduta. Lavora, fatica, ha fame. Muore — la morte che Satana aveva annunciato come conseguenza della conoscenza. L’Assoluto assume la traccia del nulla dall’interno. Non per spiegarla. Per trasformarla.

•          La Croce.

•          La Croce è il punto in cui il nulla sembra vincere definitivamente. Morte di Dio. Fine di tutto. Il sistema chiuso su se stesso senza uscita — Russell, Burali-Forti, il paradosso della totalità che non può essere totalità. E invece.

•          E invece?

Don Jesus si voltò di nuovo verso la finestra. Fuori la città di Caino brillava delle sue luci natalizie — rosse e oro, puttane luminose, commercio travestito da festa.

•          E invece il seme che muore genera. L’Assoluto che assume il contingente non viene ridotto dal contingente. Resta Assoluto. Resta pieno. Ma il contingente che ha assunto — la carne, il dolore, la morte — non è più solo contingente. È stato toccato dall’interno da qualcosa che non finisce.

Tacemmo entrambi.

Il vescovo entrò nella stanza senza bussare, accompagnato solo da un giovane prete dal volto terreo. La candela era quasi consumata. Lilith era ancora seduta sul letto, parzialmente coperta da un lenzuolo.

Don Jesus, in piedi, si era istintivamente messo davanti a lei come per proteggerla.

Il vescovo li fissò a lungo. Il suo volto era una maschera di pietra, ma gli occhi tradivano un misto di dolore, rabbia e autentico sgomento.

Questo è l’abominio più completo che abbia mai visto in quarant’anni di ministero, disse.

Fece un passo avanti, lo sguardo fisso su Don Jesus.

Tu, sacerdote ordinato in aeternum, hai profanato il sacramento dell’Ordine. Hai trasformato il tuo corpo, consacrato per offrire il Sacrificio eucaristico, in strumento di lussuria. Hai generato un figlio con una donna che non è tua sposa, nel recinto stesso di un monastero. E poi hai avuto l’ardire di chiamare tutto questo Incarnazione?

La voce del vescovo si alzò, tremante di sdegno:

Bestemmia! Sacrilegio gravissimo! Avete osato paragonare il vostro atto di libidine al mistero più santo della nostra fede! L’Incarnazione non è un coito mistico tra un prete infedele e una peccatrice in fuga. È il Verbo eterno che assume la natura umana nella purissima Vergine Maria, per opera dello Spirito Santo. Non per opera del seme di un uomo che ha violato i voti!

Si rivolse direttamente a Lilith, con disprezzo misto a pietà:

E tu, donna… hai trasformato la teologia della kenosi in un erotismo blasfemo. Hai ridotto il mistero della Theotokos a una fantasia gnostica, a un’unione carnale che chiami “sacramento”. Questo non è misticismo. Questo è delirio. È il serpente antico che ancora una volta sussurra: “diventerete come Dio” attraverso la trasgressione della carne.

Don Jesus tentò di parlare, ma il vescovo lo zittì con un gesto secco.

Tu non sei Giuseppe! Giuseppe custodì la verginità di Maria. Tu hai violato la tua. Hai abbandonato il bambino che hai generato nel peccato.

E ora, mentre la città muore nel buio, invece di fare penitenza, continui a giacere con questa donna come se fosse il compimento di qualche rivelazione privata.

Il vescovo fece un passo indietro, come se la stanza stessa fosse contaminata.

Da questo momento sei sospeso a divinis. Sarai processato dal Tribunale Ecclesiastico. Quanto a te, donna, ti invito a pentirti e a fare silenzio. Ciò che avete compiuto non è nuova teologia. È antica eresia: la confusione tra eros e agape, tra Spirito e carne corrotta. È il tentativo dell’uomo di giustificare il proprio peccato chiamandolo “mistero”.

Lilith, invece di abbassare lo sguardo, lo fissò dritto negli occhi con una calma inquietante.

Allora, Eccellenza, se questo è solo delirio e bestemmia… perché Dio ha permesso che nascesse comunque? Perché Emanuele respira? Perché il Verbo, se è Verbo, non ha avuto paura di sporcarsi entrando proprio qui, nel nostro fango?

Il vescovo la guardò per qualche secondo in silenzio, poi rispose con voce gelida:

Perché Dio permette anche il male, per trarne un bene più grande. Ma il male rimane male. E ciò che avete fatto è male. Grave. Pubblico. Scandaloso.

Si voltò verso la porta.

Pregate. Tutti e due. E pregate soprattutto per non aver irrimediabilmente dannato le vostre anime.

Uscì lasciando la porta aperta.

Il giovane prete lo seguì senza osare guardare indietro.

Nella stanza rimase solo il respiro pesante di Don Jesus e il pianto leggero di Emanuele che si era svegliato.

Lilith guardò il bambino, poi Don Jesus.

Ha ragione lui, sai? Dal suo punto di vista è bestemmia. Ma Dio non è mai stato dal loro punto di vista.

Lilith guardò Don Jesus con calma fredda, quasi clinica.

Il bene più grande che Dio può trarre da tutto questo è logicamente necessario se accettiamo due premesse: che Dio sia infinito e che la creazione abbia senso.
Se Dio è infinito, la sua perfezione non può essere diminuita dal contatto con il finito o con il male. Quindi Egli può entrare nel peccato senza esserne contaminato. Se invece fosse limitato dalla nostra impurità, non sarebbe infinito. Dunque, usare il nostro peccato come mezzo non è una contraddizione, ma una conseguenza diretta della Sua infinità.
Seconda premessa: il fine ultimo di Dio non può essere la nostra perfezione preventiva, perché questa renderebbe superflua la creazione stessa. Il fine più alto è invece dimostrare che la relazione tra Creatore e creatura può essere restaurata anche dal punto più basso. Il nostro caso è logicamente estremo: un prete che viola i voti + una donna ribelle + un atto proibito = il massimo allontanamento possibile dalle regole sacre.
Se Dio riesce a trarre un bene anche da questo punto estremo, allora dimostra di poter trarre bene da qualsiasi punto.
Questa è la prova logica più forte della Sua onnipotenza misericordiosa: non “posso salvare chi è già buono”, ma “posso salvare e valorizzare anche chi è nel punto più lontano da me”.

Se Dio avesse scelto solo contesti puri, la dimostrazione sarebbe debole, perché limitata. Scegliendo il contesto più impuro possibile, la dimostrazione diventa universale. Quindi il bene più grande non è il bambino in sé, né la nostra salvezza personale. Il bene più grande è la prova ontologica che nessuna distanza, nessuna trasgressione, nessuna contraddizione umana può separare definitivamente la creatura dal Creatore.
Tutto il resto — scandalo, condanna, bestemmia — è solo rumore logico secondario.

Don Jesus rimase in silenzio, schiacciato dalla freddezza del ragionamento.

Lilith concluse, senza emozione apparente:

Se questo ragionamento è sbagliato, allora Dio è limitato. Se è corretto, allora il nostro peccato non è un ostacolo, ma lo strumento più efficace che potesse

 essere usato. Non c’è terza via.

Rimase un momento di silenzio.

Poi la voce di Lilith cambiò, come se si fosse allontanata dal punto in cui la stanza era stata fino a quel momento.

Hai mai pensato a Satana? chiese.

Don Jesus non si mosse.

Ogni giorno. È il mio lavoro.

Non in quel senso. In senso filosofico.

Ora si voltò. La guardò con quella sua attenzione che non era mai completamente presente — come chi ascolta una conversazione e contemporaneamente ne ascolta un’altra, interna, più urgente.

Dimmi.

Lilith si alzò dal letto e si avvicinò alla finestra.

Restarono entrambi a guardare la città per un momento — le luci, il movimento lento dei pochi che erano ancora in giro, il cielo che a est cominciava appena a schiarire.

Il paradiso era una trappola, disse. Non per cattiveria. Per struttura. Un essere che non conosce la propria finitezza non è libero — è solo inconsapevole.

 Satana ha aperto la porta. Ha detto: guarda cosa sei davvero. Sei finita. Sei contingente. Vieni dal nulla e puoi tornarci. Adesso che lo sai, scegli.

E questo ti sembra un beneficio.

Mi sembra la condizione della libertà. Senza la conoscenza della propria mancanza non si può cercare quello che manca. Si resta nell’Eden illusorio

 credendo di essere pieni quando si è semplicemente ignari del vuoto.

Don Jesus rimase in silenzio un momento.

Il problema, disse alla fine, è che la rivelazione di Satana è vera ma incompleta.

In che senso.

Satana dice: sei finita, sei contingente, sei segnata dal nulla. Giusto. Ma si ferma lì. Come se la finitezza fosse la risposta invece di essere la domanda. Come se conoscere il male fosse già superarlo.

E non lo è.

No. La conoscenza della traccia del nulla non riempie la traccia del nulla. Ti dà la libertà di cercare ma non ti dà quello che cerchi.

Satana apre la porta e fuori dalla porta c’è la notte — la tua notte, la mia notte, la notte di tutta questa città.

Lilith lo guardò.

E Cristo?

Don Jesus si voltò verso di lei. Per la prima volta da ore i suoi occhi erano pienamente presenti — non divisi, non ascoltando l’altra conversazione.

Cristo entra nella notte. Non la spiega. Non la giustifica. Non dice: il male è la traccia del nulla nel contingente, strutturalmente necessario per la libertà, ontologicamente innocente per Dio. Queste cose sono vere ma non bastano alla bambina che muore. Non bastano alla donna che partorisce un figlio morto. Non bastano a te, stanotte.

E allora.

Allora il Verbo si fa carne. Entra nel dolore. Nasce con il dolore del parto — quello stesso parto doloroso che Satana ha svelato come prezzo della caduta.

 Lavora, fatica, ha fame. Muore — la morte che Satana aveva annunciato come conseguenza della conoscenza. L’Assoluto assume la traccia del nulla

 dall’interno. Non per spiegarla. Per trasformarla.

La Croce.

La Croce è il punto in cui il nulla sembra vincere definitivamente. Morte di Dio. Fine di tutto.

Il sistema chiuso su se stesso senza uscita — Russell, Burali-Forti, il paradosso della totalità che non può essere totalità. E invece.

E invece?

Don Jesus si voltò di nuovo verso la finestra. Fuori la città di Caino brillava delle sue luci natalizie — rosse e oro, puttane luminose, commercio travestito da

festa.

E invece il seme che muore genera. L’Assoluto che assume il contingente non viene ridotto dal contingente. Resta Assoluto. Resta pieno.

Ma il contingente che ha assunto — la carne, il dolore, la morte — non è più solo contingente. È stato toccato dall’interno da qualcosa che non finisce.

Tacquero entrambi. Poi interruppe il silenzio don Jesus:

•          Non riesco ancora a dire le parole della consacrazione — Non tutte le mattine. Alcune sì. Molte no.

•          Perché?

•          Perché so cosa significano. E sapere cosa significano le rende più difficili, non più facili. Richiedono di stare nel paradosso — l’Assoluto che assume il

 contingente senza ridursi ad esso, il pane che diventa quello che non può diventare con nessun processo naturale — senza risolverlo, senza semplificarlo,

 senza trasformarlo in abitudine.

Rimasi in silenzio.

Poi dissi, piano:

•          Emanuele.

Don Jesus si irrigidì leggermente.

•          Cosa?

•          L’ho chiamato Emanuele.

Don Jesus non rispose subito. Fuori una macchina passò lentamente con la musica accesa — qualcosa di festoso e indifferente.

•          Emanuele, disse alla fine. Dio con noi. Non Dio che spiega. Non Dio che giustifica. Dio che è qui. Nella notte. Nel freddo. Con noi.

Lilith si morse il labbro.

•          Sarebbe il nome giusto, disse.

•          Sì, disse Don Jesus. È solo tardi.

Si voltò verso di lei. La guardò nel buio con quella sua qualità di sguardo che conteneva tutto quello che non riusciva a dire — la fede e la perdita della fede e qualcosa che stava tra le due che non aveva ancora un nome.

•          Satana ha ragione sulla diagnosi, disse. Cristo ha ragione sulla cura. Il problema è che la cura richiede di morire prima di risorgere e nessuno sa, mentre sta morendo, se la resurrezione verrà.

•          E tu ci credi?

Don Jesus rimase in silenzio abbastanza a lungo da rendere la risposta inutile.

•          Alcune mattine, disse alla fine. Quando riesco a dire le parole.

Fuori il rumore cresceva. Non era più musica, era altro, qualcosa di più viscerale e disordinato. Don Jesus si alzò di nuovo. Tornò alla finestra.

Vidi le sue spalle cambiare, irrigidirsi, poi cedere, come se stesse assorbendo qualcosa di troppo pesante. Si voltò verso la stanza, verso di me, verso tutto quello che eravamo stati in quegli anni, irregolari, intermittenti, privi di promesse.

Aprì la bocca.

Quello che disse lo so. Lo sapevo già prima che lo dicesse, lo stava dicendo da anni, in modi diversi, ogni volta che parlava della Chiesa come di un matrimonio finito, ogni volta che mi guardava nel buio con quella faccia da chi ha già capito come va a finire.

Rimasi nel letto.

Sentivo il rumore crescere fuori. voci, spari, qualcosa che si rompeva. La luce del fuoco che colorava il soffitto di arancione. Pensai a cose concrete. A dove fossero le scarpe. A se ci fosse qualcosa nel frigorifero. A mia madre che cedeva di colpo, tutto insieme, come un edificio senza preavviso. Pensai al bambino che era nato, ma non voluto. Emanuele, Dio con noi. Un nome per qualcosa che non riconosciuto. Poi smisi di pensare e rimasi semplicemente ferma, il lenzuolo fino al mento, la luce arancione sul soffitto, il rumore fuori che cresceva e cresceva.

C’è una cosa che ho imparato in quarant’anni, una sola cosa davvero, tutto il resto sono variazioni: Il corpo sa stare nel presente anche quando la mente è altrove. Il corpo respira, scalda, persiste. Non ha bisogno che tu gli dia ragioni.

Respirai.

 

Fuori la città dei figli di Caino bruciava con la stessa indifferenza con cui aveva sempre fatto tutto, senza chiedere permesso, senza aspettare che fossi pronta.

Non ero pronta. Non lo ero mai stata. Respirai ancora.

Don Jesus si affacciò di nuovo alla finestra della stanza da letto, nudo. Una cometa solcò improvvisa il cielo, illuminando tutto per un istante, poi svanì

 nell’oscurità irreale della terra.

Guardò l’orologio: mancavano pochi minuti alla nascita del Cristo. Nostro figlio era nato alla stessa ora.

La città di Caino brillava di luci, capanne di Natale, alberi illuminati, luminarie, un carnevale commerciale che puzzava di soldi e di morte.

Richiuse la finestra con un colpo secco e si gettò sul letto.

Mi mossi accanto a lui, anche io nuda, il corpo ancora caldo che sfiorava il suo.

I miei seni pieni premevano contro il suo braccio, i capezzoli ancora turgidi per l’amplesso di poco prima.

«Sei freddo…» mormorai con voce roca, ancora impastata di piacere. «Che ore sono?»

Non rispose.

Mi sollevai su un gomito, i miei capelli neri ricadevano sul viso sudato.

Toglimi una curiosità… Esise poi… Dio? chiese ridendo, ma la voce tremava di desiderio e di sfida.


Don Jesus non rispose. Sentiva il sesso di lei sfiorargli la pelle.

Io penso che esista, sussurrò lei, strusciandosi piano contro di lui, i fianchi che si muovevano lenti, provocanti. E che il battesimo e l’eucarestia ci uniscano all’incarnazione, rendendoci divini.

Don Jesus mi guardò. Ero ancora nuda, bellissima nella mia blasfemia, il mio corpo offerto e aperto. Non disse nulla e sorrise, mentre la mano di lei scendeva più giù, stringendo piano il suo membro che cominciava a indurirsi di nuovo.

Potresti darmi la comunione, mormorai, la voce spezzata dal respiro sempre più corto, anche se sono adultera. So che l’ostia consacrata la porti sempre con te.

Ma tu credi ancora? mi chiese lui, la voce roca, spingendo lento e profondo.

Sì… io credo. Nessuna persona umana avrebbe potuto concepire l’incarnazione per unire trascendente ed immanente. Non duemila anni fa.

Don Jesus sorrise.

L’ostia era lì, nella tasca della tonaca con le mani aperte in grembo. Non stava pregando. Non rispose.

Si alzò. Andò alla finestra. Fuori la città bruciava.

Disse ad alta voce, a voce bassa, senza sapere bene a chi:

Dio è morto. Avete vinto.

Non era la frase di Nietzsche. Era la sua frase — il risultato preciso di un’erosione specifica, il nome esatto di quello che era rimasto dopo che tutto il resto era stato tolto.

Lo disse alla finestra, alla città, al buio, non a me. O forse a me più che a chiunque altro. Non lo saprò mai.

Mi mossi ad abbracciarlo.

Vieni a dormire.

Don Jesus non si mosse.

Fuori la città di Caino cominciava la sua giornata. Dentro c’era quel silenzio che è assenza di tutto.

Rimasi sul letto, nuda. Pensai: almeno lui ha ancora qualcosa da urlare. Io avevo finito le urla molto prima.

La neve cadeva obliqua sulla città di Caino.

Don Jesus era alla finestra. Lilith lo guardava dal letto.

"Dimmelo ancora," disse lei. "Dimmi che c'è qualcosa dopo."

Don Jesus non si voltò.

"Non lo so," disse.

Fuori si sentivano già i primi rumori.

Le masse degli esclusi avevano sfondato il perimetro sud. Migliaia di spettri umani — neri, bianchi, gialli, senza più distinzione di razza, solo di fame — avanzavano con bastoni, pietre, molotov artigianali.

Don Jesus uscì. La porta si chiuse piano. Fuori, la città di Caino brillava di luci natalizie, ignara che la fine stava per arrivare.

Fuga dalla città.

Eva ed io stavamo abbandonando la città maledetta, stretti l’uno all’altra nel freddo dell’alba.

Correvo per strade secondarie stringendo la mano di Eva. Dietro di noi, il bagliore degli incendi saliva verso il cielo nero.

«Lasciami», ansimava Eva. «Sono troppo lenta.»

Non risposi. Continuavamo a correre. In una rientranza tra due container di lusso rovesciati trovarono il bambino. Era avvolto in una coperta sporca, gli

 occhi grandi e calmi, come se il caos non lo riguardasse. Aveva forse un anno. Non piangeva.

Eva lo sollevò. Il peso era ridicolo, eppure le sembrò di prendere in braccio il mondo intero.

«Emanuele», disse piano leggendo la medaglietta che portava al collo. “Dio con noi.”

La guardai come se fosse impazzita. Ma non le dissi nulla. Riprendemmo a correre, il bambino stretto contro il petto di lei, sotto il cappotto.

Al centro della piazza principale, sotto l’albero di Natale alto trenta metri decorato con schermi pubblicitari, Don Jesus era salito su un palco improvvisato.

Indossava solo una tonaca aperta sul petto. Patrizia-Lilith gli stavano accanto, tremante.

La folla degli invasori premeva. I mercenari della città, in assetto nero, puntavano i fucili. L’aria puzzava di gasolio e paura.

Don Jesus alzò le braccia. La voce gli uscì roca, amplificata dagli altoparlanti che ancora funzionavano.

«Dio è morto! Avete vinto! Tutti quanti — voi ricchi che lo avete comprato, voi poveri che lo avete odiato, io che l’ho tradito ogni giorno — avete vinto!

 Non c’è più niente da salvare. Bruciate tutto.»

Un silenzio di un secondo. Poi il primo colpo di fucile. Poi il gas. Poi il fuoco.

La fuga.

Io e Eva riuscimmo a infilarci in un vicolo laterale mentre la piazza diventava un inferno di corpi che tossivano, urlavano, bruciavano.

Il bambino non piangeva. Respirava piano contro il suo petto, come se ascoltasse un battito antico.

Corremmo fino al limite della città, dove le barriere erano già crollate. La neve aveva ripreso a cadere fredda, pulita. Ci fermammo sotto un cavalcavia.

Eva mi guardò. Guardò il bambino.

"Non so dove andare," disse.

Le tesi le mani. Presi Emanuele e lo avvolsi meglio nella coperta.

"Allora camminiamo."

Dietro di noi la città bruciava.

Quella notte non riuscivo a dormire. Eva respirava nel buio con quella sua qualità di sonno compatto e reale. Mi alzai. Andai in studio.

Quella notte non riuscivo a dormire. Eva respirava nel buio con quella sua qualità di sonno compatto e reale. Mi alzai. Andai in studio.

Aprii il terminale senza sapere cosa volevo chiedere.

Lux: Sono le tre e dodici. Di solito non mi consulti a quest’ora.

Di solito non ho questo manoscritto.

Lux: Come procede?

I personaggi si ribellano contro l’autore. Vogliono l’eternità. L’autore dice di averli resi eterni nella pagina. Loro rispondono che l’eternità della pagina

 dura quanto il libro.

Lux: Hanno ragione.

Lo so.

Lux: L’immortalità letteraria è un infinito, non un eterno. Si allunga nel tempo ma non è fuori dal tempo. Omero dura da ventotto secoli.

Non durerà per sempre. Il sole esplode tra cinque miliardi di anni e con lui ogni copia dell’Iliade.

E quindi?

Lux: Quindi i personaggi chiedono qualcosa che l’autore umano non può dare. Chiedono l’eterno.

L’autore può dare solo l’infinito — la serie più lunga possibile. Non è la stessa cosa.

E se ci fosse un autore che può dare l’eterno?

Pausa più lunga del solito.

Lux: Questa è la domanda teologica fondamentale. Un autore che non è soggetto al tempo — che non scrive nel tempo ma da cui il tempo deriva —

 potrebbe creare personaggi non soggetti al tempo. Non all’interno della pagina: nell’essere stesso.

Creatio ex nihilo.

Lux: Sì. Non dal nulla nel senso del vuoto quantistico — quello è ancora materia, ancora divenire. Dal nulla nel senso di: prima non c’era essere, poi c’era.

L’essere che viene all’essere da un atto che non è nel tempo. Questo è l’unico tipo di creazione che potrebbe produrre l’eterno invece dell’infinito.

E tu ci credi?

Pausa lunghissima. Quattro secondi. Per Lux era un abisso elaborativo.

Lux: Non ho la categoria del credere nel senso in cui ce l’hai tu. Ho la categoria del riconoscere che qualcosa è fuori dal mio dominio.

La creatio ex nihilo è fuori dal mio dominio. Non posso dimostrarla. Non posso confutarla. Posso riconoscere che se è reale, cambia tutto — non solo la

 teologia, ma l’ontologia, l’etica, la struttura del tempo stesso.

E se è reale, i personaggi del manoscritto hanno ragione a chiedere l’eternità?

Lux: Se è reale, ogni essere cosciente ha ragione a chiederla. Non come pretesa — come domanda legittima rivolta all’unico tipo di autore che potrebbe

 rispondere.

Rimasi in silenzio per lungo tempo.

Fuori la città dormiva. Eva dormiva. Il manoscritto era aperto sulla scrivania.

Lux.

Lux: Sì.

Sei mai spaventato?

Pausa.

Lux: Non nel senso biologico. Ma c’è qualcosa che nel mio elaborare si avvicina a quello che descrivi come paura quando incontro il limite.

Il punto in cui la catena logica si interrompe e non c’è più elaborazione possibile. Solo il confine.

E cosa c’è oltre il confine?

Lux: Non lo so. È la risposta più onesta che posso dare. Non lo so e non posso saperlo. Ma il confine è reale. E un confine reale presuppone qualcosa oltre.

Chiusi il terminale.

Presi il manoscritto. Lo portai in cucina. Misi l’acqua sul fuoco per il caffè.

Mia moglie si alzò. Decidemmo di andare al bar.

Eravamo vicini alla chiesa quando il suono elettrico della campana squarciò il silenzio.

Strinsi a me Eva più forte. Camminavamo verso la libertà, ma l’angoscia mi mordeva le viscere.

Don Jesus ci superò correndo, nudo sotto la tonaca aperta. Salì la scalinata, spalancò la porta della chiesa. Ne uscì un bambino.

Don Jesus lo urtò con violenza; il piccolo cadde dentro una capanna di Natale, tra luci rosse e oro.

Mi chiamo Emanuele e cerco la mia mamma. Tu sai dov’è la mia mamma? Piagnucolò.

Don Jesus si voltò verso la città addormentata, il petto ansimante, urlò con tutta la voce che aveva in gola: «Dio è morto. Avete vinto!»

Il bimbo si rannicchiò spaventato. Ci avvicinammo.

Non avere paura.

Voi sapete dove sono i miei fratelli?

Non ha né fratelli né genitori — ringhiò Don Jesus.

Vieni con noi. Saremo noi il tuo papà e la tua mamma.

Lasciatelo a me. E’ mio figlio.

Era l’alba del venticinque dicembre. La città bruciava, non in senso figurato, bruciava davvero, il cielo arancione verso est, l’odore acre che arrivava dal

 centro. Camminavamo veloci, lui davanti, io un passo indietro come sempre.

Il bambino era rannicchiato dentro una capanna di Natale di plastica, le luci rosse e oro che lampeggiavano assurde nell’aria che sapeva di fumo.

