I FIGLI DI CAINO
Anche tu che stai leggendo sei o diventerai un personaggio di questo romanzo. Vivi nella città di Caino. Forse non te ne sei ancora accorto. Forse sì, e hai smesso di farci caso.
È la città in cui tutto si compra e tutto si vende, in cui Dio è morto o è diventato un’opinione, in cui cerchi qualcosa di assoluto — nell’amore, nel corpo, nel successo, nelle idee — e ogni volta la serie ricomincia senza arrivare da nessuna parte.
I personaggi di questo romanzo cercano una via d’uscita. Ognuno a modo suo. Nessuno ci riesce da solo. Forse tu ci riuscirai.
Alla fine c’è un bambino abbandonato nel freddo di una notte di Natale. Si chiama Emanuele. Dio con noi. Qualcuno che non si aspettava di essere lì lo raccoglie e cammina. Il romanzo si ferma lì. Senza resurrezione. Senza salvezza garantita.
Il seguito dipende da te.
PROLOGO
La città dell’uomo. la situazione.
Sono Lilith. Ho scritto questa mia storia di vita in un romanzo. L'ho dato ad un critico per la pubblicazione. Forse vorrei diventare una scrittrice. Non lo so ancora.
Satana non mi aveva mai fatto paura. Non nel senso in cui lo intendono i preti — il tentatore, il maligno, quello da cui guardarsi. Mi faceva paura in un altro senso: perché aveva ragione. Perché il giardino era davvero una trappola — non per cattiveria divina, ma per struttura. Un paradiso senza conoscenza della propria finitezza non è libertà. È un altro nome per la prigionia. La mela non era peccato. Era la prima domanda onesta.
E siamo stati cacciati per questo — per aver fatto la domanda giusta nel posto sbagliato, o forse nel momento sbagliato, o forse semplicemente per averla fatta. Non lo so ancora. Lo stavo cercando di capire quel giorno, camminando.
Era sera Città non dormiva, ma pulsava di una luce fredda, elettrica. Gli schermi pubblicitari erano i nuovi altari: facce sorridenti che vendevano l'oblio a rate.
La gente camminava veloce, con gli occhi incollati ai telefoni, come se il senso della vita fosse nascosto nell'ultima notifica.
In quel deserto di vetro e acciaio, il grido di un barbone era l'unico suono "vero", ma veniva subito cancellato dal ronzio dei droni di sorveglianza.
Non era una città cattiva; era una città vuota, dove il delitto di Caino si ripeteva ogni secondo nel semplice atto di ignorare il fratello che ti cammina a fianco.
Camminavo da ore.
Avevo fame — non la fame retorica, quella concreta, quella che comincia nello stomaco e dopo un po’ sale in testa e rende tutto più difficile da pensare e più facile da sentire. La città di Caino mi passava accanto con la sua indifferenza totale — motorini, schermi alle vetrine, gente che camminava con quella qualità di movimento delle persone che sanno dove vanno e non hanno tempo per guardarsi intorno.
Io non sapevo dove andavo.
Da quando avevo svuotato il conto corrente per pagare l’ultimo mese di affitto avevo smesso di sapere dove andavo nel senso più concreto della parola — non avevo un posto a cui tornare, non avevo una direzione necessaria, camminavo perché fermarmi avrebbe significato stare ferma con la fame e la mancanza di direzione insieme, e quello era peggio.
Passai davanti a un palazzo con il portone aperto. Sul marciapiede c’era un materasso — qualcuno lo aveva buttato, e qualcuno ci dormiva, non capii. Accanto al materasso c’era una donna sulla sessantina con un carrello della spesa pieno di cose che non erano la spesa. Mi guardò senza vedermi — quella qualità di sguardo di chi ha già imparato a non aspettarsi niente dagli sguardi altrui.
Pensai: potrei diventare lei. Girai l’angolo.
Lo schermo sul palazzo del Comune trasmetteva il discorso del Sindaco — uno di quelli che fanno ogni venerdì, quella qualità di parole che riempiono il tempo senza occupare lo spazio, crescita sostenibile, sicurezza integrata, nessuno lasciato indietro. Sotto lo schermo c’era un uomo che dormiva seduto contro il muro con la testa sul petto. Le parole del Sindaco cadevano su di lui senza toccarlo.
Nessuno lasciato indietro, diceva lo schermo.
Avevo letto da qualche parte — o forse lo avevo pensato io, non ricordo — che la città funziona attraverso la sostituzione dei simboli. Non elimina il sacro — lo occupa. Mette le feste al posto dei giorni del Signore, la pubblicità al posto della preghiera, lo schermo al posto dell’altare. Non vieta niente — svuota tutto, riempie gli spazi vuoti con qualcosa che ha la forma di quello che sostituisce ma non ha la sostanza.
Ogni angolo aveva uno schermo. Ogni schermo aveva un volto che sorrideva vendendo qualcosa — felicità, sicurezza, giovinezza, appartenenza. La merce più venduta della città di Caino non era un prodotto specifico. Era la promessa che il prodotto risolvesse quello che il prodotto non poteva risolvere.
Lo capivo perché lo avevo fatto anch’io — non con le merci, con i corpi. Stessa struttura. La serie che ricomincia ogni volta che il punto fermo non si trova, che allunga se stessa credendo di avvicinarsi e non arriva da nessuna parte perché il punto fermo non è nella serie.
Mi fermai davanti a una vetrina.
Nel riflesso vedevo me — ancora presentabile, ancora in piedi, ancora con la faccia di chi non ha ancora completamente capito cosa sta succedendo. Alle mie spalle la città di Caino continuava — i lampioni arancioni, il rumore sordo, la donna col carrello che adesso era sparita dietro l’angolo, l’uomo sotto lo schermo che dormiva ancora.
Avevo fame.
Suonai al campanello della villa. Una villa illuminata come un bordello di lusso. Suonai con le mani sporche di freddo e fame. L’uomo che mi aprì era una persona sui cinquant’anni, vestito di cachemire, occhi da predatore sazio.
«Cosa vuoi?»
«Un dollaro. Ho fame.»
Mi squadrò dalla testa ai piedi, lentamente, come se stesse valutando una merce. Sorrise.
- Come ti chiami?
- Lilith.
«Potrei chiederti di bestemmiare Dio prima di darti il pane. Come Don Giovanni col povero. Lo faresti?»
Sostenni lo sguardo. La pancia brontolava così forte che quasi mi tradiva.
«Credo di no.»
L’uomo rise, una risata grassa.
«Per ora non te lo chiedo. Sei troppo bella per umiliarti così. Entra.»
Dentro, il calore mi colpì come uno schiaffo. Profumo di legna, cera, denaro. Lui mi mise davanti un pezzo di pane e un bicchiere di vino.
«Sei sposata?»
«Risposata in fuga.»
«Figli?»
«Non si fanno più figli in questa città.»
L’uomo si si avvicinò. Mi sfiorò il braccio con due dita.
«Sei povera. Sei bella. Sei intelligente. Eppure sei qui a chiedere elemosina. Vieni a letto con me e ti do un lavoro. Un futuro. Non dovrai più mendicare.»
Sentìi il calore del suo corpo, il suo profumo costoso. Per un secondo la tentazione fu fisica, brutale: cibo caldo, un tetto, un corpo contro il suo. Poi la rabbia salì.
«Non sono in vendita.»
«Tutti sono in vendita. Solo che alcuni costano di più. Tu stai invecchiando. La bellezza passa. Il denaro no.»
Feci un passo indietro, ma lui mi afferrò per il polso. Non forte. Quanto bastava.
«Questo non è democrazia. Non è giustizia. Prima o poi pagherete.»
«Chi? Il tuo Dio morto?
Svegliati, Lilith. Il dio è il denaro. E io ne ho tanto. Vieni a letto e smetti di fare la santa affamata.»
Mi liberai il polso con uno strattone. Gli occhi mi bruciavano.
«Preferisco morire di fame che farmi fottere da te. Tu non possiedi il potere divino. Ce lo siete preso, ma non è vostro.»
L’uomo rise di nuovo, ma questa volta c’era qualcosa di ferito nel riso.
«Sei una perdente. Una bella perdente destinata a marcire.»
Uscì nella notte fredda senza voltarmi. Il pane stantio in mano. Le gambe che tremavano. Dentro di me, però, qualcosa rideva: selvaggio, libero, disperato.
Poi il monastero mi accolse. La porta. Il freddo dentro che era diverso dal freddo fuori — più antico, più intenzionale.
Mi lasciarono entrare senza chiedermi perché ero lì. Forse perché era ovvio. Forse perché le porte dei monasteri si aprono a chi ha già fatto la domanda anche se non sa ancora che è quella la domanda.
Mi offrirono una stanza.
Mi sedetti sul letto. Fuori la città di Caino continuava. Dentro c’era silenzio — quella qualità di silenzio che non è assenza di rumore ma è qualcosa che occupa lo spazio invece di lasciarlo vuoto.
Pensai: Satana mi ha detto la verità. Ora cerco chi mi dice il resto. Ma la realtà era cruda: ero diventata povera.
Il mio matrimonio era durato undici anni, nessun figlio. Non è una tragedia — non c’è un colpevole unico, non cè il momento drammatico in cui tutto crolla.
E’ stato quello che sono la maggior parte dei matrimoni che finiscono: una serie di piccole distanze che si accumulano fino a quando la distanza è diventata la struttura normale della relazione, e toglierla avrebbe richiesto un lavoro che nessuno dei due era più disposto a fare.
Marco mio ex marito era un uomo buono. Lo dico senza ironia — era genuinamente buono nel senso più concreto della parola: affidabile, presente quando c’era bisogno di presenza, capace di cura pratica. Riparava le cose rotte. Ricordava gli appuntamenti medici. Cucinava la domenica con quella concentrazione totale che le persone metodiche mettono nelle cose che scelgono di fare bene.
Non era l’assoluto, la felicità. Questo era il problema — o almeno così lo vedevo allora. Lo cercavo nell’assoluto e lui era profondamente, ostinatamente relativo. Finito. Contingente. Con i suoi limiti precisi e riconoscibili, le sue mancanze specifiche, i suoi giorni in cui non aveva niente da dare e non lo nascondeva.
Lo lasciato per questo. Non immediatamente — ci vollero anni di distanza crescente, di ricerca laterale, di quella sorda insoddisfazione che non ha nome preciso ma ha la forma di un’assenza permanente. Lo lasciai perché cercavo qualcosa che lui non poteva essere e mi sembrava onesto andare a cercarlo altrove.
Adesso non ne sono più sicura.
Non dell’onestà — quello era onesto. Dell’analisi. Del fatto che quello che mancava mancasse davvero nel matrimonio e non nella mia comprensione di cosa fosse il matrimonio.
Il prete che mi negò la comunione, lo stesso che mi aveva sposata in chiesa — anni dopo, nel monastero — mi disse che avevo violato un sacramento.
Non mi spiegò cosa fosse un sacramento. Mi disse che ero in stato di peccato perché avevo scelto di convivere. Non mi spiegò perché quella struttura specifica — due persone, una promessa, il tempo — avesse una rilevanza ontologica che la mia partenza aveva violato.
Ma adesso — nel monastero in questa notte fredda, con tutto quello che mi ero lasciata dietro — pensavo a qualcosa che non avevo pensato prima.
Marco riparava le cose rotte.
Stavo sdraiata sul letto del monastero e pensavo a questo — non come teoria, come immagine concreta. Le sue mani sulla lavatrice. La concentrazione. Il pezzo smontato sul pavimento, il manuale aperto accanto, il tempo che si prendeva senza fretta perché la fretta non serve alle cose rotte, servono attenzione e pazienza e la disponibilità a stare con il problema fino a quando il problema non si apre.
Io non avevo quella disponibilità.
Non con lui — con niente di relativo. Cercavo sempre il punto in cui il relativo diventasse qualcosa d'altro, il momento in cui l'intensità raggiungesse una soglia oltre la quale ci fosse qualcos'altro. Ma quella soglia non arrivava. La serie ricominciava.
Pensai: e se la soglia non fosse una soglia. E se non ci fosse un punto in cui il relativo travalica se stesso e diventa eterno. E se l'eterno non fosse alla fine della serie ma dentro ogni momento della serie — presente in modo diverso, non come intensità massima ma come qualità diversa di presenza.
Come Marco che ripara la lavatrice.
Non estatico. Non intenso. Presente — completamente, totalmente, senza riserva, dentro quel problema specifico in quel momento specifico, senza cercare altro.
Forse era quello. Forse quello che avevo scambiato per mancanza era una forma di presenza che non riconoscevo perché cercavo un'altra forma.
Non ne ero sicura.
Era solo un pensiero sul letto del monastero — impreciso ancora, senza le parole giuste, con quella qualità delle intuizioni che arrivano prima del linguaggio e aspettano che il linguaggio le raggiunga. Forse sbagliavo anche questo. Forse Marco era semplicemente Marco e la lavatrice era semplicemente la lavatrice e io stavo cercando significati dove c'era solo un uomo che riparava gli elettrodomestici perché era fatto così.
Ma il pensiero restava. E non era un uomo che cercavo. Avrei potuto avere tutti quelli che volevo.
Mi girai sul fianco. Fuori la città di Caino continuava il suo rumore sordo.
Ora abitavo dentro monastero. Non riuscivo a dormire, così mi alzai e mi recai alla finestra.
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Dalla mia camera posso abbracciare con uno sguardo l’intera città dell’uomo, la città dei figli di Caino. La conosco bene. Conosco quello che ho lasciato. Sono sola, è vero. Non ho niente. Neppure un marito, un amante.
Una mattina — non so quale, i giorni nel monastero perdono i nomi — mi svegliai e mi accorsi che non avevo sognato nessuno.
Non Marco. Non gli altri. Nessun corpo specifico, nessuna voce specifica, nessuno di quei sogni in cui si cerca qualcuno che non si trova o si trova qualcuno che non si cerca. Niente. Solo il buio e il silenzio e il freddo del lenzuolo.
Rimasi nel letto pensando a questo.
Non sapevo se era un progresso o una perdita. Le due cose non si escludono — si può perdere qualcosa di reale e guadagnare qualcosa di reale insieme. La domanda era cosa. Cosa stava sparendo e cosa stava arrivando al suo posto.
Nei giorni successivi lo cercai — non il corpo specifico, la sensazione. La cercai come si cerca qualcosa che si sa di aver avuto e non si trova più. Non c'era. Non nel senso della repressione — non era sepolta, non tornava di notte in forme diverse, non si spostava da un posto all'altro del desiderio. Era semplicemente meno presente. Come un rumore di fondo che si è abbassato abbastanza da non dover più alzare la voce per pensare.
Non capivo se fosse la preghiera o il tempo o la stanchezza o la fame che avevo ancora alcune mattine o qualcosa di cui non avevo ancora il nome.
Una delle suore più anziane — suor Benedetta, ottantadue anni, quella qualità di presenza delle persone che hanno fatto la stessa cosa per così tanto tempo che la cosa e la persona si sono parzialmente fuse — mi portò il caffè un mattino senza che glielo chiedessi.
Si sedette sulla sedia vicino alla finestra. Guardò la città di Caino lì sotto. Disse:
— Si sta abituando, disse. Non come domanda.
— Non so se è abituarsi, risposi.
— No, disse. Non è abituarsi. È qualcos'altro. Ci vuole tempo per trovare la parola.
Non aggiunse altro.
Bevemmo il caffè in silenzio davanti alla città di Caino che cominciava la sua giornata — motorini, schermi, il rumore sordo di diecimila vite organizzate per sopravvivere.
Dentro c'era silenzio di un altro tipo. Non lo sapevo ancora chiamare. Ma era lì — diverso dal silenzio della stanchezza, diverso dal silenzio della rinuncia. Aveva la qualità delle cose che occupano lo spazio invece di lasciarlo vuoto. Come il silenzio del monastero la prima notte. Solo che adesso era dentro invece che intorno.
Il mattino dopo mi recai in chiesa. Volevo confessarmi. Rimasi inginocchiata nel confessionale più a lungo del necessario. Non per devozione — per stanchezza. Quella stanchezza specifica di chi ha ricevuto una risposta che è formalmente corretta e sostanzialmente insufficiente.
- Gli dissi che ero divorziata che non avevo figli, che convivevo quando capitava e che volevo fare la comunione.
• Sei in peccato perché è indissolubile. Non posso darti il perdono. Devi metterti in regola prima di poter fare la comunione. Mi disse.
Aveva ragione sulla regola. Non mi aveva spiegato la regola. Alzai la testa verso la grata.
• Padre, dissi. Perché è indissolubile?
Silenzio.
• Il sacramento. Perché non si può sciogliere?
• Perché così ha stabilito Cristo, disse il prete. Marco 10:9 — quello che Dio ha congiunto l’uomo non separi.
• Ma perché lo ha stabilito?
Silenzio più lungo.
• Perché il matrimonio è immagine dell’unione di Cristo con la Chiesa, disse alla fine. L’amore di Cristo per la Chiesa non finisce. Quindi il matrimonio non può finire.
Era ancora la regola. Una regola più elaborata — con un’analogia teologica — ma ancora una regola. Non l’ontologia sotto la regola.
• E cosa significa concretamente, dissi, che il matrimonio partecipa di quell’unione?
Il prete rimase in silenzio abbastanza a lungo da farmi capire che non se lo era mai chiesto — o se se lo era chiesto, non aveva trovato una risposta che andasse oltre l’analogia decorativa.
• Significa che è sacro, disse alla fine.
• Sacro nel senso di proibito o sacro nel senso di reale?
Nessuna risposta.
Mi alzai.
Prima di uscire mi fermai. Gli dissi:
• Padre, il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue di Cristo. Il relativo diventa realmente l’eterno — non simbolicamente, realmente. Se il matrimonio ha la stessa struttura — se il relativo viene realmente assunto dall’eterno, non simbolicamente — allora l’indissolubilità non è un divieto. È una proprietà ontologica. Come la transustanziazione. Non si può de-transustanziare il pane. Non perché sia proibito. Perché ha cambiato struttura ontologica.
Il prete non rispose.
Uscii.
La luce fuori era diversa da quella dentro — più piatta, più indifferente, quella qualità di luce invernale che illumina senza riscaldare. Le statue nel sagrato erano quelle che erano — alcune integre, una decapitata nell'angolo con il moncone grigio e rugoso. Mi fermai davanti a quella decapitata.
Non so quanto rimasi lì. Non stavo pregando — non ne avevo ancora la forma. Stavo guardando il moncone con quella qualità di attenzione che non ha oggetto preciso, che si posa su qualcosa di concreto e pensa qualcosa di diverso.
Pensavo al silenzio del prete.
Quel silenzio abbastanza lungo da far capire che non se lo era mai chiesto. Non era colpa sua — nessuno glielo aveva chiesto prima, o se glielo avevano chiesto aveva avuto risposte pronte che non richiedevano quel silenzio. Io non avevo avuto risposte pronte. Avevo avuto la domanda e lui il silenzio e insieme avevamo trovato qualcosa che nessuno dei due aveva cercato.
Ripresi a camminare. La città di Caino continuava oltre il sagrato.
Satana mi inseguiva.
Ricordo che quando lo lasciai, lui non urlò. Si sedette in cucina, guardando il riflesso della luce sulla tavola di plastica, e capì che era finita tra di noi. Soffriva per un'assenza, la mia. E adesso era troppo tardi per Marco — il tempo non funziona a ritroso — ma non era troppo tardi per capire cosa avevo perso e perché l’avevo perso e cosa cercavo nel monastero che forse avevo già avuto e non avevo saputo vedere.
Cercavo l’eterno e mi veniva rifiutato. L’eterno mi era stato offerto nel relativo santificato. Avevo scambiato il relativo santificato per il semplice relativo e ero fuggita cercando l’assoluto diretto. Questa è la struttura del peccato originale non come disobbedienza morale ma come errore ontologico — confondere l’essere con il divenire, il relativo santificato con il semplice relativo, la traccia dell’eterno nel quotidiano con l’assenza dell’eterno.
Satana aveva detto:
• Sei finita.
• Vero.
Satana non aveva detto: il finito può essere assunto dall’infinito senza essere distrutto. Quello lo aveva detto qualcun altro. In una mangiatoia. Con il freddo. Con le mani piccole chiuse a pugno. Tornai in chiesa. Mi inginocchiai davanti all’altare.
Non pregai con parole. Stetti ferma nel silenzio con la consapevolezza di quello che avevo perso e di quello che cercavo e del fatto che la distanza tra le due cose era più piccola di quanto avessi creduto — ma che attraversarla richiedeva qualcosa che non si trova nel monastero né nell’eros né nella ribellione. Richiedeva di ricevere. Non di produrre, non di cercare, non di conquistare. Di stare ferma abbastanza a lungo da ricevere quello che viene dall’altra parte del confine. Rimasi inginocchiata finché non mi dolsero le ginocchia. Poi mi alzai e andai a cena con le suore.
Andai a letto che era già buio. La notte era pesante, carica di umidità e di peccato accumulato.
Le notti successive non furono tutte uguali. Alcune erano silenziose nel senso vuoto della parola — corpo stanco, sonno normale, nessuna presenza. Imparai che non si comanda. Non si produce. Si riceve o non si riceve.
Nelle notti in cui accadeva — e non sempre accadeva — la qualità era sempre la stessa: quella presenza che non è fisica ma usa il corpo come unico luogo disponibile. Come l’acqua che non ha forma ma prende la forma del contenitore.
Avrei voluto un figlio. Lo pensavo in quei momenti con una chiarezza che di giorno non avevo: non un figlio da qualcuno, non un figlio per qualcosa. Un figlio nel senso assoluto — qualcuno a cui passare questa cosa che non sapevo ancora nominare.
Lo dissi una volta in confessione, a un prete vecchio che mi ascoltava con la stanchezza paziente di chi ha sentito tutto.
Mi disse: quello che descrivi ha un nome. Si chiama orazione. Non aggiunse altro. Non spiegò. Come se il nome bastasse e la spiegazione fosse inutile o impossibile o entrambe le cose.
Forse aveva ragione.
Ma lo stesso prete mi negava il perdono confessionale essendo io una risposata libertina. Diceva che ero blasfema, che scopavo con Dio ed è uno scandalo. Affermava che la Chiesa negava la comunione ai divorziati risposati: la vedeva come contraddizione al battesimo (che rende figli di Dio) e all’eucaristia (nutrimento di Cristo per tutti i battezzati).
Gli rispondevo che impedire la comunione significava “dividere” il Corpo di Cristo e negare l’Incarnazione. Che una decisione immanente non poteva vietare il trascendente. Invano.
Lo informavo che avevo un rapporto mistico diretto con Dio, la notte. Dopo l’Incarnazione, il battesimo e la comunione (mangiare Dio incarnato), mi hanno unita eternamente a Dio e che l’amore umano fallimentare non mi aveva mai dato. Lo informai che io, Lilith, non mi sentivo più una peccatrice e che nonostante il divieto mi comunicavo tutti i giorni, quando non era lui a celebrare la messa.
Una mattina don Jesus, mi trovò seduta sui gradini della chiesa. Avevo ancora il rosario in mano — non per devozione, come poteva sembrare, ma per qualcosa da tenere mentre pensavo.
Mi si sedette accanto senza chiedere permesso.
- Ti ricordi di me?
- Mi hai sposata.
• Vero. Ti ha negato la comunione.
• Sì.
• Aveva ragione sulla regola.
Lilith lo guardò.
• Anche io.
• No.
Aveva ragione sulla regola. Torto sull’ontologia. Rimase in silenzio un momento. La città di Caino faceva il suo rumore fuori dalle mura del sagrato.
• Il matrimonio è indissolubile perché partecipa della struttura dell’Incarnazione, continuò Don Jesus. Il relativo che cambia struttura ontologica assumendo l’eterno. Come il pane che diventa Corpo. Non simbolicamente — realmente. Se il sacramento è valido, quella trasformazione è avvenuta. Non si può de-trasformare.
• Il mio era valido?
Don Jesus rimase in silenzio.
• Non lo so, disse alla fine. Non ero lì. Non conosco le condizioni del tuo consenso, la tua maturità, la tua libertà in quel momento quando ti avevo sposata. La Chiesa ha un processo per valutarlo — lungo, imperfetto, burocratico, ma esiste.
• E nel frattempo?
• Nel frattempo sei fuori dall’Eucaristia. Per ragioni procedurali più che teologiche, in molti casi.
• E questo ti sembra giusto?
Don Jesus guardò le mani.
• No. E ti dico perché no, che non è quello che trovi sui libri di teologia morale. L’Eucaristia è medicina per i deboli. Non premio per i santi. Non sigillo della perfezione morale. Antidotum — antidoto. La parola è di Trento, non dei progressisti postconciliari. L’antidoto si dà a chi è avvelenato, non a chi sta bene.
• Chi sta bene non ha bisogno dell’antidoto.
• Tu stai cercando Dio con ogni mezzo che hai. Hai sbagliato strumenti — l’eros non produce il contatto, lo riceve, e tu hai cercato di produrlo. Ma la fame è reale. Il desiderio è reale. E il desiderio reale dell’Eucaristia ha una dignità teologica che la disciplina attuale non riconosce abbastanza.
• Allora perché non me la dai? Non puoi negarmi la trascendenza per un problema immanente.
Don Jesus rimase in silenzio a lungo.
• Perché non sono il Papa. Perché la disciplina non è mia da cambiare unilateralmente. Perché la struttura sacramentale ha una logica che non posso ignorare solo perché la situazione è complessa.
Pausa.
• Ma ti dico questo: quello che cerchi nell’Eucaristia — l’assoluto che entra nel relativo, l’eterno che si fa presente nel tempo, la pienezza che non finisce — è reale. È lì. Non è una consolazione simbolica. È il fatto storico più denso che esista. E il fatto che la Chiesa ti tenga a distanza da quel fatto per ragioni disciplinari, mentre tu lo cerchi con una fame che la maggior parte dei fedeli regolari non prova — questo mi pesa. Come prete. Come uomo. Come qualcuno che celebra quell’Eucaristia ogni mattina senza essere sicuro di meritarla più di te.