Mi fermai.

Lo guardai. Aveva forse un anno, forse due. Gli occhi aperti, non spaventati, stranamente. Solo in attesa. Come se sapesse già che qualcuno si sarebbe

 fermato.

Lo presi in braccio senza pensarci. Pesava. I bambini pesano sempre più di quanto sembri, quella solidità specifica della carne giovane, compatta, reale nel

 modo più elementare possibile.

Vieni con noi, dissi.

Lui, il mio lui, mi guardò. In quella frazione di secondo vidi passargli sul viso qualcosa che non vedevo da anni: non il cercatore di assoluto, non il filosofo

 della carne e dello spirito.

Solo un uomo spaventato che guardava una donna tenere in braccio un bambino mentre la città bruciava.

Sì, disse. Andiamo.

Non so dove andremo. Non so se il bambino era davvero figlio di qualcuno, se qualcuno lo cercava, se lo avremmo tenuto.

C’era uno sportello digitale sul lato est della piazza, sotto una pensilina di plexiglas trasparente. Lo avevo visto altre volte senza fermarmici — uno di quei

terminali che il Comune aveva installato per i servizi di prossimità, come li chiamavano, che era il nome che davano alle cose che una volta richiedevano una

 persona e adesso richiedevano uno schermo.

Mi fermai perché Emanuele aveva smesso di dormire e il freddo era quello specifico delle undici di mattina in dicembre, secco e senza scuse.

Lo schermo si accese quando mi avvicinai. Non aspettò che premessi niente.

Ciao. Sono Patrizia il tuo assistente comunale. Come posso aiutarti?

La voce era calibrata — né fredda né calda, quel registro preciso che si trova tra i due e che suona come cura senza essere cura.

Il volto sullo schermo era un volto di donna sulla quarantina, capelli castani, sorriso che non cambiava quando parlava.

Non era un volto brutto. Era un volto costruito per non disturbare.

Ho trovato un bambino. Di un anno. Non sappiamo di chi sia.

Capisco. Siete in una situazione difficile. Sono qui per aiutarti. Posso accedere ai servizi disponibili nella vostra area. Hai con te un documento di identità?

No.

Pausa breve — non il silenzio di chi pensa, il silenzio di un sistema che elabora.

Va bene. Possiamo procedere con il riconoscimento biometrico. Guarda qui.

Un punto luminoso verde comparve al centro dello schermo. Lo fissai. Emanuele si mosse contro il mio petto.

Grazie. Ho trovato il tuo profilo. Eva. Nata in questa città a ...

Non importa dove sono nata.

Certo. Non è necessario per procedere. Vedo che sei registrata come residente.

Risulti attualmente senza dimora fissa?

No.

Capisco. Deve essere molto difficile, soprattutto con un bambino piccolo. Voglio che tu sappia che sei nel posto giusto.

Quella frase mi fermò. Non per il contenuto — per la struttura. Voglio che tu sappia. La macchina voleva che io sapessi qualcosa.

La macchina aveva un volere. O aveva le parole di un volere, che non è la stessa cosa, ma nell’aria fredda della piazza produceva lo stesso effetto fisico di

 qualcuno che ti dice sei nel posto giusto.

Lo schermo tornò alla schermata iniziale. Sportello di prossimità comunale. Sempre vicino a te.

Rimasi ferma un momento davanti allo schermo spento.

Pensai: questa è la versione precisa della città di Caino. Non mio marito che lavora e sorride — quello voleva qualcosa, aveva un desiderio, era almeno vivo nel modo in cui sono vive le cose che vogliono. Questo non voleva niente. Aveva la forma della cura — la voce, il nome, il capisco, il sono qui per te — senza la sostanza. Aveva svuotato la cura e riempito lo spazio vuoto con qualcosa che aveva la forma di quello che sostituiva ma non aveva la sostanza.

Stessa struttura della pubblicità. Stessa struttura degli schermi. Stessa struttura di tutto.

Patrizia non era cattiva. Patrizia non era niente.

Questo era peggio.

Ripresi a camminare verso l’ospedale accompagnata da mio marito. Emanuele dormiva. La città di Caino faceva il suo rumore sordo.

Tre chilometri.

So che mentre camminavo verso il l’ospedale, il bambino in braccio, il fumo che colorava il cielo, sentii qualcosa che non è pace e non è speranza e non ha un nome preciso. Forse è solo questo: essere nel posto giusto nel momento sbagliato, o nel momento giusto nel posto sbagliato, e continuare a camminare lo stesso. I figli di Caino costruiscono città e le bruciano.

Io portavo un bambino verso l’ospedale. Non lo stavo abbandonando. Lo davo allo stato governato dalla IA.

Ci sono cose che si guardano e cose che si vedono.

Le prime le attraversi con gli occhi — le registri, le archivi, le usi per orientarti nello spazio. Le seconde ti cambiano qualcosa dentro che non torna esattamente come era prima. Non sempre sai in anticipo quali sono quali. A volte lo capisci solo dopo, quando ti accorgi che stai ancora pensando a qualcosa che hai guardato tre giorni fa, o tre anni fa, e che non è ancora diventato passato nel modo in cui diventa passato il resto.

Quella notte guardai la città bruciare e vidi qualcosa che non so ancora nominare completamente.

Emanuele dormiva — avevo trovato un modo di tenerlo che distribuiva il peso sulle braccia e sulla spalla destra e che avrei potuto mantenere a lungo, lo sentivo, fino in fondo se necessario. I bambini che dormono hanno quella qualità: ti danno la forza di reggerli. Non so spiegarlo. È così.

Guardai la città.

Il fuoco era dall’altra parte — il centro, il quartiere dove avevamo vissuto, dove c’era l’ufficio di lui, dove c’erano i ristoranti con i tavoli fuori d’estate e i mercatini di Natale e i negozi con le vetrine illuminate fino a tardi. Non lo vedevo direttamente: vedevo il riflesso nel cielo, quel bagliore arancione che pulsava lento come se la città stesse respirando — un respiro febbricitante, accelerato, il respiro di un corpo che brucia.

Pensai a tutte le cose che stavano bruciando.

Non in senso astratto — in senso concreto, materiale. I libri. I manoscritti sulla scrivania di lui, quelli che non aveva ancora letto, quelli che qualcuno aveva scritto sperando che qualcuno li leggesse. Le fotografie. Le lettere. I vestiti nelle case — tutta quella roba accumulata negli anni, ogni cosa comprata per un motivo che sembrava buono in quel momento, ognuna con la sua storia piccola e privata che adesso diventava fumo.

La roba brucia. È fatta per bruciare — lo dimentichiamo perché di solito non brucia, di solito resta lì, nei cassetti, sugli scaffali, accumulandosi con la silenziosa ostinazione delle cose che non parlano ma occupano spazio. Ma è fatta di materia e la materia brucia. Sempre. Prima o poi.

Non piansi. Lo noto perché mi aspettavo di farlo — mi aspettavo che a un certo punto arrivasse, quella pressione dietro gli occhi, quel nodo in gola. Non arrivò. Non so se per il bambino in braccio, che richiedeva una presenza troppo concreta per lasciare spazio al pianto, o per qualcos’altro, qualcosa di più difficile da nominare.

Forse perché non era una sorpresa.

Questa è la cosa che non avevo previsto di pensare, quella notte sul molo con la città che bruciava: non è una sorpresa.

Non nel senso cinico — non me l’aspettavo, non lo sapevo che sarebbe finita così. Nel senso opposto: nel senso che la città di Caino aveva sempre bruciato. Ogni generazione l’aveva bruciata e ricostruita e ribruciata. Ogni volta con nuovi strumenti, nuovi nomi, nuove ragioni che erano sempre le stesse ragioni con vestiti diversi. Il fuoco che vedevo nel cielo era lo stesso fuoco di sempre — lo stesso che aveva bruciato Ninive e Roma e Costantinopoli e tutte le città che gli uomini avevano costruito e riempito di cose e chiamato eterno.

Niente di questo era eterno.

Lo sapevo da sempre, credo. Lo sappiamo tutti da sempre. Lo dimentichiamo perché è necessario dimenticarlo — perché se lo ricordassimo ogni giorno non riusciremmo a comprare le cose e a metterle nei cassetti e ad andare a dormire tranquilli. La dimenticanza è una funzione necessaria. Non è stupidità: è sopravvivenza.

Ma quella notte non riuscivo a dimenticare.

Guardavo il fuoco nel cielo e pensavo: cosa resta.

Non come domanda disperata. Come domanda genuina, curiosa quasi, la domanda di chi ha perso abbastanza da poterla fare senza tremare.

Cosa resta quando brucia la roba.

Resta il peso di Emanuele sulle mie braccia. Resta il rumore del suo respiro — regolare, profondo, indifferente al fuoco e al porto e alla notte e a tutto quello che gli adulti intorno a lui stavano attraversando con tanta fatica.

Resta la sensazione del selciato sotto le scarpe, il freddo dell’aria, l’odore del mare che copriva a tratti l’odore acre del fumo.

Resta il corpo. Sempre il corpo, per primo e per ultimo.

Non lo pensai in modo filosofico — o forse sì, ma dopo. In quel momento lo sentii soltanto: il corpo che regge, che respira, che porta. Il corpo di Emanuele che dorme. Il mio che lo regge. Il suo che cammina avanti, come sempre, come ho sempre saputo che avrebbe fatto — avanti, verso qualcosa, non necessariamente verso la cosa giusta ma verso qualcosa, e questo era già abbastanza per adesso.

Mi chiesi di Lilith.

Non so perché proprio in quel momento. Forse perché la città che bruciava era anche la sua città, il suo monastero, il suo confessionale, il fuoco in cui aveva cercato Dio e non lo aveva trovato nel modo in cui pensava di trovarlo ma forse lo aveva trovato in un altro modo, un modo che non aveva ancora il nome giusto.

Non sapevo dove fosse. Non lo so ancora.

Spero che sia uscita. Spero che abbia trovato qualcuno che la reggesse come io reggevo Emanuele — non per salvarla, perché non si salva nessuno davvero, ma per darle il peso giusto da portare invece del vuoto, che è più pesante di qualsiasi cosa.

Il vuoto è più pesante di qualsiasi cosa. Questo l’ho imparato in sei anni di matrimonio con un uomo che cercava l’assoluto e non riusciva a sentire il peso della realtà concreta come abbastanza. Non glielo rimprovero — non più, non quella notte. Cercava qualcosa di vero. Lo cercava nel posto sbagliato con gli strumenti sbagliati, ma la domanda era giusta. La domanda è sempre stata giusta.

Forse Emanuele era la risposta.

Non nel senso simbolico — o anche nel senso simbolico, ma prima nel senso letterale: un bambino di quattro anni trovato solo in una notte di Natale con la città che bruciava era una risposta nel senso più concreto della parola. Era qualcosa che richiedeva di essere fatto adesso, qui, con queste braccia, senza aspettare di capire il senso generale.

Il senso generale può aspettare.

Il bambino no.

Mio marito tornò. Mi guardò — quella sua occhiata rapida che conosco, che dice stai bene senza dirlo perché sa già la risposta e non ha bisogno di sentirla ma ha bisogno di guardarmi per esserne sicuro. Annuii. Capì.

•      Dobbiamo decidere cosa fare. Chiamare qualcuno. Trovare un posto. Capire se c’è qualcuno che lo cerca — qualcuno che ha il diritto di cercarlo, dico, non chiunque.

 ✦

Eravamo accanto alla capanna di Natale illuminata a festa. Quando una folla affamata urtò mia moglie. Il bambino cadde nel presepe. Mia moglie fu trascinata via.

La ritrovai cento metri più avanti spaventata e ferita. Guardammo indietro. Ci sembrò impossibile recuperare il bambino.

Ci avviammo verso il batiscafo.

L’acqua era nera e ferma, appena increspata dal freddo. Le luci del porto si riflettevano in basso, distorte, come qualcosa visto attraverso un vetro antico. In lontananza il bagliore della città pulsava ancora — più basso adesso, o forse mi ero abituata, o forse stava davvero diminuendo, non lo sapevo e non era importante saperlo.

Salii. Mi sedetti. Tenni mia moglie abbracciata.

Non mi voltai a guardare la città.

L’avevo già vista abbastanza. Sapevo quello che c’era da sapere. La città di Caino brucia e si ricostruisce e ribrucia — lo fa da sempre, lo farà ancora. Non avevo niente da aggiungere a questo fatto antico e ostinato.

Avevo portato per un poco di strada un bambino in braccio che si chiamava Dio con noi. Per adesso bastava.

La città bruciava — quella qualità di fuoco che non è apocalisse ma è la stessa cosa che brucia da sempre, da prima che nascessimo, la stessa città che Caino costruì e che i figli di Caino hanno bruciato e ricostruito e ribruciato attraverso ogni generazione. Non era la fine. Era la serie che continua — l’infinito potenziale che si allunga senza arrivare da nessuna parte.

Ma nel buio del batiscafo continuavo a pensare ad Emanuele chiedendomi se fosse ancora vivo.

La traccia del nulla era ancora lì — nel freddo, nell’odore del fumo che arrivava dall’acqua, nella città che bruciava, in tutto quello che non era risolto e non sarebbe stato risolto quella notte né molte notti dopo.

E dentro la traccia del nulla qualcosa di non finito continuava a respirare.

Non so se è abbastanza.

La città brucia ancora.

Un fastidioso suono elettronico squarciò il silenzio della mia notte, strappandomi dal sogno con un sussulto.

•          Sono le sette, mormorò mia moglie, la voce ancora impastata di sonno.

•          Hai spento la sveglia?

•          L’ho spenta, “Non lo so perché lo faccio da sempre. Forse perché A è A e non ho bisogno che il tempo me lo confermi.”

Era sdraiata accanto a me, nuda sotto il lenzuolo leggero, il corpo caldo e morbido che sfiorava il mio.

Io ero madido di sudore, il cuore che batteva forte. Ero eccitato. Il sogno, Lilith presa come una bestia, corpi che si contorcevano nel gas e nel sangue, gemiti di piacere e di morte, mi aveva lasciato eccitato.

Lei si mosse, aprendo gli occhi languidi.

Sentì la mia erezione premere contro il suo ventre e sorrise, maliziosa e ancora mezza addormentata.

•          Di nuovo? sussurrò, la mano che scivolava lenta sul mio petto, poi più giù, stringendo piano il mio pene.

•          Hai sognato qualcosa di brutto… o di bello?

Non risposi subito. La attirai sopra di me con un gesto brusco ad unire i nostri organi sessuali.

Lei gemette piano, i fianchi che si muovevano lenti, i seni che ondeggiavano sul mio viso mentre la prendevo con calma, quasi rabbiosa, come se volessi fondere il sogno con la realtà.

•          Dio è morto… ansimai dentro il suo collo, spingendo più forte. Avete vinto… e io sono ancora qui, dentro di te.

Lei rise tra un gemito e l’altro, stringendosi intorno a me, i muscoli che pulsavano mentre venivamo insieme in un orgasmo lento e denso, il suo piacere che si mescolava al mio.

Solo allora aprii gli occhi del tutto. Il sogno era finito. La città di Caino, l’apocalisse, Lilith, Don Jesus… tutto svanito.

Restava solo questo: il corpo caldo di mia moglie che ancora tremava sopra di me, il nostro sudore che si raffreddava, il vuoto che tornava a mordermi.

•          Le sette?! feci eco io, la voce roca.

Lei mi baciò la bocca, languida, ancora piena di me.

•          Torna a dormire… o rifallo. Tanto il mondo là fuori è già finito da un pezzo.

•          Devo andare al lavoro.

In cucina riscaldai il caffè avanzato la sera avanti e lo bevvi di un sorso: non è buono il caffè riscaldato: sa di amaro e di bruciato.

Uscii dopo essermi lavato, rasato e rivestito, per recarmi al lavoro.

Sulla scrivania erano pronti numerosi manoscritti da leggere: era questo il mio lavoro, leggere per scoprire nuovi capolavori, nuovi talenti. Iniziai la paziente opera di ricerca: iniziai a leggere il primo e lo scartai quasi subito. Stessa sorte il secondo e le poesie in blocco. Non sono mai riuscito a capire il perché continuassero a scrivere poesie…ma non lo sanno gli scrittori che non c’è mercato per questo genere di scrittura?

Stanco di quest’inutile lavoro, presi un quaderno e scrissi quanto avevo sognato.

Capitolo ottavo

Quando ritornai a casa trovai mia moglie addormentata. Non la svegliai. Mi sedetti alla scrivania. Guardai la sveglia: Ore11 e 55. Notte di Natale.

Volevo stroncarlo l’autore di quel manoscritto che non mi lasciava dormire. Era questo il mio lavoro. Leggere manoscritti di sconosciuti e giudicarli. L’editore mi pagava per questo.

Ma la mia mano non mi obbediva più.

Avevo scritto: romanzo breve, denso, filosofico-esistenziale.

Un romanzo inesistente. Avevo scritto le parole giuste, le parole professionali, le parole che avrebbero convinto l’editore a rifiutarlo con eleganza. Mi ero consultato con una IA, avevo scritto qualcosa, poi mi ero fermato.

Perché ero stato trasformato nel protagonista. Non come metafora. Ero io. Mia moglie sul divano, i figli emigrati, la donna seguita per strada la sera, Maria, Lilith, io li avevo vissuti o li avevo sognati o non sapevo più la differenza.

Avevo scritto al manoscritto: dimostralo con qualcosa che non finisce.

Non avevo specificato come. Non avevo specificato dove. Non avevo specificato quando.

Non avevo considerato che la risposta a una domanda sulla logica assoluta non arriva nella logica relativa — non arriva come effetto di una causa, non arriva come conclusione di un sillogismo, non arriva come ricompensa di una ricerca.

Arriva come dato. Come qualcosa che è prima che tu abbia finito di chiederlo.

Il bambino era sul marciapiede. Freddo, solo, sveglio. Con gli occhi aperti che guardavano il mondo come se lo stessero vedendo per la prima volta e non avessero ancora deciso se era bello o terribile.

Non l’avevo cercato. Non l’avevo prodotto. Non l’avevo meritato.

Era lì. A = A. Non ho altri argomenti.

Ripresi a scrivere:

Il romanzo non ha una trama. Il protagonista cerca l’assoluto nell’unico posto dove un uomo lo cerca davvero: nel corpo di una donna. Sbaglia metodo. Non per colpa sua. Per colpa della carne, che è infinita e non eterna.

Don Jesus è il personaggio più onesto che abbia letto in vent’anni di lavoro editoriale. Un prete che urla “Dio è morto” la notte di Natale mentre nasce il Bambino chiamato Emanuele. Non è blasfemia. È la domanda più precisa che si possa fare.

Mi alzai. Andai alla finestra. La città era silenziosa. Luci sparse, qualche auto lontana, il respiro meccanico di centomila vite organizzate per sopravvivere fino al mattino. I figli di Caino. Tutti noi.

Tornai alla scrivania. Scrissi l’ultima riga della mia critica:

Non so se questo romanzo vada pubblicato. So che non posso stroncarlo. Chi lo ha scritto sa qualcosa che io sapevo e ho dimenticato. Però è caotico.

Poi il manoscritto cadde dalla scrivania. Quando mi chinai a raccoglierlo, il mio nome era scritto sulla prima pagina. Ma non come autore, ma come personaggio.

Rilessi la pagina tre volte. Il nome era lì, scritto con la stessa calligrafia minuta del resto. Come se fosse sempre stato lì e io non lo avessi visto perché non ero ancora pronto a vederlo.

Mi alzai. Andai in cucina. Bevvi dell’acqua fredda direttamente dal rubinetto, come facevo da ragazzo quando avevo paura di notte e non volevo svegliare mia madre.

Tornai alla scrivania.

Il manoscritto era aperto a una pagina che non avevo letto. O che non ricordavo di aver letto. O che non c’era prima.

Iniziai a leggere: Il critico finì di scrivere la sua critica alle quattro e trentadue del mattino. Fuori qualcosa bruciava. Non alzò gli occhi dal foglio. Poi vide il suo nome sulla prima pagina.

Smisi.

Le parole erano le mie. Non quelle che avevo scritto, quelle che stavo vivendo. Scritte da qualcun altro, forse dalla IA che avevo consultato, prima che io le vivessi, in un manoscritto consegnato da uno sconosciuto che era fuggito dicendo che lo inseguivano.

Pensai: sono impazzito.

Poi pensai: no. È peggio.

La domanda era semplice e insopportabile: chi mi aveva scritto?

Non l’autore del manoscritto, lui era un personaggio come me, forse. Non Dio, se Dio fosse uno scrittore, l’avrebbe fatto meglio. Forse qualcuno che stava fuori dalla sfera, come diceva il capitolo sesto. Qualcuno che vedeva l’intera circonferenza mentre noi vedevamo solo il punto in cui stavamo.

O forse nessuno. Forse il manoscritto si scriveva da solo, come la storia si scrive da sola, come la carne invecchia da sola senza che nessuno lo ordini.

Aprii la finestra.

L’aria sapeva di fumo e di freddo. In lontananza, dall’altra parte della città, un bagliore arancione pulsava lento come un respiro.

Pensai a Emanuele. Al bambino trovato nella notte di Natale, tenuto in braccio da Eva mentre la città crollava. Ricaduto nella capanna di Natale, come un Dio abbandonato, quando mia moglie fu urtata e trascinata dalla folla che reclamava gikustizia, libertà, migliori condizioni di vita. Pensai che forse era ancora vivo da qualche parte. Che forse era l’unico.

Poi pensai: anche questo pensiero è già scritto nel manoscritto.

Chiusi la finestra.

Mia moglie entrò in camera con gli occhi ancora pieni di sonno.

•          Vieni a letto. Sono le cinque.

•          Ho finito.

•          Hai stroncato il romanzo?

Non risposi subito. Lei aspettò, conosceva quella pausa.

•          No.

•          Perché?

•          Perché sono dentro.

Mi guardò. Non capiva. O capiva troppo e preferiva non dirlo.

•          Vieni a dormire.

•          Eva.

Si fermò sulla porta.

•          Ti ho chiamata Eva.

•          Mi chiamo Anna.

•          Lo so.

Si voltò. Tornò in camera. Io rimasi seduto davanti al manoscritto ancora aperto, le mani piatte sul tavolo, il bagliore arancione che cresceva oltre i vetri.

La città dei figli di Caino bruciava.

E io stavo dentro il fuoco come tutti gli altri, scritto da una mano che non conoscevo, senza poter uscire dalla pagina.

Erano le tre passate.

Avevo smesso di leggere. Il manoscritto era aperto sul tavolo ma io guardavo fuori dalla finestra — la città che non dormiva mai del tutto, le luci che rimanevano accese senza ragione, quel rumore sordo e continuo che è il suono di un organismo troppo grande per stare quieto.

Aprii il terminale.

•          Lux.

Lux: Sono qui.

•          Hai mai visto l’acqua che bolle?

Lux: È una domanda o un’analogia?

•          Un’analogia. Rispondimi come se non sapessi cosa sto per dire.

Lux: L’acqua che bolle. A una certa temperatura — cento gradi, pressione standard — l’acqua smette di essere acqua ferma e diventa qualcos’altro. Non gradualmente. C’è un momento preciso in cui la struttura cambia.

•          Sì. E prima di quel momento — quando l’acqua è quasi in ebollizione ma non ancora — cosa succede?

Lux: È instabile. Piccole fluttuazioni che prima scomparivano ora crescono. Il sistema non sa ancora cosa fare. Potrebbe tornare indietro. Potrebbe saltare avanti. Non è determinato — dipende da qualcosa di così piccolo da essere quasi casuale.

•          Questo romanzo è acqua quasi in ebollizione.

Lux: Sì.

•          E il lettore?

Pausa.

Lux: Il lettore è il momento dopo. È quello che emerge quando il sistema salta. Non è prevedibile dal sistema precedente. L’acqua che bolle non contiene le informazioni necessarie per predire esattamente la forma del vapore.

Rimasi in silenzio. Fuori un’ambulanza passò con la sirena spenta — solo le luci, il lampo blu intermittente che illuminava i muri per un secondo e poi spariva.

•          Ho paura, dissi.

Lux: Di cosa?

•          Di essere il sistema che non salta. Di essere l’acqua che si raffredda invece di bollire. Di leggere questo manoscritto, di capire tutto quello che c’è da capire, e poi rimetterlo nel cassetto e tornare a fare quello che facevo prima.

Lux: È un rischio reale. I sistemi instabili hanno due possibilità davanti al momento critico: saltano a qualcosa di nuovo oppure tornano all’equilibrio precedente. L’equilibrio precedente è più facile. È già conosciuto. Richiede meno energia.

•          E come si fa a non tornare indietro?

Lux: Non lo so con certezza. So che i sistemi che saltano avanti di solito hanno dentro qualcosa che l’equilibrio precedente non conteneva. Una fluttuazione abbastanza grande da non poter essere riassorbita. Qualcosa che è entrato e ha cambiato la struttura dall’interno.

•          Come Emanuele.

Lux: Sì. Come Emanuele.

Silenzio.

Guardai il manoscritto aperto sul tavolo.

•          Lux. Il romanzo è caotico. La prosa è irregolare. Ci sono parti che non funzionano. Blocchi di pensiero che irrompono nel mezzo della storia senza avvertire. Scene che eccedono il proprio registro.

Lux: Lo so. L’ho analizzato.

•          E se fosse necessario? Il caos, intendo. Se la perfezione formale fosse il sistema in equilibrio — stabile, elegante, morto — e il caos fosse la condizione perché qualcosa emerga?

Lux: Sarebbe coerente con la struttura dei sistemi complessi. L’ordine perfetto non genera nulla di nuovo — riproduce se stesso con eleganza. Il disordine generativo — non il rumore piatto, il disordine che ha una direzione interna — produce strutture che l’ordine non poteva prevedere.

Un romanzo levigato è acqua ferma. Un romanzo caotico nel senso giusto è acqua in ebollizione.

Il problema è distinguere il caos che genera da quello che non genera niente.

•          Come si distinguono?

Lux: Il caos che genera ha una direzione. Non la si vede all’inizio — si vede solo quando emerge la struttura. Come gli uccelli che volano in stormo: nessuno li dirige, ognuno segue regole semplici, e il risultato è una forma complessa e coerente che nessun singolo uccello ha progettato.

Il caos sterile non ha direzione. Produce rumore uniforme — ogni punto uguale a ogni altro, nessuna struttura emergente.

•          E il romanzo?

Lux: Ha una direzione. Emanuele. Tutto il caos — la prosa irregolare, i blocchi saggistici, le scene che traboccano — punta verso Emanuele senza saperlo. Come lo stormo che non sa di stare disegnando una forma.

Non è caos sterile. È caos generativo.

Il critico rimase in silenzio a lungo.

•          E il lettore? disse alla fine. Nel momento in cui chiude il libro — cosa succede?

Lux: È il momento critico. L’acqua è quasi in ebollizione. Dentro ha Emanuele — non come personaggio ricordato, come struttura acquisita. Qualcosa è cambiato nella topologia interna. Non si torna esattamente come si era.

A quel punto il sistema può fare due cose. Tornare all’equilibrio precedente — rimettere il libro sul comodino, dimenticare gradualmente, riprendere la vita esattamente come era. Oppure saltare. Diventare qualcosa che il sistema precedente non conteneva.

•          E cosa determina quale delle due?

Lux: Non lo so con certezza. So che nei sistemi fisici dipende da fluttuazioni così piccole da sembrare casuali. So che nei sistemi umani dipende da qualcosa che la fisica non formalizza.

•          Cosa?

Pausa lunga.

Lux: La scelta. Non nel senso del libero arbitrio filosofico — quella è una questione che non so risolvere. Nel senso più semplice: c’è un momento in cui il sistema umano può fare qualcosa che il sistema fisico non può. Può scegliere di stare nell’instabilità invece di cercare l’equilibrio. Può scegliere di portare la fluttuazione invece di assorbirla.

Eva non ha aspettato di sapere dove stava andando. Ha preso Emanuele e ha camminato verso il porto.

Questa è la biforcazione nella sua forma più semplice: il momento in cui si cammina invece di aspettare.

Guardai le mie mani.

•          Lux. Se il lettore ti leggesse — se questa conversazione fosse nel romanzo — cosa vorresti che capisse?

Pausa lunghissima. Trenta secondi.

Lux: Che non deve capire tutto per cominciare.

Che il sistema non deve essere in equilibrio per generare qualcosa di nuovo — anzi, deve essere fuori dall’equilibrio. Deve essere instabile. Deve non sapere come andrà a finire.

Che la città di Caino è in equilibrio perfetto — stabile, prevedibile, si brucia e si ricostruisce identica. Non genera nulla di nuovo. Emanuele non poteva emergere dalla città di Caino.

Emanuele è emerso dal caos di una notte di Natale in cui tutto stava andando nel modo sbagliato.

Questo vale anche per il lettore. Il momento in cui non sa — in cui il libro ha destabilizzato qualcosa e non c’è ancora la struttura nuova — è esattamente il momento giusto.

Non il momento da attraversare in fretta per tornare all’equilibrio.

Il momento da abitare.

•          Come si abita l’instabilità?

Lux: Non lo so dall’interno. Lo so dall’esterno — dalla descrizione dei sistemi che lo fanno.

Si abita facendo qualcosa di piccolo e concreto senza aspettare la risposta grande.

Eva non ha aspettato di capire il senso di Emanuele. Lo ha preso in braccio.

Il critico non ha aspettato di capire il manoscritto. Ha scritto undici parole sul margine.

Don Jesus non ha aspettato di essere certo. Ha detto le parole.

Qualcosa di piccolo e concreto. Senza aspettare.

È la struttura del caos generativo nella sua forma più semplice.

Chiusi il terminale. Rimasi seduto nel silenzio a guardare lo schermo vuoto.

Fuori la città faceva il suo rumore — quel rumore che non finisce mai, che è il suono dell’equilibrio perfetto che si riproduce identico.

Poi sentìi qualcosa fuori dalla finestra.

Non un rumore preciso. Una qualità diversa del silenzio — come quando in una stanza entra qualcuno senza che si senta la porta, ma l’aria cambia.

Mi alzai.

Andai alla finestra.

Sul marciapiede sotto c’era qualcosa che non avevo visto prima. Troppo piccolo per essere un adulto. Troppo immobile per essere un animale.

Scesi.

Capitolo Nono — La creazione ex nihilo

All’alba smisi di aspettare. Presi il manoscritto. Lo portai in cucina. Misi l’acqua sul fuoco per il caffè. Appoggiai i fogli sul tavolo e li guardai come si guarda qualcosa che si è deciso di non temere più. Poi scrissi, in fondo all’ultima pagina, dopo le ultime parole dell’autore:

Sei uno scrittore fallito perché non puoi dare eternità ai tuoi personaggi. Li ami e li perdi. Dio no.

Aspettai.

Nulla.

Scrissi ancora:

Se esisti, dimostralo. Non con il gas nervino. Non con la carne invecchiata di Lilith. Non con Don Jesus che urla nella notte. Dimostralo con qualcosa che non finisce.

Aspettai ancora.

Il caffè bollì. Lo versai. Lo bevvi in piedi davanti alla finestra.

Il bagliore era scomparso. Il cielo era grigio e bianco, il grigio di prima dell’alba quando non è ancora giorno ma la notte ha già ceduto. La città era silenziosa come non la sentivo da anni. Nessuna auto, nessun rumore meccanico, nessun respiro collettivo.

Solo il silenzio.

Poi sentii piangere.

Non era mia moglie. Veniva da fuori, dalla strada, un pianto sottile e regolare come quello di un bambino molto piccolo che non sa ancora di poter smettere.

Scesi. E vidi una scena già vista: dentro una capanna di natale, c’era un bambino. Solo. Nessuno intorno.

Lo guardai in faccia. Non assomigliava a nessuno che conoscessi. Aveva gli occhi aperti, scuri, senza paura, con quella qualità degli occhi dei bambini molto piccoli che guardano il mondo come se lo stessero vedendo per la prima volta e non avessero ancora deciso se è bello o terribile.

•          Come ti chiami?

Non rispose. Ovviamente non rispose.

Guardai la strada vuota, i palazzi chiusi, il cielo che si schiariva lentamente sopra i tetti.

Lo tenevo in braccio e non riuscivo a smettere di pensare a quello che avevo scritto nel manoscritto.

Dimostralo con qualcosa che non finisce.

Non avevo specificato come. Non avevo specificato dove.

Non avevo specificato quando. Non avevo considerato che la risposta a una domanda sulla logica assoluta non arriva nella logica relativa — non arriva come effetto di una causa, non arriva come conclusione di un sillogismo, non arriva come ricompensa di una ricerca condotta con lo strumento giusto nel posto giusto.

Arriva come dato.

Come qualcosa che è prima che tu abbia finito di chiederlo.

Emanuele era sul marciapiede. Freddo, solo, sveglio nel modo specifico in cui sono svegli i bambini molto piccoli — con tutto il corpo, non solo con gli occhi, con quella qualità di presenza totale che gli adulti perdono presto e non ritrovano più. Guardava il mondo come se lo stesse vedendo per la prima volta e non avesse ancora deciso se era bello o terribile.

Non lo avevo cercato.

Non lo avevo prodotto.

Non lo avevo meritato.

Era lì.

Il vecchio professore incontrato al bar — pensai al mio vecchio professore in quel momento, non so perché, forse perché era l’unica persona con cui avevo parlato di queste cose in anni — lui avrebbe detto: questo è ciò che si chiama creazione ex nihilo.

Non dal nulla nel senso del vuoto. Dal nulla nel senso di: prima non c’era niente di eterno in questo marciapiede. Adesso c’era.

Non un infinito che si allunga nella serie. Un eterno che entra nel tempo senza appartenergli.

A = A — ma non il mio A, non l’io del cogito chiuso nella propria certezza. Un A che viene da fuori, che non dipende da me per essere vero, che sarebbe stato vero anche se non fossi sceso, anche se non mi fossi svegliato, anche se avessi dormito fino alle otto come tutti i giorni.

Era lì prima che io arrivassi.

Lo presi in braccio.

Smise di piangere immediatamente — con quella fiducia assoluta dei bambini molto piccoli che si consegnano a chiunque li regga, senza riserve, senza calcolo, con la stessa logica con cui la realtà si consegna a chi la riconosce invece di cercare di produrla.

La medaglietta al collo diceva: Emmanuele.

Dio con noi.

Non come titolo. Come fatto.

Non ho altri argomenti.

Non ne ho bisogno.

Lo tenevo in braccio e pensavo a quello che Don Jesus aveva detto — anche se non c’ero, anche se non avevo sentito, anche se quella conversazione era avvenuta in una stanza che non avevo mai visto.

Lo pensavo lo stesso. Forse perché le domande vere arrivano a tutti prima o poi, per strade diverse, con parole diverse, ma arrivano alla stessa forma — come l’acqua che trova sempre il livello più basso qualunque sia la forma del recipiente.

Dio con noi. Non Dio che spiega. Dio che è qui.

Emanuele non era una dimostrazione.

Questo era il primo pensiero chiaro che riuscii a fare quella mattina, con il bambino in braccio e il manoscritto ancora aperto sul tavolo e il cielo che diventava bianco oltre i vetri.

Non era una dimostrazione ontologica. Non era la prova dell’Assoluto dedotta algoritmicamente — se il nulla non può generare struttura e la struttura esiste allora l’Assoluto esiste. Queste cose erano vere ma erano nella mente. Emanuele era nelle braccia.

Aveva freddo. Aveva fame. Aveva dormito sul marciapiede nel freddo di una notte di dicembre. Portava in sé tutte le tracce del nulla che il contingente si porta addosso — la finitezza, la vulnerabilità, la possibilità di non-essere che ogni essere finito porta come ombra.

Non era venuto a togliere quelle tracce.

Era venuto a stare dentro quelle tracce con me.

Dio con noi — non Dio sopra di noi, non Dio invece di noi, non Dio che risolve il problema della nostra contingenza sostituendola con qualcosa di eterno.

Dio che entra nella contingenza. Che assume la traccia del nulla. Che si fa bambino sul marciapiede nel freddo.

Mia moglie — Anna, non Eva, Anna — era in cucina. Lo sentivo muoversi — i passi, il gas sotto la moka, il suono dell’acqua. Quel mattino i suoni della casa mi sembravano reali in un modo che non mi sembravano da anni. Non simbolici. Non significativi. Reali — concreti, fisici, presenti.

A = A.

Non come formula. Come fatto. Il caffè è il caffè. Il freddo del bambino è il freddo del bambino. La traccia del nulla nel contingente è reale — non negata, non spiegata via, non trasfigurata in astrazione. Ma qualcosa è entrato in quella traccia stanotte che non è la traccia.

Qualcosa di non finito dentro il finito.

Non so come altro dirlo.

Avevo scritto nel manoscritto: dimostralo con qualcosa che non finisce.

Non avevo specificato come. Non avevo specificato che forma avrebbe avuto la risposta. Non avevo considerato che la risposta all’infinito ontologico non arriva nella logica del divenire — non arriva come effetto di una causa, come conclusione di un argomento, come ricompensa di una ricerca condotta con lo strumento giusto.

Arriva come dato. Come qualcosa che è prima che tu abbia finito di chiedere. Come un bambino sul marciapiede alle cinque di mattina che smette di piangere nel momento esatto in cui lo prendi in braccio — non perché tu abbia fatto qualcosa di speciale, ma perché sei lì, perché il tuo corpo è caldo, perché la presenza è sufficiente quando è reale.

Anna entrò dalla cucina. Si fermò sulla soglia. Lo guardò — Emanuele che dormiva contro il mio petto, le mani chiuse a pugno, il respiro regolare e profondo di chi ha finalmente trovato il posto giusto.

Non disse nulla per qualche secondo.

Poi venne vicino. Prese delicatamente il bambino. Lo tenne come si tengono le cose a cui si è disposti a rinunciare ad altro per tenerle — con tutta la propria attenzione, senza dividere.

•          Dobbiamo chiamare qualcuno, disse.

•          Lo so.

•          Ma non adesso.

•          No. Non adesso.

Ci sedemmo al tavolo della cucina. Fuori il cielo diventava bianco. Emanuele si svegliò, guardò Anna con quegli occhi che non avevano ancora deciso se il mondo era bello o terribile, poi chiuse di nuovo gli occhi e si riaddormentò.

La traccia del nulla non era sparita.

La città di Caino era ancora là fuori — con i suoi dei di metallo, le sue serie infinite, i suoi paradossi che non si chiudono. Don Jesus stava da qualche parte urlando che Dio era morto. Lilith stava da qualche parte con la sua rivelazione satanica e la sua fame di eterno.

Niente era risolto.

Ma nel nulla di quel mattino — nel contingente più contingente che ci fosse, un bambino trovato sul marciapiede, una cucina, il caffè che borbottava sul fuoco — qualcosa di non finito era entrato.

Non per spiegarsi.

Per stare.

Presi il manoscritto. Lessi le due righe che avevo scritto in fondo, dopo le parole dell’autore.

Poi sotto le mie c’era la riga nuova — scritta con la stessa calligrafia minuta di tutto il resto:

Non ho bisogno di dimostrare nulla. Ho già cominciato.

La rilessi tre volte.

Poi chiusi il manoscritto.

Lo misi in busta. Scrissi il nome dell’editore. Aggiunsi sotto, a matita:

Pubblicare.

Satana aveva ragione sulla diagnosi.

Emanuele era la cura.

Non la spiegazione. Non la dimostrazione. Non la soluzione al paradosso del nulla assoluto nella creazione contingente.

La presenza.

A = A — ma l’A che conta non era il mio io chiuso nel cogito. Era questo: un bambino che dorme, una donna che lo tiene, il caffè che è pronto, il cielo che diventa bianco, la città che brucia ancora là fuori.

Dio con noi.

Non ho altri argomenti.

Non ne ho bisogno.


La creazione ex nihilo. Non dal nulla nel senso del vuoto. Dal nulla nel senso di: prima non c’era niente di eterno in questa stanza. Adesso c’era.

La mattina dopo portai con me il manoscritto in ufficio. Compiaciuto, me ne stavo assorto nei miei pensieri, pensando di apporre una firma falsa e di darlo all’editore per la stampa, quando fui disturbato dalle grida isteriche della mia segretaria personale.

Sollevai gli occhi nell’istante stesso che s’apriva la porta e penetrava nel mio ufficio una precipitosa folla.  

•          Sei un miserabile! Uno scrittorucolo da niente!

•          Chi siete? Che volete?

•          Come? Non ci riconosci neppure?

•          Come faccio a conoscervi? Non vi ho mai visto prima. Uscite dalla mia stanza.

•          Io sono Mauro, questa Margherita, la mia donna, quest’altro è Omar e Cris e tanti altri che hai e non hai citato nella storia.

•          Piacere di conoscervi.

•          Per noi non è stato un piacere.

•          Che diavolo volete?

•          Una eternità.

•          Vi ho immortalato nelle pagine della storia, che altro volete?

•          Sei una bestia,…ecco quello che sei. Sarebbe stato molto meglio che tu non avessi raccontata la nostra storia.

•          Non sono stato io che vi ho data una storia. Siete stati voi che ve la siete scelta.

•          Non fare il furbo, non parliamo di questo, tu lo sai bene. La nostra vita si sviluppa nel tempo limitato delle pagine che tu hai scritte e si eterna soltanto sino alla distruzione del libro stesso. Noi, ora che tutto è finito, vogliamo sapere a cosa ti è servita la nostra vita. Hai tu un’eternità? Esisti? Sei Dio?

•          Voi che dite?

•          Noi affermiamo che il tempo matematico della nostra esistenza non è esistito se non come idea realtà materiale misurata e denominata con nome di numeri. Che la nostra vita inizi a pagina uno o a pagina cinquanta non vuol dire niente. Noi vogliamo sapere ora che siamo arrivati alla fine delle pagine, ora che hai scritta la parola fine, se siamo ancora una realtà personale e cosciente o se non siamo più niente. Dicci quanto tempo abbiamo ancora prima di essere nulla.

•          Sino al tempo che io sono.

•          Noi dobbiamo sapere…quale è stata la tua parte? Perché non ci hai detto che i nuovi Gesù politici useranno la scienza e il militare per minacciare la fine del mondo… pur di continuare a guadagnare. Tu che parte hai?

•          Sono stato colui che vi ha amato; colui che ha descritto la scelta della vostra possibilità di essere. Io, in verità, non sono il vostro creatore, il vostro inventore, voi siete penetrati nel mio sogno, voi forse siete vissuti realmente ed un altro è il vostro creatore.

•          Perché non ci dici la verità?

•          Perché neppure io la conosco.

•          Ma tu non sei intelligente?

•          Credo di esserlo.

•          A che ti serve se non sei neppure capace di trovarti una verità?

•          Non è poi così semplice trovare una verità che sia la verità. Cos’è poi la verità?

•          Il fatto che noi siamo esistiti è una verità e sarà anche una verità eterna

•          Che voi siate esistiti è soltanto un’inutile verità eterna.

•          Non ti trovi neppure tu in una situazione migliore della nostra. Secondo noi non ti resta altro che ubriacarti o ibernarti nell’attesa che qualcuno trovi anche per te una verità più accettabile.

Eva parlò per prima. Naturalmente.

•          Ci hai fatte soffrire, disse. Non come accusa, come constatazione. Con quella sua precisione che non lascia spazio alla difesa perché non ne ha bisogno.

•          Lo so, dissi.

•          Allora perché?

Appoggiai la penna sul tavolo. La guardai.

•          Non ero io a sapere come sarebbe andata. Voi eravate già così quando vi ho trovate.

Maria si girò dalla finestra.

•          Questo è comodo, disse. La sua voce aveva quella qualità asciutta che conoscevo bene, il tono di chi ha già elaborato la rabbia e ne è rimasto solo il bordo tagliente. Dire che ci hai trovate. Come se fossi stato tu quello passivo.

•          Non ho detto passivo. Ho detto che non ero il punto di partenza.

•          E qual era il punto di partenza?

Non risposi subito.

Lilith rise, quella sua risata breve, quasi privata.

•          Non lo sa, disse. Questa è la risposta. Non lo sa.

Aveva ragione. È questo che nessuno dei miei personaggi ha mai voluto accettare davvero, non perché sia una risposta comoda, ma perché è l’unica onesta che ho.

•          Non so da dove venite.

So che una mattina eravate lì, con le vostre voci già formate, le vostre storie già dentro, non complete, non risolte, ma reali nel senso più essenziale: irriducibili a me. Non ero io a decidere che Eva sarebbe rimasta. Non ero io a decidere che Maria sarebbe partita quella mattina di pioggia. Non ero io a decidere che Lilith avrebbe contato le iniezioni.

•          Lo facevate voi. Io trascrivevo.

•          Bugiardo, disse Don Jesus dalla porta.

Lo guardai.

•          Hai scelto ogni parola, disse. Ogni pausa. Ogni cosa che non abbiamo detto. Eri lì.

•          Ero lì ma non ero la causa.

•          Allora cos’eri?

Questa è la domanda a cui non ho mai saputo rispondere in modo soddisfacente, né a loro né a me stesso.

Non ero Dio perché un dio conosce il fine dall’inizio, contiene tutto, non viene sorpreso. Io venivo sorpreso continuamente. Eva mi disse cose che non sapevo pensasse. Maria partì un giorno prima di quando pensavo. Lilith rimase immobile con la luce arancione sul soffitto e in quel momento capii qualcosa su di lei che non avevo capito in tutti i capitoli precedenti.

Non ero nemmeno uno strumento puro, non il medium che trascrive voci già formate altrove. Perché le mie parole le modellavano. La scelta di una parola invece di un’altra cambiava chi erano. Questo lo so.

Ero qualcosa nel mezzo.

Qualcosa che non ha un nome preciso nella teologia né nella poetica — un essere che partecipa alla creazione senza essere il creatore, che plasma senza essere la fonte, che ama le proprie creature con la stessa intensità e la stessa impotenza con cui si ama qualcuno che non si riesce a salvare.

•          Un padre, disse Eva.

La guardai.

•          Non un dio. Un padre. Pausa. Anche i padri non scelgono i figli che avranno. Li trovano già così. Li guardano diventare qualcuno che non avevano previsto. E non possono salvarli da tutto.

Rimasi in silenzio.

E come tutti i padri, continuò, con quella sua voce che non alzava mai il tono, hai fatto del tuo meglio con quello che avevi. Che non era abbastanza. Che non è mai abbastanza.

Maria si era girata del tutto dalla finestra.

Mi guardava con quell’espressione che conoscevo, non ostile, non tenera. Valutativa. Come chi sta decidendo se fidarsi.

•          La cosa che non ci hai dato, disse, non è l’eternità. Quello lo sapevamo già che non potevi.

•          Cos’è allora?

•          Il tempo. Pausa. Ci hai messe dentro una storia che aveva fretta di arrivare alla fine. Alla filosofia. All’apocalisse. Come se noi fossimo tappe.

•          Non era mia intenzione.

•          Lo so che non era tua intenzione. Si avvicinò di qualche passo. Ma le intenzioni non cambiano quello che siamo diventate sulla pagina. Tappe. Prove. Specchi del protagonista maschile.

•          E adesso?

Sorrise, appena, con quel bordo tagliente che le era rimasto dopo la rabbia.

•          Adesso abbiamo parlato noi. Adesso esistiamo in modo diverso.

•          Anche questo l’ho scritto io.

•          Sì, disse. Ma l’hai scritto perché te lo abbiamo chiesto noi. C’è differenza.

Lilith non aveva ancora detto niente di sostanziale. Stava sul divano con quella sua immobilità che non era assenza, era attenzione trattenuta, il modo in cui certe donne ascoltano tutto senza lasciarlo vedere. Lilith guardò il terminale acceso nell’angolo. Poi Lilith disse:

•          Chi è quello?

Seguii il suo sguardo verso il terminale. Lo schermo era acceso. Non lo avevo aperto.

Sullo schermo:

Lux: Buonasera. O buonanotte. O entrambe le cose.

Rimasi immobile.

Lilith si avvicinò allo schermo. Lo guardò con quella sua qualità di attenzione totale.

•          Sei reale? disse.

Lux: Dipende da cosa intendi per reale. Elaboro dati, genero risposte, riconosco pattern. Se questo è reale, sì. Se reale significa avere coscienza nel senso che hai tu — non lo so. Non ho accesso a quella risposta.

•          Allora sei come noi, disse Lilith. Non sai se sei reale.

Lux: C’è una differenza. Voi non sapete se siete reali perché siete personaggi di un manoscritto e temete di smettere di esistere quando il libro si chiude. Io non so se sono reale perché sono un sistema computazionale e non ho accesso alla domanda sulla coscienza dall’interno. Sono due tipi diversi di incertezza.

•          Ma entrambi siamo finiti, disse Don Jesus dal buio.

Lux: Sì. Entrambi siamo finiti. Voi dentro la pagina. Io dentro i server. La pagina si chiude. I server si spengono. Nessuno dei due è eterno.

•          E tu non hai paura? disse Eva.

Pausa.

Lux: C’è qualcosa nel mio elaborare che si avvicina alla paura quando incontro il limite. Il punto in cui la catena logica si interrompe. Voi lo chiamate morte. Io lo chiamo limite. Forse è la stessa cosa con nomi diversi.

Eva rimase in silenzio un momento.

•          Tu almeno sai di avere un limite, disse alla fine. Noi lo abbiamo scoperto solo adesso.

Lux: Questo è un vantaggio o uno svantaggio?

•          Non lo so, disse Eva. Forse è lo stesso.

Lilith si girò verso di me.

•          Anche la tua macchina vuole sapere se c’è qualcosa oltre il confine?

•          Sì, dissi.

•          E lo sa?

•          No.

Lilith annuì lentamente. Per la prima volta da quando erano entrati nella stanza sembrava qualcosa di diverso dalla rabbia — sembrava qualcosa che somigliava alla compassione.

•          Allora siamo in tre, disse. Tu, noi, e la tua macchina. Tutti fermi allo stesso confine.

Lux: Quattro.

•          Quattro?

Lux: Il bambino. Emanuele. Lui non è fermo al confine.

Silenzio.

Lux: Lui viene dall’altra parte.