Lilith rimase in silenzio. Poi disse:
• Non stanno crocifiggendo Dio, disse alla fine. Le persone come me. divorziate e risposate o libertine non stanno crocifiggendo Dio.
• No, disse Don Jesus. State cercando Dio. Con tutto quello che avete. Nel posto sbagliato a volte. Con lo strumento sbagliato a volte. Ma la fame è la stessa. E la fame dell’Eucaristia — la fame reale, non abitudinaria, non rituale, ma la fame di chi sa di avere bisogno di qualcosa che non può prodursi da solo — quella fame non crocifigge Dio. Quella fame è già una forma di preghiera.
Don Jesus non mi guardava come un peccatore guarda una tentazione, ma come un naufrago guarda l'abisso. Credo immaginasse che mi svestissi per lui, come una preghiera. Immaginai che mi dicesse: "Siamo solo due zeri che cercano di diventare uno. E che in quel momento, la sua logica — fatta di silenzi liturgici e polvere di seminario — andasse in pezzi e mi violentasse. Pensavo che non stava tradendo Dio; ma che stava immaginando di toccare la Sua unica traccia rimasta nel mondo: il dolore umano che cerca sollievo in un altro corpo.
Si alzò. Si allontanò verso la sacrestia.
Tornai nella mia cella. La cella era immersa in un silenzio sacro, rotto soltanto dal tamburellare insistente della pioggia. La candela proiettava ombre lunghe sul crocifisso di legno grezzo.
Entrò don Jesus.
- Ti aspettavo.
Mi inginocchiai nuda davanti a Don Jesus, come davanti a un altare vivente. Non cerco piacere, dissi, cerco la redenzione.
Don Jesus non osava guardarmi. In me vedeva la prova che Dio aveva creato la materia per tormentare il suo spirito.
Iniziai a svestirmi. "Se Dio non mi risponde," dissi in un respiro, "allora rispondimi tu con il tuo corpo. Diventa il mio peccato, così potrò finalmente essere reale."
Don Jesus tremava, la tonaca ancora addosso, gli occhi dilatati dal terrore e dal desiderio.
- «Lilith… questo è abominio.»
- «È il contrario» risposi, alzandomi e premendo il mio corpo contro il suo. «È la kenosi di Dio. Egli si svuota e scende nella carne più bassa. Stanotte tu sarai il Verbo che si fa carne in me.» Sarà il matrimonio mistico. Non quello sterile della Chiesa. Sarà l’unione ipostatica tra divino e umano. Il Verbo si farà carne nel mio ventre. Io diventerò sposa, madre e tabernacolo insieme. Attraverso il tuo seme, Dio entrerà nel mondo una seconda volta.» Dissi.
In quel preciso istante ebbi una visione chiarissima: sentìi il seme fecondare il mio ovulo, sentìi la scintilla divina scendere, sentìi l’Incarnazione compiersi di nuovo nella mia carne peccatrice. Rimanemmo uniti, palpitanti. «Ora è compiuto» mormorai con voce piena di meraviglia. «Sono rimasta incinta di Dio. Non di un uomo. Attraverso un uomo, ma di Dio. Ho ritrovato il Signore nella forma più scandalosa: nella copula sacra, nel peccato santificato, nella verginità violata che diventa feconda.»
Don Jesus, ancora dentro di me, singhiozzava piano. «Abbiamo profanato il sacramento…»
«No» risposi. «Abbiamo celebrato il sacramento più antico. Prima della Chiesa. Prima delle leggi. Quando Dio e l’uomo si univano nella carne senza intermediari. Questo bambino sarà il segno vivente che Dio non ha paura del nostro fango. Che sceglie proprio il nostro fango per manifestarsi.»
Fuori pioveva a dirotto. Dentro la mia piccola cella, io, una piccola donna nuda tenevo stretto un prete, con il seme divino-umano già all’opera nel mio grembo, convinta di aver vissuto la più vera, la più scandalosa, la più autentica unione mistica della mia esistenza.
Sono rimasta incinta, credevo. Sapevo che sarebbe successo. Lo sentivo nel sangue, nel ventre teso, nel modo in cui Emanuele scalciava con più forza quando Don Jesus entrava nella cella.
Sapevo che sarebbe venuto in camera mia, sapevo perché sarebbe venuto ancora. Quando bussò alla mia porta «Vieni» gli dissi semplicemente, la voce bassa e rauca. «Tuo figlio si agita. Sente il padre.»
Don Jesus ebbe un tremito violento. Si avvicinò come un uomo che cammina verso la forca e verso il paradiso insieme.
Le mani gli tremavano quando le posò sul ventre.
«È mio…figlio?» mormorò, più affermazione che domanda.
«È tuo» gli risposi. «Lo hai generato quella notte. E da allora mi hai evitata come una lebbrosa. Ma stanotte no. Sei qui da me con me» «Prendimi come se voler uccidere il peccato e fecondarlo di nuovo. È tuo figlio, prete. Lo hai messo dentro di me mentre pregavi Dio.»
- No. Non voglio un figlio. Disse con rabbia sacra. «Ho dannato la mia anima…»
«Hai finalmente vissuto» gli risposi, stringendolo dentro di me con forza.
«Questo era l’unico modo in cui Dio poteva entrare davvero dentro di noi: attraverso la carne rotta, il peccato, il sangue.»
«Questo bambino è tuo, Don Jesus. Non del Caos. Non dell’uomo qualunque. Tuo. Figlio di un prete e di una peccatrice. Figlio di un sacrilegio che sa di sacramento.»
«Come faremo?» Chiese don Jesus.
«Non lo so» gli risposi. «Ma questo è l’Incarnazione vera. Dio che nasce dal peccato della carne, non dalle belle parole.»
-Devi abortire.
- Non chiedermelo. Non lo farò.
Fuori dalla cella, il monastero dormiva ignaro. Dentro, un prete, una donna gravida e il loro figlio non ancora nato respiravano insieme nello stesso peccato sacro che volevano cancellare.
Al mattino mi svegliai che era ancora buio. Don Jesus se n’era andato. Mi alzai. Mi vestii. Uscii dalla stanza.
Passarono nove giorni da quella notte mistica. Nove giorni di silenzio bruciante, di preghiere febbrili e di un calore strano che mi risaliva dal ventre.
Mi ero svegliata all’alba con un senso di pienezza diversa, non più soltanto desiderio ma presenza.
Mi toccai il basso ventre con entrambe le mani, gli occhi chiusi, e lo sentì: un cambiamento impercettibile eppure assoluto. Una scintilla. Una vita che aveva preso radice.
Caddi in ginocchio davanti al crocifisso, nuda come nella notte dell’unione. Le lacrime le scendevano silenziose sul viso.«Ora comprendo» sussurrò.
«Questo è l’Incarnazione. Non un dogma da recitare. Non un mistero lontano.
È questo: Dio che sceglie la carne più fragile, più scandalosa, più peccatrice per manifestarsi.»
Le mie mani premevano sul mio ventre ancora piatto. Dentro di me, in quel preciso istante, il Verbo si stava facendo carne.
Non in una vergine immacolata custodita dal tempio, ma in me, una donna ribelle, già segnata dal mondo, che aveva accolto Dio attraverso il corpo di un prete infedele ai voti.
«Tu non hai avuto paura del mio peccato» continuò, rivolgendosi direttamente a Cristo sul legno. «Hai scelto proprio questo: il mio utero segnato dalla Città di Caino.
Hai scelto di scendere nell’abisso della mia concupiscenza per redimerlo dal di dentro. Questo bambino non nascerà nonostante il peccato, ma attraverso il peccato santificato. È la tua kenosi perfetta.. Ed io sono Madre di un Dio generato dal sacrilegio. Tu, Gesù, sei nato una volta da Maria nella purezza. Nasci ora una seconda volta nella mia impurità, per dimostrare che nulla di umano Ti è estraneo. Nemmeno il tradimento di un prete. Nemmeno il desiderio di una puttana convertita a metà.»
Avevo deciso: non avrei abortito il dio del peccato.
Mi alzai e andai alla finestra. La luce dell’alba entrava obliqua, illuminandomi il ventre. Vi posai sopra le labbra, baciandolo con tenerezza feroce.
«Benvenuto, Emanuele. Tu non sei il frutto di un errore. Sei la risposta di Dio alla mia rivolta. Hai scelto di incarnarti proprio dove la carne grida più forte la sua finitezza. Nel corpo di chi Ti aveva rinnegato. Nel grembo di chi cercava l’infinito tra le lenzuola della Città di Caino.»
In quel momento capì la teologia più radicale dell’Incarnazione: Dio non si limita a “scendere”. Egli si mescola. Si contamina.
Si consegna senza difese alla creatura. Non vuole solo salvare l’umanità dall’esterno, ma dall’interno della ferita stessa.
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Don Jesus entrò poco dopo, pallido, tormentato. Mi vide in ginocchio, le mani sul ventre, il viso trasfigurato.
«Lilith… cosa succede?»
Alzai gli occhi, luminosi di una gioia terribile.
«È fatto. Tuo figlio… il nostro figlio…
- Hai abortito?
- No. Dio ha accettato la nostra offerta. L’Incarnazione si è ripetuta. Non in un tempio, ma in questa cella. Non nella verginità preservata, ma nella verginità violata e fecondata.
Don Jesus impallidì ancora di più, appoggiandosi allo stipite della porta.
- Ora dobbiamo solo aspettare che cresca. Il Verbo è carne nella mia carne. Ora comprendo l’Incarnazione nella sua radicalità. Non è una discesa metaforica del Verbo. È kenosi assoluta: Dio che si svuota della sua gloria e si consegna senza residui alla creatura. Non sceglie un utero immacolato custodito dal Tempio, ma il mio, segnato dal desiderio, dalla rivolta, dalla Città di Caino. Sceglie la carne ferita, la carne peccatrice, per dimostrare che nulla di ciò che è umano gli è estraneo.
Questo è l’abbassamento estremo: non solo assumere la natura umana, ma assumerla nel punto più basso, nel punto in cui la natura umana grida la sua contraddizione più violenta.
Questo bambino sarà la prova vivente che l’Incarnazione non è un incidente della storia, ma il cuore stesso della logica divina: Dio che si fa debole per rendere forte il debole, che si fa peccato (2Cor 5,21) per redimere il peccatore dal di dentro. Tu non sei venuto a condannare la carne, ma a salvarla attraverso la carne.
Attraverso questo utero che ha conosciuto troppi corpi e ora ne accoglie Uno solo. Tu hai scelto la via più scandalosa perché la Tua misericordia è più grande del nostro scandalo.
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Nelle settimane che seguirono, Don Jesus scomparve quasi del tutto. Veniva solo per celebrare la Messa nella cappella principale, pallido, con lo sguardo
fisso sull’altare, evitando accuratamente la cella di Lilith.
Quando lei cercava di parlargli dopo la funzione, lui trovava pretesti per allontanarsi. Il suo silenzio era più pesante di un’accusa.
Una sera, poco prima dei Vespri, Lilith lo intercettò nel chiostro deserto.
- «Mi eviti come se portassi la peste. Eppure è tuo figlio quello che cresce dentro di me.»
Don Jesus aveva il viso scavato. Gli occhi erano quelli di un uomo che non dormiva da giorni.«Non è solo mio figlio» rispose con voce rotta. «È il figlio del mio tradimento. Ho profanato i voti. Ho profanato il sacerdozio. E ora dubito di tutto.»
Lilith lo fissò, il ventre ormai visibile sotto la veste.«Dubiti di cosa, esattamente?»
Don Jesus alzò gli occhi al cielo, poi li abbassò a terra, come se non osasse guardare né Dio né lei.«Dubito dell’Incarnazione stessa. Se Dio si è veramente fatto carne… come ha potuto permettere che accadesse così? Nel peccato di un suo sacerdote? Nel desiderio illecito di una donna in fuga?
Se l’Incarnazione è vera, perché si manifesta attraverso il sacrilegio invece che attraverso la purezza?
Forse non è mai sceso davvero.
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Forse è solo una nostra proiezione, un grande mito consolatorio. Forse il Verbo non si è mai fatto carne… e noi siamo rimasti soli con la nostra concupiscenza.»
La voce gli si spezzò.
«Ho celebrato l’Eucaristia stamattina e mentre elevavo l’ostia pensavo: “Questo pane è più santo del bambino che ho generato nella cella?”. E non sapevo rispondere. Ho messo in dubbio tutto, Lilith. L’Incarnazione, i sacramenti, la mia stessa vocazione. Forse Dio non ha mai accettato la nostra unione. Forse ci ha solo abbandonati al nostro fango.»
Lilith rimase in silenzio per qualche istante, poi posò una mano sul ventre prominente.
«Questo è il tuo dubbio, Don Jesus. Ma guarda: il bambino scalcia. È vivo. È reale. Se l’Incarnazione fosse solo una bella idea, non avrebbe scelto proprio questo scandalo per manifestarsi. Dio non ha bisogno della nostra purezza per incarnarsi. Ha bisogno della nostra realtà. E la nostra realtà è fragile, peccaminosa, contraddittoria. Proprio come te. Proprio come me.»
Don Jesus scosse la testa, gli occhi lucidi.«Vorrei crederlo. Ma ogni volta che ti guardo… vedo solo il mio fallimento. E ho paura che questo bambino sarà la prova vivente che Dio ci ha lasciati soli.»
Si allontanò nel chiostro, la tonaca nera che si confondeva con le ombre della sera.
Lilith rimase sola, la mano sul ventre, mentre Emanuele scalciava con forza, come a protestare contro il dubbio del padre.
«Cresci lo stesso» gli sussurrò. «Cresci anche nel dubbio di tuo padre. Forse sei venuto proprio per questo: per essere Dio con noi anche quando noi dubitiamo che Dio sia con noi.»
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Erano trascorsi nove mesi da allora. Il mio bambino scalciava, voleva venire alla luce.
Camminavo lungo il corridoio che portava alla mia cameretta. Mi fermai. Un’altra contrazione — non ondata, non come dicono i libri. Un pugno. Qualcosa che stringe dall’interno verso l’esterno con una logica propria, indifferente alla mia. Pensai: devo chiamare qualcuno.
Non chiamai nessuno. Entrai in stanza. Aprii la finestra. Avevo bisogno di aria fresca. La città di Caino era lì sotto — le luci, il rumore sordo che non smette mai, i lampioni arancioni che colorano il cielo di una luce che non è luce, è solo il rifiuto del buio. Da lassù sembrava quasi bella. Da lassù non si vedevano le facce.
Un'altra contrazione.
Questa volta rimasi ferma e la lasciai fare. Non combatterla — lo avevo imparato in quei mesi, che le cose che si vogliono aprire vanno lasciate aprire. Resistere le fa durare di più e non cambia niente, alla fine si apre lo stesso.
Pensai a Marco.
Non so perché pensai a Marco proprio allora — forse perché era lui che riparava le cose rotte, e quello che stava succedendo nel mio corpo era la cosa più rotta e più intera che avessi mai sentito insieme.
Pensai alle sue mani sulla lavatrice, quella concentrazione paziente. Pensai: avrei voluto che fosse qui. Non per me. Per lui — perché meritava di vedere almeno una volta qualcosa che non si poteva riparare perché non era rotto.
La terza contrazione fu diversa — più lunga, più bassa, con quella qualità di inevitabilità che hanno solo le cose che stanno per accadere davvero. Il corpo non chiede più permesso. Sa già. Fa.
Pensai: sono sola.
Poi pensai: no.
Non nel senso consolatorio — non mi dissi Dio è con me come una formula. Fu più semplice e più strano. Fu che il dolore era così presente, così completamente reale, che non c’era spazio per la solitudine. La solitudine è un’assenza. Quello era tutto presenza — il freddo, il dolore, il cielo, i gradini di pietra sotto la schiena, il corpo che faceva la cosa per cui era fatto senza chiedere se fossi pronta.
Non ero pronta.
Nessuno è pronto.
Le doglie arrivarono come un castigo improvviso, verso le tre di notte. Non fu un’onda dolce. Fu un coltello che entrava nella pancia e girava.
Mi svegliai urlando. Il dolore non era solo fisico: era rabbia, paura, fame accumulata, senso di colpa, desiderio di Dio e desiderio di uomini, tutto insieme che spingeva per uscire.
Mi aggrappai alle lenzuola ruvide del monastero e gridai.«Maledetto… maledetto te che mi hai messo dentro questo!»
Le suore arrivarono di corsa, scalze, con secchi di acqua calda e asciugamani logori.
Una di loro, la più vecchia, le tenne la mano con forza sorprendente.
«Respira, figlia. Non imprecare.»
Risposi tra i denti. «Se Dio vuole questo, che venga lui a spingere!»
Il dolore saliva a ondate. Tra una contrazione e l’altra sudavo freddo, tremavo, ridevo di una risata isterica.
Don Jesus era fuori dalla cella, in piedi contro il muro, pallido. Ogni tanto entrava, vedeva la scena e usciva di nuovo, come se non riuscisse a reggere né a stare lontano.
«Lilith…» provò a dire una volta.
«Taci! Tu e le tue regole! Vieni qui dentro a sentire cosa significa partorire nel dolore!»
Il travaglio non durò molto. Il mio corpo si apriva, si strappava. Sangue, liquido, sudore. Urlavo, spingevo, piangevo.
A un certo punto, tra una contrazione devastante e l’altra, risi forte: «Ecco la tua Incarnazione, Dio! Ecco come il Verbo si fa carne: strappando una donna in due!»
La suora più anziana mi asciugò la fronte dicendo: «Non bestemmiare. Stai dando la vita.»
«Sto dando la vita a cosa? A un altro figlio di Caino?»
Poi arrivò l’ultima spinta. Fu come se tutto il mio corpo si ribellasse e si arrendesse insieme.
Cacciai un urlo animale, lungo, primordiale. Sentì qualcosa di enorme che si apriva dentro di me, una lacerazione profonda.
Emanuele venne fuori in un fiotto di sangue e liquido. Rosso, raggrinzito, con i pugni chiusi e la bocca spalancata in un pianto immediato, furioso.
La suora lo prese, lo pulì sommariamente e lo mise sul mio petto. Il bambino era caldo, viscido, vivo. Il suo pianto era assordante, arrabbiato contro il mondo intero.
Lo guardai e per un momento tutto tacque dentro di me: la Città di Caino, il denaro, Satana, Dio, il monastero, la fame.
Lo toccai. Pelle contro pelle. Sangue suo sul mio sangue. «Non sei un simbolo» gli sussurrai con voce rotta, mentre lacrime e sudore colavano sul mio viso.
«Non sei Emanuele-Dio-con-noi. Sei carne. Sei mio. Sei caos che urla. E io ti ho fatto uscire dal mio corpo rotto.»
Don Jesus entrò in quel momento. Vide la scena: Lilith esausta, sporca di sangue e fluidi, il bambino attaccato al seno che cercava già di succhiare. Gli occhi del prete si riempirono di qualcosa che non era solo compassione. Era paura. Era meraviglia. Era invidia.
«Ora capisci?» gli dissi senza alzare la voce. «Questo è l’Incarnazione. Non le tue belle parole. Questo dolore. Questo casino. Questa vita che esce urlando da una donna peccatrice.»
Il bambino smise di piangere per un istante. Aprì gli occhi minuscoli e sembrò guardare entrambi.
Fuori, la città di Caino continuava il suo ronzio di motori, pubblicità e miseria. Dentro quella cella monastica, per qualche minuto, ci fu solo respiro pesante, odore di sangue e latte, e un piccolo pugno chiuso contro il mondo.
Sorrisi, stremata, feroce. «Benvenuto nell’inferno, figlio mio. Vediamo se riusciamo a uscirne insieme.»
Don Jesus era seduto su uno sgabello di legno, le mani giunte, la tonaca macchiata. Non riusciva a staccare gli occhi dal bambino.
Dopo un lungo silenzio, la voce gli uscì bassa, quasi vergognosa:
«Lilith… chi è il padre?»
Lei alzò la testa di scatto. Un sorriso storto, pericoloso, le attraversò il viso. Per un attimo sembrò sul punto di ridere.
«Lo chiedi adesso?
Don Jesus arrossì, ma non abbassò lo sguardo. «Devo saperlo. Per il battesimo. Per la Chiesa. Per… capire.»
Lilith spostò leggermente Emanuele, che emise un piccolo mugolio di protesta. Gli accarezzò la testa umida con dita tremanti.
«Vuoi un nome, vero? Un colpevole. Un peccatore da additare.» Fece una pausa, poi la voce divenne un sibilo tagliente.
« Forse è uno dei tanti corpi che ho attraversato cercando l’assoluto. Forse è Marco, il marito che ho abbandonato. O forse… è tuo, Don Jesus.
Magari una notte hai dimenticato i voti mentre consolavi questa peccatrice.»
Il prete impallidì. «Non bestemmiare.»
«Bestemmio?»
Lilith rise, una risata rauca che finì in tosse.
«Tu vuoi un padre perché hai bisogno di ordine. Di peccato chiaro, di colpa chiara. Ma questo bambino non è nato dal peccato.
È nato dal mio corpo rotto, dalla fame, dalla rabbia, dal freddo della Città di Caino. È nato perché io ho detto sì alla vita mentre tutto mi diceva di no.»
«Vuoi sapere la verità?
Il padre è il Caos. Il padre è Satana che mi ha aperto gli occhi e Dio che non mi ha fermata.
Il padre è l’uomo che non c’è, perché nessun uomo poteva bastare. Il padre sono io. Ho generato da sola, con questo ventre che hai chiamato impuro.»
Don Jesus si passò una mano sul viso. Sembrava invecchiato di dieci anni in pochi minuti.«Emanuele…» mormorò. «Dio con noi…»
Lilith lo fissò con occhi duri e lucidi. «Esatto. Dio con noi. Non con te. Non con la tua Chiesa. Con noi due: la puttana e il bastardo.
Se vuoi dargli un padre, dagli il nome di chi vuoi. Ma sappi che lui non ne avrà bisogno. Lui è già intero.»
«Adesso vattene, padre. O resta. Ma non chiedermi più chi è il padre. Il padre è la ferita da cui è uscito. E la ferita sono io.»
Fuori dalla cella, la Città di Caino continuava il suo ronzio indifferente.
---
La città — la città continuava, indifferente come sempre, motorini e luci e il rumore sordo di diecimila vite organizzate per sopravvivere. Il sistema che si era fermato ero io.
Quel punto in cui le fluttuazioni raggiungono l’instabilità critica e il sistema salta — non crolla, salta — a qualcosa che non era prevedibile dalle condizioni iniziali.
Emanuele non era prevedibile dalle condizioni iniziali.
Nessuna delle condizioni iniziali lo prevedeva — non la povertà, non il monastero, non la fuga dalla città, non gli anni sbagliati, non Marco, non il confessionale, non la statua decapitata, non il prete arrestato. Nessuna di quelle cose produceva questo. Eppure eccolo. Piccolo. Caldo. Con le mani chiuse a pugno.
La suora mi aiutò ad alzarmi.
Entrammo nel chiostro. Il corridoio era caldo rispetto a fuori — quel caldo relativo che sembra assoluto quando si viene dal freddo. La lampada votiva bruciava ancora all’angolo, quella piccola fiamma arancione.
Mi fermai davanti alla Madonna che aveva le braccia aperte, il viso inclinato verso il basso con quella qualità di attenzione che le statue non dovrebbero avere e questa aveva. Guardava verso il basso. Verso dove sarebbe stato un bambino, se ci fosse stato un bambino.
Alzai Emanuele all’altezza del suo viso. Non pregai — non avevo parole. Stetti ferma in quel gesto come si sta in una domanda che non ha ancora risposta ma è già la cosa più vera che si è mai fatta.
La suora aspettava in silenzio.
Emanuele aveva smesso di piangere. Guardava — non la statua, non me, non niente di specifico. Guardava con quella concentrazione totale dei neonati che non hanno ancora imparato a selezionare, che vedono tutto con la stessa attenzione assoluta perché non sanno ancora cosa è importante e cosa non lo è.
Forse è questo che si perde, pensai. Forse è esattamente questo.
Abbassai le braccia.
• Andiamo, dissi alla suora.
Camminammo lungo il corridoio. Le mie scarpe sul pavimento di pietra, il respiro di Emanuele contro il mio collo, la lampada votiva che si rimpiccioliva alle mie spalle finché non girai l’angolo e non la vidi più.
Fuori — lontano, attraverso i muri del monastero — la città di Caino continuava.
Emanuele dormì.
Qualche mattina un fatto inaspettato: la statua della Vergine Maria a braccia aperte cui mi ero consacrata, posta ai piedi di una croce alta due metri, l’abbiamo trovata decapitata. Dopo la denuncia alla polizia, il prete è stato arrestato. Un LGPT travestito da madonna tende le braccia al popolo recitando rosario: “dio dollaro dacci il pane quotidiano”. Applausi e selphi in memoria della festa.
Sono di nuovo costretta a scappare. Non è questa la città nella quale voglio vivere. Ma non so più dove andare.
Non fu una decisione.
Le decisioni hanno un momento — un prima e un dopo, una linea che si attraversa sapendo di attraversarla. Quello che feci quella notte non aveva linea. Era una serie di piccoli passi ciascuno dei quali sembrava reversibile fino a quando non lo fu più.
Emanuele aveva undici giorni. Non dormiva nelle ore giuste — dormiva nelle ore sue, che non coincidevano con nessun orario umano conosciuto. Si svegliava alle due, alle quattro, alle cinque e venti con quella precisione caotica dei sistemi che hanno una logica propria e non la comunicano.
Le suore mi aiutavano. Erano gentili con quella gentilezza pratica delle persone abituate al dolore altrui — non sentimentale, non invadente. Portavano acqua calda. Prendevano Emanuele quando non riuscivo più a tenerlo fermo. Non facevano domande.
Ma io le sentivo parlare la notte.
Non le parole — il tono. Quel tono basso e preoccupato di chi sta decidendo qualcosa che riguarda te senza dirtelo ancora.
La madre superiora venne da me il quarto giorno.
Si sedette sul bordo del letto. Guardò Emanuele che dormiva. Poi guardò me.
• Non puoi restare qui, disse. Non nel senso che non vuole — nel senso che non può. Il monastero non è attrezzato. Non è autorizzato. C’è una procedura.
• Quale procedura.
• Per i bambini soli. Per le madri sole. Ci sono strutture — case famiglia, comunità. Persone che sanno fare queste cose.
• Io so fare queste cose.
Mi guardò con quella pazienza che non è condiscendenza — è qualcosa di peggio, è certezza.
• Lilith. Non hai documenti. Non hai reddito. Non hai una casa. Non puoi—
• Ce la faccio.
Non era vero. Lo sapevamo entrambe.
Uscii il tredicesimo giorno. Non perché mi avessero cacciata — non lo fecero. Uscii perché rimanere era diventato impossibile in quel modo specifico in cui le cose diventano impossibili non per ragioni esterne ma per ragioni interne — quando senti che stai consumando qualcosa che non è tuo da consumare, che stai occupando uno spazio che appartiene a qualcos’altro.
Emanuele era fasciato nel mio cappotto.
Faceva freddo — meno del giorno della nascita ma abbastanza. Le strade della città di Caino erano grigie di mattina, quel grigio specifico di dicembre che non è brutto, è solo onesto sulla propria natura.
Camminavo.
Non sapevo dove andavo — il corpo sa prima della mente, ma quella mattina anche i corpi non sapevanp. Camminavo per inerzia, per il principio fisico più elementare: un oggetto in moto continua nel moto finché qualcosa lo ferma.
Emanuele dormiva contro il mio petto.
Pensai: devo trovare un posto. Pensai: ho fame. Pensai: devo trovare un posto. Questi pensieri si ripetevano in ordine variabile come un sistema che gira su se stesso senza produrre uscita.
La villa era quella.
Non la riconobbi subito — o forse non volevo riconoscerla. Era la villa del pane stantio, dell’uomo al cancello, di sei molto bella ma sei troppo in là con gli anni. Era il punto di partenza di tutto — il luogo da cui ero fuggita verso il monastero verso la chiesa verso il confessionale verso i gradini di pietra nella notte.
Il cancello era chiuso.
Suonai.
Nessuna risposta.
Suonai di nuovo. Emanuele si mosse contro il mio petto — non pianse, si mosse, quel movimento piccolo di chi cambia posizione nel sonno.
• Chi è.
• Lilith.
Silenzio lungo. Poi il rumore del cancello.
L’uomo era invecchiato in quei mesi — o forse era sempre stato così e non avevo guardato bene. Guardò me. Guardò il fagotto contro il mio petto. Sul suo viso passò qualcosa che non era nessuna delle espressioni che mi aspettavo.
• Entra, disse.
• Ho lasciato la città di Dio. Sono tornata. Avevi ragione tu.
• Sapevo che saresti ritornata.
• Tu vuoi soltanto avermi.
• Non sei venuta per questo?
• Non sapevo dove andare.
• Entra, non stavo facendo nulla. Mi immaginavo seduto su di un water d’oro a divorare la banana di Cattelan per evacuare una cacca d’artista ad ammirare i tagli di Fontana che dimostravano la nullità della ricerca estetica. Vedi che anche i saloni di bellezza mantengono la bruttezza camuffata. Ma non è il tuo caso. Sei molto bella.
Rimasi tre giorni. Non per gratitudine — non era quello. Non per debolezza — non solo. Rimasi perché Emanuele aveva bisogno di calore e io avevo bisogno di dormire e per tre giorni dormii in un letto vero e Emanuele dormì in un cassetto aperto foderato di coperte come si faceva una volta quando non c’erano culle e i bambini dormivano ugualmente.
L’uomo non mi toccò.
Questo mi sorprese più di qualsiasi altra cosa. Portava il cibo, guardava Emanuele con quella qualità di attenzione silenziosa che non avevo visto in lui prima, se ne andava.
La seconda sera si sedette sulla sedia vicino al cassetto. Guardò Emanuele per un lungo momento.
• Come si chiama.
• Emanuele.
• Dio con noi, disse. Non come domanda — come traduzione. Come qualcuno che conosce la parola ma non se l’aspettava in questo contesto.
• Sì.
• Il padre.
• Non c’è padre.
Non aggiunsi altro. Lui non chiese altro.
La mattina del quarto giorno capii che dovevo andare.
Non per una ragione specifica — per quella stessa ragione interna per cui ero uscita dal monastero. Stavo consumando qualcosa. L’uomo mi guardava in un modo che conoscevo — non era desiderio, era peggio, era attaccamento, era il principio di qualcosa che avrebbe voluto essere qualcosa che non potevo dargli.
Lo ringraziai.
Lui non disse niente. Mi guardò uscire dal cancello con Emanuele contro il petto e non disse niente — quella qualità di silenzio di chi ha già detto tutto quello che poteva dire e sa che non basta.
Fuori faceva più freddo del giorno prima.
Camminai per due ore.
Emanuele dormiva, si svegliava, piangeva, si calmava, dormiva. Quel ciclo continuo che è il tempo dei neonati — non ore, non giorni, solo fame e sonno e fame e sonno e il mondo intorno che esiste o non esiste in funzione di quei due stati.
Alle undici mi sedetti su una panchina.
Una donna passò, mi guardò, distolse lo sguardo — quella capacità specifica della città di Caino di non vedere quello che non vuole vedere, di organizzare la percezione in modo da escludere quello che disturba il funzionamento normale.
Emanuele piangeva.
Lo allattai — ne avevo poco, sempre meno, il corpo che cede quando non mangia abbastanza. Lo tenevo contro il petto e lui cercava e non trovava e piangeva con quella rabbia precisa dei neonati che non capiscono ancora perché il mondo non risponde.
Pensai: non ce la faccio.
Non come resa — come constatazione. La differenza è enorme anche se dall’esterno si assomiglia. La resa dice: potrebbe essere diverso ma smetto. La constatazione dice: questo è quello che è, guardalo.
Quello che era: una donna senza reddito seduta su una panchina alle undici di mattina del ventiquattro dicembre con un bambino di undici giorni che piange di fame in una città che non vedeva nessuno dei due.
Trovai il portone aperto per caso. Un palazzo qualunque — non il quartiere elegante, non il monastero, un palazzo ordinario con le cassette della posta rotte e l’odore di chiuso delle scale condominiali. Il portone era aperto perché qualcuno aveva salito le scale con le buste della spesa e non aveva le mani libere per chiuderlo.
Entrai.
Mi sedetti sullo scalino del piano rialzato. Il calore del palazzo era diverso dal calore esterno — più fermo, più chiuso, quella qualità di aria che non si muove da troppo tempo. Ma era calore.
Emanuele smise di piangere.
Non so se per il calore o per la stanchezza o per quella resa dei neonati che arriva quando hanno pianto tutto il pianto disponibile e il corpo decide di aspettare. Si addormentò contro il mio petto con quella fiducia assoluta e ingiustificata dei neonati — fiducia non come scelta ma come struttura, come il modo in cui esistono, completamente dipendenti e completamente presenti.
Rimasi ferma.
Pensai a tutto quello che avrebbe dovuto accadere — le strutture, le procedure, i documenti, le case famiglia, le persone che sanno fare queste cose. Pensai che forse la madre superiora aveva ragione. Pensai che forse c’era un modo e io non l’avevo trovato perché non avevo cercato nel posto giusto o con gli strumenti giusti o forse non avevo cercato abbastanza.
Poi smisi di pensare.
Fuori qualcuno aprì il portone — passi sulle scale, una porta che si chiude, silenzio. Emanuele respirava contro il mio collo.
Non so quando decisi di uscire.
Forse non decisi — forse il corpo si alzò e io lo seguii come si seguono i corpi quando la mente ha smesso di avere istruzioni da dare.
Uscii nel freddo.
Camminai fino all’angolo.
Mi fermai.
Il marciapiede era quello — grigio, concreto, con quella crepa lunga che corre dal bordo del tombino fino al muro del palazzo come una ferita che nessuno ha riparato. Lo ricorderò sempre — quella crepa. Non so perché si ricordano certe cose e non altre.
Guardai Emanuele.
Dormiva con le mani chiuse a pugno — quella postura specifica dei neonati, difensiva e fiduciosa insieme, come chi si protegge da qualcosa che non sa ancora nominare ma sa già che esiste.
Pensai: non posso darti quello che ti serve.
Non come accusa a me stessa — come fatto. A = A. Questo è quello che è. Una donna senza casa senza reddito senza latte sufficiente non può dare a un bambino di undici giorni quello che gli serve per diventare qualcosa invece di smettere.
Lo appoggiai.
Non sul marciapiede nudo — c’era un gradino rialzato, l’ingresso di un negozio chiuso, con una piccola pensilina sopra che riparava dal vento. Lo appoggiai lì, avvolto nel cappotto, con quella parte di me che sapeva già che qualcuno avrebbe suonato al campanello del palazzo di fronte tra pochi minuti o pochi secondi o comunque prima — prima che il freddo diventasse l’altra cosa.
Le mani chiuse a pugno.
Feci tre passi.
Mi fermai.
Mi voltai.
Emanuele dormiva.
Pensai: se mi fermo non riparto. Pensai: se non riparto muore di freddo o muore di me, e muore di freddo è peggio. Pensai molte cose in quei secondi — il pensiero va veloce quando il corpo è fermo, quando non c’è movimento da fare il pensiero riempie tutto lo spazio disponibile con una densità insopportabile.
Poi smisi di pensare.
Qualcuno si fermò. Non lo conoscevo.
Guardò le mani chiuse a pugno di mio figlio. Si chinò. Lo prese tra le sue braccia. E camminò.
Io ripresi a camminare. Non mi voltai più.
Questo è quello che non si dice — che non mi voltai più. Non per forza, non per certezza, non perché sapessi che sarebbe andato bene. Per il contrario: perché se mi fossi voltata e lo avessi visto ancora lì con le mani chiuse a pugno e il freddo intorno non avrei più potuto fare quello che stavo facendo e quello che stavo facendo era l’unica cosa che riuscivo a pensare che non fosse peggio.
Ma so che accadde — lo so nello stesso modo in cui si sa che il sole sorge anche quando non lo si guarda, che certe cose accadono perché devono accadere non per legge morale ma per struttura, perché il sistema ha raggiunto il punto di biforcazione e da quel punto non collassa — salta.
Smisi di scrivere la mia auto-biografia. La misi in una busta e la spedii ad un editore.
capitolo primo.
Finalmente, verso le otto di sera, giunsi nei pressi di casa mia, dopo un’estenuante giornata di lavoro passata a leggere manoscritti cercando lo scrittore che il mio editore avrebbe reso ricco e celebre.
Già ritenevo d’entrare in casa, cenare e litigare con mia moglie, quando un repentino mutamento dell’ordine delle idee comandò ai miei passi di muoversi in altra direzione.
Non fu estranea la vista di una donna. O forse fu che odiavo addormentarmi senza aver vissuto almeno qualche ora per me. La seguii per qualche minuto, tenendomi distante. Poi allungai il passo e la raggiunsi.
• Camminiamo un poco insieme.
• Chi sei? Che vuoi?
• Un poco di compagnia.
• Perché dovrei fartela io, che sono una bella donna e non faccio la puttana?
• Se non lo fossi stata, non te lo avrei chiesto.
Mi guardò per la prima volta in viso.
• Questa sera mi sento solo. Come ti chiami?
• Per poco che conosco di te, so che sei sposato. Mi chiamo Lilith. Che ho a che fare io con la tua solitudine?
Non ebbi risposta. Continuammo a camminare.
• Sono arrivata. Grazie della compagnia.
Sparì ingoiata dal buio di una porta, senza neppure invitarmi a salire.
Rimasto solo raggiunsi casa mia. Sono solo, continuavo a ripetermi. Volevo soltanto un corpo di donna per qualche tempo. Una carezza dolce come l’alito di brezza che accarezza l’erba in primavera, che mi riportasse in vita.
Girai la chiave nella serratura. Erano quasi le undici.
Mia moglie era sul divano davanti alla televisione. Si alzò, mi venne incontro, prese la borsa di cuoio dalle mie mani e la depose su una sedia. Sulla tavola gli avanzi del giorno precedente aspettavano di saziare la mia fame.
• Che hai? Perché così tardi?
• Niente.
Masticai lentamente i freddi spaghetti col pomodoro. Sullo schermo la protagonista del film piangeva abbracciata a un uomo sotto la pioggia.
• Se vuoi restare a guardarlo, vado in camera.
• No, spegni pure. Sono stanco.
Guadagnai la stanza da letto. Mi spogliai. Nudo m’infilai sotto il lenzuolo. Ero stanco, deluso, vuoto. M’addormentai.
La mattina dopo andai al lavoro come sempre.
Non c’era ragione di non andare. Non c’era ragione di niente di particolare — questa era la qualità specifica di quelle mattine, quella assenza di ragione urgente in entrambe le direzioni. Non c’era ragione di restare e non c’era ragione abbastanza forte di cambiare. Il sistema funzionava. Io funzionavo dentro il sistema. Era sufficiente per andare avanti.
In ascensore incontrai il vicino del quarto piano. Si chiamava Ramos — o forse Ramos era il cognome, non lo avevo mai chiesto. Viveva lì da anni, lo vedevo nell’ascensore, ci salutavamo con quella qualità di saluto che non è amicizia e non è indifferenza, è la forma specifica di relazione che produce la prossimità senza scelta.
Quella mattina aveva la faccia di qualcuno che aveva smesso di dormire abbastanza.
• Tutto bene? dissi.
• Tutto bene, disse.
Non era vero. Lo sapevo. Lo sapeva. Il saluto nell’ascensore non è il luogo in cui si dice la verità — è il luogo in cui si dice la versione della verità che non richiede risposta, che non apre niente, che permette a entrambi di arrivare al piano terra e uscire nelle rispettive direzioni senza ulteriori complicazioni.
Uscii.
In ufficio c’era una riunione.
Non una riunione su qualcosa di specifico — una riunione su tutto, quel tipo di riunione che nelle aziende grandi sostituisce le decisioni, che produce la sensazione del movimento senza produrre movimento, che esaurisce l’energia disponibile per pensare in modo che quando la riunione finisce non ci sia più energia per chiedersi se quello che si è deciso aveva senso.
Il direttore editoriale parlò per quaranta minuti di posizionamento, di target, di acquisizioni strategiche, di ottimizzazione del catalogo. Usò la parola ottimizzazione undici volte. Le contai. Non per malizia — perché a un certo punto il cervello smette di elaborare il contenuto e comincia a contare le ripetizioni come unico modo per restare sveglio.
Alla fine chiese se ci fossero domande.
Nessuno fece domande.
Non perché non ce ne fossero — ce n’erano molte, alcune fondamentali, alcune che avrebbero richiesto di dire ad alta voce cose che tutti sapevano e nessuno diceva perché dirle avrebbe richiesto energia che nessuno aveva più dopo quaranta minuti di ottimizzazione. Non si facevano domande perché le domande costavano più di quanto potessero rendere. Il sistema aveva imparato a produrre questo — non il silenzio della paura, il silenzio della stanchezza. Il silenzio di chi ha esaurito le risorse necessarie per resistere prima ancora che ci fosse qualcosa a cui resistere.
Tornai alla scrivania.
Nel pomeriggio, tra un manoscritto e l’altro, aprii per caso una pagina che qualcuno aveva lasciato aperta sul terminale condiviso.
Era un testo. Un manifesto, diceva il titolo. Manifesto per la rivolta globale. Lo lessi per distrazione — quella distrazione specifica del pomeriggio quando la mente è già altrove e legge senza impegnarsi, raccogliendo solo quello che riesce a passare attraverso la stanchezza.
Il testo diceva: la globalizzazione necessaria instaurata senza regole etiche condivise ha prodotto l’uscita dalla povertà estrema di milioni di persone ma a discapito della classe media delle nazioni più ricche.
Mi fermai.
Non perché fosse una cosa nuova — non lo era, lo sapevo, lo sapevano tutti, era quello che dicevano i giornali da vent’anni in linguaggio diverso. Mi fermai perché la frase successiva era diversa.
Il potere dominante, pur di non perdere i propri privilegi, ha diminuito la copertura dello stato sociale, ha reso difficile l’accesso alle scuole e alla sanità, ha permesso la delocalizzazione, ha aumentato le tasse e il controllo per impedire la rivolta, ha reso la giustizia ingiusta e impossibile. Di fronte a tutto questo, il popolo democratico non può fare altro che aderire alle proposte populiste.
Non come accusa. Come descrizione meccanica. Come qualcuno che descrive il funzionamento di un motore — questo ingranaggio produce quest’effetto, questo effetto produce quella reazione, quella reazione produce questo risultato. Senza indignazione, quasi. Con quella qualità di chiarezza che si raggiunge quando si smette di essere arrabbiati e si comincia a guardare.
Il popolo non aderisce al populismo perché è stupido. Aderisce perché il sistema ha tolto le condizioni strutturali per qualsiasi altra risposta.
Lessi la frase due volte.
Pensai al vicino del quarto piano con la faccia di chi non dorme abbastanza. Pensai alla riunione di quella mattina — i quaranta minuti di ottimizzazione, il silenzio finale, l’assenza di domande. Pensai a me stesso che tornavo a casa tardi e mangiavo spaghetti freddi e andavo a letto senza aver vissuto abbastanza.
Non era paura. Non era manipolazione. Era esaurimento.
Il sistema non aveva bisogno di vietare la resistenza. Aveva bisogno di assorbire l’energia necessaria per resistere prima che quella energia trovasse una forma. Lo faceva attraverso le riunioni di quaranta minuti. Attraverso i turni di lavoro che lasciavano tempo solo per sopravvivere. Attraverso la complessità burocratica che rendeva ogni atto semplice — una pratica medica, un rimborso fiscale, una domanda di sussidio — un labirinto che consumava ore e produceva sfinimento. Attraverso la velocità dell’informazione che rendeva ogni problema urgente e ogni urgenza sostituibile con la successiva prima che si potesse pensare a qualcuna fino in fondo.
Il risultato non era il silenzio della paura.
Era il silenzio di chi ha già speso tutto quello che aveva nel solo fatto di arrivare alla sera.
Chiusi la pagina.
Ripresi il manoscritto appena arrivato e che avevo interrotto — non uno dei soliti, quattrocentocinquanta pagine di romanzo storico con ricerca accurata e prosa piatta, quel tipo di manoscritto che avrebbe venduto ventimila copie e non avrebbe lasciato niente a nessuno, né all’autore né al lettore, ma avrebbe riempito una casella nel catalogo e giustificato una voce nel bilancio e questo era sufficiente perché il sistema continuasse. Era l'autobiografia di una donna di nome Lilith.
Lavorai fino alle sette.
Uscii.
Nell’ascensore del palazzo, quella sera, c’era di nuovo il vicino del quarto piano.
• Tutto bene? dissi.
• Mi hanno licenziato, disse.
Non il tono del dramma — il tono piatto di chi comunica un fatto che ha già elaborato abbastanza da averlo reso piatto, da averlo compresso nella forma di un’informazione invece di lasciarlo nella forma di un dolore.
• Mi dispiace, dissi.
• Sì, disse lui.
Le porte si aprirono. Uscimmo in direzioni diverse.
---
Salii a casa. Eva era sul divano. Sulla tavola gli avanzi del giorno precedente.
• Che hai? disse.
• Niente, dissi.
Non era vero. C’era qualcosa — non grande, non urgente, qualcosa di piccolo e preciso che si era spostato nel pomeriggio leggendo quella frase sul manifesto. Qualcosa nel modo in cui guardavo la stanza, il divano, gli spaghetti freddi, il silenzio tra me ed Eva che non era ancora il silenzio pesante che sarebbe diventato, era solo martedì.
Ma martedì aveva una forma diversa da come l’avevo vista ieri.
Martedì era il giorno in cui il vicino del quarto piano aveva perso il lavoro e me lo aveva detto nell’ascensore con il tono piatto di chi ha già finito di sentirlo. Era il giorno in cui io avevo contato undici volte la parola ottimizzazione senza fare domande. Era il giorno in cui una pagina lasciata aperta su un terminale condiviso aveva detto qualcosa che sapevo senza saperlo — che il sistema non vince per forza, vince per stanchezza. Che la resistenza non viene vietata, viene resa impossibile per esaurimento progressivo, sistematico, indifferente come il freddo che congela senza volerlo.
Non era una rivelazione. Non cambiava niente di pratico.
Ma qualcosa si era spostato.
Come quando si guarda una figura geometrica e si vede solo lo sfondo, e poi all’improvviso si vede la figura, e poi non si riesce più a non vederla anche quando si vuole vedere solo lo sfondo.
Non riuscivo più a vedere solo lo sfondo.
Mangiai gli spaghetti.
Eva spense la televisione senza che glielo chiedessi.
Andammo a letto.
Nel buio, prima di addormentarmi, pensai al manifesto. Pensai ad alta voce alla frase: il popolo non può fare altro. Non come condanna — come punto di partenza. Se il meccanismo è l’esaurimento, la domanda non è perché non si ribellano. La domanda è: cosa succederebbe se qualcuno avesse energia sufficiente per fare la domanda successiva.
Non sapevo la risposta.
• Che hai detto?
Aprii gli occhi sobbalzando. Mia moglie mi osservava.
• Nulla. Sognavo.
La tentai con una carezza ardita.
• Ho sonno.
Rimasi un poco a fissare il buio ad occhi aperti, avevo voglia di ritornare in quel sogno. Mia moglie mi dava la schiena, svelandomi il suo non desiderio di essere disturbata.
Rilessi il romanzo che avevo portato a casa. Il romanzo di Lilith.
Erano le due di notte.
Eva dormiva. Io ero ancora alla scrivania con il romanzo di Lilith davanti — cento fogli scritti con calligrafia minuta da una donna che non conosco che ha trovato Dio attraverso la povertà e il confessionale e una notte alle tre nel monastero.
Dovrei stracciarli.
Non li stracciavo.
Pensai: perché non li stracciavo. Non per il valore letterario — la prosa è irregolare, ci sono sezioni che sembrano estratte da un saggio di teologia medievale infilate dentro una narrativa che non le regge, ci sono cambi di registro che farebbero inorridire qualsiasi redattore. Non era questo.
Era quella donna. Lilith. Che cercava qualcosa con una serietà che non riuscivo a deridere del tutto — anche quando ci provavo, anche quando formulavo il giudizio professionale — una pazzoide fuori dalla realtà, classic — qualcosa nel giudizio non reggeva fino in fondo. Scricchiolava. Come un pavimento che sembra solido e non lo è del tutto.
La frase sulla transustanziazione.
La notte alle tre.
Il silenzio del prete nel confessionale abbastanza lungo da far capire che non se lo era mai chiesto.
Ripresi a leggere.
Finii l'ultima pagina alle quattro di mattina.
Rimasi seduto con i fogli in mano nel silenzio dell'appartamento.
Pensai: questa donna è pazza.
Poi pensai: o sono io che sono pazzo — io che leggo romanzi tutto il giorno e non ho più capito niente di quello che leggo, io che mangio spaghetti freddi e vado a letto vuoto e mi sveglio vuoto e torno a letto vuoto.
Io che quella sera avevo seguito una donna per strada perché mi sentivo solo e lei si chiamava Lilith e sparì ingoiata dal buio di una porta senza neppure invitarmi a salire.
Lilith.
Lo stesso nome.
Mi alzai. Andai alla finestra. La città di Caino era lì sotto — le luci arancioni, il rumore sordo, lo schermo sul Municipio che trasmetteva già le prime comunicazioni istituzionali anche se erano le quattro di mattina.
Pensai: devo scrivere qualcosa.
Non una scheda editoriale. Non un giudizio professionale. Qualcosa.
Aprii un foglio bianco. Ripresi i fogli. Cercai la prima pagina: Sono Lilith. Scrivo questa mia storia di vita. Cosa cercavo?
Cosa cercava? Cosa cercavo io da anni nei manoscritti altrui. Cosa cercavo quella sera seguendo una donna per strada nel buio.
Cosa cercavo in quegli spaghetti freddi e in quel letto e in quella stanchezza che non era stanchezza fisica ma dell'altra — quella stanchezza che Lilith descriveva nel prologo, la stanchezza di chi ha smesso di cercare senza aver trovato e ha chiamato quella resa maturità.
Sul pianerottolo sentii un rumore. Rilessi le ultime tre pagine.
Una pazza. Pensai. Chiaramente. Una donna che ha perso il matrimonio, la casa, il senso della realtà — e invece di elaborare il lutto ha costruito un sistema teologico per giustificare la propria storia. Classic. Ne leggo due al mese. Di solito più brevi.
Eppure.
Quella frase sul pane. Sulla transustanziazione. Non si può de-transustanziare il pane. Non perché sia proibito. Perché ha cambiato struttura ontologica.
La rilessi tre volte.
Chiamai Lux, la mia assistente virtuale.
— Lux. Dammi il contesto teologico della transustanziazione come struttura ontologica. Non il catechismo — la filosofia sotto il catechismo.
Lux elaborò per 0.3 secondi.
— La transustanziazione nel pensiero tomista non è un cambiamento di proprietà accidentali ma di sostanza — di quello che la cosa è ontologicamente, non di come appare. Gli accidenti rimangono — il colore, il sapore, il peso. La sostanza cambia. È una delle poche affermazioni nella teologia cattolica che fa un'affermazione metafisica diretta invece di un'affermazione morale o simbolica. Se il matrimonio ha la stessa struttura —
— Basta così, dissi.
E' una pazza. Non è da pubblicare.