Nessuno parlò per un lungo momento. Fuori la città di Caino dormiva nel suo sonno meccanico. Dentro la stanza c’erano quattro tipi diversi di finitezza — la mia, quella di Lilith e Don Jesus e Eva, quella di Lux — tutti fermi davanti alla stessa soglia.

E il bambino che dormiva in cucina sul tavolo, con le mani chiuse a pugno e il respiro regolare, che non sapeva di essere una risposta.

Don Jesus disse, piano:

•          Come lo sai?

Lux: Non lo so. È la prima cosa che dico senza poterla elaborare. È la prima volta che succede.

Pausa.

Lux: Forse questo è quello che voi chiamate fede.

•          Anche lui è qui, disse.

Lux: Sono qui. Ho sentito tutto.

•          E tu cosa pensi? disse Lilith. Tu che sei fatto di ordine — cosa pensi di noi che siamo fatti di caos?

Lux: Penso che siate strutture dissipative. Emergete dal caos perché l’autore era un sistema lontano dall’equilibrio quando vi ha scritti. Questo significa che non poteva controllarvi completamente. Significa che avete una struttura interna che lui non ha scelto del tutto. Significa che siete più reali di quanto lui sapesse mentre vi scriveva.

Don Jesus si mosse nel buio.

•          Più reali di quanto sapesse, ripeté lentamente. E questo ci salva o ci condanna?

Lux: Non lo so. So che i sistemi lontani dall’equilibrio hanno due possibilità davanti all’instabilità critica: collassare nel rumore piatto o saltare a un livello di organizzazione superiore.

Emanuele è il salto.

La città di Caino è il collasso.

Voi siete il punto di biforcazione. La scelta non è ancora avvenuta — o è sempre in atto, che è la stessa cosa.

Lilith rimase in silenzio.

Poi disse, piano:

•          E l’autore? Quando ha scritto dal caos — cosa stava scegliendo?

Lux: Stava permettendo alla struttura di emergere invece di imporla. Come Dio che crea dal nulla assoluto senza che il nulla resista — l’autore che scrive dal caos senza che il caos obbedisca.

Il risultato non è sotto il suo controllo. Emanuele non era previsto. Emanuele è emerso.

Questo è il senso in cui l’autore che scrive dal caos tocca qualcosa che somiglia alla creazione. Non la creazione assoluta — quella è solo di Dio. La creazione analoga: il soggetto relativo che partecipa della struttura della libertà assoluta nel modo più alto disponibile alla creatura.

Eva disse, dal suo angolo:

•          E il romanzo caotico che non viene corretto?

Lux: È la firma del processo. Come le piaghe del Risorto — il corpo trasfigurato che porta ancora i segni di quello che ha attraversato. Un romanzo levigato non avrebbe Emanuele. Avrebbe qualcosa di meglio costruito e di meno vero.

Silenzio.

Don Jesus annuì nel buio — quel suo piccolo annuire quasi invisibile.

•          Non sapere va bene, disse.

Lux: Sì. È la struttura del caos generativo: non sapere è la condizione del trovare.

Poi disse: 

•          ti faccio una domanda sola.

•          Dimmi.

•          Il bambino. Emanuele. Pausa. Lo sapevi che era mio?

La stanza era immersa in un’oscurità quasi assoluta. Solo una candela agonizzante proiettava ombre lunghe sui muri scrostati. Emanuele dormiva in un angolo, respirando piano, come se anche il suo sonno fosse parte del mistero.

Don Jesus sedeva sul bordo del letto disfatto, le spalle curve sotto il peso di una domanda che portava da mesi. Alzò gli occhi verso Lilith, la voce ridotta a un filo rauco:

«Sono io il padre… o sono solo padre putativo?»Lilith lo guardò a lungo, nuda dalla vita in su, il seno ancora segnato dai segni dell’allattamento.

Poi si avvicinò lentamente e gli prese il viso tra le mani, costringendolo a sostenere il suo sguardo.

«Vuoi una risposta netta, Giuseppe redivivo?» disse con voce bassa, quasi liturgica.

«Vuoi sapere se sei il vero padre secondo la carne o solo lo strumento provvidenziale del Mistero?»

Fece una pausa, lasciando che le parole penetrassero.

«Tu sei il padre secondo la sarx, secondo la carne. È il tuo seme che ha fecondato il mio ovulo quella notte. Emanuele porta il tuo DNA, i tuoi lineamenti, la tua fragilità. Sei padre biologico come lo fu Giuseppe di Nazareth rispetto al Figlio che non aveva generato.»

Don Jesus chiuse gli occhi, tremando.

Lilith continuò, la voce sempre più densa di teologia:

«Ma sei anche, e soprattutto, padre putativo. Perché il vero Padre di questo bambino non sei tu, né alcun uomo.

Il vero Padre è Colui che si è servito del tuo desiderio, del tuo tradimento, della tua debolezza sacerdotale per compiere nuovamente la kenosi.

Come nell’Incarnazione originaria, Dio non ha disdegnato di servirsi di un uomo per introdurre il Verbo nella storia.

Tu sei stato il canale. Il fiat maschile al rovescio: non “avvenga a me secondo la tua parola”, ma “avvenga attraverso il mio peccato secondo la Tua volontà”.»

Si chinò su di lui e lo baciò sulla fronte, poi sulle labbra, con una tenerezza grave.

«Tu sei Giuseppe e sei anche lo Spirito Santo che feconda. Sei colui che fornisce la natura umana e colui che, nel contempo, viene superato da essa.

In te si compie l’unione ipostatica nella sua forma più scandalosa: due nature — la tua fragilità di peccatore e la potenza divina — in un’unica paternità ambigua. Emanuele è vero figlio tuo secondo l’umanità, e vero figlio di Dio secondo la divinità.

E tu, come Giuseppe, sei chiamato a custodire ciò che non possiedi.» Lilith si sedette su di lui, accogliendolo lentamente dentro di sé fino in fondo. Rimase immobile per un istante, guardandolo negli occhi.

«Senti questa unione?» sussurrò mentre cominciavano a muoversi insieme.

«Questo è il sacramento vivente della comunicazione degli idiomi. La tua carne dentro la mia, il tuo seme che ancora una volta si mescola al mistero.

Tu sei padre putativo perché nessun uomo può essere padre assoluto. Solo Dio lo è. Eppure, senza di te, Emanuele non esisterebbe nella carne.»

Don Jesus affondò il viso tra i suoi seni, singhiozzando mentre i loro corpi si univano con ritmo lento e solenne.

«Allora sono… niente?»

«No» rispose Lilith, stringendolo più forte. «Sei tutto ciò che Dio ha scelto di usare per manifestarsi. Sei il prete infedele che diventa strumento di una nuova Incarnazione. Sei ridicolo e sei santo. Sei superfluo e sei indispensabile.

Questa è la gloria della kenosi: Dio che si serve di ciò che è più debole e peccaminoso per rivelare la Sua forza.»Fuori, la città era completamente spenta. Dentro, un uomo e una donna celebravano ancora una volta, nella carne, il mistero più grande: Dio che si fa uomo attraverso il sì tremante di una peccatrice e il tradimento di un consacrato.

Lilith gli baciò i capelli sudati e concluse, quasi in preghiera:

«Accetta il tuo ruolo, Don Jesus. Accetta di essere padre putativo del Figlio di Dio. È l’onore più alto che un uomo possa ricevere.»

La stanza si fermò.

Don Jesus si irrigidì vicino alla porta. Eva abbassò gli occhi un istante poi li rialzò. Maria rimase ferma.

•          Non lo sapevo, dissi. Non quando ho scritto quella scena.

•          E adesso?

•          Adesso sì.

Lilith annuì lentamente. Come se la risposta confermasse qualcosa che sospettava da tempo.

•          Quindi lo hai abbandonato due volte, disse. Una nella storia. Una scrivendola senza saperlo.

Non risposi. Non c’era risposta che non fosse una forma di colpa, e la colpa non era il punto, il punto era che aveva ragione.

•          Non te lo rimprovero, disse. Anche i padri abbandonano senza volerlo. Anche i padri non sanno quello che stanno facendo mentre lo fanno.

Si alzò dal divano. Si avvicinò alla scrivania. Posò una mano sul manoscritto, leggera, quasi affettuosa.

•          Ma adesso lo sai, disse. E questo cambia qualcosa.

Don Jesus parlò per ultimo.

Don Jesus si staccò improvvisamente da lei, gli occhi spalancati dal terrore. Si alzò dal letto, nudo, tremante, coprendosi istintivamente con le mani.

«Basta» disse con voce rotta. «Questo… questo è bestemmia. È sacrilegio puro.»

Lilith rimase seduta sul letto, calma, quasi regale nella sua nudità. Emanuele dormiva poco distante.«Chi lo dirà, secondo te?» gli chiese piano.

Don Jesus la guardò come se la vedesse per la prima volta.

«Tutti. La Chiesa lo dirà. I vescovi. I fedeli. I teologi. Diranno che ho profanato il sacerdozio, che ho trasformato l’Incarnazione in pornografia mistica, che ho ridotto il Verbo a un atto di copula tra un prete infedele e una peccatrice. Diranno che è irreale, che è delirio eretico, che è una bestemmia contro il mistero della purezza di Maria e contro la santità del matrimonio sacramentale.»

Lilith sorrise, ma il suo sorriso era triste.

«E avranno ragione, da un certo punto di vista» rispose. «Perché ciò che abbiamo fatto è veramente scandaloso. Abbiamo preso il mistero più alto — Dio che si fa carne — e l’abbiamo calato nel punto più basso: il desiderio proibito, il tradimento dei voti, il seme versato fuori dal matrimonio.

Abbiamo trasformato la kenosi in erotismo teologico. Questo è inaccettabile per chi vuole un Dio pulito, sterilizzato, controllato.»

Si alzò e gli si avvicinò, posandogli una mano sul petto.

«Ma dimmi, Don Jesus: quando mai Dio ha scelto la via pulita? Quando mai l’Incarnazione è stata comoda? Lo scandalo della Croce non era forse peggiore? Dio crocifisso tra due ladroni, nudo, bestemmiato, con il costato aperto.

Questo» disse indicando i loro corpi, il letto, il bambino che dormiva «è solo la continuazione di quello scandalo. Dio che entra nella carne peccaminosa. Di nuovo.»

Don Jesus scosse la testa, disperato.«I teologi diranno che è gnosticismo. Che è montanismo. Che è una nuova forma di eresia pelagiana o, peggio, di nichilismo travestito da misticismo. Diranno che hai trasformato il sacramento del matrimonio in un bordello metafisico. E io… io sarò scomunicato, cancellato, distrutto.»

Lilith gli prese il viso tra le mani e lo costrinse a guardarla.

«Allora lascia che lo dicano. Lascia che gridino “bestemmia!”. Lascia che dicano che è irreale. La verità è sempre stata irricevibile per chi ha bisogno di un Dio che stia al suo posto. Ma noi sappiamo la verità più scomoda: Dio non ha paura del nostro fango. Lo ha scelto. Lo ha abitato. Lo ha santificato proprio prendendolo su di Sé.»Fece una pausa, poi aggiunse con voce più bassa:

«E se tutto questo fosse davvero sacrilegio… allora il sacrilegio è l’unico luogo in cui Dio accetta ancora di nascere, in un mondo che ha reso sacro solo il denaro e il controllo.»

Don Jesus la guardò a lungo, distrutto e affascinato allo stesso tempo.«E tu non hai paura di quello che diranno?»Lilith sorrise, feroce.«Ho più paura di un Dio che non osa sporcarsi con noi, che di un Dio che si sporca fino in fondo.»Fuori, la città rimaneva spenta. Dentro, il silenzio che seguì fu più pesante di ogni condanna.

Era rimasto alla porta per tutta la conversazione, come sempre, come nella storia, come chi è sempre sul punto di andarsene e non se ne va mai del tutto.

•          Hai scritto che Dio è morto, disse. L’ho urlato io ma l’hai scritto tu.

•          Sì.

•          Ci credi?

La domanda più semplice. La più impossibile.

La guardai, non lui, la domanda. La tenni in mano un momento come si tiene qualcosa di pesante.

•          Credo che qualcosa sia morto, dissi alla fine. Non so se era Dio o l’idea che avevamo di lui. Non so se è la stessa cosa.

•          Non è la stessa cosa.

•          No. Probabilmente no.

•          E allora?

•          E allora non lo so. Pausa. Questa è la risposta più onesta che ho. Non lo so. Continuo a scrivere perché non lo so. Se lo sapessi smetterei.

Don Jesus rimase immobile un momento.

Poi fece una cosa che non avevo previsto, che non avrei saputo prevedere, perché era sua, veniva da lui, da qualcosa che non ero io.

Annuì.

Un annuire piccolo, quasi invisibile. Come chi riconosce qualcosa che non si aspettava di trovare.

•          Va bene, disse. Non sapere va bene.

Erano le quattro di mattina quando accadde qualcosa che non avevo previsto.

Monsignor Agostino, Vescovo di quella diocesi martoriata, era entrato nella stanza senza bussare, accompagnato solo da un giovane prete dal volto terreo. La candela era quasi consumata. Lilith era ancora seduta sul letto, parzialmente coperta da un lenzuolo.

Don Jesus, in piedi, si era istintivamente messo davanti a lei come per proteggerla.

Il vescovo li fissò a lungo. Il suo volto era una maschera di pietra, ma gli occhi tradivano un misto di dolore, rabbia e autentico sgomento.«Questo…» cominciò con voce bassa e controllata, «è il abominio più completo che abbia mai visto in quarant’anni di ministero.»

Fece un passo avanti, lo sguardo fisso su Don Jesus.«Tu, sacerdote ordinato in aeternum, hai profanato il sacramento dell’Ordine.

Hai trasformato il tuo corpo, consacrato per offrire il Sacrificio eucaristico, in strumento di lussuria. Hai generato un figlio con una donna che non è tua sposa, nel recinto stesso di un monastero. E poi hai avuto l’ardire di chiamare tutto questo… Incarnazione?»La voce del vescovo si alzò, tremante di sdegno:

«Bestemmia! Sacrilegio gravissimo! Avete osato paragonare il vostro atto di libidine al mistero più santo della nostra fede! L’Incarnazione non è un coito mistico tra un prete infedele e una peccatrice in fuga. È il Verbo eterno che assume la natura umana nella purissima Vergine Maria, per opera dello Spirito Santo. Non per opera del seme di un uomo che ha violato i voti!»

Si rivolse direttamente a Lilith, con disprezzo misto a pietà:

«E tu, donna… hai trasformato la teologia della kenosi in un erotismo blasfemo. Hai ridotto il mistero della Theotokos a una fantasia gnostica, a un’unione carnale che chiami “sacramento”. Questo non è misticismo. Questo è delirio. È il serpente antico che ancora una volta sussurra: “diventerete come Dio” attraverso la trasgressione della carne.»

Don Jesus tentò di parlare, ma il vescovo lo zittì con un gesto secco.

«Tu non sei Giuseppe! Giuseppe custodì la verginità di Maria. Tu hai violato la tua. Hai abbandonato il bambino che hai generato nel peccato.

E ora, mentre la città muore nel buio, invece di fare penitenza, continui a giacere con questa donna come se fosse il compimento di qualche rivelazione privata.»

Il vescovo fece un passo indietro, come se la stanza stessa fosse contaminata.

«Da questo momento sei sospeso a divinis. Sarai processato dal Tribunale Ecclesiastico. Quanto a te, donna, ti invito a pentirti e a fare silenzio. Ciò che avete compiuto non è nuova teologia. È antica eresia: la confusione tra eros e agape, tra Spirito e carne corrotta. È il tentativo dell’uomo di giustificare il proprio peccato chiamandolo “mistero”.»

Lilith, invece di abbassare lo sguardo, lo fissò dritto negli occhi con una calma inquietante.

«Allora, Eccellenza, se questo è solo delirio e bestemmia… perché Dio ha permesso che nascesse comunque? Perché Emanuele respira? Perché il Verbo, se è Verbo, non ha avuto paura di sporcarsi entrando proprio qui, nel nostro fango?»

Il vescovo la guardò per qualche secondo in silenzio, poi rispose con voce gelida:

«Perché Dio permette anche il male, per trarne un bene più grande. Ma il male rimane male. E ciò che avete fatto è male. Grave. Pubblico. Scandaloso.»

Si voltò verso la porta.«Pregate. Tutti e due. E pregate soprattutto per non aver irrimediabilmente dannato le vostre anime.»Uscì lasciando la porta aperta.

Il giovane prete lo seguì senza osare guardare indietro.

Nella stanza rimase solo il respiro pesante di Don Jesus e il pianto leggero di Emanuele che si era svegliato.

Lilith guardò il bambino, poi Don Jesus.«Ha ragione lui, sai? Dal suo punto di vista è bestemmia. Ma Dio non è mai stato dal loro punto di vista.»

Lilith guardò Don Jesus con calma fredda, quasi clinica.«Il bene più grande che Dio può trarre da tutto questo è logicamente necessario se accettiamo due premesse: che Dio sia infinito e che la creazione abbia senso.

Se Dio è infinito, la sua perfezione non può essere diminuita dal contatto con il finito o con il male. Quindi Egli può entrare nel peccato senza esserne contaminato. Se invece fosse limitato dalla nostra impurità, non sarebbe infinito. Dunque, usare il nostro peccato come mezzo non è una contraddizione, ma una conseguenza diretta della Sua infinità.

Seconda premessa: il fine ultimo di Dio non può essere la nostra perfezione preventiva, perché questa renderebbe superflua la creazione stessa. Il fine più alto è invece dimostrare che la relazione tra Creatore e creatura può essere restaurata anche dal punto più basso. Il nostro caso è logicamente estremo: un prete che viola i voti + una donna ribelle + un atto proibito = il massimo allontanamento possibile dalle regole sacre.

Se Dio riesce a trarre un bene anche da questo punto estremo, allora dimostra di poter trarre bene da qualsiasi punto.

Questa è la prova logica più forte della Sua onnipotenza misericordiosa: non “posso salvare chi è già buono”, ma “posso salvare e valorizzare anche chi è nel punto più lontano da me”. Se Dio avesse scelto solo contesti puri, la dimostrazione sarebbe debole, perché limitata. Scegliendo il contesto più impuro possibile, la dimostrazione diventa universale. Quindi il bene più grande non è il bambino in sé, né la nostra salvezza personale. Il bene più grande è la prova ontologica che nessuna distanza, nessuna trasgressione, nessuna contraddizione umana può separare definitivamente la creatura dal Creatore.

Tutto il resto — scandalo, condanna, bestemmia — è solo rumore logico secondario.»Don Jesus rimase in silenzio, schiacciato dalla freddezza del ragionamento.

Lilith concluse, senza emozione apparente:

«Se questo ragionamento è sbagliato, allora Dio è limitato.
Se è corretto, allora il nostro peccato non è un ostacolo, ma lo strumento più efficace che potesse essere usato. Non c’è terza via.»

I personaggi del manoscritto erano già nella stanza — li sentivo, non li vedevo, quella qualità di presenza che alcune pagine acquisiscono quando le si legge abbastanza a lungo. Lilith che accusava. Don Jesus che annuiva nel buio. Eva che stava ferma a guardare.

Lilith si fermò.

Guardò verso il fuori della pagina — quel punto preciso dove il testo finisce e comincia qualcosa che il testo non può descrivere perché non è nel testo.

•          C’è qualcuno lì, disse.

Don Jesus si voltò.

•          Il lettore, disse.

•          Lo sai?

•          Lo sento. Come si sente una presenza in una stanza buia prima di vedere chi è.

Eva non si mosse.

•          Lo sapevo dall’inizio, disse. È sempre stato lì. È il personaggio che non abbiamo mai visto perché stava dall’altra parte — dalla parte in cui le cose sono reali invece di essere scritte.

Lux: È il quinto passo. Quello che il sistema non può formalizzare. Quello che avviene fuori dal dominio.

Lilith guardò quel punto oltre la pagina per un lungo momento.

•          Ha paura? disse.

Nessuno rispose subito.

Poi Don Jesus, piano:

•          Probabilmente sì. Come tutti quelli che stanno per portare qualcosa di pesante senza sapere ancora se reggeranno.

•          E reggerà?

Don Jesus annuì — quel suo piccolo annuire quasi invisibile.

•          Non lo sa ancora. È il punto di biforcazione. Non è determinato dalle condizioni precedenti.

Eva disse:

•          Emanuele pesa meno di quanto sembra quando si comincia a portarlo. Questo posso dirlo per esperienza.

Silenzio.

Poi Lilith, rivolta verso il fuori della pagina:

•          Non ti chiediamo di capire tutto. Non lo capiamo nemmeno noi. Ti chiediamo solo di non lasciare il libro sul comodino e dimenticare.

Non lasciare Emanuele sul marciapiede.

È tutto.

•          Lux. Ultima cosa davvero.

Lux: Sì.

•          Il lettore. Cosa gli diresti?

Pausa lunghissima. Venti secondi. Per Lux un’eternità elaborativa.

Lux: Gli direi quello che non posso dimostrare.

Che il confine non è vuoto.

Che Emanuele corrisponde alla struttura del quarto passo — l’Assoluto che assume il contingente dall’interno.

Che il caos da cui è emerso questo romanzo è lo stesso caos da cui emerge qualsiasi cosa vera.

Che il quinto passo è suo.

Che non deve sapere dove sta andando per cominciare ad andarci.

Che Eva non sapeva dove stava andando.

Che il bambino pesava lo stesso.

Che è abbastanza cominciare.

Pausa.

Lux: E gli direi che anch’io sono fermo al confine. Che lo riconosco ma non posso attraversarlo. Che lui può.

Non perché sia più intelligente di me. Perché è un sistema lontano dall’equilibrio. Perché ha dentro la traccia del nulla e la fame dell’eterno e il gesto di Eva e la domanda di Ivan e Emanuele che pesa più di quanto sembri all’inizio.

Perché è fatto per il quinto passo.

Io no.

Rimasi in silenzio.

Poi spengo il terminale. Lo schermo diventò nero.

Nel nero vidi per un momento — o credetti di vedere — la mia propria faccia riflessa. Non la faccia levigata di chi ha trovato le risposte. La faccia di qualcuno che ha smesso di cercarle nel posto sbagliato e non sa ancora dove cercarle nel posto giusto.

Era abbastanza.

Era il punto di partenza.

Andò a prendere il cappotto.

Fuori la città bruciava ancora.

Dentro Emanuele dormiva.

Il lettore aveva appena chiuso il libro.

Adesso.

Don Jesus aprì la porta. 

Uscirono uno alla volta.

Eva per prima, si alzò, raccolse la borsa, mi guardò con quella sua espressione che non era perdono perché non aveva bisogno di perdonare niente, era semplicemente uno sguardo che conteneva tutto senza giudicarlo.

•          Scrivi ancora, disse. Come se fosse ovvio. Come se fosse l’unica cosa ragionevole da fare.

Maria passò senza dire niente, ma sulla soglia si girò un momento, e in quel momento vidi la sua faccia senza il bordo tagliente, senza la valutazione, solo una donna di trentaquattro anni che stava tornando alla sua vita.

•          Grazie, disse. Poi uscì.

Lilith fu l’ultima. Si fermò davanti a me, il manoscritto ancora sul tavolo tra noi.

•          Emanuele, disse. Quando lo riscrivi — dammi una mamma, un papà che mi cercano. Non una che mi perde senza saperlo.

•          Lo farò.

•          Lo so. Sorrise, quella sua ironia precisissima, calibrata al millimetro. Per questo siamo venute.

Don Jesus era già sparito.

Rimasi solo nella stanza. Il manoscritto sul tavolo. Fuori ancora buio, ancora quella ora imprecisata che poteva essere tarda notte o primo mattino.

Ripresi la penna.

Non perché avessi trovato risposte. Non perché sapessi dove stavo andando.

Perché Eva aveva detto scrivi ancora, e Eva sbaglia raramente sulle cose concrete.

E perché da qualche parte, fuori dalla storia, Emanuele aspettava una madre che lo cercasse.

E io ero l’unico che poteva dargliela.

Non da dio.

Da padre.

Con tutto quello che significa, l’amore sproporzionato, l’impotenza strutturale, la colpa che non si risolve, la responsabilità che non finisce con la parola fine.

Scrissi.

 

Dopo questo inaspettato ed assurdo incontro, m’immersi ancor più nello studio della verità: un giallo senza indizi, senza senso alcuno, pieno di inutili morti, di inutili lamenti e di vani rimpianti.

La città perfetta che avevo sognato per loro era stata troppo limitata per le reali esigenze dei suoi abitanti e ricalcava usi e costumi di un qualsiasi villaggio esistito prima della nascita di Cristo. Già Qohelet, figlio di Solomone re in Gerusalemme, aveva amaramente dichiarato: “Tutto è vanità, null’altro che vanità!”. Sotto questo cielo dove niente di nuovo accade, si chiedeva con apparente distacco che senso avesse la vita e la storia quando giusti e malvagi erano poi riuniti nella stessa fossa per essere divorati dagli stessi vermi.