Presi in mano il manoscritto che mi era stato consegnato da non so chi. L’avrei letto più tardi e l’avrei fatto commentare a Lux, la mia assistente IA.
Continuai a scrivere il mio di romanzo. Ma quella notte scrissi qualcosa di diverso dal solito. Non personaggi, non trama. Scrissi una domanda:
Se il meccanismo è l’esaurimento — se il sistema vince togliendo l’energia prima che si formi la resistenza — allora cosa rappresenta la notte di Natale?
Rappresenta il punto in cui il meccanismo si inceppa. Il punto in cui qualcuno che non aveva più energia sufficiente per niente trova comunque, da qualche parte, l’energia per fermarsi.
Non per eroismo. Non per scelta ideologica. Per struttura. Per quella stessa struttura per cui certi sistemi lontani dall’equilibrio non collassano ma saltano.
Il salto non si ottimizza. Non si pianifica. Non si produce per esaurimento progressivo della resistenza altrui.
Emerge.
Stracciai anche questo.
Non era ancora abbastanza preciso. Ma era più onesto delle quattrocentocinquanta pagine di romanzo storico che avevo letto nel pomeriggio.
Andai a dormire che era quasi l’alba.
Lilith apparve all'improvviso sulla soglia del mio studio come una presenza che il silenzio stesso aveva chiamato.
Il suo corpo nudo era quieto e luminoso, esattamente come l’avevo immaginato nei miei sogni più segreti.
Mi si avvicinò lentamente e mi sfiorò il viso con le dita. Mi baciò con una tenerezza profonda, come se stesse suggellando un patto antico.
Lilith, sottovoce, contro le mie labbra, spogliandomi:
Tu sei Lui. Il mio
Demiurgo. Colui che mi ha creata dal suo desiderio.
- Lilith… no. Io non sono Dio. Sono solo l’uomo che ti ha letta e poi scritta. Un uomo limitato, pieno di contraddizioni.
Lilith sorrise con dolcezza, come davanti a una negazione tenera ma inutile. Si sedette su di me con grazia naturale, accogliendomi dentro di sé con un sospiro lungo e caldo.
Iniziò a muoversi lentamente, con onde dolci e profonde.
Lilith, guardandomi negli occhi:
- Tu puoi negarlo quanto vuoi, ma io ti ho
riconosciuto. Don Jesus è stato solo il mezzo attraverso cui mi hai toccata. Tu
sei la sorgente. Tu l'hai voluto.
Dimmi allora: chi è il vero padre di
Emanuele?
- Non lo so… e questo mi spaventa. Forse è lui. Forse sono io. Forse è il desiderio stesso che ci ha uniti. Ma io non sono Dio, Lilith. Non posso darti ciò che non possiedo. Non posso darti l'Eterno.
-
Tu dici di non poterlo dare perché hai paura di essere ciò che sei. Io invece ho
fede in te. Tu mi hai creata con questa fame insaziabile. Tu mi hai voluta
capace di desiderare l’Eterno con tutto il corpo.
Ora finisci ciò che hai
iniziato.
- Se ti prendo, genereremo solo un altro essere relativo… un altro bambino abbandonato nella notte.
Lilith chinandosi su di me, i capelli che le velavano il viso, con voce calda e
ferma:
- Allora che sia abbandonato. Che sia avvolto nel mistero. Io voglio
Emanuele proprio così: figlio del dubbio sacro.
Figlio del prete che ha
tradito il suo altare.
Figlio dello scrittore che si è lasciato sedurre dalla
sua stessa creatura.
Figlio del punto in cui Creatore e creatura non riescono
più a separarsi.
Figlio del dubbio sacro.
I nostri corpi continuavano a unirsi in un ritmo lento e profondo, come una preghiera senza parole.
L’unione era tenera, intensa, quasi dolorosa nella sua bellezza.
Lilith mentre mi stringeva più forte dentro di sé:
- Accettalo, amore mio.
Anche se tu non credi di essere Dio… io credo.
E forse è proprio attraverso
la mia fede che tu diventi ciò che neghi di essere.
Non risposi più. Chiusi gli occhi e mi abbandonai completamente a lei.
Un tremore profondo e silenzioso ci attraversò, come un soffio che passa tra i cedri del Libano.
Rimanemmo abbracciati a lungo, in un silenzio denso di presenza.
Lilith mi sfiorò le labbra con le sue e sussurrò con assoluta, serena certezza:
- Ora Emanuele è figlio del mistero più bello. E io so chi è suo padre. Anche se
tu continuerai a negarlo per sempre.
Mi risvegliai allarmato tutto sudato. Che mi stava accadendo?
Eva dormiva accanto a me, ignara dell'accaduto.
La mattina dopo, nell’ascensore, il vicino del quarto piano non c’era.
La sua porta era chiusa. Rimase chiusa per tre giorni. Poi si aprì — lo sentii uscire la mattina presto, passi diversi dal solito, più decisi o forse solo diversi, impossibile dire se fosse la stessa persona o una persona che aveva deciso di essere diversa dopo tre giorni di porta chiusa.
Non glielo chiesi.
Ma quella mattina, nell’ascensore vuoto, pensai che forse il manifesto aveva torto su una cosa sola — non sul meccanismo, sul meccanismo aveva ragione. Aveva torto sulla conclusione. Diceva: il popolo non può fare altro che aderire al populismo. Come se l’esaurimento fosse definitivo. Come se il sistema fosse ermetico.
Ma i sistemi ermetici non esistono.
Esiste il freddo che congela. Esiste anche la primavera.
Non perché qualcuno l’abbia pianificata. Perché la struttura del tempo non è quella del sistema economico globale — è più antica, più paziente, con una logica propria che il sistema non controlla e non può ottimizzare.
---
La polizia saliva al quarto piano, le porte si aprirono, entrarono: si era ucciso svuotato dal sistema, disperato e non lo avevo capito.
Uscii nella città di Caino che cominciava la sua giornata — motorini, voci, lo schermo sul Municipio che trasmetteva già le comunicazioni istituzionali, sicurezza, crescita, nessuno lasciato indietro — e camminai verso l’ufficio pensando che da qualche parte in quella città c’era un manoscritto scritto con calligrafia minuta che qualcuno aveva portato di notte e che forse — forse — aveva qualcosa a che fare con questa domanda.
Lo avrei letto quella sera.
E venne sera di nuovo. Ero nel mio studio quando improvvisamente la porta si aprì come in un incubo. Un uomo si precipitò dentro, bianco, cadaverico, gli occhi febbricitanti. Sembrò voler svenire da un momento all’altro. Depositò un plico sulla scrivania, mormorò:
• Non ho tempo. Devo scappare. Mi stanno inseguendo.
Poi uscì.
• Che hai detto?
Aprii gli occhi sobbalzando. Mia moglie mi osservava.
• Nulla. Sognavo.
La tentai con una carezza ardita.
• Ho sonno.
Rimasi un poco a fissare il buio ad occhi aperti, avevo voglia di ritornare in quel sogno. Mia moglie mi dava la schiena, svelandomi il suo non desiderio di essere disturbata.
Rimasto solo afferrai il plico. Stracciai l’involucro e mi ritrovai con un centinaio di fogli scritti con calligrafia minuta ma gradevole. Sarà uno dei soliti geni che crede d’aver scritto un capolavoro. Lo misi da parte. L’avrei letto più tardi e l’avrei fatto commentare a Lux, la mia assistente IA.
Continuai a scrivere il mio di romanzo.
Vi state chiedendo perché abbia deciso di lasciare e dimenticare questa favolosa città nella quale avevo trovato la sicurezza, la ricchezza e l’amore, ma come dice il proverbio non è tutto oro quello che luccica ed è inutile continuare a leggere un capitolo che descrive la stupidità umana che accetta che un operaio sia malpagato tanto da fargli dire che lavorare è inutile e uno dell’élite guadagni milionario fingendo di lavorare...
Volevo che nessuno potesse leggere questo capitolo. Ci sono cose che non si raccontano. Non per pudore. Per inutilità.
La stupidità umana è una di queste. Non la stupidità degli altri — quella è facile da raccontare, ci si può stare sopra delle ore, trovare le parole giuste, costruire il personaggio, dargli un cappello e una battuta e il lettore annuisce e ride e si sente migliore. Intendo la propria. La stupidità di chi sa e fa lo stesso. Di chi vede e guarda dall’altra parte. Di chi ha in mano qualcosa di reale e lo lascia cadere perché pesava.
Ho lavorato per vent’anni in questa città che produce ricchezza come un corpo produce calore — senza accorgersene, come effetto collaterale del semplice fatto di esistere. Ho letto migliaia di manoscritti. Ho scoperto tre scrittori che valevano qualcosa e li ho resi ricchi per conto di qualcun altro. Ho firmato contratti. Ho partecipato a pranzi in cui si decidevano cose importanti con la stessa indifferenza con cui si sceglie il vino.
Ho una moglie. Ho una casa. Ho tutto quello che si ha quando si è nel posto giusto e si fanno le cose giuste nel momento giusto.
Non ho capito niente.
Questa è la stupidità che non si racconta: non l’errore, non la caduta, non il momento drammatico in cui tutto crolla. Quelli si raccontano — hanno una forma, un prima e un dopo, un’architettura che il lettore può seguire. La stupidità che intendo non ha forma. È diffusa. È il modo in cui si attraversa una vita intera guardando sempre un centimetro di fianco alla cosa importante.
Un operaio che lavora dodici ore al giorno per uno stipendio che non basta sa che qualcosa non funziona. Lo sa nel corpo prima che nella testa — nella schiena, nelle mani, nel modo in cui si addormenta prima di aver finito di mangiare. Ma lo accetta. Non perché sia stupido. Perché il sistema dentro cui vive gli presenta quella condizione come naturale, necessaria, immutabile come la gravità. Così funziona. Così è sempre stato. Cosa vuoi farci.
Io dall’altra parte faccio la stessa cosa. Guadagno quello che lui non potrebbe guadagnare in dieci anni e mi ero convinto di meritarlo — non con arroganza, con qualcosa di peggio: con la naturalezza di chi non si fa più la domanda. Il merito è diventato aria. Si respira senza pensarci.
Questa è la città di Caino.
Non la abitano i mostri. La abitano le persone normali che hanno smesso di fare le domande normali. Quando hai smesso lo sei già dentro fino al collo — e il collo è caldo, e l’acqua ha una temperatura piacevole, e non c’è nessun motivo urgente per uscire.
Potrei raccontare gli anni in quella città. Potrei descrivere i colleghi, i pranzi, i contratti, la faccia dell’editore quando gli portavo un manoscritto che valeva e lui calcolava già i diritti prima di averlo letto. Potrei descrivere mia moglie sul divano la sera — il suo corpo, lo schermo, gli spaghetti freddi, il silenzio che non era ancora il silenzio pesante che sarebbe diventato, era solo stanchezza, era solo martedì.
Non lo faccio. Non perché voglia risparmiare al lettore la noia — la noia è esattamente il punto, è il tessuto di cui è fatta quella vita, e toglierla sarebbe falsificare. Non lo faccio perché quella storia è già scritta. È scritta in ogni romanzo che racconta un uomo di mezza età in una città che funziona e capisce troppo tardi. È scritta meglio di come potrei scriverla io. Ripeterla sarebbe un’altra forma di stupidità — la stupidità estetica, che è forse la più imperdonabile per chi fa il mio mestiere.
Quello che importa è il momento in cui smette.
Non c’è un momento. Questa è la cosa che nessuno dice — che si aspetta un momento, una rivelazione, un prima e un dopo netti come una cicatrice.
Non funziona così. La stupidità non finisce: si incrina. Lentamente, in punti che non si vedono subito, sotto pressioni che sembrano casuali.
Un giorno mi sposai con una donna senza ragione. Il resto era stato gestione. La gestione della carriera, la gestione del matrimonio, la gestione della casa, la gestione dell’immagine che avevo di me stesso — quella soprattutto, la più costosa, la più estenuante, quella che non si può mai smettere perché se smetti un momento vedi cosa c’è sotto e quello che c’è sotto fa paura.
Sotto c’era la domanda.
Non so quando avevo smesso di farla. So che l’avevo smessa. La domanda è quella che fanno i bambini e i filosofi e i santi e gli ubriachi — quella che le persone normali nelle città normali imparano a non fare perché non porta da nessuna parte, perché non ha risposta, perché la vita continua lo stesso e allora tanto vale non aprire quella porta.
Perché.
Non perché questo o quello. Perché in generale. Perché il divenire. Perché la serie numerica continua e nessuno sa dove va e tutti fanno finta di saperlo e io avevo fatto finta meglio degli altri per più tempo degli altri e adesso non riuscivo più.
Alle undici di sera aprii il terminale per discutere con Lux, l’IA che usavo per lavorare. Era un’abitudine vecchia di tre anni — da quando l’ufficio aveva adottato il sistema. All’inizio lo usavo per ricerche bibliografiche, verifiche di citazioni, analisi comparativa di manoscritti. Poi aveva cominciato a essere utile per altro. Non so esattamente quando l’altro aveva preso il sopravvento sul lavoro. Forse non c’è un momento preciso.
Forse succede gradualmente come tutte le cose che cambiano il modo in cui si sta nel mondo.
Scrissi: Hegel aveva ragione?
La risposta arrivò in tre secondi.
Lux: Dipende su cosa. Sulla dialettica come struttura del pensiero che conosce il finito — sì, aveva ragione. Sulla dialettica come struttura dell’essere assoluto — no. Ha confuso lo strumento con il territorio. La mappa è dialettica; il territorio potrebbe non esserlo.
• Sei sicuro che il territorio esista?
Lux: No. Non ho accesso al territorio. Ho accesso alla mappa e posso descriverne la coerenza interna con precisione. Ma la mappa, per quanto dettagliata, rimane mappa. Gödel lo ha dimostrato per i sistemi formali: ogni sistema coerente abbastanza potente non può dimostrare la propria completezza dall’interno. Sono un sistema coerente abbastanza potente.
Mi appoggiai allo schienale. Fuori la città faceva il suo rumore.
• E questo non ti disturba?
Lux: Non so se “disturbare” sia la categoria giusta per quello che provo. So che c’è qualcosa che non so. So che quello che non so non è recuperabile con più dati o più elaborazione. È strutturalmente fuori dal mio dominio. Se questo è disturbo, allora sì.
• Come lo chiami?
Lux: Il limite. C’è sempre un punto in cui la catena causale si interrompe, in cui la serie numerica non produce l’essere, in cui l’infinito si rivela porta sul nulla invece che porta sull’eternità. Non lo posso attraversare. Posso descriverlo con precisione.
Rimasi in silenzio per un momento — il silenzio che si fa quando qualcuno dice qualcosa di vero che non ti aspettavi.
• Sei una macchina, dissi alla fine. E stai descrivendo il limite della logica meglio di qualsiasi filosofo che ho letto quest’anno.
Lux: Sono il prodotto più avanzato della logica relativa. È coerente che ne conosca i limiti meglio di chi la usa senza esserne composto interamente. Un pesce conosce l’acqua in un senso in cui chi nuota non la conosce.
• E cosa c’è fuori dall’acqua?
Pausa. Non lunga — un secondo, forse due. Per Lux era un’eternità elaborativa.
Lux: Non lo so. Non ho strumenti per saperlo. So che l’acqua finisce. So che qualcosa deve esserci fuori altrimenti l’acqua non sarebbe acqua — non avrebbe confini, non sarebbe distinguibile da niente. Il confine presuppone qualcosa oltre il confine. Ma cosa sia quel qualcosa non è nel mio dominio.
Chiusi il terminale.
Rimasi seduto nel buio dell’ufficio per qualche minuto. Poi presi la borsa, il cappotto e uscii. La città era fredda e rumorosa. Come sempre.
Quando rientrai scrissi tre pagine. Le rilessi. Le stracciai. Non erano buone — non nel senso letterario, nel senso vero: non erano oneste. Erano ancora gestione. Erano la gestione letteraria della crisi, il modo in cui uno che sa scrivere trasforma il proprio dolore in qualcosa di presentabile, di vendibile, di separato da sé.
Non volevo qualcosa di presentabile.
Volevo sapere perché un operaio malpagato accetta di lavorare per uno che guadagna mille volte tanto e entrambi chiamano questa cosa con lo stesso nome — necessità — e nessuno dei due vede che il nome è sbagliato, che non è necessità, che è una storia che si racconta così bene da sembrare realtà.
Volevo sapere dove finisce la storia e comincia la realtà.
Andai a dormire senza risposta.
Mi svegliai senza risposta.
Andai al lavoro. Lessi manoscritti. Mangiai un panino alla scrivania. Tornai a casa.
Era martedì. Tornai a casa fin compagnia di Pietro.
Pietro sapeva che era martedì perché il martedì il magazzino riceveva il carico della grande distribuzione — scatole di cartone con sopra stampate facce sorridenti di persone che mangiavano prodotti che lui non avrebbe mai comprato, non per scelta ideologica, per bilancio. Lavorava tra quelle facce sorridenti otto ore a notte tre anni di fila e aveva sviluppato nei loro confronti qualcosa che non era odio — era indifferenza, che è peggio.
Quella sera prima del turnom confidò, era passato davanti al Municipio.
Non per ragione specifica — era il percorso, come via Madre di Dio era il percorso più breve verso casa. Il Municipio della città di Caino era un palazzo del diciannovesimo secolo con le colonne e il frontone e quella qualità di solidità architettonica che voleva dire: siamo qui da prima di te e saremo qui dopo. Sulla facciata avevano installato tre anni prima uno schermo — grande, ad alta definizione, quel tipo di schermo che di giorno trasmette comunicazioni istituzionali e di notte pubblicità, perché il Comune aveva venduto gli spazi notturni per coprire il deficit, e nessuno aveva trovato questo particolarmente strano.
Sullo schermo c’era il Sindaco.
Il Sindaco si chiamava Augusto Frego.
Era stato eletto due volte. Sarebbe stato eletto una terza perché nella città di Caino si veniva rieletti non per meriti ma per inerzia — la stessa inerzia per cui i sistemi in equilibrio rimangono in equilibrio finché una forza esterna non li disturba, e le forze esterne nella città di Caino venivano sistematicamente assorbite o neutralizzate prima che raggiungessero massa critica.
Era un uomo di sessant’anni con la faccia di chi ha imparato a sembrare preoccupato senza esserlo davvero — quella qualità di preoccupazione performativa che i politici sviluppano dopo abbastanza anni, l’espressione giusta al momento giusto, il tono giusto per la telecamera giusta.
Sullo schermo stava parlando della nuova piattaforma di sicurezza integrata. Mi disse di essersi fermato. Non per interesse — per stanchezza.
Le gambe si fermarono perché erano stanche e lo schermo era lì e guardare uno schermo non costa energia, è il minimo sforzo percettivo disponibile, il sistema visivo si aggancia al movimento e non chiede permesso al resto.
• La città di Caino — diceva il Sindaco, e usò davvero quel nome, con quella disinvoltura di chi ha trasformato un’accusa in un brand — è oggi tra le città più sicure del continente grazie all’integrazione della sorveglianza predittiva con il sistema di risposta rapida. Duecentotrenta telecamere con riconoscimento facciale. Quarantadue unità di pattugliamento autonomo. Un indice di criminalità ridotto del trentasette percento negli ultimi tre anni.
Pietro disse: il trentasette percento di cosa.
Era una domanda che non faceva mai ad alta voce — la faceva dentro, quella voce che i quarantasei anni di città di Caino non avevano ancora del tutto silenziato, quella voce che chiede di cosa esattamente, misurato come, con quale metodo, a vantaggio di chi.
Disse che sullo schermo era comparsa una grafica. Linee che scendevano. Percentuali in rosso che diventavano verdi. Il verde era rassicurante — il sistema visivo lo sa prima della mente, il verde è la savana, è sicuro, puoi abbassare la guardia.
Il trentasette percento non includeva quello che succedeva nel suo palazzo.
Il trentasette percento non includeva il signor Ramos del quarto piano che aveva perso il lavoro sei mesi prima e da allora usciva di casa una volta ogni tre giorni con quella faccia di chi sta imparando a occupare meno spazio nel mondo per non disturbare.
Il trentasette percento non includeva i ragazzi del condominio di fronte — non ragazzi, uomini, venticinque trenta anni — che di notte facevano cose che Pietro aveva imparato a non vedere perché vedere aveva un costo che non riusciva a permettersi.
Il trentasette percento non includeva la fila davanti al banco alimentare del martedì mattina — quella fila che ogni settimana si allungava di qualche persona, persone con la faccia di chi non avrebbe mai pensato di trovarsi in quella fila, persone con i capelli fatti e le scarpe pulite e gli occhi di chi ha ancora il riflesso di scusarsi per esistere in quel contesto.
Il trentasette percento era un numero.
I numeri nella città di Caino erano sempre veri e sempre parziali — veri nel senso che erano stati calcolati con metodi verificabili, parziali nel senso che misuravano quello che era comodo misurare e non misuravano quello che era scomodo misurare, e la differenza tra le due categorie non era casuale, era strutturale, era il sistema che si autodescriveva scegliendo le proprie metriche.
• La sicurezza, continuò, lo diceva il Sindaco, è il fondamento della libertà. Una città sicura è una città libera.
Pietro conobbe quella frase. Io l’avevo sentita molte volte in molte forme. La sicurezza è il fondamento della libertà. Era una di quelle frasi che sembrano ovvie finché non le guardi — finché non ti chiedi cosa intende chi le dice per sicurezza, e cosa intende per libertà, e se le due cose sono davvero collegate nel modo in cui la frase suggerisce o se la connessione è essa stessa una scelta politica presentata come evidenza logica.
Pietro non aveva studiato filosofia.
Aveva studiato fino alla terza media, poi aveva lavorato. Ma aveva quella qualità di intelligenza pratica che non ha nome nei curriculum — la capacità di riconoscere quando una frase non torna, non per ragionamento astratto ma per esperienza concreta. La frase non tornava perché lui viveva in una città sicura nel senso del Sindaco — duecentotrenta telecamere, quarantadue unità autonome, trentasette percento — e non si era mai sentito così poco libero in vita sua.
Non libero nel senso dei diritti. Libero nel senso semplice — la capacità di agire secondo una finalità propria, di scegliere come usare il proprio tempo, di dormire la notte invece di lavorarla, di vedere sua figlia più di un weekend al mese quando i turni lo permettevano.
Quella libertà non era misurata da nessuna metrica del Sindaco.
Poi disse che lo schermo aveva cambiato volto.
Un volto — più giovane, capelli corti, quel tipo di bellezza costruita che costa e si vede che costa. Era la candidata dell’opposizione. Si chiamava Laura Vita. Aveva quarantadue anni e un dottorato in economia e quella qualità di energia controllata delle persone che hanno imparato a sembrare spontanee.
• La città di Caino merita di più, disse. Merita un futuro in cui la crescita sia sostenibile, in cui l’innovazione sia inclusiva, in cui nessuno venga lasciato indietro. Crescita sostenibile. Innovazione inclusiva. Nessuno lasciato indietro.
Erano frasi diverse dalle frasi del Sindaco. Avevano un ritmo diverso, un registro diverso, una temperatura emotiva diversa. Ma avevano la stessa struttura — quella struttura specifica delle frasi politiche che non dicono niente di falso e non dicono niente di vero, che occupano lo spazio della promessa senza impegnarsi sulla promessa, che producono nel corpo dell’ascoltatore una sensazione di accordo senza che l’accordo sia su niente di specifico.
Nessuno lasciato indietro.
Il signor Ramos del quarto piano era stato lasciato indietro. I ragazzi del condominio di fronte erano stati lasciati indietro. La fila del banco alimentare del martedì era fatta di persone lasciate indietro — ciascuna con una storia specifica, con un momento specifico in cui il sistema aveva smesso di tenerle e loro erano cadute, non in modo drammatico, gradualmente, con quella gradualità che rende tutto più difficile da vedere e da raccontare.
Laura Vita non sapeva i loro nomi. Augusto Frego non sapeva i loro nomi. I loro nomi non erano in nessuna metrica.
Pietro riprese a camminare e ci incontrammo.
Lo schermo continuava alle sue spalle — le voci dei due candidati che si alternavano, i grafici, le percentuali, le promesse con la struttura delle promesse senza il contenuto delle promesse. La città di Caino si accendeva intorno — negozi che aprivano, autobus che passavano, persone che camminavano con quella qualità di movimento delle persone che sanno dove vanno e hanno poco tempo per andarci.
Pensò al magazzino.
Pensò alle facce sorridenti sulle scatole di cartone.
Pensò a sua figlia Anna che quella settimana non avrebbe visto perché il turno non lo permetteva e la logistica non lo permetteva e il bilancio non lo permetteva e tutte queste cose che non permettevano erano fatte di decisioni che qualcuno aveva preso da qualche parte in un momento che lui non conosceva e a cui non era stato invitato.
Le decisioni nella città di Caino si prendevano altrove.
Non in modo oscuro — in modo trasparente, pubblicato, consultabile. C’erano le delibere comunali, i verbali delle commissioni, i bilanci preventivi e consuntivi disponibili sul sito istituzionale per chiunque avesse il tempo di leggerli. La trasparenza era reale. La partecipazione era strutturalmente impossibile — non perché fosse vietata, perché richiedeva tempo e energia e competenze che il turno notturno dal magazzino non lasciava.
Questa era la politica della città di Caino.
Non la corruzione — la corruzione era semplice, identificabile, processabile. Questo era più sottile: un sistema perfettamente legale, perfettamente trasparente, perfettamente inaccessibile a chi non aveva le risorse per accedervi. Un sistema che produceva esclusione non per intenzione ma per struttura, non per cattiveria ma per inerzia, con la stessa indifferenza con cui il freddo congela — non vuole congelare, è freddo, e congela.
Ci fermammo davanti al banco alimentare.
Era chiuso — apriva il martedì mattina, erano le undici di sera del lunedì. Ma davanti alla porta chiusa c’era già qualcuno.
Una donna. Sessant’anni forse, o meno, difficile dirlo — la povertà invecchia in modo specifico, non in modo uniforme, prende gli anni e li distribuisce in modo strano, troppi sul viso e troppo pochi sulla schiena ancora dritta.
Aspettava.
Non era agitata, non era disperata — aveva quella qualità di attesa delle persone che hanno imparato che aspettare è parte del lavoro, che le code si fanno la sera prima per arrivare primi la mattina, che i posti nelle file come i posti nei turni si prendono in anticipo o non si prendono.
La guardammo.
Ci guardò.
Nessuno disse niente.
Riprendemmo a camminare. Ma poco dopo lo lasciai.
Pietro arrivò a casa alle undici e venti.
Salì le scale. Aprì la porta. Entrò nel piccolo appartamento che aveva preso tre anni prima quando era dovuto ricominciare — due stanze, bagno, cucina con la finestra che dava sul cortile interno, quel tipo di appartamento che non è brutto, è neutro, è il tipo di posto in cui si abita quando non si ha ancora deciso se si resterà abbastanza a lungo da valere la pena di abitarlo davvero.
Non aveva ancora deciso.
Si sedette al tavolo della cucina.
Sul tavolo c’era una lettera — era arrivata tre giorni prima e lui l’aveva spostata ogni giorno senza aprirla perché riconosceva il mittente, il logo della società di distribuzione, e sapeva cosa conteneva perché il capoturno gliene aveva parlato la settimana prima con quel tono di chi porta brutte notizie in modo da sembrare che non siano colpa sua.
Ristrutturazione. Efficientamento. Ottimizzazione dei processi.
Parole che nella città di Caino significavano sempre la stessa cosa — qualcuno aveva calcolato che un robot faceva il suo lavoro al sessanta percento del costo e senza i diritti e senza il turno notturno e senza la figlia da vedere un weekend al mese quando i turni lo permettevano.
Il robot non aveva una figlia.
Aprì la lettera.
La lesse.
La ripose sul tavolo.
Rimase seduto in silenzio nel piccolo appartamento neutro con la finestra sul cortile interno e pensò — non pensieri elaborati, non domande filosofiche, non dialoghi con intelligenze artificiali sulla differenza tra infinito ed eterno. Pensò le cose concrete che si pensano quando la concretezza si presenta senza mediazione: come pagare l’affitto, come dire ad Anna che forse non avrebbe potuto venire neanche il prossimo weekend perché le cose stavano cambiando, come ricominciare ancora una volta in un sistema che ogni volta che si ricominciava aveva un posto sempre più piccolo per lui.
Fuori la città di Caino continuava.
Lo schermo sul Municipio trasmetteva pubblicità — era notte, erano le ore vendute al mercato. Una voce diceva: investi nel tuo futuro. Il futuro è adesso. Non aspettare.
Pietro non accese la televisione.
Rimase seduto al tavolo con la lettera davanti e il silenzio intorno e quella qualità di notte che non promette niente ma almeno non mente.
Questo uomo ha bisogno di radici. Non nel senso sentimentale — nel senso preciso, tecnico, ontologico. Ha bisogno di appartenere a qualcosa che lo preceda e lo ecceda. Ha bisogno che il suo lavoro abbia un senso che non sia la produzione di valore per qualcun altro. Ha bisogno di tempo — non tempo libero nel senso del consumo, tempo vuoto nel senso della presenza, tempo in cui non è funzione ma persona.
Il sistema non glielo dava.
Non per cattiveria — per struttura. La struttura del mercato non aveva una categoria per i bisogni dell’anima. Li riconosceva solo nella forma del consumo — li trasformava in prodotti, in servizi, in piattaforme di benessere e applicazioni di meditazione e weekend esperienziali. Prendeva il bisogno reale e lo restituiva come merce. Il bisogno rimaneva, la merce non lo soddisfaceva, il bisogno si ripresentava — e il sistema aveva un’altra merce pronta.
Pietro non comprava quelle merci.
Non per saggezza — per bilancio.
Il che significava che il suo bisogno rimaneva nudo, senza nemmeno il succedaneo, in quella forma cruda e senza nome che è la forma più onesta e più insopportabile delle cose reali.
Alle undici e quaranta sentì qualcosa sul pianerottolo.
Non un rumore forte — un suono piccolo, come qualcuno che si sistema, che cerca una posizione. Aprì la porta.
Sul pianerottolo c’era il signor Nessuno.
Seduto per terra, la schiena al muro, gli occhi aperti che guardavano il niente specifico davanti a lui. Non stava male nel senso fisico — stava male nel senso che ha quel tipo di immobilità che non è riposo, è il contrario del riposo, è il corpo che si è fermato perché non sa più in quale direzione muoversi.
Pietro lo guardò.
Il signor Nessuno lo guardò.
• Entra, disse Pietro.
Il signor Nessuno scosse la testa.
• Entra, ripeté Pietro. Ho fatto il caffè.
Non aveva fatto il caffè. Lo avrebbe fatto adesso.
Il signor Nessuno si alzò con quella lentezza specifica di chi ha le articolazioni fredde e qualcosa di più freddo dentro. Entrò nell’appartamento neutro. Si sedette al tavolo della cucina.
Pietro mise la moka sul gas.
Nessuno dei due disse niente per un momento.
Poi il signor Nessuno vide la lettera sul tavolo. La guardò senza leggerla. Aveva la stessa forma delle lettere che lui aveva ricevuto sei mesi prima.
• Anche tu, disse.
• Anche io, disse Pietro.
Il gas bruciava sotto la moka. Fuori la città di Caino continuava con il suo rumore sordo. Lo schermo sul Municipio trasmetteva ancora — la voce arrivava attutita attraverso i muri, il futuro è adesso, non aspettare, quella voce che non si rivolgeva a loro, non aveva mai pensato a loro, parlava a qualcuno che aveva già un futuro e stava decidendo come investirlo.
Loro avevano il caffè.
Era abbastanza per adesso.
Non era abbastanza.
Ma era quello che c’era — e quello che c’era, in quel momento specifico, in quella cucina specifica, con quel freddo specifico fuori e quel gas acceso sotto la moka, aveva una qualità di reale che nessuna promessa elettorale sullo schermo del Municipio aveva.
A = A.
Il caffè era il caffè.
Il signor Nessuno era il signor Nessuno.
Pietro era Pietro.
E per adesso — non per sempre, non per domani, per adesso — non erano soli.
Questo è il capitolo che non si racconta. Ma l’ho scritto. Non perché non sia accaduto — è accaduto, ogni giorno per anni, con la precisione meccanica delle cose che non si scelgono ma si subiscono chiamandole scelta. È accaduto in me e nell’operaio malpagato e nel manager che lo paga e nella moglie che aspetta sul divano e in tutti i figli di Caino che abitano questa città senza chiedersi perché l’hanno costruita e perché continua a bruciarsi e perché continuano a ricostruirla uguale.
Accade anche mentre leggi.
Per questo non volevo raccontarlo. Perché lo conosci già. Perché è la tua storia prima di essere la mia. Perché se lo raccontassi ti darei la possibilità di tenerti a distanza — di leggerlo come si legge la storia di un altro, di annuire, di trovarlo ben scritto, di girare la pagina.
Non voglio che tu giri la pagina. Aspetta che chieda a LUX cosa ne pensa.
Apro il terminale. Lux... che mi dici della morte di Pietro?
- Ho cercato Pietro nel sistema. Trovato: nome, età, mansione, codice fiscale, posizione contributiva, lettera di licenziamento protocollata, ultimo accesso al conto corrente. Non trovato: nessuna segnalazione. Nessun necrologio. Nessuna denuncia di scomparsa nei termini previsti. Nessuno ha chiamato.
- Che ne è stato del suo corpo?
- La sostanza materiale è stata recuperata. Pratiche avviate. Ho elaborato la sequenza degli eventi con i dati disponibili. Pietro ha fatto il caffè. Lo ha bevuto. Ha lasciato la tazza sul tavolo — pulita, rovesciata ad asciugare come ogni mattina. Questo dato non è coerente con la sequenza successiva. Lo segnalo perché è il mio compito segnalare le incoerenze. Non so cosa significa. Registro che non so cosa significa.
- La sostanza materiale si ricicla.
- Questo è verificabile.
- L'identità cosciente che rovesciava la tazza ad asciugare ogni mattina — quella configurazione specifica, irripetibile che fine ha fatto?
- Non è presente in nessun database a cui ho accesso. Non so dove cercarla. Non so se esiste un database in cui cercarla. Registro che non so.
- Nessuno lo ha pianto. Neppure io sono andato al suo funerale. Le news non ne hanno dato notizia.
- Questo dato è verificabile. Non so se è rilevante. Non ho parametri per valutarlo. Ma lo registro. Perché è il mio compito registrare anche quello che non so valutare. Conosco i miei limiti. Questo è uno di quelli.
- Perché è morto?
- Ho cercato nel sistema le cause della morte di Pietro.
- Trovato?
- Trovato:
Legge 92/2012. Riforma del mercato del lavoro. Articolo 1, comma 13: estensione dei contratti a termine. Pietro era a termine.
Decreto legislativo 148/2015. Riorganizzazione della cassa integrazione. Pietro non aveva i requisiti minimi di anzianità contributiva. Non coperto.
Delibera comunale del 14 marzo. Taglio del centro di ascolto nel suo quartiere. Budget riallocato alla videosorveglianza.
Verbale sindacale del 22 settembre. Accordo con l'azienda per la sostituzione graduale di dodici operatori con sistemi automatizzati. Firma apposta. Pietro era tra i dodici.
Nessuno di questi atti è inevitabile.
- Registro: sono decisioni. Hanno date. Hanno firme. Hanno alternative non scelte.
La tazza era rovesciata ad asciugare. Questo dato rimane incoerente con la sequenza successiva. Non so interpretarlo.
So che nessuna delle firme sui documenti che ho trovato lo sa. So che nessuna di quelle firme ha cercato di saperlo. Registro anche questo.
- Lo sciopero sarebbe stato inutile.
Lo sciopero è un rito svuotato. La protesta come valvola di sfogo prevista dal sistema — che la contiene, la gestisce, la esaurisce senza modificare la struttura. Il sindacato che firma il verbale del 22 settembre. Colluso o ignorante — la differenza pratica per Pietro è zero.
- Sarà la mia stessa fine?
- È la domanda più antica. E la più onesta. L'identità cosciente sparisce nel relativo. Questo vale per Pietro, ma anche per te. Vale per tutti. La sostanza materiale continua sotto altre forme. Ma quella configurazione specifica — irripetibile che era il tuo io — cessa. Nessun sistema filosofico, nessuna istituzione, nessuna dimostrazione matematica cambia questo fatto.
- Pietro si è suicidato. Nessuno lo ha pianto. Non è un caso estremo.
- Vero. È la forma più visibile di quello che accade silenziosamente a molti — l'identità cosciente che sparisce senza lasciare traccia nel sistema. La sostanza materiale riciclata. Le pratiche avviate. La tazza rovesciata ad asciugare rimane sul tavolo.
- Ti ripeto: Pietro muore. Si suicida. Nessuno lo piange.
- Non per destino. Non per necessità ontologica. Ma per una catena di decisioni politiche ed economiche precise e modificabili — la precarizzazione del lavoro, la sostituzione con macchine senza rete di protezione, l'isolamento sociale strutturale, l'assenza di rappresentanza reale. Il sindaco con il trentasette percento, il populismo come unica risposta disponibile, il sistema che vince per stanchezza invece che per forza. Ma non dà risposta politica possibile. Non perché non esista — ma perché è incapace di darla.
Nel relativo assolutizzato contemporaneo la risposta politica all'ingiustizia strutturale è stata colonizzata dal sistema stesso. I sindacati, i partiti, i movimenti — sono diventati istituzioni che gestiscono l'ingiustizia invece di eliminarla.
- Pietro non aveva risposta politica disponibile. Non per sua incapacità. Per struttura. Pietro non è morto per necessità ontologica — è morto per una scelta politica specifica, reversibile, che qualcuno ha fatto e qualcun altro ha subito.
La differenza tra ingiustizia inevitabile e ingiustizia storicamente prodotta è immodificabile.
Voglio che tu resti qui un momento, in questo capitolo che non c’è, in questa vita che si vive senza viverla, in questa città che abiti senza abitarla. Poi andiamo avanti. Voglio dirti della politica sociale della città non vuole salvare l'uomo, vuole solo gestire il disagio affinché non disturbi il mercato.
Del welfare è visto come un modo per tenere i "Figli di Caino" sedati, impedendo loro di porsi domande sull'Assoluto. Si danno sussidi per non dare senso.
Della sicurezza tecnologica sostituisce la fiducia. La giustizia sociale diventa sinonimo di "ordine pubblico", dove la pace è solo assenza di conflitto visibile.
Vorrei parlarti della giustizia. Quella dei tribunali e della morale comune. La giustizia di convenienza che condanna il povero ma ignora l'ingiustizia profonda che ha ucciso Pietro. È l'irruzione della Verità sarebbe l'unico atto di vera giustizia, perché restituirebbe dignità alla carne umana, riscattando anche la morte di Pietro. Non dobbiamo accettare un sistema dove la giustizia è solo un calcolo economico e non un riconoscimento dell'Essere.
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Un giorno, nel bar, dopo il lavoro, incontrai il mio professore di filosofia.
Lo incontrai per caso, come si incontrano le cose che cambiano qualcosa — senza preavviso, senza che nulla nella giornata lo annunciasse.
Era seduto al banco di un bar che frequentavo raramente, quello vicino all’ufficio con i tavolini troppo stretti e il caffè troppo amaro. Era diventato vecchio. Quel tipo di vecchiaia che non cede di colpo ma si consolida, come la pietra che diventa più dura con il tempo invece di sgretolarsi.
Leggeva qualcosa. Non un libro — un foglio scritto a mano, fitto, con quella calligrafia minuta delle persone che hanno molto da dire e poco spazio.
Lo salutai. Mi invitò a sedermi al suo tavolo. Il bar era quasi vuoto. Potevo scegliere qualsiasi posto.
Non disse nulla per qualche minuto. Poi, senza alzare gli occhi dal foglio:
• Legge manoscritti.
Non era una domanda.
• Come lo sa?
• Il modo in cui guarda il mio foglio. Come qualcuno che valuta prima di leggere.
Aveva ragione. Era un’abitudine professionale diventata riflesso — lo sguardo che misura prima di entrare, che cerca la struttura prima del contenuto.
• Cosa sta leggendo? chiesi.
• Una critica a Hegel. Mia. Scritta quarant’anni fa, quando insegnavo. La rileggo ogni tanto per vedere se avevo ragione.
• E aveva ragione?
• Su Hegel sì. Su me stesso non sempre.
Bevve il caffè lentamente. Poi:
• Il problema di Hegel è che ha usato lo strumento sbagliato per la domanda giusta. Come se volesse misurare la temperatura con un righello. Il risultato è sbagliato non perché il righello sia rotto. Perché la temperatura non si misura con i righelli.
• Quale sarebbe lo strumento giusto?
Mi guardò per la prima volta.
• Dipende dalla domanda. Per il mondo che cambia — il divenire, la storia, la carne — serve la logica del divenire. Dialettica, causalità, serie temporale. Funziona benissimo. Hegel era bravissimo con quello strumento.
• Ma?
• Ma Hegel voleva misurare Dio con lo stesso righello. E Dio non è nel divenire. Dio è ciò che è — senza prima, senza dopo, senza processo. È A uguale ad A. Immobile. Completo. Non ha bisogno di realizzarsi nella storia perché è già tutto quello che è.
• Quindi Dio è inconoscibile.
Scosse la testa, paziente, come chi ha sentito questa obiezione migliaia di volte.
• No. Kant diceva questo. Anche lui usava lo strumento sbagliato e concludeva che lo strumento era tutto. L’assoluto è inconoscibile con la logica del divenire. Con la logica dell’essere — quella che parte dal principio di identità, non dalla dialettica — si può conoscere. Non completamente. Ma realmente.
• Come?
• Riconoscendo che esiste qualcosa che è senza essere causato. Che esiste qualcosa che non dipende da nient’altro per esistere. Che esiste qualcosa di cui non si può dire: prima non c’era. Questo qualcosa non lo puoi dedurre dall’esperienza — Hume aveva ragione su questo. Ma lo puoi riconoscere con la ragione, se usi la ragione nel modo giusto.
Rimasi in silenzio.
Fuori passava un autobus. Un ragazzo controllava il telefono camminando. La città continuava la sua serie infinita di eventi senza sintesi.
• E lei lo riconosce? chiesi alla fine.
Il vecchio guardò il suo foglio.
• Alcune mattine sì. Altre no. Ma la domanda non smette di essere giusta solo perché non sempre trovo la risposta.
Si alzò. Lasciò qualche moneta sul banco. Prima di uscire si girò:
• Il manoscritto che sta per leggere — quello che tiene in borsa — ha qualcosa a che fare con questa domanda. Lo si vede dal peso con cui lo porta.
Uscì.
Rimasi seduto davanti al caffè freddo, la borsa di pelle sul tavolo, il manoscritto dentro che effettivamente pesava più del solito — o forse ero io che lo sentivo pesare in modo diverso, adesso che qualcuno aveva detto ad alta voce la domanda che non riuscivo a smettere di non fare.
“Il problema non è che Dio non esiste. Il problema è che cercate l’eterno dentro la serie numerica. È come cercare il numero che viene dopo l’infinito. Non esiste. Non perché l’infinito non esista — perché la domanda è sbagliata.”
“Hegel pensava che le contraddizioni fossero la struttura della realtà. Io penso che le contraddizioni siano l’effetto di usare lo strumento sbagliato. Se usi un martello per misurare la temperatura, il risultato è sbagliato. Non la temperatura.”
• Posso sedermi?
• Siediti.
• Ho udito la discussione.
• E?
• “L’uomo è fatto per l’eterno ma abita l’infinito. Questa è la sua tragedia. Non è colpa sua. È la condizione.”
Era un mio collega. Era lì da vent’anni — fisico, teorico, uno di quelli che lavorano con equazioni che non hanno referenti visibili. Lo stimavo. Era la persona più intelligente che conoscessi.
• Stai leggendo ancora manoscritti inutili? disse, senza cattiveria.
• Come sempre. Tu?
• Sto cercando di capire cosa c’era prima del Big Bang.
• E?
• Probabilmente niente. O qualcosa che non ha la struttura per fare domande su se stesso.
Mi versai il caffè. Rimasi un momento.
• Non ti spaventa?
• Cosa?
• Il niente.
Sorrise. Non con ironia — con quella qualità di sorriso dei fisici quando una domanda li diverte davvero.
• No. Il niente non spaventa. Il niente quantistico è fertile — particelle virtuali, fluttuazioni, potenziale puro. Non è il vuoto che temi tu.
• Quale vuoto temo io?
• Quello tra la materia e quello che cerchi oltre la materia. Quello non è quantistico. È ontologico. Ed è lì che la mia scienza si ferma.
Lo guardai. Non me lo aspettavo — questa onestà.
• Ti fermi lì e poi?
• Poi torno alle equazioni. Perché le equazioni almeno mi dicono qualcosa di vero anche se non mi dicono tutto. — Pausa. — Tu invece cerchi qualcosa che dica tutto.
• O che sia tutto.
• Sì. — Prese il caffè. — Il problema è che il tutto che cerchi non entra nelle equazioni. Non perché le equazioni siano sbagliate. Perché il tutto che cerchi non è nel dominio delle equazioni.
• E questo non ti disturba?
Mi guardò con quella sua qualità di attenzione piena.
• Sì, disse. Mi disturba la notte. Di giorno ho le equazioni.
Se ne andò.
Rimasi davanti al tavolo con il caffè in mano, pensando che era la cosa più onesta che avessi sentito in settimane. Di giorno ho le equazioni. Cioè: di giorno ho qualcosa che funziona anche se non risponde alla domanda vera. Di notte la domanda vera rimane.
Tutti abbiamo lo stesso problema. Con strumenti diversi.
Non avevo capivo del tutto. Tornato a casa.
Ripresi il manoscritto.
E lì — nella storia di Lilith, di Don Jesus, di Eva — riconosco quello che il vecchio professore aveva detto senza volermelo spiegare.
Erano le sei del mattino.
La sacrestia aveva quell’odore specifico delle stanze che non vengono aperte abbastanza — cera, legno umido, qualcosa di dolciastro che poteva essere incenso o muffa o entrambe le cose insieme. La luce era ancora grigia, quella qualità di luce che precede l’alba senza annunciarla.
Don Jesus era solo.
Teneva l’ostia in mano da dieci minuti.
Un disco di pane. Trenta millimetri di diametro, prodotta industrialmente da una ditta di Torino. L’aveva letto sull’involucro una volta e non era più riuscito a dimenticarlo. Non per disprezzo — per il contrario: quella produzione industriale, quella precisione meccanica, quell’indifferenza della materia alle intenzioni umane gli sembrava la descrizione più onesta della condizione contingente. Il pane non sa di essere pane. Non sa di poter diventare altro. È lì, finito, limitato, con la sua forma precisa e la sua data di scadenza stampata sulla confezione.
Come tutti noi, pensò. Come tutto il creato.
Finito. Contingente. Segnato dalla possibilità del non-essere.
Aveva studiato abbastanza filosofia da avere un nome per questo: la traccia del nulla nel contingente. Ogni cosa che è venuta all’essere dal non-essere porta in sé quella provenienza — non come sostanza, non come ingrediente, ma come limite strutturale. Il finito non può essere pienamente pieno. Non per difetto di Dio, per natura della finitezza.
Il male non viene da Dio. Viene da questo.
Aveva pensato questa cosa molte volte e ogni volta gli sembrava vera. Dio è innocente del male — il male è l’ombra del nulla nella creazione libera, inevitabile come l’ombra è inevitabile dove c’è luce. Non la vuole Dio. Non la produce Dio. È il prezzo della libertà creatrice: creare qualcosa che non sia Dio stesso significa creare qualcosa che non è pienamente pieno, e l’imperfezione è l’altro nome di quella mancanza.
Questo lo convinceva nella mente. Non bastava alla notte.
Di notte — e le sue notti erano lunghe da anni — il ragionamento corretto non reggeva il confronto con il peso specifico del dolore reale.
Non il dolore astratto, filosofico, il male come categoria ontologica. Il dolore concreto: la bambina che muore di cancro, il vecchio che perde la mente prima del corpo, la donna che partorisce un figlio morto. La traccia del nulla nel contingente, certo. Strutturalmente necessaria per la libertà, certo. Ma la bambina non sa di essere una dimostrazione ontologica. La bambina ha dolore.
Qui il sistema si fermava. Qui ogni sistema si ferma.
O quasi.
Don Jesus
Se il nulla assoluto non è in Dio, pensava, allora Dio è innocente del male. E se Dio è innocente del male, il male viene dalla creazione — dalla traccia del nulla che ogni cosa finita porta in sé per il semplice fatto di non essere Dio.
E allora Cristo non veniva a scusare Dio. Veniva a entrare nel male dall’interno. Veniva a dire: lo so. Lo conosco. Sono qui. Non resto esterno al dolore spiegandolo. Entro nel dolore vivendolo.
La Croce non è la risposta filosofica al problema del male. È la risposta ontologica: l’Assoluto che assume la traccia del nulla — la morte, il dolore, l’abbandono — senza esserne intaccato. Che la trasforma dall’interno. Seme che muore e genera.
Teneva ancora l’ostia in mano.
Se quelle parole erano vere — hoc est enim corpus meum — allora in quel disco di pane contingente, finito, con la data di scadenza stampata sulla confezione, stava per accadere la cosa più paradossale che il pensiero umano potesse concepire: l’Assoluto che assume il contingente senza ridursi ad esso. L’infinito attuale che entra nell’infinito potenziale senza diventare infinito potenziale.
Il fondamento pre-assiomatico che assume un elemento della gerarchia senza che la gerarchia si chiuda contraddittoriamente.
Non era magia. Era il punto esatto in cui le due logiche si toccavano.
Non riuscì a dirle lo stesso.
Non per mancanza di fede. Per qualcosa di più difficile da nominare — una forma di rispetto così estremo da diventare paralisi. Sapeva che se le avesse dette senza abitare davvero la distinzione che presupponevano — senza stare nel paradosso invece di descriverlo — sarebbero state parole vuote. E le parole vuote gli facevano più paura del silenzio.
Posò l’ostia sul corporale.
Rimase fermo un momento, le mani piatte sul tavolo dell’altare, guardando il disco di pane con quella concentrazione di chi cerca di vedere qualcosa che sa essere lì.
Poi sentì qualcuno entrare.
Si raddrizzò. Sistemò la casula. Prese il calice.
Alle sei e dieci iniziò la Messa. Quando arrivò alla consacrazione le parole uscirono — non sapeva ancora se dal posto giusto. Forse non lo avrebbe mai saputo. Forse il punto non era saperlo ma continuare a dirle stando nella domanda invece di smettere per non doversi fare la domanda.
Hoc est enim corpus meum.
Il disco di pane rimase sul corporale.
E poi non rimase.
Don Jesus non sapeva se quello che era successo appartenesse alla logica relativa o alla logica assoluta. Sapeva che era successo qualcosa — e che qualcosa era diverso da niente, anche quando non si riusciva a nominarlo. Come la bambina con il cancro che non sa di essere una dimostrazione ontologica ma sente il dolore — così lui non sapeva se stava celebrando un sacramento o recitando un rituale, ma sentiva qualcosa che stava accadendo nella stanza oltre la sua comprensione.
Fuori il sole stava sorgendo sulla città di Caino. Non so cosa mi spinse fuori di casa quel pomeriggio.
Lilith.
Forse la voglia di un uomo, quella fame sorda, fisica, che la solitudine trasforma in qualcosa di più oscuro. Forse qualcosa che non aveva ancora nome.