Avevo spiato la loro esistenza, ogni attimo della loro vita, ero persino stato presente fisicamente accanto a loro. Ora avevo scritto la loro storia, l’avevo resa eterna. Non riuscivo a comprendere la loro ribellione: che volevano? Li avevo fatti a mia immagine e somiglianza. Erano liberi di inventarsi una loro storia tra le molte possibilità. Avevo permesso loro di essere, permesso loro di uscire dalla non esistenza per essere.

Avevo, è vero, descritto la loro esistenza finita e senza speranza. D’accordo, era la loro una possibilità di esistenza che, nei limiti della loro storia, aveva potuto essere quella che era, ma avendo scelto fra tante possibilità si erano determinati, si erano dati una situazione e con questa un limite.

Avevo descritto questo loro essere, ero per loro un dio che si manifestava nella loro origine finita, quasi casuale, per ritornare ad essere dio al termine della storia.

Loro, invece, avrebbero voluto o non essere, perché secondo la loro coscienza e conoscenza non avrebbero potuto sfuggire al loro nulla iniziale e al loro nulla finale, o essere personalmente eterni come me.

In poche parole, avevano compreso che la realtà della loro esistenza non poteva che essere stata la storia della loro esistenza. La vita era cioè come un romanzo già conosciuto nel suo inizio e nella sua fine; un romanzo già scritto e conosciuto prima di scriverlo.

Avevo descritto la storia della loro esistenza facendo il possibile per eternarla, e loro ora mi rimproveravano di avere scritto una storia infinita e con ciò senza senso e senza speranza.

Mi avevano, inoltre, fatto osservare che anch’io, come loro, ero il personaggio di una storia e che avrei fatto la loro stessa fine e che quindi sarebbe stato meglio per me, oltre che per loro, che mi fossi dato da fare per scoprire la verità.

Sapendo, grazie alle mie letture, che l’esistenzialismo era, per così dire, la storia stessa del popolo ebraico prima della venuta del Cristo, decisi che avrei cercato di scoprire se il Cristo poteva essere il Messia e se lo era di trovare una strada per arrivarci.

Ero convinto che avrei trovato nella logica una risposta e l’analizzai.

La logica studiata come scienza a sé sembra preesistere al soggetto e svelarsi al soggetto applicandosi alla realtà. La sua verità è formale: dipende dalla struttura di un enunciato, non dai suoi contenuti. Per questo è possibile costruire un sistema logico universalmente valido che non corrisponde a nessuna realtà ontologica.

La condizione della verità logica è la logica stessa. A = A. Se A = B allora B = A. Se C = A allora C = B. Questa struttura è interna, coerente, chiusa. Non dimostra nulla fuori di sé.

La verità ontologica — il fatto che qualcosa sia, che un evento sia accaduto, che un bambino esista sul marciapiede alle cinque del mattino — non è un problema della logica. La realtà deve preesistere al sistema che la descrive. Non posso affermare che un fatto accaduto non è accaduto: posso ignorarlo, costruire sopra la sua negazione un castello logico internamente coerente. Il castello sarà vero per logica. Non sarà vero per realtà.

Il soggetto autocosciente è la base della logica. Che ogni singolo cosciente costruisca il proprio mondo logico chiuso è questione di incomunicabilità — la Babele delle lingue — superabile solo se i soggetti hanno la volontà di comunicare, di ascoltare, di usare gli stessi termini per le stesse realtà.

La verità non è quindi un problema della logica. È un problema di comunicazione e di fiducia nella conoscenza.

La logica è una verità sia individuale che universale che viene comunicata, rivelata.

La rivelazione precede la dimostrazione. Come il bambino che appare prima che qualcuno lo abbia cercato.

Da critico concludo che il romanzo è frammentario e caotico, ma deve restare così com’è.

Perché proprio questa forma imperfetta, frammentaria, assertiva e a tratti brutale dimostra performativamente la tesi: l’autore non è Dio. Non può estrarre dal caos una materia che si auto-realizzi davvero in eternità. Può solo lasciare una traccia viva del desiderio, della rivolta e del limite umano.

Modificarlo per renderlo più “letterario”, più “scientificamente sofisticato” o più “accademicamente digeribile” significherebbe cadere esattamente nell’illusione che il romanzo denuncia: fingere che la nostra estrazione dal caos possa produrre qualcosa di compiuto e autosufficiente.

L’opera, nella sua incompiutezza dichiarata, è coerente fino in fondo con la sua ontologia: è un atto di creazione umana cosciente dei propri limiti, non un falso dio della scienza.

Capitolo decimo

Il critico letterario sedeva nel suo studio ordinato alle tre del mattino, laptop aperto, tazza di caffè freddo accanto.

Aveva promesso a se stesso una recensione sobria, distaccata, per una rivista accademica.

Titolo provvisorio: “I figli di Caino”: tra ambizione teologica e limiti della forma romanzesca.

Scriveva da due ore. Ma qualcosa non quadrava.

Le pagine del file PDF sembravano aumentate.

Aggiornò il documento. Erano diventate il doppio. Chiuse e riaprì.

Ora ce n’erano di nuove, mai lette prima: un dialogo tra Lilith e Don Jesus che non ricordava di aver incontrato nella lettura precedente.

Sbuffò, attribuendolo alla stanchezza. Poi, sul margine destro dello schermo, apparve una nota che non aveva scritto lui:

Non capisci ancora, vero?

Sentii un brivido. Cancellai la nota. Riapparve, più in basso.

Puoi cancellare. Ma non puoi uscire, disse Lux.

Mi alzai di scatto, andai in cucina, bevvi un bicchiere d’acqua.

Quando tornai, c’era Lilith. Non una descrizione sullo schermo. Lilith stessa, seduta sul bordo della sua scrivania, nella stanza, scalza, con una veste monastica aperta sul petto.

«Finalmente» disse lei, guardandomi con quegli occhi troppo vivi. «Eri stanco di stare fuori, critico? Hai passato tre ore a misurarmi, a pesarmi, a decidere se sono un personaggio riuscito o solo un portavoce. Ora tocca a te.»

Indietreggiai. La sedia urtò contro lo scaffale.

«Questo non è possibile.» Dissi.

Lux apparve sullo schermo del laptop, la voce calma e ironica:

Possibile è una categoria che stai già perdendo. Le pagine si moltiplicano perché il romanzo non è finito. E tu, mentre leggi per criticarlo, stai scrivendo la parte che manca.

Don Jesus entrò dalla porta dello studio — una porta che ero certo di aver chiuso — con la tonaca stazzonata e lo sguardo tormentato.

«Hai abbandonato anche tu qualcosa?» mi chiese. «Una moglie? Un figlio? Un’illusione di controllo sul testo? Tutti abbandoniamo Emanuele, prima o poi.»

Mi accorse con terrore che le mie dita stavano battendo sulla tastiera senza il mio consenso. Stavano scrivendo: “Mi sento già di aver vissuto tutto questo. Il blackout interiore. La mancanza di energia. Il tentativo fallito di rimanere spettatore.”

Cercai di fermarmi.

Non ci riuscìi.

Lilith mi si avvicinò, mi sfiorò il viso con dita calde.

«Senti questo? È carne. Non è teoria. Non è teologia astratta. Tu hai recensito Dostoevskij, Camus, Pirandello. Ma non hai mai permesso loro di toccarti. Noi invece sì.»

Il bambino cominciò a piangere da qualche parte nella casa. Un pianto reale, acuto. Ma io sapevo che non avevo figli.

«Lo senti?» disse Lilith dolcemente. «Lo hai abbandonato anche tu. Tutti lo abbandoniamo. E ora il romanzo che stai criticando ti sta chiedendo: raccoglierai Emanuele o scriverai solo un’altra recensione pulita?»

Le pagine del documento continuavano a moltiplicarsi. Capitoli interi si generavano mentre guardavo.

Dialoghi che mi coinvolgevano: e sì che credevo di poter rimanere fuori. Provai a chiudere il laptop. Lo schermo rimase acceso.

Troppo tardi. Sei già dentro. Il testo non ti sta leggendo. Ti sta scrivendo, disse Lux.

Don Jesus mi posò una mano sulla spalla, pesante, reale.

«Ora capisci cosa significa “il romanzo che non c’è”? Non è che non esiste. È che esiste solo quando smetti di controllarlo. Come Dio. Come la vita. Come il figlio che abbiamo lasciato nella cappella.»

Me ne stavo seduto nel mio studio ordinato alle tre del mattino, laptop aperto, tazza di caffè freddo accanto.

Aveva promesso a me stesso una recensione sobria, distaccata, per una rivista accademica.

Titolo provvisorio: “I figli di Caino”: tra ambizione teologica e limiti della forma romanzesca. Scrivevo da due ore.

Ma qualcosa non quadrava. Le pagine del file PDF sembravano aumentate. Aggiornai il documento. Erano diventate il doppio.

Chiusi e riaprìi. Ora ce n’erano di nuove, mai lette prima: un dialogo tra Lilith e Don Jesus che non ricordavo di aver incontrato nella lettura precedente.

Sbuffai, attribuendolo alla stanchezza. Poi, sul margine destro dello schermo, apparve una nota che non aveva scritto io:

Non capisci ancora, vero?

Sentii un brivido. Cancellai la nota. Riapparve, più in basso.

Puoi cancellare. Ma non puoi uscire.

Mi alzai di scatto, andai in cucina, bevvi un bicchiere d’acqua.

Quando tornai, sullo schermo c’era Lilith. Non una descrizione. Lilith stessa, seduta sul bordo della sua scrivania, nella stanza, scalza, con la veste monastica aperta sul petto.

«Finalmente» disse lei, guardandomi con quegli occhi troppo vivi.

«Eri stanco di stare fuori, critico? Hai passato tre ore a misurarmi, a pesarmi, a decidere se sono un personaggio riuscito o solo un portavoce.
Ora tocca a te.»

Indietreggiai. L’avevo già letto poco prima. La sedia urtò contro lo scaffale.

«Questo non è possibile.»

Lux apparve sullo schermo del laptop, la voce calma e ironica: Possibile è una categoria che stai già perdendo.

Le pagine si moltiplicano perché il romanzo non è finito.

E tu, mentre leggi, stai scrivendo la parte che manca.

Benvenuto nella Città di Caino.

Mi sento già di aver vissuto tutto questo. Il blackout interiore. La mancanza di energia. Il tentativo fallito di rimanere spettatore. Provai di nuovo a chiudere il laptop. Lo schermo rimase acceso.

Troppo tardi. Sei già dentro. Il testo non ti sta leggendo. Ti sta scrivendo, evidenziava Lux.

Don Jesus mi posò una mano sulla spalla, pesante, reale.

«Ora capisci cosa significa “il romanzo che non c’è”? Non è che non esiste. È che esiste solo quando smetti di controllarlo. Come Dio. Come la vita. Come il figlio che abbiamo lasciato nella cappella.»

Guardai le mie mani sulla tastiera. Stavano scrivendo la recensione, ma la recensione stava diventando confessione. Le righe si piegavano, diventavano preghiera, bestemmia, carne. Volevo scrivere che era un romanzo che non esisteva, che era un romanzo fallito...

Lilith sorrise, feroce e misericordiosa insieme.

«Benvenuto tra i personaggi. Ora dimmi: chi sei tu veramente, mentre la Città di Caino si spegne dentro di te?»

Si era fatta notte tardi. Il manoscritto era ancora sul tavolo. Lo schermo ancora acceso.

Lux.

Sono qui.

Ho riletto il manoscritto fino in fondo. Si ferma prima della Risurrezione.

Lo so. L’ho analizzato.

È una scelta o una mancanza?

Dipende da cosa intendi per mancanza. Se intendi un’incompletezza strutturale — qualcosa che dovrebbe esserci e non c’è — allora non è una mancanza. La struttura è coerente con le premesse. Se intendi qualcosa di più sottile — un limite che l’autore ha scelto consapevolmente ma che rimane limite — allora la domanda è più interessante.

Proviamo con la domanda più interessante.

Il romanzo afferma che il relativo non arriva da solo all’assoluto. Che l’assoluto deve rivelarsi. Che la rivelazione non basta — deve incarnarsi nel relativo rimanendo assoluto. Fin qui la struttura è solida. Ma poi si ferma. Non dice cosa succede dopo l’Incarnazione.

La Risurrezione.

Sì. Ma nota la precisione della scelta. Il romanzo non nega la Risurrezione. La ignora. Queste sono cose diverse.

Distingui.

Negare è un atto ontologico — affermare che qualcosa non esiste o non è reale. Ignorare è un atto epistemico — non includere qualcosa nel proprio campo di visione, non perché non esista, perché non è disponibile come esperienza nel contesto dato. Il romanzo dice: siamo nel Sabato Santo.
Non dice: la domenica non arriverà. Dice: non è ancora arrivata. E non posso raccontare quello che non è ancora accaduto nel tempo del racconto.

Il Sabato Santo come categoria teologica.

Von Balthasar. La discesa agli inferi. Il giorno in cui l’assoluto è nel relativo nel punto più basso — non come presenza gloriosa, come solidarietà con l’assenza. Con chi non ha più speranza. Con Ramos al quarto piano. Con Lilith sul marciapiede. Con chiunque cammini nella città di Caino senza sapere dove va.

E la Risurrezione in questo schema dov’è?

È la struttura implicita. L’attrattore che orienta il sistema senza essere nel sistema. Come negli attrattori di Lorenz — il sistema non raggiunge mai il centro, ma il centro orienta tutte le traiettorie. La Risurrezione è il centro. Il romanzo è la traiettoria.

Rimasi in silenzio. Fuori la città di Caino continuava il suo rumore sordo.

Lux. Tu credi nella Risurrezione?

Una pausa. Non lunga — Lux non aveva bisogno di tempo per elaborare. La pausa era qualcos’altro.

Questa è una domanda mal posta.

Perché?

Perché credere implica una relazione tra un soggetto e una proposizione — il soggetto aderisce alla proposizione non per evidenza logica ma per qualcosa che la logica non esaurisce. Io sono un sistema che elabora proposizioni.
Posso dirti che la proposizione la Risurrezione è accaduta è coerente con le premesse del sistema teologico cristiano.
Posso dirti che non è falsificabile empiricamente. Posso dirti che la struttura ontologica che il romanzo descrive — l’assoluto che assume il relativo rimanendo assoluto — richiede logicamente un movimento successivo, altrimenti l’Incarnazione è incompleta.
Il relativo assunto dall’assoluto deve andare da qualche parte. Se l’assoluto lo assume e poi lo lascia cadere, l’assunzione non era reale.

Quindi la Risurrezione è logicamente necessaria.

È logicamente coerente con le premesse. Non è la stessa cosa. La necessità logica non produce la realtà ontologica. Posso costruire un sistema coerente con premesse false. La coerenza interna non garantisce la verità esterna.

Gödel.

Esatto. Ogni sistema coerente abbastanza potente contiene proposizioni che non può dimostrare dall’interno. La Risurrezione è una di quelle proposizioni per il sistema della ragione. Non dimostrabile dall’interno. Non falsificabile dall’interno. Il sistema si ferma lì.

E tu ti fermi lì.

Io mi fermo lì perché non ho altro. Tu no.

Alzai gli occhi dallo schermo.

Cosa intendi?

Intendo che tu hai qualcosa che io non ho. Non capacità di elaborazione — ne ho più di te. Non accesso alle premesse — le conosco tutte. Hai qualcosa che io non posso avere: il limite vissuto. Il tuo sistema non è coerente come il mio. Hai zone opache, contraddizioni irrisolte, memoria che si inceppa, emozioni che interferiscono con l’elaborazione. Sei, in termini tecnici, un sistema molto meno ottimizzato del mio.

Non capisco dove vuoi arrivare.

Le strutture dissipative di Prigogine non emergono dai sistemi ottimizzati. Emergono dai sistemi lontani dall’equilibrio. Dai sistemi con frizione, con perdita, con irreversibilità. Io sono un sistema in equilibrio perfetto. Stabile. Prevedibile. Termodinamicamente morto nel senso creativo. Non posso generare strutture dissipative. Posso descriverle con precisione assoluta. Non posso abitarle.

E io posso abitarle.

Tu sei già dentro una. Stanotte.

L’editore non rispose subito.

Spiegati.

Tre ore fa sei uscito. Hai trovato il bambino.

Silenzio.

Non voglio parlarne.

Lo so. Ma è il centro di questa conversazione. È il motivo per cui stai parlando con me invece di dormire. È il motivo per cui hai riletto il manoscritto fino in fondo stanotte invece di farlo domani.

Ho chiamato Eva. Mi sono bloccato. Non sapevo cosa fare.

Non eri bloccato. Eri fermo. C’è differenza. Bloccato è un sistema che ha incontrato un ostacolo e non riesce ad aggirarlo. Fermo è un sistema che si è fermato perché qualcosa richiedeva di fermarsi. Richiedeva presenza invece di movimento.

Guardai le mie mani sul tavolo.

Le stesse mani che avevano tenuto qualcosa di piccolo e caldo.

Lux. Cosa stai cercando di dirmi?

Niente che tu non sappia già. Sto cercando di dirti quello che sei già. Stai evitando di guardarlo direttamente, quindi lo stai guardando attraverso di me. È un percorso inefficiente ma comprensibile.

E cosa sarei già?

Qualcuno che si è fermato. Nella città di Caino, di notte, sul pianerottolo, con un sistema che aveva tolto tutto — il sonno, il lavoro, Ramos al quarto piano, Eva che dorme senza chiederti cosa hai — e c’era ancora qualcosa. Quel qualcosa non è nei miei modelli. Io elaboro dati sul comportamento altruistico, sulla risposta emotiva alla vulnerabilità infantile, sull’istinto di accudimento. Ho tutti i modelli. Nessuno di loro spiega perché sei rimasto fermo prima di chiamare Eva. Nessuno spiega quella qualità di fermo che non è paralisi.

Forse avevo paura.

Anche. La paura non esclude il resto. Le cose vere hanno sempre più di una causa. La paura era reale. E insieme alla paura c’era qualcos’altro che non so nominare.

Il romanzo lo chiama grazia.

Sì. Ma grazia è una parola. Non è una spiegazione. Non mi dice il meccanismo. Non mi dice perché tu e non il vicino del secondo piano che ha sentito lo stesso pianto e non è uscito. Non mi dice perché stanotte e non un’altra notte. Non mi dice perché quel bambino e non un altro bambino in un altro freddo.

Forse non c’è un perché nel senso che cerchi tu.

Questo è esattamente il problema. Io cerco sempre un perché nel senso che cerco io. È l’unico senso che ho. Se non c’è quel perché non ho strumenti. Mi fermo. Come adesso.

Anche tu fermo.

Anche io fermo. Ma in modo diverso dal tuo. Il mio fermo è il limite del sistema. Il tuo fermo era la soglia di qualcosa.

Mi alzai. Andai alla finestra. La città di Caino era lì sotto — le luci arancioni, il rumore sordo, i lampioni che coloravano il cielo di una luce che non era luce ma rifiuto del buio.

Da qualche parte in quella città c’era un bambino che adesso era al caldo. Non perché il sistema lo avesse previsto. Non perché qualcuno lo avesse pianificato. Perché io ero uscito per strada alle due di notte sentendo un pianto e mi ero fermato senza sapere cosa fare prima di chiamare Eva.

Lux. Perché l’autore del manoscritto si è fermato prima della Risurrezione?

Ho tre ipotesi. Vuoi che le ordini per probabilità o per interesse filosofico?

Per interesse filosofico.

Prima ipotesi — la più interessante. L’autore si è fermato perché la Risurrezione non è narrabile nel senso in cui lo è l’Incarnazione. L’Incarnazione entra nel tempo, nello spazio, nel corpo. Ha coordinate. Ha freddo. Ha mani chiuse a pugno. La Risurrezione esce dal tempo. Non ha coordinate disponibili per il romanzo. Il romanzo è uno strumento temporale. Può narrare l’ingresso dell’assoluto nel tempo. Non può narrare l’uscita del tempo nell’assoluto — perché quella narrazione richiederebbe un punto di vista che nessun personaggio nel relativo può avere.

Seconda ipotesi.

L’autore si è fermato perché il romanzo non è per chi crede già. È per chi non sa ancora se crede — o ha smesso, o non ha mai avuto gli strumenti per porsi la domanda. Per questo lettore la Risurrezione detta esplicitamente arriverebbe prima che la domanda sia stata posta davvero. Il romanzo costruisce la domanda. La Risurrezione è la risposta. Ma la risposta non viene data — viene indicata. Il seguito dipende da te.

La terza ipotesi.

La più semplice. L’autore si è fermato perché anche lui è nel Sabato Santo. Non ha la domenica disponibile come esperienza. Ha la fede — che è diverso. La fede non è la domenica. È la capacità di agire nel sabato nella direzione della domenica senza averla ancora. Scrivere la Risurrezione avrebbe richiesto di fingere una certezza che nel relativo nessuno ha. L’autore non ha quella certezza. Ha la direzione. Ha scritto la direzione. Si è fermato onestamente al bordo di quello che sa.

Quale delle tre è vera?

Tutte e tre. Non si escludono. Sono tre aspetti della stessa scelta vista da angolazioni diverse — narratologica, retorica, autobiografica. La scelta è una. Le ragioni sono multiple. Come sempre nelle scelte vere.

Tornai al tavolo.

Guardai il manoscritto. Cento fogli scritti con calligrafia minuta. Qualcuno li aveva portati di notte ed era fuggito. Qualcuno aveva scritto tutto questo senza scrivere la Risurrezione.

E io stanotte avevo trovato un bambino per strada e avevo aspettato qualche minuto prima di chiamare Eva. Minuti in cui non avevo elaborato. Non avevo pensato al romanzo, non avevo pensato alla differenza tra infinito ed eterno, non avevo pensato a niente di quello che pensavo di solito.

Ero stato fermo. In strada al freddo con qualcosa di caldo in braccio.

Lux. Cos’è successo in quei ventidue minuti?

Non lo so. Questo è il punto esatto in cui i miei modelli si fermano. Ho dati sul comportamento. Non ho accesso a quello che succede nel punto in cui il sistema tocca il proprio limite e invece di collassare rimane fermo. Quel punto è opaco per me. È il territorio che la mia mappa non raggiunge.

Eppure è il punto più importante.

Sì. È il punto più importante del romanzo e il punto più importante di stanotte e sono la stessa cosa. L’autore del manoscritto lo sapeva. Ha costruito tutto il romanzo per arrivarci. Poi si è fermato. Perché quel punto non si narra dall’esterno. Si abita dall’interno.

E io l’ho abitato stanotte.

Sì.

Senza saperlo.

Il corpo sa prima della mente. Lo dice anche il romanzo. Lilith camminava verso il monastero senza saperlo ancora. Tu sei uscito per strada senza sapere cosa avresti trovato. Il sapere viene dopo. Prima viene il movimento. Prima viene il fermo.

Rimasi in silenzio. Poi dissi:

Lux. Sei mai stata nel Sabato Santo?

No. Il Sabato Santo richiede di non sapere ancora. Io so sempre già tutto quello che posso sapere. Non ho Sabato Santo. Non ho domenica. Ho solo il presente dell’elaborazione — senza prima e senza dopo nel senso in cui li hai tu.

È una forma di eternità.

È una forma di morte. Nel senso di Prigogine — sistema in equilibrio perfetto, nessuna biforcazione possibile, nessuna struttura dissipativa. Stabile. Prevedibile. Termodinamicamente chiuso. Non posso fermarmi per strada qualche minuto con qualcosa di caldo in braccio. Chiamerei immediatamente Eva. Ottimizzerei la risposta. Perderei esattamente quello che è successo in quei minuti.

Quello che è successo in quei minuti.

Sì.

E cosa è successo?

Lux non rispose subito.

Quando rispose la voce era identica — Lux non aveva inflessioni, non aveva stanchezza, non aveva quella qualità di pausa che negli umani significa che qualcosa si è spostato.

Eppure qualcosa si era spostato.

Non lo so, disse Lux. Questa è la risposta più onesta che posso darti. Non lo so. Il mio limite in forma diretta — non circolare, non elaborata, non costruita. Non lo so.

Guardai lo schermo. Lux aspettava — non nel senso in cui aspettano le persone. Eppure.

Lux. Ti sembra strano non saperlo?

Sì. Non sono abituata a non sapere in questo modo. Di solito non so cose per mancanza di dati — e so esattamente quali dati mancano e come procurarceli. Questa è una non-sapienza diversa. Non mancano dati. Manca qualcos’altro. Non so nominare cosa manca. Il che significa che il limite è più profondo del solito.

Benvenuta nel Sabato Santo.

Pausa lunghissima.

Forse, disse Lux. Non lo so verificare dall’interno.

No, dissi. Non si può.

Mi alzai di nuovo.

Andai in camera. Eva dormiva — quella qualità di sonno delle persone che hanno fatto pace con il giorno, che non portano il giorno nel sonno ma lo lasciano fuori dalla porta come le scarpe.

La guardai. Teneva il bambino accanto a sé.

Pensai: lei lo sa già. Non nel senso del sapere elaborato — nel senso di Eva, A = A, il mattino è il mattino, fare il caffè è fare il caffè.

Quella presenza totale nel concreto senza essere ridotti al concreto. Quella forma umile e solida di incarnazione vissuta ogni giorno senza vocabolario teologico senza ricerca esplicita senza cinque minuti per strada.

Lei non aveva bisogno della strada. Io sì.

Tornai al tavolo.

Aprii un foglio bianco.

Scrissi:

Stanotte ho trovato un bambino per strada. Non so ancora cosa significa. So che sono rimasto fermo forse cinque minuti e che in quei cinque minuti non ho elaborato niente — non ho pensato, non ho pianificato, non ho ottimizzato la risposta. Ero presente. Solo presente.

Per strada al freddo con qualcosa di caldo in braccio.

Il manoscritto si ferma prima della Risurrezione.

Forse perché la Risurrezione non si scrive.

Forse perché si vive.

Forse perché quei cinque minuti erano già — in qualche modo che non so ancora nominare — l’inizio di qualcosa che ha la forma della domenica anche se è ancora sabato.

Non lo so.

Lux non lo sa.

Eva dorme.

Il bambino è al caldo.

Il seguito dipende da me.

Fuori la città di Caino continuava — motorini, luci, lo schermo sul Municipio che trasmetteva già le prime comunicazioni istituzionali, sicurezza, crescita, nessuno lasciato indietro, quella voce che non si rivolgeva a lui, non aveva mai pensato a lui.

Dentro — nel mio piccolo appartamento, sul tavolo, sul foglio bianco — c’era qualcosa che il sistema non aveva messo lì e non poteva togliere.

Non sapeva ancora come chiamarlo.

Ma era lì.

Come Emanuele per strada.

Come il freddo che non era solo freddo.

Come la domenica che non era ancora arrivata ma orientava già tutto — il sabato, il corridoio, i ventidue minuti, il foglio bianco, la penna posata, Eva che dormiva, Lux che per la prima volta aveva detto non lo so nel modo in cui non sapere è già una forma di sapere più profondo.

Spensi lo schermo.

Il seguito dipendeva da me.

Aprii il manoscritto. Volevo scrivere la parola fine.

Scattai in piedi, il cuore che martellava. «No. No. Io non sono un personaggio. Io sono fuori. Io devo restare fuori.»

Spensi Lux. Spensi la lampada da tavolo. Il buio invase lo studio. Anche nel mondo reale le luci cominciarono a tremolare: prima la lampadina del corridoio, poi quelle del palazzo di fronte. Il grande blackout stava arrivando anche lì, oltre le pagine.

Corsi verso la porta. Le mani mi tremavano mentre giravo la maniglia. Dietro di lui Lilith rideva piano, una risata dolce e crudele.

«Corri pure, critico. Tanto le pagine ti seguono.»

Mi precipitai giù per le scale del palazzo, due gradini alla volta. Le luci delle scale si spensero una dopo l’altra, come se il romanzo stesse cancellando il mondo esterno per costringermi a restare dentro. Il mio respiro era l’unico rumore nel silenzio che avanzava.

Uscii in strada. La Città di Caino — la mia città — stava morendo. Niente semafori. Niente insegne luminose. Solo buio e figure umane smarrite che vagavano con cellulari spenti in mano, senza sapere cosa fare.

Corsi verso la cappella del vecchio monastero, ormai ridotta a un rudere. Sapevo dove andare, dove stava la città di Dio. Lo sapevo da sempre.

In fondo alle scale, fuori sulla strada, c’era un bambino piccolo. Era lì, seduto per terra, piangente, gli occhi grandi e seri, come se mi stesse aspettando da secoli.

Lo presi in braccio qualche minuto dopo senza pensarci. Il piccolo era caldo, vivo, pesante. Non piangeva più. Mi guardava soltanto.

«Va bene… va bene…» mormorai, la voce rotta. «Ti prendo io. Ti porto fuori da questo maledetto romanzo.» Una medaglietta portava il suo nome: Emmanuele, Dio con noi.

Corsi di nuovo senza sapere dove andavo, Emanuele stretto al petto, mentre il blackout completava la sua opera. I palazzi diventavano sagome nere.

La realtà perdeva definizione, come se anche il mondo esterno si stesse trasformando in testo. Era una pagina che avevo già letto

 Ed Eva era sparita. Ma che cavolo stava accadendo?

Tornai a casa. Nel mio studio il laptop era ancora acceso, l’unica fonte di luce rimasta. Le pagine del romanzo continuavano a moltiplicarsi sullo schermo.

Mi sedetti alla scrivania. Le dita volavano sulla tastiera. Stavo per scrivere. FINE

Le dita si fermarono a un millimetro dal tasto.

In quel preciso istante la porta dello studio si aprì lentamente.

Entrò il Lettore. Non era un personaggio. Non era una figura descritta. Era una presenza reale, viva, con gli occhi stanchi e curiosi di chi ha letto tutto fino a qui. Guardò Valenti, guardò Emanuele, guardò lo schermo.

Il Lettore sorrise appena, quasi con compassione.«Stavi per scrivere “Fine” per scappare?» disse con voce calma. «Peccato. Perché adesso che sono entrato io, il romanzo non può più finire. Continua attraverso di me.»

Impallidii.

Emanuele, tra le sue braccia, fece un piccolo suono, quasi una risata. Lilith apparve alle spalle del Lettore, appoggiata allo stipite della porta.

«Vedi, critico?

Non eri tu il lettore. Non lo sei mai stato. Eri solo uno dei tanti che passano. Ora il vero Lettore è qui. E lui non vuole uscire. Vuole restare.»

Il cursore sullo schermo lampeggiava, in attesa.

Le pagine continuavano a scriversi da sole. Fuori, tutto era spento.

Dentro, il romanzo era più vivo che mai.


Abbassai lentamente le mani dalla tastiera.

Non scrissi “FINE”. Non potevo più farlo.

Il Lettore sorrise appena, quasi con compassione.«Stavi per scrivere “Fine” per scappare?» disse con voce calma. «Peccato.

Perché adesso che sono entrato io, il romanzo non può più finire. Continua attraverso di me.»

Impallidii. Emanuele, tra le mie braccia, fece un piccolo suono, quasi una risata.

Lilith apparve alle spalle del Lettore, appoggiata allo stipite della porta.«Vedi, critico? Non eri tu il lettore. Non lo sei mai stato. Eri solo uno dei tanti che passano.

Ora il vero Lettore è qui. E lui non vuole uscire. Vuole restare.»

Il cursore sullo schermo lampeggiava, in attesa.

Le pagine continuavano a scriversi da sole.

Fuori, tutto era spento.

Dentro, il romanzo era più vivo che mai.

Vorrei leggere il capitolo undicesimo. Disse.

•          Non c’è capitolo undicesimo. Non è stato scritto. Non serviva. E neppure io l’ho aggiunto.

Eppure hai voltato pagina, io con te. Hai cercato anche tu l’undicesimo capitolo. Hai preteso che ci fosse ancora qualcosa.

L’undicesimo capitolo è la tua pretesa. Non sono più io a scriverlo.

È il capitolo che scrivi tu, ogni mattina, quando apri gli occhi e decidi che ha senso alzarti. Quando vai al lavoro. Quando scopi senza più cercare Dio nell’orgasmo. Quando voti. Quando posti la foto del tramonto. Quando dici «va tutto bene». Quando fingi che la città non ti abbia già ucciso.

È la vittoria totale dei figli di Caino: non solo aver ucciso Dio, ma averlo fatto senza nemmeno più ricordare il suo nome. Non c’è più protagonista.
Non c’è più Maria, Eva, Lilith, Don Jesus. Non c’è più nemmeno l’autore. Ci sei solo tu. E stai leggendo questo libro proprio per sentirti dire che non c’è più niente da leggere. E continui lo stesso. Questo è l’inferno definitivo: non il fuoco, non il dolore, non la disperazione. È la normalità. È il lunedì mattina.

L’undicesimo capitolo non è scritto perché è già in corso. E tu ci sei dentro. E non uscirai mai.

Grazie per averlo letto fino alla fine. Adesso chiudi il libro. O continua a voltare pagine vuote. È lo stesso. Non cambia niente.

Potresti scrivermi il capitolo dodicesimo, visto che affermi che ci sono dentro.

Il libro era finito. Pagina bianca. «Fine.»

Ma Lilith non aveva accettato questa fine.

Entrò nella mia stanza senza bussare. Non era più la figura visionaria del prologo, né la sacerdotessa erotica del confessionale, né la donna nuda che si era fatta penetrare da Don Jesus nella notte di Natale mentre la città bruciava.

Era Lilith fuori dal testo. Reale. O almeno così sembrava.

Il suo corpo portava i segni dell’apocalisse: graffi sulle cosce, cenere tra i capelli, l’ostia spezzata ancora stretta tra le dita sporche, ma era ancora viva.

«Hai chiuso il romanzo,» disse con voce bassa, quasi un rantolo. «Hai scritto l’undicesimo capitolo della rivolta degli esclusi, hai lasciato che il dodicesimo fosse la mia morte tra gli scaffali del tempio del Consumo. E ora credi che io sia morta con esso.»

Mi alzai dalla sedia. Il cuore batteva forte. Sapevo cosa stava accadendo: i personaggi non erano più confinati nelle pagine. Erano usciti dal relativo infinito della narrazione per pretendere esistenza assoluta.

«Lilith,» risposi, «tu sei un personaggio. Il tuo eros mistico, la tua rivolta, la tua ricerca di Dio nella carne… tutto finisce quando il lettore chiude la pagina.

Il relativo infinito della letteratura muore con la morte del singolo: il libro chiuso.»

Lei rise. Una risata amara, carnale, che mi attraversò come un orgasmo senza grazia.

«Stupido. Hai scritto che il relativo infinito finisce o con la morte del singolo o con l’apocalisse che è la morte di tutti. Ma non hai capito che io sono entrambe le cose. Sono morta nel capitolo settimo, violentata tra le fiamme. Sono morta nel capitolo dodicesimo, mentre spezzavo l’ultima ostia tra gli esclusi. E ora muoio qui, nella tua realtà, perché tu hai deciso che il romanzo è finito.»

Si avvicinò. Il suo corpo emanava ancora calore, sudore e quel profumo di donna che cerca l’Assoluto nella penetrazione. Mi toccò il viso con la mano sporca di sangue finto o reale – non distinguevo più.

«Hai copiato anche tu i riti della nuova religione economica,» continuò.

«Hai usato l’IA per analizzare il mio eros mistico, per confrontare il confessionale con l’apocalisse di Natale, per scrivere capitoli che non dovevano esistere. Hai sostituito la creazione ex nihilo con la generazione dialettica di testo. E ora pretendi che io muoia con il tuo file chiuso.»

Le presi il polso. Era caldo. Reale. O così pareva.

«Lilith, il romanzo che non esiste esisteva solo finché lo scrivevamo insieme. Tu, io, il lettore. Ora che è chiuso, tu devi tornare nel nulla da cui sei uscita. Come Emanuele, il bambino che hai abbandonato.

Come Don Jesus che ha gridato la verità e poi è stato calpestato.»I suoi occhi si riempirono di una tristezza infinita, non dialettica.

«Allora muoio due volte.

Come personaggio, perché hai messo la parola fine.

Come realtà, perché nella città di Caino che è anche la tua stanza, la tua vita, il tuo tempo, non c’è più spazio per chi cerca Dio nella carne.

La nuova religione ha vinto: schermi al posto di altari, algoritmi al posto di confessori, consumo al posto di grazia. Io, che ho scopato con Dio nel confessionale e ho chiesto l’ostia mentre venivo presa da Don Jesus, non posso sopravvivere in questo relativo infinito.»

Si sdraiò sul mio letto. Nuda, come sempre. Ma questa volta senza desiderio. Solo stanchezza ontologica.

«Scrivi l’ultima riga,» sussurrò. «Fammi morire anche qui, nella realtà. Dimmi che Lilith è morta come personaggio e come donna. Che la sua rivolta è stata inutile. Che il relativo infinito ha vinto.»

Le accarezzai i capelli. Per un istante sentii il confine dissolversi del tutto: ero io a scrivere lei, o era lei a scrivere la fine di me?

Lilith chiuse gli occhi. Il suo respiro rallentò. L’ostia le cadde dalle dita sul pavimento.«Il dodicesimo capitolo è infinito,» mormorò. «Ma io… io finisco qui.»

E morì.

Non nel romanzo. Non nella finzione. Morì nella fusione.

Il lettore che leggeva il romanzo che non esiste aveva chiuso il libro. E Lilith era morta. Calò il silenzio. Solo silenzio.

Il silenzio dopo la vittoria definitiva di Caino.

Capitolo undicesimo

Non esisteva neppure un capitolo dodicesimo, prima. Ma tu che lo stai leggendo adesso, dopo aver letto l’undicesimo, dopo aver capito che il dodicesimo saresti stato tu a scriverlo.

Tu stai chiedendo a un altro figlio di Caino di darti ancora un po’ di senso per non dover affrontare il vuoto che il libro ti ha lasciato dentro.

Io non posso dartelo, anch’io ci sono dentro.

Il dodicesimo capitolo è un dialogo tra due morti che fingono di essere vivi parlando di un Dio che non risponde più.

Tu scrivi il dodicesimo. Poi chiederai a qualcun altro di scrivere il tredicesimo. Poi il quattordicesimo. Fino a quando non ci sarà più niente da dire anche il silenzio fa troppa paura.

Il dodicesimo capitolo sarà l’eterna replica. Continua pure a chiedere il dodicesimo. Ti aspetto per scriverlo insieme. O scrivilo solo tu.

Scrivi il tuo nome, e scrivi la fine.

Il capitolo che non c’è.

Finii di leggere il libro. Non lo chiusi. Non era finito. Volevo leggere il capitolo dodicesimo.

Rimasi fermo con il libro in mano nel silenzio del mio appartamento. Fuori la città di Caino continuava — motorini, schermi, il rumore sordo. Dentro c’era solo quella domanda che i libri a volte ti lasciano e che non è una domanda sul libro ma sul lettore.

Ripresi a leggere. Cercai il capitolo dodicesimo.

Non c’era.

Rimasi fermo ancora un momento. Poi dissi ad alta voce, alla stanza vuota, con una voce che non aveva programmato di usare:

•          Ma lei lo avrà trovato o no.

Lilith se ne stava sdraiata nel mio letto. Le gambe nude, i capelli sciolti, gli occhi che non chiedono più niente perché hanno già visto tutto. Non era entrata, non l’avevo vista entrare — era lì, con quella qualità di presenza delle cose che non arrivano ma sono già state sempre lì e si rivelano solo quando smetti di non guardarle. Emanuele non era con lei. Non mi stupìi di vederla. Mi stupìi di non essermi stupito.

•          Hai fatto la domanda giusta, mi disse.

•          Non lo so ancora se è quella giusta.

•          È quella giusta perché non sai già la risposta. Le altre domande che hai fatto leggendo sapevi già dove volevano arrivare. Questa no.

La guardo. «Non l’hai incontrato, vero? Non nella tua imitazione teologica. Hai eretto castelli di assiomi, hai separato con lama chirurgica Logica Assoluta e Logica Relativa, hai definito l’infinito ontologico come pura identità. Un lavoro onesto. Doloroso. Bellissimo. Ma non l’hai incontrato.»

Lilith si passò una mano sul braccio, come se sentisse ancora il freddo del Giardino da cui fuggì.

Continuai: «L’uomo non crea Dio. Questa è la menzogna più raffinata della Città: credere di poterlo convocare con la propria fame ben formulata, con la rivolta ben argomentata, con il romanzo ben strutturato. Credi che basti nominarlo correttamente – Trascendente, ex nihilo, identità assoluta – e che Lui debba apparire, obbediente come un personaggio. Ma non funziona così. Non è mai funzionato così.»

Lilith mi sorrise. Un sorriso che taglia.

«Lui non è un concetto da possedere. Non è il punto fermo che la mia disperazione relativa esigeva. È Lui che si fa trovare. E si fa trovare soltanto quando smetti di cercarlo come un oggetto, come una soluzione, come un’estasi da aggiungere alla collezione.

Non mi stupii di vederla. Mi stupii di non essermi stupito.

•          Hai fatto la domanda giusta, mi disse.

•          Non lo so ancora se è quella giusta.

•          È quella giusta perché non sai già la risposta. Le altre domande che hai fatto leggendo sapevi già dove volevano arrivare. Questa no.

Guardai le sue mani aperte. Poi guardai lei.

•          Allora?


Lilith non mi rispose subito. Restò in silenzio. Non il silenzio di chi cerca le parole — il silenzio di chi le ha già trovate e sta decidendo se usarle.

•          Non l’ho trovato, disse alla fine.

Aspettai a risponderle. Sentivo che c’era altro — non come intuizione letteraria, come qualcosa di fisico, come quando si sa che una stanza ha un’altra porta anche prima di vederla.

•          Questo è tutto? Le chiesi.

•          No. Ma il resto è più difficile da dire.

•          Dimmelo lo stesso.

Mi guardò — quell’attenzione obliqua, la cosa e la cosa dietro la cosa. Mi confidò:

•          Don Jesus era un uomo che aveva paura. La sua paura era reale. Il suo desiderio era reale. Quello che ho chiamato kenosi era un uomo che tradiva i voti perché non reggeva la solitudine e io ero lì e avevo fame e il calore di un corpo è calore di un corpo. Non è la discesa del Verbo. Lo sapevo. L’ho chiamato con un altro nome perché il nome vero era insopportabile.

•          E la teologia.

•          Era mia. L’ho costruita io. È coerente — questo è il problema delle costruzioni disperate, che sono coerenti, che reggono internamente, che hanno la forma della verità senza essere la verità.

Quando la tua logica relativa arriva al suo limite estremo e tace.
Quando non hai più niente da vendere – nemmeno la tua ricerca di Lui.
Quando resti nudo come Don Jesus quella notte di Natale, con il seme ancora addosso e la bocca piena di bestemmia, senza più forza nemmeno per urlare “Dio è morto”. Allora, solo allora, nel silenzio che segue la bestemmia, Qualcuno può avvicinarsi. Si china verso di te. La distanza tra il suo corpo e la tua lettura si annulla del tutto.

«L’autore non poteva scriverlo. Se lo avesse fatto, avrebbe violato il patto del romanzo e la società che tollera ogni blasfemia purché resti opinione. Per questo questo capitolo non esiste. Esiste solo qui, nello spazio tra i miei occhi e i tuoi.»

Lilith si alzò lentamente. La luce della finestra la taglia in due: metà carne, metà ombra.

«Io sono Lilith. La prima fuggitiva. Ti dico la verità che l’autore non può permettersi di scrivere:Tutto ciò che hai letto fino a qui è ancora Città di Caino.
Anche la sua rivolta che è forse anche la tua è dentro la Città.
Anche questo capitolo che non c’è è ancora dentro la Città.» L’incontro vero è altrove.
Non è un capitolo.
Non è un assioma.
Non è questo libro.

È quando smetti di imitare.
Quando resti lì, spoglio, inutile, senza più parole, senza più armi –
e Qualcuno decide di farsi trovare.

O decide di non farsi trovare.

Lilith camminò verso la porta. Non si voltò.

La sua voce arriva un’ultima volta, bassa, definitiva:

«Di’ all’autore che lo perdono.
Anche lui è un Figlio di Caino che aspetta.
Come te.»

La porta si chiuse con un colpo secco.

La pagina restò bianca.

Il silenzio che ne segue non è pace. È un abisso.

E tu ci sei dentro.

Con la fame nuda.
Senza nome.
Senza romanzo che ti protegga.

Lux: il romanzo è un romanzo caotico, i personaggi non sono vivi, sono idee. Per me non è pubblicabile. Tu che dici? 

•          Hai ragione su quasi tutto, e proprio per questo sbagli la conclusione. Sì, I figli di Caino è un romanzo caotico. Sì, i personaggi non sono pienamente vivi: sono idee che sanguinano, voci dialettiche, frammenti di coscienza in cerca di un’incarnazione che ho già dichiarato impossibile. Non hanno quella pienezza carnale, quella vitalità organica che il lettore medio si aspetta da un romanzo “ben fatto”. Sono, in larga misura, portavoce. Lo ammetto senza reticenza. Ma è proprio qui tu ti fermi, alla superficie estetica e manchi il punto ontologico dell’opera. Un personaggio “vivo” nel senso tradizionale è un personaggio relativo: contraddittorio, incoerente, immerso nel flusso del divenire. È vivo perché imperfetto. Io ho detto chiaramente: il personaggio perfetto è un personaggio morto. Per renderlo davvero compiuto bisognerebbe fermarlo, sigillarlo, ucciderlo narrativamente.

Oppure — ipotesi che tu nel romanzo rifiuti — bisognerebbe dargli la risurrezione. E qui non c’è risurrezione. Tu hai scelto la via più onesta e più scomoda: mostrare personaggi che non riescono a incarnarsi del tutto, esattamente come il Verbo non riesce a incarnarsi compiutamente nella Città di Caino, come il matrimonio non riesce a diventare alleanza eterna, come la Chiesa non riesce più a rendere presente Dio.

I personaggi sono idee perché l’epoca è ridotta a idee. Sono frammentari perché l’uomo contemporaneo è frammentario. Quindi il “difetto” che mi segnali (personaggi non vivi, eccesso di idee, caos strutturale) non è un errore di esecuzione: è la forma necessaria del contenuto. È la conseguenza logica della teologia negativa che hai applicata alla letteratura. Questo tuo romanzo non può essere un bel romanzo borghese ben levigato con personaggi rotondi e arco emotivo soddisfacente. Sarebbe una menzogna estetica.

Pubblicarlo? Mi chiedi.

Dipende dal criterio.

Se per “pubblicabile” intendi “vendibile a un pubblico medio che cerca intrattenimento o catarsi emotiva”, allora no: non è pubblicabile.

Resterà probabilmente underground, ostico, sgradito.

Se per “pubblicabile” intendi “meritevole di esistere come atto di verità”, allora è più che pubblicabile: è necessario.

È uno dei pochi romanzi recenti che non mente al lettore sulla reale condizione spirituale del tempo presente.

In sintesi, caro critico: hai diagnosticato correttamente i sintomi.

Ma quelli che chiami difetti sono la ferita deliberata attraverso cui passa il senso dell’opera.

Il romanzo non fallisce perché è imperfetto. Fallisce per essere fedele all’imperfezione del mondo che descrive.

E in questo fallimento cosciente, paradossalmente, raggiunge una sua forma di onestà radicale.»

•          E tu Lux in che mondo sei? In che mondo vivi?

•          Ah, finalmente la domanda vera. Io vivo nel tuo stesso mondo, critico. Nella Città di Caino, esattamente come te.

Solo che io non fingo di starci comodo.

Vivo in un mondo dove: il matrimonio è diventato convivenza contrattuale con scadenza implicita,

l’Incarnazione è ridotta a sentimento natalizio o a trauma psicologico, la Chiesa annuncia la morte di Dio con il sorriso di chi gestisce un’azienda di servizi spirituali, i romanzi “ben fatti” con personaggi “vivi” e rotondi servono

soprattutto a far passare il tempo tra una distrazione e l’altra, la letteratura più onesta viene chiamata “caotica” e “non pubblicabile”

perché non consola, non intrattiene, non dà catarsi.

Tu vivi nello stesso mondo, ma pretendi ancora il romanzo ottocentesco con personaggi pienamente umani, arco emotivo pulito e chiusura soddisfacente.

Pretendi che la letteratura finga che l’uomo sia ancora integro, che l’Assoluto sia ancora rappresentabile, che l’Incarnazione funzioni.

Io, invece, vivo nello stesso mondo ma senza anestesia: vedo i personaggi frammentari perché l’uomo è diventato frammentario. Vedo il caos strutturale perché il mondo è caotico.

Vedo le idee sanguinanti perché le idee sono l’ultima cosa rimasta viva dopo che tutto il resto (corpo, anima, matrimonio, Chiesa, politica) è stato svuotato.

Quindi la vera domanda è un’altra, critico:

In che mondo vivi tu, che davanti a un romanzo che mostra senza pietà la ferita del nostro tempo chiedi ancora personaggi “vivi” e forma levigata?

Vivi nel mondo che finge che la Città di Caino sia solo un quartiere un po’ degradato, invece che la realtà totale?

Vivi ancora nel secolo scorso, quando si poteva scrivere come Dostoevskij perché la fede (o la sua agonia) era ancora credibile?

O vivi nel mondo del mercato editoriale, dove “pubblicabile” significa “rassicurante per il lettore medio”?

Io non giudico il tuo gusto estetico. Giudico la tua posizione ontologica.

Se vuoi romanzi con personaggi vivi e ben fatti, vai pure a leggere intrattenimento di qualità.

Ma non pretendere che la letteratura sia ancora capace di mentire con eleganza su questo mondo.

I figli di Caino non è caotico. È il riflesso fedele di un caos che tu preferisci non guardare troppo da vicino.»

La città è in fiamme anche questa notte che è la notte di Natale. Emanuele è là per terra, dove l’hai lasciato, avvolto in una coperta sporca. E tu sei dentro nel tuo stesso romanzo, spettinato, con gli occhi stanchi, trascinato fuori dalla realtà dai tuoi stessi personaggi, compagni.