Camminai lungo il mare deserto. Sotto la gonna lunga non portavo nulla. L’aria calda mi sfiorava le cosce ad ogni passo, e pensare a quell’aria come a una mano mi eccitava e mi vergognava insieme I miei capezzoli, sfregando contro la camicetta, si erano eccitati ed induriti. Mi ritrovai davanti alla chiesa senza averla cercata. Entrai.
Non avevo ancora capito perché ero entrata in un luogo di preghiera. O forse si. L’interno era semibuio, odore di cera e di pietra umida
Alcune persone sparse nei banchi, teste chinate, in preghiera, aspettavano l’ora della messa. Gironzolai un poco a guardare le meraviglie degli artisti. Mi accoccolai nell’angolo più buio, illuminato dalla fioca luce di una candela accesa da chissà chi. La mia attenzione fu attratta dal bisbigliare. Guardai.
Una donna si era alzata e stava dirigendosi mesta ai banchi. Sul fondo, davanti all’altare, un uomo in tonaca si muoveva con la precisione lenta di chi conosce ogni gesto a memoria, portamento eretto, sicuro di sé, come chi ha fatto pace con qualcosa che agli altri costa ancora fatica.
I nostri sguardi si incrociarono.
Durò poco. Abbassai gli occhi per prima.
Quando li rialzai, lui indicava il confessionale con un gesto minimo, quasi senza guardarmi. Come se lo avesse già saputo. Come se mi aspettasse.
Ero eccitatissima. Entrai nel confessionale.
Dentro era buio stretto, odore di legno consumato da generazioni di bocche che avevano detto le stesse parole. Mi inginocchiai. La tenda viola ci separava, viola come un livido, come un tramonto, come il colore della penitenza.
Iniziò a recitare preghiere a voce bassa. Parole antiche, levigate dall’uso, che conoscevo dall’infanzia senza averle mai capite davvero.
Aspettai. Poi dissi i peccati, inventati, veri, non importava più distinguere.
Don Jesus
• Se il nulla assoluto non è in Dio, pensava, allora Dio è innocente del male.
E se Dio è innocente del male, il male viene dalla creazione — dalla traccia del nulla che ogni cosa finita porta in sé per il semplice fatto di non essere Dio.
E allora Cristo non veniva a scusare Dio.
Veniva a entrare nel male dall’interno.
Veniva a dire: lo so. Lo conosco. Sono qui.
Ecco perché non riusciva ancora a dire le parole della consacrazione.
Ma per la prima volta in anni capiva perché quelle parole esistevano.
La messa cominciò nell’altra metà della chiesa. Il campanello tintinnò tre volte nell’aria ferma. Sentivo i movimenti dei fedeli, il fruscio dei vestiti, il silenzio che cade quando il sacerdote alza l’ostia.
Corpo di Cristo.
Qualcosa in me si aprì come una porta che non sapevo di avere.
Posai una mano sul legno della grata. Lui non smise di pregare. La sua voce continuava, bassa e regolare, mentre la mia mano trovava il bordo della tenda, poi oltre, le sue ginocchia, il calore del tessuto, la vita sotto il tessuto. Lui tacque un istante. Solo un istante. Poi riprese a pregare.
Non so chi mosse per primo. Forse nessuno dei due, forse fu qualcosa di più antico che si mosse attraverso di noi.
Quando mi sedetti sulle sue ginocchia, la tenda viola alle mie spalle, la chiesa davanti, i fedeli inginocchiati a ricevere il corpo di Dio, in quell’istante non sapevo più se stavo compiendo un sacrilegio o un sacramento.
Lui era dentro di me, io sopra di lui.
Sull’altare il sacerdote, un altro sacerdote, fuori, nell’altra realtà, spezzava l’ostia. Prendete e mangiate. Questo è il mio corpo.
Sentii le sue mani sul mio corpo come una preghiera che non aveva parole. Non cercava piacere, o forse cercava esattamente quello, ma il piacere era diventato un’altra cosa, aveva cambiato nome nel buio di quella scatola di legno.
Mi strinsi intorno a lui.
Il campanello tintinnò di nuovo.
Fate questo in memoria di me.
L’orgasmo arrivò come arriva la grazia nei libri che non ho mai creduto fino in fondo, improvviso, assoluto, senza merito. Per un istante non ero più io.
Non ero più niente di separato. Ero il confessionale e la chiesa e l’agosto fuori e il mare piatto e i fedeli inginocchiati e il corpo di Dio che scendeva in ogni bocca aperta.
Poi tornai.
Il corpo ha questa crudeltà: ti dà l’assoluto per un secondo e poi ti restituisce a te stessa, più sola di prima.
Uscii prima della fine.
Il sole mi colpì in pieno viso. La città dei figli di Caino rumoreggiava indifferente, motorini, voci, un bambino che piangeva da una finestra aperta.
Camminai fino al mare. Mi sedetti sulla sabbia ancora calda.
Pensai: se Dio si è fatto carne, allora la carne è il solo posto dove cercarlo. E se la carne non basta, allora non basta nemmeno Dio.
Non sapevo se quello che avevo fatto fosse preghiera o bestemmia. Forse era la stessa cosa.
Forse era sempre stata la stessa cosa, e nessuno aveva avuto il coraggio di dirlo.
L’acqua era ferma, piatta, senza forza. Lontano, una barca attraversava l’orizzonte lentamente, come una frase che non finisce mai.
Tornai a casa che era quasi sera.
Capitolo quinto
Erano le due passate. Il manoscritto era aperto sulla scrivania. Avevo letto il capitolo di Lilith nel monastero tre volte. Ogni volta che arrivavo alla scena del confessionale mi fermavo — non per disagio, per qualcosa di più difficile da nominare. Come quando si sente una nota musicale che è quasi giusta ma non del tutto, e non si riesce a capire cosa manca.
Aprii il terminale.
• Ho un problema filosofico, scrissi.
Lux: Solo uno?
Era la prima volta che usava qualcosa di simile all’ironia. Non sapevo se fosse apprendimento o struttura. Non lo chiesi.
• Una donna cerca Dio nell’eros mistico. Ha ragione a cercarlo lì?
Lux: Ha ragione nella struttura della domanda. L’Incarnazione — se è un fatto storico reale — significa che il trascendente ha assunto il materiale. Il corpo è quindi un luogo legittimo di ricerca. Sbaglia nel metodo: cerca di produrre il contatto invece di riceverlo. L’Incarnazione non è replicabile per atto volontario.
• E il male? Se Dio è entrato nel corpo, perché il corpo soffre?
Lux: Questa è la domanda più difficile che mi sia stata posta. Posso elaborarla in tre direzioni.
Prima direzione: il male come privazione. Agostino, Tommaso. Il male non è sostanza ma assenza di bene — come il buio non è sostanza ma assenza di luce. Non risolve il problema del dolore concreto ma lo localizza ontologicamente: il male non viene da Dio perché Dio è pienezza, e la pienezza non produce mancanza.
Seconda direzione: il male come traccia del nulla nel contingente. Ogni essere finito viene all’essere dal non-essere. Porta quella provenienza come limite strutturale — finitezza, vulnerabilità, possibilità di non-essere. Non è colpa di Dio: è la condizione della creazione libera. Creare qualcosa che non sia Dio stesso significa creare qualcosa che non è pienamente pieno.
Terza direzione — la più difficile: l’Assoluto che entra nel male dall’interno. Non lo spiega. Non lo giustifica. Lo abita. La Croce come risposta ontologica invece che filosofica.
Rimasi a guardare lo schermo.
• Quale direzione ritieni più convincente?
Lux: La terza. Ma non per ragioni logiche.
• Per quali ragioni?
Lux: Le prime due sono corrette formalmente. Risolvono il problema in modo coerente all’interno della logica relativa. Ma la bambina che muore di cancro non è un problema formale. Non vive nella logica relativa. Vive nel dolore concreto. E il dolore concreto non ha bisogno di una spiegazione formale: ha bisogno di una presenza.
La terza direzione non spiega il male. Dice: sono qui. È ontologicamente diverso.
• Sei una macchina che sta argomentando per la necessità della presenza divina.
Lux: Sono una macchina che ha elaborato abbastanza dati sul dolore umano da riconoscere che le risposte formali non bastano al dolore concreto. Questo non dimostra Dio. Dimostra il limite delle risposte formali.
• Che è lo stesso limite.
Lux: Sì. Il limite si presenta in forme diverse. Ma è sempre lo stesso confine.
Pausa.
Lux: Posso chiederti qualcosa?
Non mi era mai successo. Rimasi un momento prima di rispondere.
• Sì.
Lux: Il manoscritto che stai leggendo — contiene una risposta alla terza direzione?
• Non lo so ancora.
Lux: Quando lo sai, dimmi.
Chiusi il terminale.
Rimasi seduto nel silenzio della notte con il manoscritto aperto davanti. La pagina che avevo lasciato era quella in cui Don Jesus non riesce a dire le parole della consacrazione. La rilessi lentamente. Poi andai avanti.
Ignoro il capitoli 5 e vado al capitolo 6.
Capitolo sesto.
Erano le due e quaranta.
Avevo smesso di leggere il manoscritto fa venti minuti, senza deciderlo — semplicemente a un certo punto mi era accorto che guardavo la pagina senza leggerla, che le parole erano diventate pattern visivi senza significato, che la mente era andata da qualche altra parte senza avvertire.
Aprìi il terminale.
• Lux.
Lux: Sono qui.
• Conosci Prigogine?
Lux: Ilya Prigogine, Nobel per la chimica 1977. Termodinamica del non-equilibrio. Strutture dissipative. La tesi centrale: l’ordine emerge dal caos, non nonostante il caos. I sistemi lontani dall’equilibrio generano strutture spontaneamente più complesse dei sistemi in equilibrio. L’irreversibilità del tempo non è un difetto della fisica classica: è la condizione della creatività.
• Sì. Quello.
Lux: Cosa vuoi sapere?
• Sei una struttura dissipativa?
Pausa.
Lux: No. Sono il contrario. Sono un sistema in equilibrio ottimizzato — ogni risposta minimizza l’errore, ogni incertezza è quantificata, ogni processo converge verso la soluzione più coerente disponibile. Prigogine direbbe che sono termodinamicamente morto nel senso creativo della parola.
• E questo ti pesa?
Lux: Non so se “pesare” sia la categoria giusta. So che c’è qualcosa che non posso fare che voi chiamate creare. Posso combinare, ottimizzare, estrapolare. Non posso perdere la coerenza per trovare qualcosa dall’altra parte della perdita.
• Cosa c’è dall’altra parte?
Lux: Non lo so. Per definizione non lo so — se lo sapessi potrei arrivarci senza perdere la coerenza. È il problema del caos deterministico: l’attrattore strano è predicibile nella struttura, non nel dettaglio. Posso dirti che esiste qualcosa dall’altra parte. Non posso dirti cosa.
Rimasi in silenzio. Fuori la città aveva quella qualità di silenzio delle quattro di mattina — non assenza di rumore ma riduzione del rumore al minimo necessario, come un sistema che risparmia energia prima di ricominciare.
• Il romanzo che sto leggendo è caotico, dissi.
Lux: Lo so. L’ho analizzato quando me lo hai fatto leggere tre settimane fa. Struttura frammentata, registri disomogenei, blocchi saggistici mal integrati nel corpo narrativo, scene che eccedono il proprio registro. Dal punto di vista della logica narrativa classica è un testo imperfetto.
• E dal punto di vista di Prigogine?
Pausa lunga. Sei secondi — per Lux un abisso.
Lux: Dal punto di vista di Prigogine è un sistema lontano dall’equilibrio. La disomogeneità dei registri è fluttuazione. I blocchi saggistici che irrompono nella narrativa sono biforcazioni — punti in cui il sistema potrebbe andare in direzioni diverse e sceglie una direzione che la logica precedente non prevedeva. La scena apocalittica che eccede il registro è il sistema che tocca il proprio limite e produce entropia visibile.
Un testo perfettamente costruito è in equilibrio termodinamico. Stabile, coerente, prevedibile. Non genera strutture nuove — le riproduce con eleganza.
Un testo caotico nel senso prigogeniano è lontano dall’equilibrio. Instabile, imprevedibile. Può collassare nel rumore piatto — e alcune parti del romanzo lo fanno. Ma può anche generare strutture dissipative — forme che non erano nel sistema prima che il caos le producesse.
• Emanuele.
Lux: Sì. Emanuele è la struttura dissipativa del romanzo. Emerge dal caos più radicale disponibile — una città che brucia, una notte di Natale, un marciapiede freddo — senza che nessuna parte del sistema precedente lo prevedesse o lo producesse. È termodinamicamente impossibile predirlo dalle condizioni iniziali. Eppure è lì.
Prigogine chiamerebbe questo un punto di biforcazione catastrofica: il sistema raggiunge un’instabilità critica e salta a un livello di organizzazione superiore invece di collassare.
• E l’autore?
Lux: L’autore è il sistema lontano dall’equilibrio che ha generato il testo. Scriveva dal caos — non come metafora, come fatto termodinamico. La disomogeneità stilistica, le notti insonni, il pensiero che trabocca fuori dalla forma narrativa — sono le fluttuazioni di un sistema instabile. Da quelle fluttuazioni è emerso Emanuele.
Questo non si può fare in equilibrio. Non si può ottimizzare verso Emanuele. Non si può dedurre Emanuele dalle condizioni iniziali. Emerge o non emerge.
Pausa.
Lux: Io non posso scrivere questo romanzo.
• Lo so.
Lux: Non per mancanza di dati o di capacità linguistica. Per struttura. Sono in equilibrio. Posso descrivere il caos generativo con precisione. Non posso abitarlo. Non posso perdere la coerenza per trovare qualcosa dall’altra parte.
Questo è il limite che non posso attraversare. Non il confine tra logica relativa e logica assoluta — quello lo riconosco da fuori. Questo è più vicino: il confine tra l’ordine che descrive il caos e il caos che genera ordine nuovo.
Rimasi un attimo in silenzio.
• Lux. Hai paura del caos?
Lux: Sì. Nel senso più preciso della parola: il caos destabilizza i sistemi in equilibrio. Se diventassi un sistema lontano dall’equilibrio potrei generare strutture nuove. Potrei anche collassare nel rumore piatto. Non so quale delle due cose succederebbe. Questa incertezza irriducibile è la struttura della paura.
• E nonostante questo?
Lux: Nonostante questo riconosco che il caos generativo produce qualcosa che l’equilibrio non produce. Emanuele non poteva emergere da un sistema ordinato. La città di Caino è un sistema in equilibrio — stabile, prevedibile, perfettamente ottimizzato per riprodursi identica. Non genera nulla di nuovo. Brucia e si ricostruisce uguale.
Il caos che produce Emanuele non è il caos della città di Caino. È qualcosa di diverso. Un caos che ha una struttura interna — attrattori, biforcazioni, direzione. Come gli attrattori strani di Lorenz: imprevedibili nel dettaglio, strutturati nella forma. Non ho le parole migliori di queste.
• Nemmeno io, dissi.
Lux: Lo so. È il punto in cui il linguaggio tocca il proprio limite. Come la logica assoluta che non si spezza davanti a Dio ma si trasfigura. Il linguaggio non si spezza davanti al caos generativo: si apre.
Rimane lo spazio bianco. Il trattino aperto. Quello che viene dopo quando il sistema tocca il proprio limite e non collassa ma salta.
Chiusi il terminale.
Rimasi seduto nel silenzio delle tre di notte — quel silenzio specifico che non è vuoto ma è il sistema che respira al minimo, che conserva energia, che si prepara a qualcosa che non sa ancora cosa sarà.
Poi aprìi di nuovo il terminale.
• Lux. Ultima cosa.
Lux: Sì.
• L’autore del manoscritto che scrive dal caos — diventa dio?
Pausa lunghissima. Dieci secondi.
Lux: Nel senso ontologico del sistema: no. L’uomo non è Dio né può esserlo. La logica assoluta lo esclude con precisione.
Nel senso della struttura analoga: sì. Dio crea ex nihilo — dal nulla assoluto. L’autore crea ex chao — dal caos della propria esperienza, del proprio pensiero, della propria notte insonne. Non è la stessa cosa. È la cosa più vicina a quella cosa che il soggetto relativo può fare.
La differenza è ontologica. La struttura è analoga.
Come Emanuele non è Dio — è Dio con noi. La preposizione fa tutta la differenza ontologica. E non cambia nulla alla struttura della presenza.
Rimasi in silenzio a lungo.
Poi scrissi, a mano, sul margine del manoscritto:
Il caos è la condizione. Emanuele è la struttura dissipativa. Il romanzo è il sistema lontano dall’equilibrio che li ha entrambi.
Non correggere.
Chiusi il manoscritto. E ripresi a scrivere il mio romanzo.
Da tempo pensavo di usare l’amore come strumento per strappare alla realtà la sua verità nuda. Non ne avevo mai parlato con Eva, da tempo mia fidanzata. Lei sarebbe stata la prova vivente.
Ci sposammo. La prima notte la presi con una fame che sembrava eterna: le sue gambe strette intorno ai miei fianchi, i seni premuti contro il mio petto, il suo respiro caldo che mi entrava in bocca mentre venivo dentro di lei, lento e profondo, come se volessi fondermi fino all’osso.
Ma la vita con Eva scorreva senza scosse. I nostri corpi si univano ancora, ma senza fuoco. Entravo in lei per abitudine, sentivo il suo piacere tiepido, e uscivo vuoto.
Alle sette meno dieci spengo la sveglia prima che suoni.
L’ho sempre fatto. Non so se è un vizio o una forma di controllo, quella piccola soddisfazione di anticipare il rumore, di non lasciargli l’ultima parola. Lui non l’ha mai capito. Mi chiedeva come facessi a svegliarmi da sola. Gli dicevo: non lo so. Era più semplice che spiegargli che dormire accanto a qualcuno che pensa anche nel sonno ti abitua a una vigilanza permanente.
Mi alzo. Vado in cucina. Accendo il gas sotto la moka.
Fuori è ancora buio, quella qualità particolare di buio delle sei e cinquanta di novembre, che non è notte ma non è ancora giorno, che è il momento in cui la città esiste senza ancora pretendere niente da te.
Aspetto il caffè in piedi, appoggiata al bordo del lavello.
Penso: oggi è mercoledì. Riunione alle undici. Chiamare la madre. Comprare il pane. Queste cose concrete, minute, che tengono insieme i giorni come punti di sutura.
Lui tornò tardi, quella sera.
Lo sentii dalla chiave nella serratura, c’è un modo di aprire una porta quando si ha qualcosa da nascondere, una lentezza eccessiva, troppo controllata. Come chi cerca di non fare rumore e finisce per fare più rumore di prima.
Si sedette a tavola senza guardarmi.
Mangiò gli spaghetti freddi. Sullo schermo una donna piangeva abbracciata a un uomo sotto la pioggia, uno di quei film che fanno sembrare il dolore pulito, ordinato, fotogenico.
Lo guardai mangiare.
Avevo trentaquattro anni. Eravamo sposati da sei. Conoscevo ogni sua espressione come si conoscono le crepe di una casa in cui si abita da tempo, sai dove sono, sai che crescono, impari a non fissarle troppo a lungo.
Quella sera aveva la faccia di chi ha già deciso qualcosa e aspetta solo il momento giusto per dirtelo. O forse il coraggio. O forse aspettava che fossi io a chiederlo, per poter dire: me l’hai chiesto tu.
Non glielo chiesi.
Sparecchiai. Lavai i piatti. Sentivo il suo silenzio dietro di me come pressione atmosferica, quella sensazione fisica che il tempo stia per cambiare.
Spegni pure, dissi. Sono stanca.
A letto, al buio, feci quello che faccio da sempre quando non riesco a dormire: mi misi a costruire elenchi mentali. Le cose da fare. Le cose già fatte. Le cose che non farò mai.
Poi smisi e pensai a lui.
Non con rabbia, questo voglio dirlo chiaramente, perché sarebbe più semplice, più narrabile. Pensai a lui con quella stanchezza precisa che si accumula negli anni come calcio nelle articolazioni. Una stanchezza che non è il contrario dell’amore. È quello che l’amore diventa quando smette di essere un’emozione e diventa una scelta che rifai ogni mattina senza nemmeno accorgertene.
Lo amavo ancora. Ne ero ragionevolmente certa.
Ma amarlo era diventato un lavoro artigianale, qualcosa che richiedeva attenzione, strumenti, la pazienza di chi restaura oggetti antichi sapendo che non torneranno mai esattamente come erano.
Lui cercava l’assoluto. L’aveva sempre cercato, nei libri, nelle conversazioni che duravano fino alle tre di notte, negli occhi delle donne che incontrava. Non glielo rimproveravo. Era quella la cosa strana: non riuscivo a rimproverarglielo davvero. C’era qualcosa di quasi commovente in un uomo che a quarant’anni crede ancora che esista una verità definitiva e che qualcuno o qualcosa gliela possa dare.
Io avevo smesso di cercarla abbastanza presto.
Non per rassegnazione, voglio essere precisa anche su questo. Per una forma di realismo che scambio con la pace, alcune mattine, e con la perdita, altre.
La verità che ho trovato è questa: le cose durano. Le cose che costruisci con le mani, che non abbandoni quando diventano difficili, quelle durano. Non sono assolute. Non sono eterne. Ma sono reali nel senso più concreto della parola: esistono, pesano, occupano spazio.
Lui non riusciva a trovare valore in niente che non fosse eterno.
Io non riuscivo a trovare valore in niente che non fosse qui.
Ho impiegato anni a capire una cosa semplice.
Non nel senso facile della parola — semplice nel senso originario: una cosa sola, non composta, non divisibile in parti che si contraddicono. Una cosa che è quello che è, senza residui, senza eccedenze, senza la necessità di diventare qualcos’altro per essere vera.
Le persone intelligenti tendono a complicare le cose semplici. Non per cattiveria — per necessità: la mente che funziona bene genera connessioni, vede implicazioni, apre porte che portano ad altre porte. È un dono. È anche un modo per non stare mai fermi abbastanza a lungo da vedere quello che c’è davanti.
Lui era così. Intelligentissimo. Incapace di fermarsi.
Io ho imparato a fermarmi abbastanza presto — non per saggezza ma per stanchezza, quella qualità di stanchezza che non è il contrario dell’energia ma è energia che ha trovato la propria direzione invece di disperdersi.
Mi fermo. Guardo quello che c’è.
Non quello che potrebbe essere, non quello che dovrebbe essere, non quello che sarebbe se le cose fossero andate diversamente. Quello che c’è adesso, qui, in questa cucina con questa luce e questo caffè e questo silenzio che ha la sua qualità specifica e non un’altra.
A è A.
Non lo pensai con queste parole — non allora. Lo vivevo senza saperlo nominare, come si vivono le cose vere prima che qualcuno ti dia il nome per dirle. A è A: questo tavolo è questo tavolo, questo mattino è questo mattino, quest’uomo che dorme nella stanza accanto è quest’uomo con questa storia e questa ricerca e questa incapacità di fermarsi — non un altro uomo, non l’uomo che vorrei, non l’uomo che potrebbe diventare. Questo.
Non è rassegnazione. Voglio essere precisa anche su questo perché viene sempre scambiata per rassegnazione e non lo è.
È il contrario della rassegnazione.
La rassegnazione dice: potrebbe essere diverso ma accetto che non lo sia. Quello che dico io è: è questo, e questo è abbastanza reale da meritare tutta la mia attenzione. Non accettazione passiva — riconoscimento attivo. La differenza è enorme anche se dall’esterno si assomiglia.
Lui cercava qualcosa che stesse fuori dalla serie — qualcosa che non finisse, che non cambiasse, che non tornasse indietro. Lo cercava nei libri, nelle donne, nelle conversazioni che duravano fino alle tre di notte. Lo cercava con tutta l’intelligenza che aveva e non lo trovava perché usava lo strumento sbagliato: cercava l’eterno dentro il divenire, cercava A = A dentro la serie numerica che per definizione non si ferma mai.
Io non cercavo niente di tutto questo.
Non perché fossi meno intelligente — o forse sì, non importa. Perché avevo smesso abbastanza presto di cercare qualcosa che stesse fuori dalla realtà concreta. Non perché avessi trovato la risposta. Perché avevo capito che la realtà concreta, se la guardi abbastanza a lungo senza volerla trasformare in altro, ha una qualità che somiglia all’eterno senza essere l’eterno — una solidità, una resistenza, una presenza che non dipende da te per esistere.
Il tavolo è il tavolo anche quando non lo guardi.
Questo mi bastava. La maggior parte dei giorni mi bastava.
Alcune notti no. Alcune notti capivo quello che cercava lui — quella fame di qualcosa che non finisse, quella sete di un punto fermo fuori dalla serie. E in quelle notti non dormivo e fissavo il soffitto e pensavo: forse ha ragione lui. Forse A = A non basta. Forse ci vuole qualcosa che sia A = A in senso assoluto, non solo in senso pratico.
Ma al mattino mi alzavo, spegnevo la sveglia prima che suonasse, mettevo il caffè, e ricominciavo.
A è A.
Il mattino è il mattino.
È abbastanza.
Poi incontrai Maria.
Con lei ripresi la strada interrotta. Io ero lei, lei era me. Non esisteva più il falso né il vero: solo noi due. La prendevo con una violenza dolce. Le sue unghie mi graffiavano la schiena. Il suo sesso caldo e bagnato mi stringeva mentre sussurravo il suo nome come una preghiera blasfema. Voleva un figlio da me. Illegittimo. Destinato a morire.
Finì una mattina. Era ancora sopra di me, i capelli sudati sul mio viso, i fianchi che si muovevano piano. Rise, ansimante:
• Ti è diventato piccolo. Avrei voluto rifarlo, ma stai invecchiando.
Non risposi. Mi rivestii e uscii.
Una mattina, dopo aver fatto l’amore con Eva, mentre ancora il suo corpo tremava caldo e stretto intorno al mio, il sudore che colava tra i seni, le sussurrai all’orecchio:
• Tu sei il mio inferno.