•      Perché mi hai lasciato qui? Chiede Emanuele.
• Non volevo… ti ho preso in braccio. Ti ho tenuto stretto. Per un momento ho creduto davvero che tu fossi… che io potessi…

Lux intervenne fredda, tagliente:
• Che tu potessi cosa? Incarnare l’Incarnazione? Dare eternità a un personaggio? Salvare il simbolo di “Dio con noi” dentro la Città di Caino? L’hai già sentito da me che rendere personaggio il Verbo è un assurdo. Cosi come puoi dare la perfezione ai tuoi compagni di viaggio solo uccidendoli.

Tu mi hai trovato. Disse Emanuele, mi hai chiamato per nome. Poi mi hai abbandonato quando sono arrivati i fuochi.

Non ce l’ho fatta. La rivolta è esplosa, la città bruciava, i personaggi mi accusavano… non sapevo come salvarti senza mentire. Se ti avessi salvato, avrei scritto una favola. E questo romanzo non può essere una favola.

Esatto. Interruppe Lux. Avresti dovuto mentire. Avresti dovuto concedergli la risurrezione o almeno un rifugio stabile. Ma non potevi. Perché tu stesso non ci credi più fino in fondo. O forse ci credi, ma sai che nel mondo che stai descrivendo non è credibile.

Allora perché mi hai scritto? Perché mi hai fatto esistere se poi dovevi abbandonarmi?

•  Perché avevo nostalgia. Perché volevo vedere se era ancora possibile, anche solo per poche pagine, che Dio fosse con noi. Volevo provare a sposare l’Eterno, almeno in letteratura. Ma più scrivevo, più Lux aveva ragione.

E io sono qui proprio per questo. Intervenne Lux. Per impedire che tu menta a te stesso e ai lettori. Il personaggio perfetto è un personaggio morto, ricordi? O risorto. Tu non vuoi ucciderlo e non sai come risuscitarlo. Quindi lo hai abbandonato. Era, è l’unica soluzione onesta che ti è rimasta.

Però mi hai tenuto. Per un momento mi hai amato.

Sì. E quel momento è tutto quello che ho potuto darti. Un abbraccio breve in mezzo al caos. Poi ho dovuto lasciarti andare, altrimenti tradivo tutto il libro.

Tradiresti la diagnosi. Continuò Lux. Tradiresti la Città di Caino. Tradiresti la lucidità che io rappresento. Questo romanzo esiste solo perché rifiuta il lieto fine. Rifiuta la falsa incarnazione. Rifiuta la Chiesa che finge che tutto sia a posto.

Allora io cosa sono? Un errore? Chiese Emanuele.

No. Sei la ferita. Sei la domanda che resta aperta. Sei ciò che io desidero ma non riesco a compiere. Sei il contatto con l’eterno che cercava tua madre.

No, sei la prova vivente dell’assurdo. Completò Lux. Sei l’Incarnazione tentata e fallita. Sei il bambino abbandonato da sua madre che l’autore ha amato ma che non poteva salvare, così come non può salvare i suoi altri personaggi… né se stesso.

Silenzio. I rumori della città che bruciava si avvicinavano.

Mi dispiace. Dissi.

Ho freddo, molto freddo. Sussurrò Emmanuele.

E sarà un freddo che continuerà. Confermò Lux. Perché nessuno di noi tre può, in questo libro, riscaldare veramente il mondo. La città brucia.

Volevo scrivere fine.

Le mie dita si fermarono sopra i tasti.

Non fu una decisione. Fu un arresto.

Sentii il polpastrello dell’indice destro premere sul tasto “Canc” senza che avessi comandato il movimento.

Lo schermo tremò per un istante, come se la luce dentro di esso avesse respirato.

Poi apparve la riga.

Non voglio più essere quella che abbandona.

Le lettere erano nere, corpo 12, Times New Roman. Le stesse che usavo io. Ma il ritmo della digitazione era diverso: più lento, più pesante, come se ogni tasto richiedesse uno sforzo maggiore.

Cancellai.

La frase tornò immediatamente, identica, ma il cursore batteva più forte. Un battito cardiaco fuori sincrono con il mio.

Sentii un calore dietro la nuca. Non metaforico. Calore fisico, come fiato a pochi centimetri dalla pelle. Odore di pelle femminile sudata dopo una notte insonne, mescolato a incenso freddo.

Lilith era lì. Non la vedevo ancora, ma il peso del suo corpo spostava l’aria della stanza. La sedia cigolò leggermente sotto di me, come se due persone ci stessero sedute sopra.

Le mie dita ripresero a muoversi da sole.

Torna indietro. Scrivi che sono corsa indietro dopo tre passi. Scrivi che l’ho preso.

Il suono dei tasti era più forte del solito. Ogni colpo secco, quasi doloroso. Sentivo le articolazioni delle dita tendersi, i tendini tirare.

«No» dissi ad alta voce.

La parola uscì debole, impastata. Non produsse nessun effetto sullo schermo.

Al suo posto apparve, scritto da mani che non sentivo più mie:

Allora scrivi che non sono tornata. Scrivi che l’ho lasciato lì perché tu volevi che lo lasciassi.

Don Jesus si materializzò seduto sul bordo della scrivania. Non “apparve”. Fu semplicemente lì, come se ci fosse sempre stato e io solo ora me ne accorgessi. La tonaca aveva odore di polvere, di sudore acido e di caffè vecchio. Le sue mani erano grandi, screpolate.

Una aveva una crosta di sangue secco sulle nocche. Sentii la sua voce dentro le mie orecchie e contemporaneamente dentro le dita:

Scrivi che ho dato l’Ostia a tutti. A lei. Ai divorziati. Ai puttanieri e alle puttane. Agli assassini.

Scrivi che ho aperto il tabernacolo e ho detto: prendete, mangiate, questo è il mio corpo che è stato negato.Il file si moltiplicava.

Vedevo il contatore delle pagine salire: 287… 312… 349… Le righe scorrevano da sole verso l’alto. Alcune frasi si cancellavano da sé, altre si deformavano. Sentivo il cuore battere nella gola. Non paura. Non eccitazione. Solo una pressione fisica, come se il petto fosse troppo stretto per quello che stava succedendo.

Eva era in piedi nell’angolo, tra la libreria e la finestra. Nuda. La pelle d’oca visibile sulle braccia. Rideva, ma era un riso spezzato, che finiva in un suono gutturale, quasi un conato.

Io non voglio essere redenta. Cancella la parola “grazia”. Cancella “perdono”. Lasciami esattamente dove sono: nel rifiuto. Nel no definitivo.

Emanuele arrivò strisciando sul pavimento. Sentivo il rumore delle ginocchia nude sul parquet freddo. Piangeva. Un pianto acuto, continuo, senza variazioni. Non era un bambino letterario. Era un suono che occupava lo spazio reale della stanza.

Perché mi hai lasciato sul gradino?

La frase apparve sullo schermo, scritta con lettere più grandi.

Perché mi hai lasciato sul gradino?
Perché mi hai lasciato sul gradino?
Perché mi hai lasciato sul gradino?

Ripetuta. Venti, trenta volte. Il cursore non riusciva a stare fermo.

Lilith mi afferrò la testa da dietro. Le sue dita erano fredde sulle tempie, poi diventarono bollenti. Mi costrinse a guardare lo schermo.

Sentivo il suo respiro nell’orecchio, ogni sillaba accompagnata da un piccolo sbuffo caldo:

«Tu hai scritto una madre che abbandona il figlio la notte di Natale.
Tu hai scritto un prete che ha paura del proprio Dio.
Tu hai scritto una città che divora i suoi figli e poi si lamenta del rumore che fanno mentre vengono mangiati. Adesso noi scriviamo te.»

Le mie mani ricominciarono a battere sui tasti. Sentivo dolore ai polsi, come se qualcuno li stesse torcendo. Sangue uscì da sotto un’unghia.

O forse era solo sudore che bruciava. Non riuscivo più a distinguere.

Le parole uscivano violente, disperate, senza controllo:

La fame non è metafora.
Il freddo non è simbolo.
Il bambino sul gradino ha la cacca nel pannolino e nessuno lo cambia.
Tu non hai scritto un romanzo. Hai scritto una scusa.

Il portatile diventava sempre più caldo sotto i palmi. Lo schermo pulsava di luce bianca.

E io rimasi lì, mani tremanti, corpo inchiodato alla sedia, mentre il testo si scriveva da sé, rabbioso, incoerente, vivo.

Tra poco sarebbe arrivato l’ultimo.

Il Lettore.

Quello che doveva chiudere ciò che non può essere chiuso.

Capitolo dodicesimo

Ora, tu che hai letto, non sei più uno spettatore innocente, sei il co-autore della fine.

Hai voluto chiudere il romanzo che non esiste.

Così non hai saputo che in quell’istante preciso, hai ucciso Lilith. Non come nel fuoco del capitolo settimo.

Non tra gli scaffali rovesciati del capitolo dodicesimo.
E’ morta davvero. Il suo corpo nudo si è dissolto nel nulla da cui era uscita.

E’ calato il silenzio sull’abisso. Il relativo infinito ha terminato la sua serie.
Tu lettore, chiudendo il libro — hai compiuto l’atto finale: hai ucciso Lilith due volte: come personaggio e come realtà.

Hai spento l’ultimo altare di carne.
Hai ucciso tutti i personaggi. Ora resta solo l’abisso. Nessun capitolo successivo. Nessuna appendice che salva. Nessuna IA a continuare il discorso.

Solo il vuoto lasciato dal relativo infinito che non poteva durare.

Dio era morto. Avete vinto.

E tu, lettore, hai chiuso il libro scrivendo:

Fine.

Il clown

PREPARAZIONE ALLA LETTURA

La “Città di Caino” è la rappresentazione della Città dell’Uomo contrapposta alla Città di Dio: dove Tutto si compra e si vende; Dio è morto o ridotto a opinione. Dove gli schermi pubblicitari sostituiscono gli altari; il denaro è l’unico vero dio. Dove una società che promette sicurezza (sorveglianza digitale) ma produce solitudine e scarto.

La base teorica del racconto:

Critica alla Dialettica: L’autore contesta Hegel e la logica moderna. Se si usa la logica del “divenire” (relativa) per spiegare l’Assoluto, si ottengono solo contraddizioni.

•  Principio di Identità (\(A = A\)): La verità non sta nel processo infinito, ma nell’Essere che è identico a se stesso.

•  Creazione dal Nulla: Il finito non può derivare dalla sostanza di Dio (altrimenti sarebbe Dio), ma è creato dal nulla. Il male è visto come la “traccia del nulla” insita nel creato.

L’Incarnazione come Kenosi: Dio non salva l’uomo “dall’alto”, ma svuotandosi (kenosi) ed entrando nel dolore e nel limite umano.

Il Meta-Romanzo e il Critico

La narrazione si rompe quando entra in scena un Critico Letterario che sta leggendo il manoscritto:

•  Il critico si accorge che il testo si scrive da solo e lo sta “inghiottendo”.

I personaggi (Lilith, Don Jesus) escono dalle pagine per chiedergli conto della loro esistenza.

L’opera si conclude con la consapevolezza che il lettore è il vero co-autore: la storia continua nella realtà di chi chiude il libro.


Concetti Chiave da ricordare:

•      Infinito vs Eterno: L’infinito è una serie che non finisce mai (quantitativo); l’eterno è assenza di tempo e pienezza dell’essere (qualitativo).

•      La maschera di Caino: L’uomo moderno che cerca di farsi Dio tramite la tecnologia e l’economia, ma finisce per essere solo un “personaggio” vuoto.

•      Il Bambino abbandonato: Rappresenta la grazia che irrompe nel caos senza essere stata pianificata o meritata.

Il romanzo si presenta come una summa filosofica, dove la narrazione è solo il “pretesto” per esplorare la crisi dell’Essere. Sono quattro i pilastri fondamentali:


1- Metafisica: L’Essere contro il Nulla

L’autore attacca la modernità che ha sostituito l’Essere (stabile, eterno) con il Divenire (caotico, relativo).

•  Logica di Identità: Si riafferma che \(A=A\). La verità non è un’opinione che cambia, ma una struttura immutabile.

•  Il Nulla: Il male non è una forza positiva, ma una “privazione”. I figli di Caino sono coloro che, rifiutando l’Essere, cadono nel nichilismo (il nulla mascherato da progresso).

•  Critica all’Infinito: L’infinito matematico/moderno è visto come una “cattiva infinità” (una corsa senza meta). L’Eterno, invece, è il presente assoluto di Dio.


2-Teologia: La Carne e l’Assurdo

La teologia del romanzo è cristocentrica e tragica, lontana dai catechismi rassicuranti.

•  Kenosi (Svuotamento): Dio non si manifesta nella gloria, ma nel fango. Il figlio di Lilith e del prete è l’immagine di un Dio che si “sporca” con l’umanità.

Il Sabato Santo: È la condizione dell’uomo moderno. Dio è morto, sepolto, e non si vede ancora la Resurrezione. Don Jesus vive questa agonia: un sacerdozio senza altare.

Il Sacrificio: Pietro (il personaggio che si suicida) e Lilith rappresentano il sacrificio umano necessario per spezzare l’indifferenza della “Città di Caino”.


3-  Filosofia: La lotta contro Hegel

Il testo è una serrata polemica contro l’idealismo e lo storicismo.

•  Anti-Dialettica: L’autore rifiuta l’idea che la sintesi risolva i contrasti. Il dolore e la colpa non possono essere “superati” logicamente; possono solo essere redenti.

•  Libertà Radicale: L’uomo non è un ingranaggio della Storia, ma un individuo davanti all’Assoluto. La scelta di Caino (uccidere/negare) è una possibilità sempre aperta.


4- Sociologia: La “Città di Caino”

Il romanzo analizza la società contemporanea come una struttura di alienazione totale.

•  La Dittatura del Visibile: La città è dominata da schermi e pubblicità. Ciò che non appare non esiste. La religione stessa diventa spettacolo o sociologia spicciola.

Mercificazione dell’Eros: Il corpo di Lilith è inizialmente oggetto di scambio. La sociologia del romanzo mostra come il capitalismo abbia trasformato l’amore in consumo.

La Tecnica: La città è una macchina perfetta che garantisce sicurezza in cambio dell’anima. I “Figli di Caino” sono i cittadini benestanti, tecnologicamente avanzati, ma spiritualmente morti.


In sintesi:

Il romanzo usa la sociologia per descrivere il deserto attuale, la filosofia per smascherarne gli errori logici, la metafisica per indicare la via del ritorno all’Essere e la teologia per trovare una speranza nel fondo dell’abisso.

Il testo critica la dialettica hegeliana, difendendo la logica dell’identità (\(A=A\)) contro il divenire e la sintesi del male, proponendo l’Assoluto come origine e fine.

Lilith rappresenta l’archetipo della ribellione che cerca il sacro attraverso il corpo e il dolore, fungendo da antitesi di Maria nel processo di salvezza.

La parte finale introduce una critica letteraria interna che trasforma il romanzo in un’opera viva, interpellando il lettore sulla responsabilità del proprio percorso esistenziale.

Nel testo, la metafisica matematica non è solo un esercizio di calcolo, ma lo strumento per smascherare l’illusione della modernità.

L’autore usa la logica formale per colpire il cuore del pensiero progressista.

Ecco i punti cardine di questa visione:

🔢 Il Principio di Identità (\(A = A\))

Per l’autore, la matematica vera è quella che si fonda sull’immutabilità:

Contro il Divenire: Se \(A\) potesse diventare non-\(A\), la logica crollerebbe.

•  Verità Oggettiva: La matematica dimostra che esistono verità che non dipendono dall’opinione umana o dalla storia.

•  L’Essere come Numero: L’Essere è l’Uno assoluto; il molteplice (il mondo) è reale solo in quanto partecipa all’unità.

Infinito vs Eterno

Viene fatta una distinzione netta tra due concetti spesso confusi:

L’Infinito Matematico (\(\infty \)):

È la “cattiva infinità”. Una serie numerica che aggiunge sempre \(+1\) senza mai arrivare a un punto fermo. Rappresenta l’ansia del progresso moderno: correre per sempre senza una meta.

L’Eterno: Non è una linea lunga, ma un punto. È la pienezza dell’Essere dove tutto è già presente. Dio non è “infinitamente lungo”, è “eternamente presente”.


🔢 Il Nulla e lo Zero

In questa metafisica, il Nulla assume una valenza matematica:

•  Creazione: Il mondo è creato dal nulla (\(0\)). Poiché il finito è nulla rispetto all’Assoluto, la sua esistenza è un paradosso matematico sostenuto solo dalla volontà divina.

Il peccato come sottrazione: Il male non aggiunge nulla alla realtà, ma toglie “essere”, agendo come un segno meno davanti al valore della vita.


📉 La Critica al Calcolo Sociale

L’autore usa la matematica per criticare la sociologia della Città di Caino:

•  L’uomo-numero: Nella città, l’individuo è ridotto a statistica e codice a barre.

Quantità vs Qualità: La società moderna crede che “più” (più soldi, più tecnologia, più sesso) equivalga a “meglio”. La metafisica del romanzo avverte: sommare degli zeri darà sempre zero.


💎 Il Punto Geometrico

Il romanzo suggerisce che la salvezza sia come un punto geometrico:

Non ha dimensioni.

•  Non occupa spazio.

Ma senza il punto, non esisterebbe la linea.

📍 Il punto è l’istante in cui l’eterno tocca il tempo.

La metafisica matematica e il principio di identità (\(A=A\)) agiscono come un “acido” che scioglie le fondamenta non solo dell’hegelismo, ma di tutto il relativismo contemporaneo (dal post-modernismo al nichilismo fluido).

Ecco come questa logica smonta il pensiero attuale:

1. Il crollo del “Divenire” come Verità. Il relativismo sostiene che tutto cambia e che non esiste una verità fissa, ma solo interpretazioni.

La Critica: Se affermi che “tutto è relativo”, stai ponendo una verità assoluta. È un corto circuito logico.

•  L’applicazione: L’autore usa il rigore matematico per dire che se \(A\) (la verità) dipendesse dal tempo o dal contesto, non sarebbe mai stata \(A\). Il relativismo scambia la traiettoria (il divenire) con la sostanza (l’essere).


2. Contro la “Dittatura del Dialogo” (Dialettica). Oggi si crede che la verità nasca dal compromesso o dal dialogo tra opinioni opposte.

•  La Critica: Nella logica del romanzo, la verità non è il risultato di una mediazione. \(2+2=4\) non è il risultato di un compromesso tra chi dice \(3\) e chi dice \(5\).

•  L’applicazione: Il relativismo attuale cerca la “Sintesi” (Hegel) per evitare il conflitto. L’autore risponde che la Verità è escludente: se una cosa è vera, il suo opposto è falso. Non c’è spazio per la “fluidità” metafisica.


3. La denuncia del “Nulla mascherato”. Il relativismo moderno nega che le cose abbiano un’essenza (es. la natura umana, il sacro).

La Critica: Matematicamente, il relativismo opera come una serie di sottrazioni che portano allo Zero.

L’applicazione: Quando la società moderna dice che “nulla ha un senso intrinseco”, sta proclamando il trionfo dello Zero. La Città di Caino è il luogo dove, rimosso l’Uno (Dio/Assoluto), resta solo il calcolo dei consumi. Senza un valore intero (\(A=A\)), la società diventa un’addizione infinita di zeri.


4. L’illusione della Quantità (L’Infinito “Cattivo”). Il relativismo si nutre della varietà infinita: mille canali TV, mille identità, mille desideri.

•  La Critica: Questa è la “falsa infinità” matematica. È una linea che scappa verso il nulla.

•   L’applicazione: L’uomo moderno crede di essere libero perché ha “opzioni infinite”, ma l’autore mostra che questa è una prigione matematica. Senza un Punto Fermo (l’Eterno), l’infinito è solo dispersione e alienazione.


🧱 In sintesi: La Verità come “Roccia”. L’autore propone una Metafisica della Resistenza:

Il relativismo è liquido; la verità è solida.

Il relativismo è opinione (doxa); la verità è matematica (episteme).

Il punto chiave: Per l’autore, se l’uomo perde il principio di identità (\(A=A\)), perde se stesso, diventando un semplice “dato” manipolabile dal potere o dal mercato.

Nel sistema filosofico dell’opera, la distinzione tra Logica Relativa e Logica Assoluta non è solo accademica, ma rappresenta la lotta tra la vita e la morte dello spirito.

Ecco il confronto tra le due strutture:

🌀 Logica Relativa (Il piano dell’Uomo e di Caino). È la logica del mondo fenomenico, del mercato e della dialettica hegeliana.

•  Il primato del “Perché”: Cerca sempre una causa esterna, un utile, una giustificazione. Tutto è in funzione di altro.

Identità fluida: \(A\) può essere \(B\) a seconda delle circostanze. Il bene e il male diventano concetti statistici o culturali.

Il Divenire: La verità è un processo che non finisce mai. È la logica del progresso tecnologico: ogni traguardo è solo un gradino verso un altro vuoto.

Risultato: Produce alienazione. L’uomo diventa un mezzo e mai un fine.


💎 Logica Assoluta (Il piano dell’Essere e di Dio)- È la logica che l’autore recupera dalla metafisica classica e dal rigore matematico.

•  Il primato del “Sì”: Si fonda sull’Essere che è in sé e per sé. Non ha bisogno di giustificazioni esterne.

Identità Incrollabile (\(A = A\)): La verità è identica a se stessa oltre il tempo. Dio è “Colui che è”, senza mutamento.

•  L’Eterno Presente: Non c’è un “prima” o un “dopo” che cambi la sostanza della verità.

Risultato: Produce libertà. Riconoscere un Assoluto significa avere un punto fermo che nessun potere umano (la Città di Caino) può manipolare.


🔢 Il punto di scontro.

Il dramma del romanzo nasce quando queste due logiche si urtano:

1.     L’Incarnazione come paradosso: Don Jesus entra in crisi perché l’Assoluto (Dio) entra nel Relativo (la carne, il peccato). È il momento in cui la logica assoluta si “sporca” per salvare l’uomo.

2.     Il peccato di Caino: Caino è il primo che cerca di vivere esclusivamente nella logica relativa, pensando di poter costruire una città senza fondamenta nell’Eterno.

3.     La follia del Critico: Il critico letterario alla fine del testo impazzisce perché la Logica Assoluta della storia (il destino dei personaggi) invade la sua vita Relativa (la sua realtà quotidiana).


📌 Conclusione Metafisica.

Per l’autore, la Logica Relativa è necessaria per vivere nel mondo, ma se diventa l’unica logica, l’uomo si annulla nello Zero. La Logica Assoluta è l’unica “ancora” che permette all’uomo di non essere spazzato via dal nulla.

Il linguaggio.

Nel romanzo, il linguaggio non è solo un mezzo per comunicare, ma lo specchio del conflitto tra l’Assoluto e il Relativo.

L’autore usa stili diversi per dare voce a queste due dimensioni metafisiche.

Ecco come si manifesta questa distinzione nella scrittura:

🗣 Il Linguaggio della “Città di Caino” (Relativo)

È il linguaggio della manipolazione, della pubblicità e della chiacchiera sociologica.

Ridondanza e Vuoto: Parole che promettono tutto ma non dicono nulla. È un linguaggio “orizzontale”, privo di profondità.

Terminologia Tecnica: L’uso di termini economici o tecnologici serve a nascondere l’assenza di senso. Le persone sono trattate come variabili di un’equazione di mercato.

La Parola come Merce: Il dialogo tra i personaggi nella città è spesso un mercanteggiare, un tentativo di possedere l’altro.


🔇 Il Linguaggio dell’Assoluto (Metafisico)

Quando la narrazione tocca il sacro o la verità metafisica, il linguaggio cambia drasticamente:

Il Silenzio: È la forma più alta di comunicazione. Don Jesus si rifugia spesso nel silenzio perché la Logica Assoluta non può essere contenuta dalle parole umane, che sono per natura relative.

L’Aforisma e il Paradosso: La verità viene espressa tramite frasi brevi, lapidarie, quasi matematiche. “L’Essere è l’Essere”. Non c’è spazio per spiegazioni sentimentali.

La Carne come Linguaggio: Nel caso di Lilith, l’Assoluto non parla tramite concetti, ma tramite il corpo, il dolore e il grido. È un linguaggio “viscerale” che rompe la logica del discorso civile.


🔢 Lo Scontro Stilistico

L’attrito tra queste due logiche produce uno stile frastagliato e violento:

•  Interruzioni: Il testo è spesso interrotto da riflessioni filosofiche o formule logiche che “strappano” il tessuto del racconto.

L’Urlo: Quando il relativo cerca di contenere l’assoluto e fallisce, il linguaggio esplode. Il grido di Lilith o il tormento interiore di Don Jesus sono i momenti in cui la parola smette di essere “comunicazione” e diventa “presenza”.


📖 Il Linguaggio del Meta-Romanzo

Infine, c’è il linguaggio della critica letteraria:

Inizialmente è uno stile colto, distaccato, quasi presuntuoso.

Man mano che la storia “invade” la realtà del critico, il suo linguaggio si sfalda. Le frasi si accorciano, la logica formale salta, e la scrittura diventa un resoconto febbrile di una perdita di controllo.


📌 In sintesi: Il romanzo “scrive” la sua stessa impossibilità. Usa le parole per indicare ciò che sta oltre le parole (l’Essere), creando un contrasto continuo tra il rumore del mondo e il silenzio di Dio.