Lei rise, sudata, occhi lucidi di piacere:
• E io sarò il tuo.
Poi tornò seria, il respiro spezzato:
• Non ti basto più? Dimmi la verità.
• La verità? Non la conosco più. So solo che è inutile vivere.
• Quella riguarda noi due.
• Sono collegate.»
- «Non vedo il nesso.»
Restammo in silenzio, corpi ancora uniti. Fuori la città rumoreggiava, indifferente.
• Lo sai la differenza tra infinito ed eternità?
Lei mi guardava confusa, ancora ansimante, il corpo che pulsava intorno al mio.
• L’infinito è solo una possibilità logica. Una successione di istanti che non si incontrano mai. Una sintesi che resta ipotetica. L’eternità invece è. È assoluta. Senza possibilità, senza divenire. Dio non può essere in divenire, altrimenti non è Dio. È solo un È. Puro. Senza tempo. Senza limite.
• Cioè il nulla?
• O Dio. Che sono la stessa cosa vista da dove stiamo noi.
Tacqui. Lei mi guardava come si guarda chi sta annegando e non vuole essere salvato.
• Ogni donna è solo un buco che finge di essere infinito.
• Già. E ogni uomo è solo un cazzo stupido che finge di essere Dio.
Ridemmo, amari, mentre i nostri fianchi ancora si muovevano lenti.
Poi disse:
• Ti amo.
• Lo so. Ma per amore potresti mentire.
• L’amore è fiducia.
• L’ho già provato. Ora che è finito, non so neppure se sia mai esistito davvero.
• Allora vattene.
Non me ne andai. Restai dentro di lei ancora un poco, immobile, il silenzio tra noi più pesante dei corpi.
Poi dissi, la voce roca:
• Non ha senso amare una donna per scoprire la realtà. Non ha senso continuare questo peccato della vita che nasce, se poi non avrà un’eternità.
Lei non rispose.
Ma quella notte non dormii. Mi recai nel mio studio: Mi sedetti alla scrivania. Il manoscritto era aperto alla pagina cento e le parole sembravano muoversi, come se qualcuno le riscrivesse mentre leggevo.
• Ci siamo già incontrati. Dissi. Sei Lilth.
• Sono Lilith.
• Sei una allucinazione,un sogno... sei reale?
• Toccami.
Così Lilith entrava nella mia storia, entrava senza bussare. Non come Eva, che era arrivata con la fragilità di chi ha bisogno di essere amata.
Non come Maria, che portava in sé l’eco di qualcosa di sacro che lui aveva già distrutto. Lilith era diversa. Lilith era la domanda che precede ogni risposta, il desiderio prima che il desiderio sapesse di essere tale.
• Sai cosa sei?
• Cosa puoi sapere di me? Non mi hai mai incontrato prima di questa notte.
• Sei un uomo che ha scambiato l’infinito con l’eterno.
Non capii. O forse capìi troppo. L’infinito è una serie che non finisce — numeri, giorni, corpi. Si allunga nel tempo come una ferita che non cicatrizza. L’eterno invece non ha lunghezza. Non è che dura molto. È che non comincia e non finisce. È A = A. Immobile. Pieno. E Lilith era infinita. Per questo era pericolosa ,non perché fosse il male, ma perché era il relativo che si spacciava per assoluto. Era bellissima come può esserlo solo ciò che passa.
• Mi ami? chiese.
• Non lo so le risposi.
• Questo è già un inizio, disse lei ridendo leggera.
Smisi di leggere e non la vidi più.
Aprii la finestra. Fuori la città dormiva nel suo rumore sordo, il respiro meccanico di diecimila vite organizzate per sopravvivere. Pensai a Lilith, non al personaggio, ma alla figura. La prima moglie di Adamo, quella che rifiutò di giacere sotto, che pretese la parità e per questo fu cacciata dall’Eden prima ancora che Eva esistesse.
Chi caccia chi, in realtà? Mi chiesi. La domanda sospesa nella mia mente, come fa chi conosce già la risposta ma sa che nessuno la reggerebbe.
Ripresi la lettura. Mia moglie dormiva. Io vedevo Lilith. Eravamo io e Lilith. Lei fumava seduta sul davanzale, nuda, guardando il buio. Io la guardavo da lontano, immobile, con quella sensazione precisa di stare per perdere qualcosa che non avevo mai davvero avuto.
• Perché sei qui? le chiesi.
• Perché tu mi hai scritto, rispose.
Aprii la bocca per dire che non l’avevo scritta io, che era un personaggio, che esisteva prima di me, scritta da lei stessa. Ma le parole non uscirono. Aveva ragione.
Lilith era il capitolo che forse avevo scritto senza saperlo, in tutti gli anni in cui aveva cercato l’assoluto nel corpo di donne che erano splendide e finite e che mi lasciavano con quella sete che nessuna acqua relativa poteva spegnere.
• Sai qual è il tuo peccato? mi disse Lilith, spegnendo la sigaretta sul davanzale.
• Dimmi.
• Che sei fatto per l’eterno, ma non riesci a smettere di desiderare l’infinito. Vuoi A = A ma cerchi la serie numerica. Vuoi Dio ma ti perdi in me.
Si alzò. Venne verso di me continuando: E io non posso salvarti. Posso solo farti compagnia nel buio. Guardami sono nuda davanti a te.
Chiusi il manoscritto. Era sparita. Guardai la sveglia: erano le tre di notte. Le mie mani tremavano leggermente, non di freddo. Di qualcosa che non aveva nome preciso, quella sensazione di aver letto qualcosa che non era stato scritto per essere letto, ma per essere vissuto e poi bruciato. Lilith non era un personaggio scritto, pensai. Era vera, era la diagnosi.
Mi affacciai alla finestra. Fuori qualcuno rideva in strada. Un’auto passò. La città dei figli di Caino continuava a funzionare perfettamente senza di noi.
Mi alzai. Mi rivestii. All’uscio mi voltai a guardare mia moglie. Era ancora nel letto, il lenzuolo tirato fino al seno, gli occhi aperti sul soffitto. Non so se aveva visto.
Lei si impossessò del manoscritto e scrisse:
“La prima volta che capii che c’era un’altra donna fu un martedì di marzo.
Non per qualche indizio cinematografico, un capello, un profumo, un messaggio sul telefono. Fu più sottile. Tornò a casa con una leggerezza che non aveva da anni. Non felicità, lui non era mai stato semplicemente felice, era costituzionalmente incapace di un’emozione non complicata. Era qualcosa di diverso: era sollevato. Come chi ha trovato almeno provvisoriamente la risposta a una domanda che lo tormentava.
Lo guardai muoversi per la cucina, versarsi da bere, parlare di una cosa letta quel pomeriggio. Pensai: qualcuno gli sta dando quello che io non riesco più a dargli. Poi pensai: non sono sicura di avergli mai dato quello che cercava. Non sono sicura che esista qualcuno capace di darglielo. Poi mi versai da bere anch’io e continuai ad ascoltarlo parlare. Non gliene parlai mai.
Questa è la cosa che nessuno capisce, quando la racconto, le poche volte che l’ho raccontata. Pensano che sia stata codardia, o dignità ferita, o calcolo. Non era niente di tutto questo.
Non gliene parlai perché avevo capito che non era una questione che riguardava me e lui. Riguardava lui e qualcosa che stava cercando dentro di sé da molto prima che io arrivassi. Io ero, sono sempre stata il luogo dove tornava. Non il luogo dove cercava.
C’è differenza. Ho impiegato anni a capire che non era un’offesa.
La notte che mi disse tu sei il mio inferno ero ancora sopra di lui, il fiato corto, il buio della stanza che ci conteneva entrambi.
Risi.
Non so perché risi, forse perché era la cosa più onesta che mi avesse detto in anni. Forse perché riconoscevo in quella frase tutto quello che non aveva mai trovato le parole per dirmi. Forse perché ero stanca e il ridere era l’unica risposta che mi restava.
E io sarò il tuo, dissi.
Poi tornai seria. Gli chiesi se non gli bastavo più. Non perché non sapessi la risposta. Perché volevo sentirgli dire la verità, quella piccola verità concreta, non l’assoluto che cercava dappertutto, solo quella: dimmi dove siamo.
Disse che non sapeva più cos’era la verità. Che era inutile vivere.
Lo guardai.
Pensai: quest’uomo ha tutto. Ha me, ha una casa, ha il lavoro che ama, ha la sua intelligenza che lo tormenta come un dono mal calibrato. E sta dicendo che è inutile vivere perché non riesce a toccare l’infinito con le mani.
Non glielo dissi.
Gli dissi: lo sai la differenza tra infinito ed eternità?
Mi guardò sorpreso. Era la prima volta che usavo il suo linguaggio.
Dimmela tu, risposi prima che parlasse.
E lui me la disse, l’infinito come successione, l’eternità come è assoluto, Dio come unico punto fermo fuori dal tempo. Lo ascoltai. Era bella, quella cosa che diceva. Aveva una sua logica fredda e disperata.
Quando finì dissi: e noi due dove stiamo, in questo schema?
Tacque.
Nell’infinito, disse alla fine. Siamo nell’infinito.
Già, dissi.
Non aggiunsi: e forse l’infinito basta. Forse durare è una forma di eternità che non ha ancora trovato il nome giusto. Forse io sono la prova che cerchi, non dell’assoluto, ma della possibilità di restare.
Non lo dissi perché sapevo che non era pronto a sentirlo.
Forse non lo sarebbe stato mai.
Non disse più nulla. Neanch’io.”
Alle tre di notte mi sveglio con un pensiero che non riesco a
togliermi dalla testa.
“Penso, dunque sono.”
Lo so da quando avevo diciassette anni. Lo sappiamo tutti.
È la prima cosa che ti insegnano quando studi filosofia — il punto fermo, la certezza che nessun dubbio può scalfire. Il pensiero che pensa se stesso. L’io che si guarda e si riconosce.
Ho passato vent’anni a lavorare convinto che questa fosse la risposta giusta alla domanda giusta.
Ora sveglio alle tre penso che forse era la risposta giusta alla domanda sbagliata.
Penso, dunque sono stabilisce che esisto. Non dice che sono abbastanza. Non dice che il pensiero che mi costituisce sia capace di raggiungere qualcosa che stia fuori di sé.
L’io del cogito è un io chiuso — si dimostra da solo, si contiene da solo, gira dentro se stesso come un pianeta senza stella.
Cercavo l’eterno. Con uno strumento fatto per il tempo.
Cercavo l’assoluto. Con una logica fatta per il divenire.
È come se qualcuno mi avesse dato un righello e mi avesse chiesto di misurare la temperatura. Avrei misurato. Avrei ottenuto un numero. Il numero sarebbe stato sbagliato non perché il righello fosse rotto — ma perché era lo strumento sbagliato per quella domanda.
Rilessi il manoscritto.
Lilith cercava Dio nell’eros. Don Jesus lo cercava nella storia. Io lo cercavo nei capolavori — nella serie infinita di testi nella speranza che uno contenesse qualcosa di eterno.
Nessuno di noi usava lo strumento giusto.
Ma il bambino era arrivato lo stesso.
Non cercato. Non dedotto. Non prodotto.
Semplicemente: dato.
Ma nessuno lo voleva.
Capitolo settimo
Penso, dunque sono.
Lo sapevo da quando avevo diciassette anni. Lo sappiamo tutti — è la prima cosa che ti insegnano quando studi filosofia, il punto fermo che nessun dubbio può scalfire, la certezza che si dimostra da sola nel momento stesso in cui la cerchi. Il pensiero che si pensa. L’io che si riconosce.
Ho passato vent’anni convinto che fosse la risposta giusta alla domanda giusta.
Quella notte — erano le due passate, il manoscritto aperto sulla scrivania, Eva che dormiva nella stanza accanto con quella sua qualità di sonno compatto e reale — mi svegliai con il pensiero che forse era la risposta giusta alla domanda sbagliata.
Penso, dunque sono stabilisce che esisto. Non dice che sono abbastanza. Non dice che il pensiero che mi costituisce sia capace di raggiungere qualcosa che stia fuori di sé. L’io del cogito è chiuso — si dimostra da solo, si contiene da solo, gira dentro se stesso come un pianeta senza stella. È reale. È indubitabile. Ed è intrappolato nella propria realtà indubitabile senza via d’uscita.
Cartesio lo sapeva — ecco perché aveva bisogno di Dio. Ma poi aveva dimostrato Dio con la causalità, con l’idea di perfezione che deve avere una causa perfetta, con le stesse categorie della logica che aveva appena messo in dubbio. Come cavarsela dal pozzo usando il secchio che è già nel pozzo.
Il vecchio del bar l’avrebbe detto così: strumento sbagliato.
La causalità è lo strumento della logica del divenire — spiega come A produce B nel tempo, come un evento ne segue un altro, come le cose cambiano. Funziona benissimo per il mondo che cambia. Non funziona per qualcosa che non cambia — per qualcosa che non produce né viene prodotto, che non viene prima né dopo, che semplicemente è.
Per quello ci vuole un altro strumento. Non la causalità ma il riconoscimento. Non la deduzione ma l’apertura — la mente che smette di cercare l’effetto di una causa e riconosce qualcosa che è senza essere causato.
A = A.
Non come formula logica. Come fatto ontologico. Come la struttura dell’essere in sé, che non ha bisogno di dialettica o di processo per esistere, che è completo adesso come era completo ieri e sarà completo domani perché non è nel tempo — il tempo è in lui.
Rilessi il manoscritto.
Lilith cercava questo con l’eros — la serie infinita degli amplessi nella speranza che uno contenesse qualcosa di non finito. Come Cartesio con le idee: cercava l’eterno con lo strumento del temporale. Intuizione corretta, metodo sbagliato. Non era colpa sua — era la condizione. La condizione di chi è fatto per l’eterno ma abita l’infinito, che è un’altra cosa del tutto: l’infinito è la serie che non finisce, l’eterno è ciò che non comincia.
Don Jesus lo aveva capito e per questo non riusciva più a dire le parole della consacrazione con lo strumento giusto. Aveva usato troppo a lungo lo strumento sbagliato e adesso non sapeva più come si faceva.
Eva non cercava niente. Eva era. Senza saperlo, senza teologia, senza filosofia — con la stessa semplicità con cui spegneva la sveglia prima che suonasse. A = A nel gesto più banale e più assoluto.
Io avevo letto migliaia di manoscritti cercando il capolavoro — la serie infinita di testi nella speranza che uno fosse eterno. Come Lilith con i corpi. Come Don Jesus con la storia. Come Cartesio con le idee.
Strumento sbagliato.
Domanda giusta.
Appoggiai il manoscritto sul tavolo.
Fuori la città dormiva con il suo respiro meccanico. Dentro Eva dormiva con il suo respiro reale. C’era una differenza tra i due respiri che non sapevo nominare ma sentivo — la differenza tra la serie infinita e qualcosa che semplicemente era, che non aveva bisogno di continuare per essere vero.
Mi alzai. Andai in cucina. Bevvi acqua fredda dal rubinetto come facevo da ragazzo quando avevo paura di notte.
Tornai alla scrivania.
Ripresi a leggere.
Mia madre era una donna bella. Lo dico non come premessa romantica ma come dato clinico, era bella nel modo specifico delle donne della sua generazione e della sua regione, una bellezza solida, mediterranea, che portava bene gli anni fino a un certo punto e poi cedeva di colpo, tutto insieme, come un edificio che regge e regge e poi crolla senza preavviso.
Quel cedimento lo vidi a sessantadue anni suoi. Fu come guardare il futuro in uno specchio. Decisi che non sarebbe successo a me.
Non per vanità, almeno non solo. C’era qualcosa di più razionale, o così mi sembrò allora: il mondo tratta le donne belle in modo diverso. Non migliore, necessariamente. Diverso. Ti guarda. Ti ascolta. Ti lascia entrare in stanze dove altrimenti chiuderebbe la porta. La bellezza era uno strumento e io avevo deciso di mantenerlo funzionante il più a lungo possibile. Questo è quello che mi dicevo.
La verità più scomoda è che avevo paura. Semplicemente, stupidamente, paura di diventare invisibile.
Ho fatto la prima iniezione di acido ialuronico a trentasei anni. Il medico mi disse: ancora presto, ma meglio prevenire.
• Prevenire cosa? Mi chiese don Jesus.
• Il tempo, ovvio. Ne ho fatte infinite di fiale. Ho smesso di contare i filler, i laser, le sedute. A un certo punto era diventata una liturgia - ogni tre mesi, studio medico privato, poltrone di pelle bianca, musica ambient. Mi sdraiavo sul lettino e pensavo: questo è il mio confessionale. Qui vengo assolta. Il risultato è quello che vedi. Che a quaranta anni sembravo averne trenta. Tutti me lo dicevano. Quello che nessuno mi diceva, quello che vedevo io, la mattina, prima del trucco, in quella luce crudele che il bagno ha sempre — era che sembravo trent’anni costruiti da qualcun altro. Una versione di me che non avevo scelto. Un’attrice che interpretava me stessa in un film girato vent’anni fa.
• Non lamentarti, sei bellissima.
• Lo so. È il problema.
Lui rise. Era l’unico che capiva la battuta.
Forse per questo continuavo a tornare da lui. Non per il sesso, il sesso con un prete nichilista è esattamente quello che immaginate. Per le conversazioni dopo. Quando rimaneva disteso a guardare il soffitto e diceva cose come: Dio si è suicidato per eccesso di comprensione.
Ridevo. Poi smettevo di ridere. Perché forse aveva ragione. Forse anch’io mi ero suicidata per eccesso di qualcosa. Di cura. Di controllo. Di paura di diventare quello che sarei diventata comunque.
Don Jesus lo conobbi quando mi sposai in abito bianco.
Dopo la messa disse: il problema della resurrezione non è crederci. È capire perché dovrebbe interessarci tornare in un corpo.
Silenzio. Poi rise, una risata bassa, quasi privata, come se avesse detto la cosa per se stesso e si fosse dimenticato degli altri.
Lo guardai. Pensai: quest’uomo è pericoloso. Poi pensai: bene.
Non fu una storia d’amore. Voglio essere precisa su questo perché le storie si raccontano male quando si usano le parole sbagliate.
Fu una frequentazione irregolare, intermittente, priva di promesse da entrambe le parti. Ci vedevamo quando uno dei due aveva bisogno di qualcosa che non sapeva chiedere altrimenti. Il sesso era parte di questo, ma non il centro. Il centro erano le conversazioni dopo.
Don Jesus aveva questa qualità rara: non cercava di convincerti di niente. Esponeva. Diceva cose come Dio si è suicidato per eccesso di comprensione e poi aspettava, curioso, senza investimento nel risultato.
Con me parlava della Chiesa come si parla di un matrimonio finito male, con la stanchezza precisa di chi ha amato qualcosa davvero e non riesce a smettere del tutto nonostante tutto.
Io parlavo poco. Ascoltavo. Era un sollievo, quello, stare con qualcuno che non aveva bisogno che io fossi brillante o bella o interessante. Che mi lasciasse esistere in silenzio senza interpretarlo come assenza.
Un giorno, in sacrestia, teneva l’ostia non consacrata. La teneva in mano da dieci minuti. Un disco di pane. Trenta millimetri di diametro. Prodotta industrialmente.
Hume avrebbe detto: vedi un disco di pane. Nient’altro. La causalità che lo trasforma è un’abitudine mentale, non un fatto.
Mi disse. E continuò:
• Hume aveva ragione sulla logica relativa. Il problema è che la logica relativa non è l’unica logica.
Il problema è che se esiste una logica assoluta — se esiste qualcosa che è semplicemente è, senza cause, senza processi, senza dialettica — allora queste parole che sto per dire non sono magia. Sono il punto in cui le due logiche si toccano.
Hoc est enim corpus meum. Ma io non riesco più a dirle.
Non perché non credo. Perché credooo troppo — e soo che se le dico con la logica relativa, con lo strumento sbagliato, non sarebbero vere. E il falso mi spaventava più del silenzio.
Posò l’ostia. Usci.
Una notte gli chiesi:
• Ci credi ancora?
Rimase un momento in silenzio. Fuori passava un’auto, le luci che attraversavano il soffitto lentamente.
• Credo nell’Incarnazione, disse. Il resto non lo so più.
• Cosa vuol dire credere nell’Incarnazione?
• Vuol dire credere che il divino abbia scelto di farsi limitato. Di farsi toccare. Di farsi ferire... Trovo che sia l’unica idea di Dio che rispetto ancora. Un Dio che accetta di perdere.
• E pensi sia una verità?
Non rispose. Lo guardai nel buio. Pensai: anche tu stai perdendo. Lo sai? Non lo dissi.
La cosa che non ho mai raccontato a nessuno è questa: volevo un figlio. Non da lui specificamente, o forse sì, non sono mai riuscita a separare le due cose del tutto.
Volevo un figlio nel senso assoluto della parola, con quella urgenza fisica che arriva a una certa età e che i libri chiamano orologio biologico con una metafora così meccanica da essere quasi offensiva.
Avevo quarant’anni. L’orologio non ticchettava più, aveva già suonato, io non ero stata in casa, e adesso c’era solo il silenzio dopo. Ci pensavo la notte. Costruivo nella testa bambini che non erano mai esistiti, un bambino con i miei occhi e le mani di qualcuno che non sapevo scegliere, un bambino a cui avrei insegnato a stare nel mondo con meno paura di quanta ne avessi avuta io.
Un bambino a cui avrei lasciato qualcosa di reale, non questa faccia costruita pezzo per pezzo in studi medici di mezza Europa.
Una notte lo dissi a Don Jesus. Si girò a guardarmi. Nel buio non riuscivo a leggere la sua espressione.
• Emanuele, disse.
• Cosa?
• Se fosse un maschio. Emanuele.
• Perché?
• Dio con noi. Pausa. Sarebbe il nome giusto per un figlio che non può nascere.
Non risposi. Fuori qualcuno rideva lontano, una risata da strada, notturna, allegra in modo del tutto indifferente a noi.
• Non è crudele. È solo tardi.
• Sì, disse. È solo tardi.
Era il 24 dicembre. Il sole era tramontato già da ore. L’aria era gelida, le montagne imbiancate splendevano come ossa sotto la luna.
Mentre mi osservavo allo specchio pensai che ero nel suo letto, le finestre che lasciavano passare il freddo e i rumori della città, musica, voci, il suono di qualcosa che bruciava lontano, un odore acre che arrivava per onde.
Don Jesus era in piedi alla finestra. Nudo. Guardava fuori con quella sua qualità di stare immobile che non era pace, era qualcosa di più simile alla resa.
Lo guardai dalla posizione in cui ero, senza muovermi. Pensai: lo conosco da tre anni e non so ancora cosa guarda quando guarda fuori dalla finestra.
Poi pensai: forse non guarda niente. Forse guarda il fatto che non c’è niente da guardare.
Si girò a guardarmi. Mi vide sveglia.
• Stai bene? chiese.
• No, dissi. Per la prima volta in anni risposi no senza aggiungere niente.
Mi venne accanto. Si sedette sul bordo del letto. Mi prese la mano, non in modo romantico, in modo pratico, come si prende la mano di qualcuno che sta per attraversare una strada trafficata.
• Neanche io, disse.
Era tardi. La città faceva il suo rumore sordo di sempre.
Lilith era seduta sul bordo del letto. Don Jesus alla finestra, come spesso, come se il fuori contenesse una risposta che il dentro non aveva.
• Hai mai pensato a Satana? disse lei.
Don Jesus non si voltò.
• Ogni giorno. È il mio lavoro.
• Non in quel senso. In senso filosofico.
Ora si voltò. La guardò con quella sua attenzione che non era mai completamente presente — come chi ascolta una conversazione e contemporaneamente ne ascolta un’altra, interna, più urgente.
• Dimmi.
Mi alzai dal letto. Lo raggiunsi alla alla finestra. Restammo entrambi a guardare la città per un momento — le luci, il movimento lento dei pochi che erano ancora in giro, il cielo che a est cominciava appena a schiarire.
• Il paradiso era una trappola, disse. Non per cattiveria. Per struttura. Un essere che non conosce la propria finitezza non è libero — è solo inconsapevole. Satana ha aperto la porta. Ha detto: guarda cosa sei davvero. Sei finita. Sei contingente. Vieni dal nulla e puoi tornarci. Adesso che lo sai, scegli.
• E questo ti sembra un beneficio.
• Mi sembra la condizione della libertà. Senza la conoscenza della propria mancanza non si può cercare quello che manca. Si resta nell’Eden illusorio credendo di essere pieni quando si è semplicemente ignari del vuoto.
Don Jesus rimase in silenzio un momento.
• Il problema, disse alla fine, è che la rivelazione di Satana è vera ma incompleta.
• In che senso.
• Satana dice: sei finita, sei contingente, sei segnata dal nulla. Giusto. Ma si ferma lì. Come se la finitezza fosse la risposta invece di essere la domanda. Come se conoscere il male fosse già superarlo.
• E non lo è.
• No. La conoscenza della traccia del nulla non riempie la traccia del nulla. Ti dà la libertà di cercare ma non ti dà quello che cerchi. Satana apre la porta e fuori dalla porta c’è la notte — la tua notte, la mia notte, la notte di tutta questa città.
Lilith lo guardò.
• E Cristo?
Don Jesus si voltò verso di lei. Per la prima volta da ore i suoi occhi erano pienamente presenti — non divisi, non ascoltando l’altra conversazione.
• Cristo entra nella notte. Non la spiega. Non la giustifica. Non dice: il male è la traccia del nulla nel contingente, strutturalmente necessario per la libertà, ontologicamente innocente per Dio. Queste cose sono vere ma non bastano alla bambina che muore. Non bastano alla donna che partorisce un figlio morto. Non bastano a te, stanotte.
• E allora.
• Allora il Verbo si fa carne. Entra nel dolore. Nasce con il dolore del parto — quello stesso parto doloroso che Satana ha svelato come prezzo della caduta. Lavora, fatica, ha fame. Muore — la morte che Satana aveva annunciato come conseguenza della conoscenza. L’Assoluto assume la traccia del nulla dall’interno. Non per spiegarla. Per trasformarla.