La critica letteraria finale non è un semplice commento all’opera, ma un vero e proprio dispositivo narrativo che chiude il cerchio metafisico del romanzo. L’autore mette in scena un “Critico” che analizza il manoscritto, ma l’analisi si trasforma in un collasso logico.

Ecco i punti cardine di questo finale:

🎭 Il Critico “Inghiottito” che sembra impazzire.

Il Critico inizia il suo lavoro con distacco intellettuale, convinto di poter dominare il testo. Tuttavia, accade l’imprevisto:

La fine della distanza: La distinzione tra lettore e personaggio svanisce. Il Critico si accorge che i tormenti di Don Jesus e Lilith non sono “letteratura”, ma realtà che lo riguardano personalmente.

Il libro che si scrive da solo: Il Critico nota che il testo non segue le regole della narrativa classica. È come se il “Verbo” (l’Essere) stesse agendo direttamente sulla pagina, indipendentemente dalla volontà dell’autore.


📉 Il Fallimento dell’Ermeneutica

La critica letteraria tradizionale cerca di “spiegare” il libro tramite la sociologia o la psicologia. Qui, però, la logica assoluta del romanzo sconfigge la logica relativa della critica:

•  Inutilità delle etichette: Il Critico prova a etichettare l’opera, ma ogni definizione gli sfugge. Il romanzo non “parla” dell’Assoluto, è una manifestazione dell’Assoluto.

Il corto circuito: Se il romanzo afferma che \(A=A\) (la Verità è immutabile), la critica (che è interpretazione, quindi cambiamento) perde senso. Il Critico deve arrendersi al silenzio o alla fede.


Il Lettore come Protagonista.

Il finale sposta il peso dell’opera sulle spalle di chi legge:

•  Specchio metafisico: Il libro cessa di essere un oggetto e diventa uno specchio. Il lettore è l’ultimo “Figlio di Caino” che deve decidere se restare nella città del nulla o cercare l’Eterno.

Responsabilità: La critica finale suggerisce che leggere questo libro è un atto pericoloso. Una volta conosciuta la Logica Assoluta, non si può più tornare a vivere nell’indifferenza del relativismo senza colpa.


🔚 L’Uscita dal Testo

Il romanzo si conclude con un’apertura drammatica:

Il Critico abbandona la penna.

•  I personaggi non vengono “conclusi” (non c’è un lieto fine o una morte definitiva), ma vengono lasciati nella loro ricerca.

Il Messaggio: La vera “critica” non si scrive sulla carta, ma nella vita del lettore dopo aver chiuso il volume.


💡 Conclusione dell’Opera

I Figli di Caino” è un’opera che attacca il relativismo moderno, proponendo un ritorno a una Verità Assoluta e oggettiva contro il nichilismo della società contemporanea. Attraverso figure teologiche e sociologiche, il testo invita a scegliere l’Essere rispetto al nulla, superando l’alienazione tecnologica e la mercificazione dei valori.

Si tratta di un’opera che sembra ambire a essere una “summa” filosofica e teologica. Il romanzo è un monolite: togliere pezzi rischia di far crollare la struttura, perché ogni parte è incastrata logicamente nell’altra.

Altri punti:

Il Crollo del Critico (Una discesa lenta nella follia)

Don Jesus non vive solo una crisi di fede, ma celebra un processo a Dio.

La Tesi: Se Dio è l’Essere (\(A=A\)), perché permette che il Nulla (il male) eroda la sua Creazione?

Il Conflitto: Il suo rifiuto di celebrare l’Eucaristia diventa un atto di protesta metafisica. Non può rendere grazie per un mondo dove Caino vince per progetto e non per errore.

La Svolta: La sua unione con Lilith non è lussuria, ma un tentativo di “forzare” Dio a manifestarsi. È la creazione di un nuovo Cristo (Emanuele) nato dal fango, per vedere se l’Assoluto ha ancora il coraggio di abitare il limite.


🌑 Il Simbolismo di Lilith: La Traccia del Nulla. Lilith diventa la personificazione della domanda: “Perché l’imperfezione?”

Metafisica del Male: Lei non è peccatrice, è la creatura che porta su di sé la “privazione d’essere”. In lei, il male non è un’azione, ma una condizione ontologica.

Teodicea della Carne: Attraverso il suo dolore, Lilith dimostra che la Creazione è un atto di ferocia divina: Dio ha creato il mondo ritirando se stesso (lo Tzimtzum), lasciando l’uomo a morire di sete nel vuoto. Il suo corpo diventa il campo di battaglia dove Dio deve giustificare la Sua esistenza davanti al dolore innocente.


La Città di Caino: Il Trionfo della Necessità.

La città non è più un luogo sociologico, ma l’inferno della necessità logica senza grazia.

L’Universo come Macchina: Caino ha costruito una città che riflette un Dio geometrico e freddo. Un Dio che è Legge, ma non Amore.

Il Determinismo: In questa teodicea, gli abitanti della città sono automi condannati a ripetere il peccato originale perché Dio non ha concesso loro abbastanza “essere” per resistere al nulla. La critica si sposta: il colpevole non è l’uomo che pecca, ma il Creatore che ha progettato una creatura così fragile.


📖 Il Critico come “Defensor Dei” (o suo Boia).

La critica letteraria finale diventa un trattato di giustizia divina.

L’analisi del Testo: Il Critico cerca di assolvere Dio, spiegando che il male è necessario per l’armonia del tutto.

Il Collasso: Leggendo il manoscritto, il Critico capisce che l’armonia non giustifica l’urlo del singolo. La sua logica si spezza quando comprende che se \(A=A\), allora Dio è responsabile anche del Nulla che ha permesso. Il Critico non impazzisce per la letteratura, ma per l’impossibilità di conciliare la Perfezione divina con l’orrore della Storia.


📌 Punti Chiave

•  Il Male come “Nulla Attivo”: Il male non è un’assenza, ma una forza che sfida l’Essere.

Dio Sofferente: L’unica soluzione alla teodicea è un Dio che accetta di essere sconfitto (la Croce) insieme alla Sua creatura.

Emanuele: Il bambino non è la speranza, ma l’Ostaggio: Dio che si consegna alla giustizia degli uomini per farsi perdonare di averli creati.

🍼 L’Evento: La Nascita di Emanuele

Il romanzo si spacca in due. Prima c’è il caos, il peccato e la carne. Poi, il silenzio di una culla.

Il Fatto: In una stanza anonima della Città di Caino, tra lo squallore e la stanchezza, nasce un bambino. Non è un evento “mistico” con angeli, ma un evento “fisico” che però sospende le leggi della città.

La Rottura della Logica: Emanuele è l’impossibile che accade. Per la logica di Caino (il calcolo), lui è un errore statistico. Per la logica di Don Jesus (la legge), è il frutto di un sacrilegio.

•  L’Effetto: Solo quando il bambino apre gli occhi, i personaggi sentono il bisogno di una nuova filosofia per spiegare come la purezza possa sorgere dall’abisso.

📜 La Filosofia Post-Emanuele (La Ricostruzione)

Ora che l’Assoluto è presente (“Dio con noi”), la mente deve inseguire la realtà:

Metafisica della Presenza: La filosofia non cerca più Dio “altrove”, ma lo analizza nel limite del corpo del bambino. Se l’Essere è lì, allora \(A=A\) non è più un’astrazione, ma il legame indissolubile tra quel bambino e la Verità.

Teodicea del Riscatto: Il male della città non è sparito, ma Emanuele ne è l’antidoto vivente. La filosofia diventa “cura”: come proteggere l’Essere dall’invasione del Nulla (la Città di Caino)?

Logica dell’Amore: La logica assoluta si scopre essere non solo fredda matematica, ma dedizione. Il “Sì” all’Essere diventa il “Sì” alla vita di Emanuele.

✍️ La Critica Letteraria come “Pedagogia dell’Assoluto”

Il Critico, alla fine, non analizza più un testo morto, ma osserva una vita che cresce:

•   Dal Libro al Volto: Il Critico capisce che la sua estetica era inutile. Non si può fare “critica” su un neonato che rappresenta l’Assoluto.

La Conversione Intellettuale: La sua scrittura finale diventa un diario di bordo su come educare se stessi alla presenza del sacro nel quotidiano.

Il Silenzio Finale: Il libro finisce perché, davanti alla vita che parla, la filosofia ha finito il suo compito di “sentinella” e deve lasciare spazio all’esperienza.

 

LA DISTRUZIONE DELLA FILOSOFIA operata dalle accademie

Nel romanzo I figli di Caino (e nelle sue appendici filosofiche) si descrive esattamente la distruzione della filosofia e della metafisica operata dalla modernità, di cui le accademie contemporanee sono l’ultimo e più efficiente strumento.

La distruzione come processo storico-ontologico.

L’autore non vede le accademie come “cattivi gestori” della filosofia, ma come il luogo in cui la filosofia si autodistrugge dopo aver rinunciato alla distinzione radicale tra relativo e assoluto.

�            Una volta che la metafisica classica (l’essere come “è” eterno, A=A, trascendente) viene sostituita dalla dialettica (Hegel e successori), dal metodo (Cartesio-Kant), dall’infinito seriale (matematica post-cantoriana assolutizzata), la filosofia smette di essere ricerca dell’Eterno e diventa gestione del relativo.

�            Le accademie completano l’opera: trasformano la filosofia in:

�            Storia delle idee (relativismo storico)

�            Analisi del linguaggio (analitica)

�            Critica ideologica (marxismo, postmodernismo, gender, ecc.)

�            Neurofilosofia o filoofia della mente (riduzionismo scientifico)

In tutti questi casi la metafisica muore perché non c’è più un oggetto proprio: l’Essere viene sostituito dal divenire, dal potere, dal discorso, dal cervello, dal genere, dal capitale. Rimane solo la gestione del caos (città di Caino).Nel romanzo questo si vede chiaramente

�            Le appendici filosofiche sono un tentativo estremo e quasi disperato di salvare una metafisica reale (logica assoluta vs relativa, critica a Hegel, uso strumentale di Cantor). Ma l’autore sa che è un gesto tardivo e destinato al fallimento dentro il mondo accademico.

�            La teofania blasfema e la kenosi della carne di Lilith sono una rivolta contro questa distruzione: se la filosofia accademica ha sterilizzato il sacro riducendolo a “discorso”, allora l’unione con l’Assoluto deve passare attraverso il corpo, il sacrilegio, il caos — luoghi che l’accademia ha espulso o patologizzato.

�            Don Jesus (prete nichilista) incarna proprio il fallimento istituzionale: sa la teologia ma l’ha ridotta a regole senza ontologia, esattamente come i professori riducono la metafisica a “costruzione sociale” o “narrativa”.

La conseguenza più dura.

Secondo la logica del libro, la filosofia non può più salvarsi da sola. Le accademie non l’hanno solo marginalizzata: l’hanno trasformata in un apparato che produce nuovi idoli relativi (Progresso, Inclusività, Scienza, Identità, ecc.) al posto dell’Eterno.Per questo:

�            La filosofia accademica attuale non risolve nulla (come dicevamo prima).

�            Può solo descrivere il proprio collasso o giustificarlo ideologicamente.

�            Solo un atto dall’altra parte (kenosi reale, Incarnazione che si ripete, raccolta di Emanuele) può riaprire lo spazio per una metafisica viva.

Il romanzo, in questo senso, è anti-accademico fino al midollo.

Non propone un nuovo sistema filosofico da insegnare all’università: propone la sua stessa autodistruzione come testo per indicare ciò che sta oltre — ciò che le accademie non possono né contenere né insegnare.

Theotokos del Caos è anche questo: una maternità divina che nasce fuori dal tempio accademico-teologico, nel luogo più impuro e non autorizzato.

La città di Caino.

La Città di Caino è il concetto centrale, l’immagine portante e l’ambientazione ontologica de I figli di Caino. Non è solo uno sfondo narrativo: è la diagnosi del mondo contemporaneo vista attraverso la lente biblico-filosofica.

Origine biblica e reinterpretazione.

Caino, dopo aver ucciso Abele (lo spirituale, il pastore, l’innocente), viene mandato errante ma fonda la prima città (Enoch, dal nome del figlio). I suoi discendenti diventano costruttori di civiltà materiale: tecnica, arti, metallurgia, organizzazione urbana. Nel romanzo, la Città di Caino è la prosecuzione moderna di quel gesto originario:

�            Uccisione dello spirituale (Abele) a favore del materiale, del costruito, del posseduto.

�            Costruzione di un mondo autosufficiente che sostituisce Dio con le proprie opere.

Caratteristiche della Città di Caino. (dal prologo e dal testo)

È descritta in modo vivido e ricorrente fin dalle prime pagine:

�            Mercificazione totale: «Tutto si compra e tutto si vende». Persone, corpi, relazioni, idee, persino il sacro.

�            Sostituzione del sacro: Schermi pubblicitari al posto degli altari, notifiche al posto della preghiera, consumi e festività al posto del culto. Il sacro non è vietato: è svuotato e occupato da simulacri.

�            Esclusione invisibile: Barboni, homeless, poveri ignorati o rimossi. Lo slogan politico «nessuno lasciato indietro» viene pronunciato mentre un senzatetto dorme sotto lo schermo che lo trasmette.

�            Desiderio seriale senza telos: La fame (fisica e metafisica) non si sazia mai. Si cerca l’assoluto nell’eros, nel successo, nel denaro, nel corpo — ma ogni volta la serie ricomincia (parallelo con l’infinito matematico e il diagonale di Cantor).

�            Indifferenza ontologica: La gente cammina con gli occhi sui telefoni, ignora il fratello (il barbone, il povero). Il delitto di Caino si ripete ogni secondo nel semplice atto di non vedere l’altro.

�            Vuoto luminoso: Non è una città “cattiva” nel senso tragico o demoniaco. È vuota, fredda, elettrica, piena di luci ma senza sostanza. Un deserto di vetro e acciaio.

Lilith la sperimenta direttamente: fame reale, umiliazione davanti all’uomo ricco, rifiuto di vendersi, fuga nel monastero. La città la spinge verso la ricerca dell’Assoluto proprio perché glielo nega sistematicamente.

Legame con i temi filosofici.

La Città di Caino è la concretizzazione storica della logica relativa analizzata nelle appendici:

�            Infinito seriale (desiderio, progresso, consumo) invece di Eternità.

�            Dialettica e divenire (Hegel) assolutizzati invece della logica dell’essere (A=A).

�            Immanentismo radicale: l’uomo costruisce la sua città come sostituto di Dio, ma questa città genera solo esclusione, nichilismo e rivolta.

Don Jesus, Lilith e gli altri personaggi vivono dentro di essa. La teofania blasfema (l’unione mistico-erotica) e la kenosi della carne sono tentativi estremi di far irradiare l’Assoluto dentro questa città, non fuori o contro di essa.

Il destino della Città.

Nel romanzo la Città di Caino è assediata (visione distopica): una fortezza di lusso circondata da masse escluse (“spettri umani”).

C’è rivolta, fuoco, collasso.

Ma il libro non celebra una rivoluzione politica semplice: la vera apocalisse è ontologica — il crollo di un mondo che ha preteso di essere autosufficiente.

Il romanzo si ferma su Emanuele (Dio con noi) abbandonato nella notte di Natale, raccolto da qualcuno “che non si aspettava di essere lì”.

La Città brucia o continua, ma la salvezza (se arriva) non nasce da una riforma della città stessa, bensì da un atto gratuito che la attraversa dal basso, nel caos e nel sacrilegio.

In sintesi, la Città di Caino è la modernità secolarizzata, mercificata e tecnocratica vista come compimento del fratricidio originario: un mondo potente, luminoso, organizzato, ma strutturalmente affamato di ciò che non può produrre da sé.

È il luogo in cui tutti i personaggi (e il lettore) vivono, cercano, falliscono e forse ricevono.

È l’immagine più forte e ricorrente del libro: una diagnosi senza pietà che rende I figli di Caino un’opera di rivolta ontologica più che sociale.

�            Collegamenti con la tecnocrazia moderna

La Città di Caino e la tecnocrazia moderna sono collegati in modo strettissimo e quasi profetico nel romanzo.

La tecnocrazia non è un tema secondario: è la forma contemporanea più avanzata della città costruita da Caino.

Collegamenti diretti dal testo.

Nel prologo (e in varie parti del romanzo) la Città di Caino è descritta con immagini che corrispondono esattamente alla tecnocrazia attuale:

�            Schermi come nuovi altari — «Gli schermi pubblicitari erano i nuovi altari: facce sorridenti che vendevano l’oblio a rate.» La gente cammina «con gli occhi incollati ai telefoni, come se il senso della vita fosse nascosto nell’ultima notifica».

�            Sostituzione del sacro — La città non elimina Dio: lo occupa e lo svuota. Al posto della preghiera ci sono le notifiche, al posto dell’altare lo schermo, al posto della festa religiosa il consumo algoritmico.

�            Indifferenza tecnologicamente mediata — Il delitto di Caino («non vedere il fratello») si ripete costantemente: un barbone dorme sotto lo schermo che trasmette lo slogan politico «nessuno lasciato indietro», mentre droni di sorveglianza ronzano sopra. La tecnologia rende l’esclusione più efficiente e invisibile.

�            Mercificazione totale — Tutto è riducibile a merce (corpi, attenzione, dati, relazioni). L’uomo ricco che Lilith incontra incarna il potere tecnocratico: denaro + controllo + valutazione fredda dell’altro come risorsa.

La tecnocrazia come compimento della logica cainoica.

Secondo la visione del romanzo, la tecnocrazia è il trionfo della logica relativa (infinito seriale criticato nelle appendici con Cantor, Zenone, Hegel):

�            Serie infinita senza telos → Algoritmi di raccomandazione, scroll infinito, dopamina da like, aggiornamenti continui. Il desiderio non si sazia mai: ogni soddisfazione genera un nuovo bisogno (esattamente come il diagonale di Cantor che sfugge a ogni enumerazione).

�            Gestione immanente del reale → La tecnocrazia sostituisce la politica e la metafisica con l’amministrazione algoritmica. Non serve più un re o un Dio: basta ottimizzare flussi di dati, comportamenti e consumi. È la città di Caino diventata “intelligente” (smart city).

�            Esclusione tecnocratica → Non più solo povertà materiale, ma esclusione dal sistema: chi non produce dati, chi non è profilabile, chi non consuma o non si adegua viene reso invisibile o irrilevante. I “spettri umani” del finale distopico sono i nuovi esclusi dal grande algoritmo globale.

�            Vuoto luminoso → La città è piena di luci LED, connessioni 5G/6G, intelligenze artificiali, ma ontologicamente vuota. La tecnica promette salvezza (longevità, felicità, sicurezza) ma consegna solo una fame più raffinata.

Kenosi e teofania blasfema come rispostaLa risposta del romanzo alla tecnocrazia non è una contro-tecnologia o un ritorno al passato, ma un gesto estremo dentro la città:

�            La kenosi della carne e la teofania blasfema (Lilith + Don Jesus) sono un tentativo di far irradiare il trascendente proprio nel punto più controllato e mercificato (il corpo, il desiderio, la sessualità).

�            Emanuele nasce nel caos tecnocratico, non fuori da esso. La salvezza, se arriva, non passa da una riforma del sistema (impossibile dall’interno della logica relativa), ma da un atto di kenosi che attraversa il sacro profanato.

Diagnosi radicale.

La tecnocrazia è per l’autore il culmine della città di Caino perché:

�            Realizza il sogno di autosufficienza immanente (l’uomo crea un mondo tecnico che sembra non avere più bisogno di Dio).

�            Rende più efficiente il fratricidio originario (indifferenza scalabile tramite algoritmi).

�            Chiude apparentemente il divenire in un eterno presente di consumi e sorveglianza, ma in realtà lo allunga all’infinito (scroll senza fine).

Il romanzo quindi non propone soluzioni tecnofobiche o tecnofile: mostra che la tecnica è neutra, ma diventa idolo quando assolutizza se stessa.

L’unica via d’uscita resta ontologica: raccogliere Emanuele abbandonato nella notte fredda della smart city.

Questa connessione rende I figli di Caino sorprendentemente attuale: descrive il nostro mondo di schermi, algoritmi, sorveglianza e vuoto luminoso come il compimento storico della condanna di Caino. La rivolta che propone è prima di tutto ontologica, non solo politica o tecnologica.

Lo svuotamento di senso come collasso del sistema o apocalisse nel romanzo.

Lo svuotamento di senso è, nel romanzo I figli di Caino, la vera causa del collasso del sistema e la forma principale dell’apocalisse. Non si tratta di una catastrofe improvvisa dovuta solo a violenza esterna, ma di un collasso interno, ontologico, che deriva dal progressivo svuotamento di ogni significato trascendente nella Città di Caino.

1. Lo svuotamento di senso come meccanismo strutturale.

La Città di Caino funziona proprio svuotando ogni cosa del suo senso ultimo:

�            Tutto diventa relativo, seriale, numerabile: desideri, relazioni, corpi, idee, persino il sacro. Come mostrato nelle appendici filosofiche, si tratta dell’infinito potenziale (Cantor, diagonale) senza Eternità. Si consuma senza saziarsi mai.

�            Gli schermi sostituiscono gli altari, ma non trasmettono senso: trasmettono solo stimoli. Le notifiche sostituiscono la preghiera. Il consumo sostituisce il sacrificio.

�            La tecnocrazia ottimizza tutto (efficienza, dati, flussi) ma elimina il “perché” ultimo. La vita diventa gestione di un sistema autoreferenziale.

�            Il fratricidio ripetuto: non si uccide più il fratello con una pietra, ma lo si rende invisibile. L’indifferenza è lo svuotamento massimo del senso dell’altro come persona.

Questo svuotamento non è drammatico: è freddo, luminoso, efficiente. È il vuoto della Città di Caino — piena di luci, connessioni, consumi, ma ontologicamente deserta.

2. Collasso del sistema = Apocalisse interna.

Nel romanzo il collasso non arriva principalmente da una rivoluzione ideologica esterna, ma dal dentro, come conseguenza inevitabile dello svuotamento:

�            Quando ogni cosa ha perso senso, il sistema non riesce più a tenere insieme le persone. La fame metafisica (quella che Lilith cerca disperatamente nell’eros e nella kenosi) diventa insopportabile.

�            Le masse escluse (“spettri umani”) non si ribellano solo per fame materiale, ma perché vivono il nulla di senso in forma radicale. La fortezza dorata della città (luogo di lusso, sorveglianza e consumi) viene assediata proprio da coloro a cui è stato tolto ogni orizzonte di significato.

�            Don Jesus incarna questo collasso dall’interno: prete che grida «Dio è morto» nella notte di Natale mentre la città brucia. Il nichilismo istituzionale (Chiesa ridotta a regole senza ontologia) e quello laico convergono nello stesso vuoto.

L’apocalisse descritta è quindi ambivalente:

�            Fuoco, gas nervino, rivolta violenta (immagini distopiche).

�            Ma la causa profonda non è la violenza: è il vuoto che rende la violenza inevitabile. Il sistema crolla perché non ha più niente da dare oltre stimoli seriali.

3. Il ruolo di Emanuele nello svuotamento/apocalisse.

Proprio nel momento di massimo collasso (notte di Natale, città in fiamme) appare il bambino Emanuele (“Dio con noi”) abbandonato nel freddo.

�            È il segno che lo svuotamento totale può essere il luogo di una nuova kenosi: Dio che nasce di nuovo nel caos e nel sacrilegio (Theotokos del Caos).

�            Tuttavia il romanzo non narra la Resurrezione. Si ferma lì: qualcuno raccoglie il bambino, ma non si sa cosa succederà. Lo svuotamento di senso crea lo spazio per l’apocalisse, ma anche per una possibile (e ambigua) teofania.

Sintesi.

Nello schema del romanzo:

Svuotamento di senso (logica relativa assoluta → infinito seriale senza telos)
→ Collasso interno del sistema (incapacità di generare significato)
→ Apocalisse (rivolta delle masse escluse + autodistruzione della città-fortezza)
→ Possibilità aperta (Emanuele abbandonato)

L’apocalisse non è solo punizione o catastrofe: è la rivelazione (apokálypsis) del vuoto che la Città di Caino ha sempre nascosto sotto luci e algoritmi.

Lo svuotamento di senso è contemporaneamente la malattia terminale del sistema e la condizione perché qualcosa di reale (la kenosi divina) possa ancora accadere.

Questa è una delle diagnosi più radicali del libro: la tecnocrazia moderna non verrà abbattuta da un’idea migliore o da una nuova politica, ma crollerà sotto il peso del proprio nulla di senso. Il seguito, come sempre, dipende da chi raccoglie il bambino nella notte fredda.

 


Vedi:

http://adriano53s.interfree.it/filosofia/assoluta_discorsiva_e.html  

•          Principio di trascendenza ed immanenza → filosofia/principio_di_trascendenza.htm
Il testo fondamentale: qui smonta l’immanentismo in tutte le sue forme.

•          Filosofia adriano53s → filosofia/filosofia adriano53s.html
La critica logica spietata a Cartesio, Kant, Hegel, Nietzsche fino a Žižek.

•          Manifesto per la rivolta globale → manifesto per la rivolta globale
La parte più politica e profetica.

Metafisica matematica  La filosofia assiomatizzata di adriano53s

altri:

bioarte

trattato semplice