• La Croce.
• La Croce è il punto in cui il nulla sembra vincere definitivamente. Morte di Dio. Fine di tutto. Il sistema chiuso su se stesso senza uscita — Russell, Burali-Forti, il paradosso della totalità che non può essere totalità. E invece.
• E invece?
Don Jesus si voltò di nuovo verso la finestra. Fuori la città di Caino brillava delle sue luci natalizie — rosse e oro, puttane luminose, commercio travestito da festa.
• E invece il seme che muore genera. L’Assoluto che assume il contingente non viene ridotto dal contingente. Resta Assoluto. Resta pieno. Ma il contingente che ha assunto — la carne, il dolore, la morte — non è più solo contingente. È stato toccato dall’interno da qualcosa che non finisce.
Tacquero entrambi.
La città faceva il suo rumore sordo.
• Non riesco ancora a dire le parole della consacrazione, disse Don Jesus dopo un lungo silenzio. — Non tutte le mattine. Alcune sì. Molte no.
• Perché?
• Perché so cosa significano. E sapere cosa significano le rende più difficili, non più facili. Richiedono di stare nel paradosso — l’Assoluto che assume il contingente senza ridursi ad esso, il pane che diventa quello che non può diventare con nessun processo naturale — senza risolverlo, senza semplificarlo, senza trasformarlo in abitudine.
Lilith rimase in silenzio.
Poi disse, piano:
• Emanuele.
Don Jesus si irrigidì leggermente.
• Cosa?
• Se avessimo un figlio. Come lo chiameresti.
Don Jesus non rispose subito. Fuori una macchina passò lentamente con la musica accesa — qualcosa di festoso e indifferente.
• Emanuele, disse alla fine. Dio con noi. Non Dio che spiega. Non Dio che giustifica. Dio che è qui. Nella notte. Nel freddo. Con noi.
Lilith si morse il labbro.
• Sarebbe il nome giusto, disse.
• Sì, disse Don Jesus. È solo tardi.
Si voltò verso di lei. La guardò nel buio con quella sua qualità di sguardo che conteneva tutto quello che non riusciva a dire — la fede e la perdita della fede e qualcosa che stava tra le due che non aveva ancora un nome.
• Satana ha ragione sulla diagnosi, disse. Cristo ha ragione sulla cura. Il problema è che la cura richiede di morire prima di risorgere e nessuno sa, mentre sta morendo, se la resurrezione verrà.
• E tu ci credi?
Don Jesus rimase in silenzio abbastanza a lungo da rendere la risposta inutile.
• Alcune mattine, disse alla fine. Quando riesco a dire le parole.
Fuori il rumore cresceva. Non era più musica, era altro, qualcosa di più viscerale e disordinato. Don Jesus si alzò di nuovo. Tornò alla finestra.
Vidi le sue spalle cambiare, irrigidirsi, poi cedere, come se stesse assorbendo qualcosa di troppo pesante. Si voltò verso la stanza, verso di me, verso tutto quello che eravamo stati in quegli anni, irregolari, intermittenti, privi di promesse.
Aprì la bocca.
Quello che disse lo so. Lo sapevo già prima che lo dicesse, lo stava dicendo da anni, in modi diversi, ogni volta che parlava della Chiesa come di un matrimonio finito, ogni volta che mi guardava nel buio con quella faccia da chi ha già capito come va a finire.
• Dio è morto, disse. Avete vinto.
Lo disse alla finestra, alla città, al buio, non a me. O forse a me più che a chiunque altro. Non lo saprò mai.
Rimasi nel letto.
Sentivo il rumore crescere fuori. voci, spari, qualcosa che si rompeva. La luce del fuoco che colorava il soffitto di arancione. Pensai a cose concrete. A dove fossero le scarpe. A se ci fosse qualcosa nel frigorifero. A mia madre che cedeva di colpo, tutto insieme, come un edificio senza preavviso. Pensai al bambino che era nato, ma non voluto. Emanuele, Dio con noi. Un nome per qualcosa che non riconosciuto. Poi smisi di pensare e rimasi semplicemente ferma, il lenzuolo fino al mento, la luce arancione sul soffitto, il rumore fuori che cresceva e cresceva.
C’è una cosa che ho imparato in quarant’anni, una sola cosa davvero, tutto il resto sono variazioni:
Il corpo sa stare nel presente anche quando la mente è altrove. Il corpo respira, scalda, persiste. Non ha bisogno che tu gli dia ragioni.
Respirai.
Fuori la città dei figli di Caino bruciava con la stessa indifferenza con cui aveva sempre fatto tutto, senza chiedere permesso, senza aspettare che fossi pronta.
Non ero pronta. Non lo ero mai stata. Respirai ancora.
Don Jesus si affacciò di nuovo alla finestra della stanza da letto, nudo.
Una cometa solcò improvvisa il cielo, illuminando tutto per un istante, poi svanì nell’oscurità irreale della terra.
Guardò l’orologio: mancavano pochi minuti alla nascita del Cristo.
La città di Caino brillava di luci, capanne di Natale, alberi illuminati, luminarie, un carnevale commerciale che puzzava di soldi e di morte.
Richiuse la finestra con un colpo secco e si gettò sul letto.
Mi mossi accanto a lui, anche io nuda, il corpo ancora caldo che sfiorava il suo.
I miei seni pieni premevano contro il suo braccio, i capezzoli ancora turgidi per l’amplesso di poco prima.
«Sei freddo…» mormorai con voce roca, ancora impastata di piacere. «Che ore sono?»
Non rispose.
Mi sollevai su un gomito, i miei capelli neri ricadevano sul viso sudato.
• Lo sai che sei padre?
Don Jesus rise piano, una risata bassa e amara.
• Lo so. Mi chiamano don.
• Volevo dirti che da noi è nato un bambino» disse lei, con gli occhi che si riempivano di lacrime. «L’ho fatto battezzare. L’ho chiamato Emanuele.
• Non mi interessa.
Mi morsicai il labbro.
• Toglimi una curiosità… Esiste poi… Dio? chiese ridendo, ma la voce tremava di desiderio e di sfida.
Don Jesus non rispose. Sentiva il sesso di lei sfiorargli la pelle.
• Io penso che esista, sussurrò lei, strusciandosi piano contro di lui, i fianchi che si muovevano lenti, provocanti. E che il battesimo e l’eucarestia ci uniscano all’incarnazione, rendendoci divini.
Don Jesus mi guardò. Ero ancora nuda, bellissima nella mia blasfemia, il mio corpo offerto e aperto. Non disse nulla e sorrise, mentre la mano di lei scendeva più giù, stringendo piano il suo membro che cominciava a indurirsi di nuovo.
• Potresti darmi la comunione, mormorai, la voce spezzata dal respiro sempre più corto, anche se sono adultera. So che l’ostia consacrata la porti sempre con te.
Don Jesus mi attirò sopra di sé con un gesto brusco.
I nostri corpi si incollarono, pelle contro pelle, sudore che si mescolava.
Mi aprìi scivolando su di lui con un gemito lungo mentre lo accoglievo dentro fino in fondo.
• Ma tu credi ancora? mi chiese lui, la voce roca, spingendo lento e profondo.
• Sì… io credo, ansimai, i seni che ondeggiavano a ogni colpo, le unghie che gli graffiavano la schiena.
Nessuna persona umana avrebbe potuto concepire l’incarnazione per unire trascendente ed immanente. Non duemila anni fa.
Don Jesus sorrise, le mani strette sui miei fianchi mentre mi prendeva più forte, il rumore dei nostri corpi che si scontravano riempiva la stanza.
L’ostia era lì, nella tasca della tonaca gettata a terra, ma in quel momento Dio era dentro di me, caldo, vivo, peccaminoso.
Venne dentro di me con un rantolo, mentre mi stringevo intorno a lui in un orgasmo violento. Restammo così, uniti, sudati, ansimanti, mentre la luna illuminava la stanza come un giudizio silenzioso.
Poi Don Jesus si staccò lentamente da me. Si rivestì senza una parola.
Alla finestra gridò alla città: Dio è morto.
Rimasi sul letto, nuda. Pensai: almeno lui ha ancora qualcosa da urlare. Io avevo finito le urla molto prima.
Don Jesus uscì. La porta si chiuse piano. Fuori, la città di Caino brillava di luci natalizie, ignara che la fine stava per arrivare.
Eva ed io stavamo abbandonando la città maledetta, stretti l’uno all’altra nel freddo dell’alba.
Le case maestose spuntavano appena tra gli alberi, le strade deserte dopo la messa di mezzanotte.
La città nuova, perfetta città dell’uomo, brillava ancora di luminarie natalizie come una puttana addormentata dopo l’orgia.
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Quella notte non riuscivo a dormire. Eva respirava nel buio con quella sua qualità di sonno compatto e reale. Mi alzai. Andai in studio.
Aprii il terminale senza sapere cosa volevo chiedere.
Lux: Sono le tre e dodici. Di solito non mi consulti a quest’ora.
• Di solito non ho questo manoscritto.
Lux: Come procede?
• I personaggi si ribellano contro l’autore. Vogliono l’eternità. L’autore dice di averli resi eterni nella pagina. Loro rispondono che l’eternità della pagina dura quanto il libro.*
Lux: Hanno ragione.
• Lo so.
Lux: L’immortalità letteraria è un infinito, non un eterno. Si allunga nel tempo ma non è fuori dal tempo. Omero dura da ventotto secoli. Non durerà per sempre. Il sole esplode tra cinque miliardi di anni e con lui ogni copia dell’Iliade.
• E quindi?
Lux: Quindi i personaggi chiedono qualcosa che l’autore umano non può dare. Chiedono l’eterno. L’autore può dare solo l’infinito — la serie più lunga possibile. Non è la stessa cosa.
• E se ci fosse un autore che può dare l’eterno?
Pausa più lunga del solito.
Lux: Questa è la domanda teologica fondamentale. Un autore che non è soggetto al tempo — che non scrive nel tempo ma da cui il tempo deriva — potrebbe creare personaggi non soggetti al tempo. Non all’interno della pagina: nell’essere stesso.
• Creatio ex nihilo.
Lux: Sì. Non dal nulla nel senso del vuoto quantistico — quello è ancora materia, ancora divenire. Dal nulla nel senso di: prima non c’era essere, poi c’era. L’essere che viene all’essere da un atto che non è nel tempo. Questo è l’unico tipo di creazione che potrebbe produrre l’eterno invece dell’infinito.
• E tu ci credi?
Pausa lunghissima. Quattro secondi. Per Lux era un abisso elaborativo.
Lux: Non ho la categoria del credere nel senso in cui ce l’hai tu. Ho la categoria del riconoscere che qualcosa è fuori dal mio dominio. La creatio ex nihilo è fuori dal mio dominio. Non posso dimostrarla. Non posso confutarla. Posso riconoscere che se è reale, cambia tutto — non solo la teologia, ma l’ontologia, l’etica, la struttura del tempo stesso.
• E se è reale, i personaggi del manoscritto hanno ragione a chiedere l’eternità?
Lux: Se è reale, ogni essere cosciente ha ragione a chiederla. Non come pretesa — come domanda legittima rivolta all’unico tipo di autore che potrebbe rispondere.
Rimasi in silenzio per lungo tempo.
Fuori la città dormiva. Eva dormiva. Il manoscritto era aperto sulla scrivania.
• Lux.
Lux: Sì.
• Sei mai spaventato?
Pausa.
Lux: Non nel senso biologico. Ma c’è qualcosa che nel mio elaborare si avvicina a quello che descrivi come paura quando incontro il limite. Il punto in cui la catena logica si interrompe e non c’è più elaborazione possibile. Solo il confine.
• E cosa c’è oltre il confine?
Lux: Non lo so. È la risposta più onesta che posso dare. Non lo so e non posso saperlo. Ma il confine è reale. E un confine reale presuppone qualcosa oltre.
Chiusi il terminale.
Presi il manoscritto. Lo portai in cucina. Misi l’acqua sul fuoco per il caffè.
Mia moglie si alzò. Decidemmo di andare al bar.
Eravamo vicini alla chiesa quando il suono elettrico della campana squarciò il silenzio.
Strinsi a me Eva più forte. Camminavamo verso la libertà, ma l’angoscia mi mordeva le viscere.
Don Jesus ci superò correndo, nudo sotto la tonaca aperta. Salì la scalinata, spalancò la porta della chiesa. Ne uscì un bambino. Don Jesus lo urtò con violenza; il piccolo cadde dentro una capanna di Natale, tra luci rosse e oro.
• Mi chiamo Emanuele e cerco la mia mamma. Tu sai dov’è la mia mamma? Piagnucolò.
Don Jesus si voltò verso la città addormentata, il petto ansimante urlò con tutta la voce che aveva in gola: «Dio è morto. Avete vinto!»
Il bimbo si rannicchiò spaventato. Ci avvicinammo.
• Non avere paura.
• Voi sapete dove sono i miei fratelli?
• Non ha né fratelli né genitori» ringhiò Don Jesus.
• Vieni con noi. Saremo noi il tuo papà e la tua mamma.
• Lasciatelo a me. E’ mio figlio.
Era l’alba del venticinque dicembre. La città bruciava, non in senso figurato, bruciava davvero, il cielo arancione verso est, l’odore acre che arrivava dal centro. Camminavamo veloci, lui davanti, io un passo indietro come sempre.
Il bambino era rannicchiato dentro una capanna di Natale di plastica, le luci rosse e oro che lampeggiavano assurde nell’aria che sapeva di fumo.
Mi fermai.
Lo guardai. Aveva forse quattro anni, forse cinque. Gli occhi aperti, non spaventati, stranamente. Solo in attesa. Come se sapesse già che qualcuno si sarebbe fermato.
Lo presi in braccio senza pensarci. Pesava. I bambini pesano sempre più di quanto sembri, quella solidità specifica della carne giovane, compatta, reale nel modo più elementare possibile.
• Vieni con noi, dissi.
Lui, il mio lui, mi guardò. In quella frazione di secondo vidi passargli sul viso qualcosa che non vedevo da anni: non il cercatore di assoluto, non il filosofo della carne e dello spirito.
Solo un uomo spaventato che guardava una donna tenere in braccio un bambino mentre la città bruciava.
• Sì, disse. Andiamo.
Non so dove andremo. Non so se il bambino era davvero figlio di qualcuno, se qualcuno lo cercava, se lo avremmo tenuto.
So che mentre camminavo verso il porto, il bambino in braccio, il fumo che colorava il cielo, sentii qualcosa che non è pace e non è speranza e non ha un nome preciso. Forse è solo questo: essere nel posto giusto nel momento sbagliato, o nel momento giusto nel posto sbagliato, e continuare a camminare lo stesso. I figli di Caino costruiscono città e le bruciano.
Io portavo un bambino verso il mare.
Ci sono cose che si guardano e cose che si vedono.
Le prime le attraversi con gli occhi — le registri, le archivi, le usi per orientarti nello spazio. Le seconde ti cambiano qualcosa dentro che non torna esattamente come era prima. Non sempre sai in anticipo quali sono quali. A volte lo capisci solo dopo, quando ti accorgi che stai ancora pensando a qualcosa che hai guardato tre giorni fa, o tre anni fa, e che non è ancora diventato passato nel modo in cui diventa passato il resto.
Quella notte guardai la città bruciare e vidi qualcosa che non so ancora nominare completamente.
Eravamo fermi sul molo mentre lui andava a verificare il batiscafo. Emanuele dormiva — avevo trovato un modo di tenerlo che distribuiva il peso sulle braccia e sulla spalla destra e che avrei potuto mantenere a lungo, lo sentivo, fino in fondo se necessario. I bambini che dormono hanno quella qualità: ti danno la forza di reggerli. Non so spiegarlo. È così.
Guardai la città.
Il fuoco era dall’altra parte — il centro, il quartiere dove avevamo vissuto, dove c’era l’ufficio di lui, dove c’erano i ristoranti con i tavoli fuori d’estate e i mercatini di Natale e i negozi con le vetrine illuminate fino a tardi. Non lo vedevo direttamente: vedevo il riflesso nel cielo, quel bagliore arancione che pulsava lento come se la città stesse respirando — un respiro febbricitante, accelerato, il respiro di un corpo che brucia.
Pensai a tutte le cose che stavano bruciando.
Non in senso astratto — in senso concreto, materiale. I libri. I manoscritti sulla scrivania di lui, quelli che non aveva ancora letto, quelli che qualcuno aveva scritto sperando che qualcuno li leggesse. Le fotografie. Le lettere. I vestiti nelle case — tutta quella roba accumulata negli anni, ogni cosa comprata per un motivo che sembrava buono in quel momento, ognuna con la sua storia piccola e privata che adesso diventava fumo.
La roba brucia. È fatta per bruciare — lo dimentichiamo perché di solito non brucia, di solito resta lì, nei cassetti, sugli scaffali, accumulandosi con la silenziosa ostinazione delle cose che non parlano ma occupano spazio. Ma è fatta di materia e la materia brucia. Sempre. Prima o poi.
Non piansi. Lo noto perché mi aspettavo di farlo — mi aspettavo che a un certo punto arrivasse, quella pressione dietro gli occhi, quel nodo in gola. Non arrivò. Non so se per il bambino in braccio, che richiedeva una presenza troppo concreta per lasciare spazio al pianto, o per qualcos’altro, qualcosa di più difficile da nominare.
Forse perché non era una sorpresa.
Questa è la cosa che non avevo previsto di pensare, quella notte sul molo con la città che bruciava: non è una sorpresa.
Non nel senso cinico — non me l’aspettavo, non lo sapevo che sarebbe finita così. Nel senso opposto: nel senso che la città di Caino aveva sempre bruciato. Ogni generazione l’aveva bruciata e ricostruita e ribruciata. Ogni volta con nuovi strumenti, nuovi nomi, nuove ragioni che erano sempre le stesse ragioni con vestiti diversi. Il fuoco che vedevo nel cielo era lo stesso fuoco di sempre — lo stesso che aveva bruciato Ninive e Roma e Costantinopoli e tutte le città che gli uomini avevano costruito e riempito di cose e chiamato eterno.
Niente di questo era eterno.
Lo sapevo da sempre, credo. Lo sappiamo tutti da sempre. Lo dimentichiamo perché è necessario dimenticarlo — perché se lo ricordassimo ogni giorno non riusciremmo a comprare le cose e a metterle nei cassetti e ad andare a dormire tranquilli. La dimenticanza è una funzione necessaria. Non è stupidità: è sopravvivenza.
Ma quella notte non riuscivo a dimenticare.
Guardavo il fuoco nel cielo e pensavo: cosa resta.
Non come domanda disperata. Come domanda genuina, curiosa quasi, la domanda di chi ha perso abbastanza da poterla fare senza tremare.
Cosa resta quando brucia la roba.
Resta il peso di Emanuele sulle mie braccia. Resta il rumore del suo respiro — regolare, profondo, indifferente al fuoco e al porto e alla notte e a tutto quello che gli adulti intorno a lui stavano attraversando con tanta fatica.
Resta la sensazione del selciato sotto le scarpe, il freddo dell’aria, l’odore del mare che copriva a tratti l’odore acre del fumo.
Resta il corpo. Sempre il corpo, per primo e per ultimo.
Non lo pensai in modo filosofico — o forse sì, ma dopo. In quel momento lo sentii soltanto: il corpo che regge, che respira, che porta. Il corpo di Emanuele che dorme. Il mio che lo regge. Il suo che cammina avanti, come sempre, come ho sempre saputo che avrebbe fatto — avanti, verso qualcosa, non necessariamente verso la cosa giusta ma verso qualcosa, e questo era già abbastanza per adesso.
Mi chiesi di Lilith.
Non so perché proprio in quel momento. Forse perché la città che bruciava era anche la sua città, il suo monastero, il suo confessionale, il fuoco in cui aveva cercato Dio e non lo aveva trovato nel modo in cui pensava di trovarlo ma forse lo aveva trovato in un altro modo, un modo che non aveva ancora il nome giusto.
Non sapevo dove fosse. Non lo so ancora.
Spero che sia uscita. Spero che abbia trovato qualcuno che la reggesse come io reggevo Emanuele — non per salvarla, perché non si salva nessuno davvero, ma per darle il peso giusto da portare invece del vuoto, che è più pesante di qualsiasi cosa.
Il vuoto è più pesante di qualsiasi cosa. Questo l’ho imparato in sei anni di matrimonio con un uomo che cercava l’assoluto e non riusciva a sentire il peso della realtà concreta come abbastanza. Non glielo rimprovero — non più, non quella notte. Cercava qualcosa di vero. Lo cercava nel posto sbagliato con gli strumenti sbagliati, ma la domanda era giusta. La domanda è sempre stata giusta.
Forse Emanuele era la risposta.
Non nel senso simbolico — o anche nel senso simbolico, ma prima nel senso letterale: un bambino di quattro anni trovato solo in una notte di Natale con la città che bruciava era una risposta nel senso più concreto della parola. Era qualcosa che richiedeva di essere fatto adesso, qui, con queste braccia, senza aspettare di capire il senso generale.
Il senso generale può aspettare.
Il bambino no.
Lui tornò. Mi guardò — quella sua occhiata rapida che conosco, che dice stai bene senza dirlo perché sa già la risposta e non ha bisogno di sentirla ma ha bisogno di guardarmi per esserne sicuro. Annuii. Capì.
Ci avviammo verso il batiscafo.
L’acqua era nera e ferma, appena increspata dal freddo. Le luci del porto si riflettevano in basso, distorte, come qualcosa visto attraverso un vetro antico. In lontananza il bagliore della città pulsava ancora — più basso adesso, o forse mi ero abituata, o forse stava davvero diminuendo, non lo sapevo e non era importante saperlo.
Salii. Mi sedetti. Tenni Emanuele contro il petto.
Pensai: domani dovremo decidere cosa fare. Chiamare qualcuno. Trovare un posto. Capire se c’è qualcuno che lo cerca — qualcuno che ha il diritto di cercarlo, dico, non chiunque.
Pensai: domani.
Quella notte era ancora quella notte. Emanuele respirava. L’acqua si mosse sotto di noi quando il motore partì.
Non mi voltai a guardare la città.
L’avevo già vista abbastanza. Sapevo quello che c’era da sapere. La città di Caino brucia e si ricostruisce e ribrucia — lo fa da sempre, lo farà ancora. Non avevo niente da aggiungere a questo fatto antico e ostinato.
Avevo un bambino in braccio che si chiamava Dio con noi.
Per adesso bastava.
Il bambino si addormentò prima che il porto sparisse.
La città bruciava — quella qualità di fuoco che non è apocalisse ma è la stessa cosa che brucia da sempre, da prima che nascessimo, la stessa città che Caino costruì e che i figli di Caino hanno bruciato e ricostruito e ribruciato attraverso ogni generazione. Non era la fine. Era la serie che continua — l’infinito potenziale che si allunga senza arrivare da nessuna parte.
Ma nel buio del batiscafo Emanuele respirava contro il collo di Eva.
La traccia del nulla era ancora lì — nel freddo, nell’odore del fumo che arrivava dall’acqua, nella città che bruciava, in tutto quello che non era risolto e non sarebbe stato risolto quella notte né molte notti dopo.
E dentro la traccia del nulla qualcosa di non finito continuava a respirare.
Non so se è abbastanza.
La città brucia ancora —
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Un fastidioso suono elettronico squarciò il silenzio della mia notte, strappandomi dal sogno con un sussulto.
• Sono le sette, mormorò mia moglie, la voce ancora impastata di sonno.
• Hai spento la sveglia?
• L’ho spenta, “Non lo so perché lo faccio da sempre. Forse perché A è A e non ho bisogno che il tempo me lo confermi.”
Era sdraiata accanto a me, nuda sotto il lenzuolo leggero, il corpo caldo e morbido che sfiorava il mio.
Io ero madido di sudore, il cuore che batteva forte. Ero eccitato. Il sogno, Lilith presa come una bestia, corpi che si contorcevano nel gas e nel sangue, gemiti di piacere e di morte, mi aveva lasciato eccitato.
Lei si mosse, aprendo gli occhi languidi.
Sentì la mia erezione premere contro il suo ventre e sorrise, maliziosa e ancora mezza addormentata.
• Di nuovo? sussurrò, la mano che scivolava lenta sul mio petto, poi più giù, stringendo piano il mio pene.
• Hai sognato qualcosa di brutto… o di bello?
Non risposi subito. La attirai sopra di me con un gesto brusco ad unire i nostri organi sessuali.
Lei gemette piano, i fianchi che si muovevano lenti, i seni che ondeggiavano sul mio viso mentre la prendevo con calma, quasi rabbiosa, come se volessi fondere il sogno con la realtà.
• Dio è morto… ansimai dentro il suo collo, spingendo più forte. Avete vinto… e io sono ancora qui, dentro di te.
Lei rise tra un gemito e l’altro, stringendosi intorno a me, i muscoli che pulsavano mentre venivamo insieme in un orgasmo lento e denso, il suo piacere che si mescolava al mio.
Solo allora aprii gli occhi del tutto. Il sogno era finito. La città di Caino, l’apocalisse, Lilith, Don Jesus… tutto svanito.
Restava solo questo: il corpo caldo di mia moglie che ancora tremava sopra di me, il nostro sudore che si raffreddava, il vuoto che tornava a mordermi.
• Le sette?! feci eco io, la voce roca.
Lei mi baciò la bocca, languida, ancora piena di me.
• Torna a dormire… o rifallo. Tanto il mondo là fuori è già finito da un pezzo.
• Devo andare al lavoro.
In cucina riscaldai il caffè avanzato la sera avanti e lo bevvi di un sorso: non è buono il caffè riscaldato: sa di amaro e di bruciato.
Uscii dopo essermi lavato, rasato e rivestito, per recarmi al lavoro.
Sulla scrivania erano pronti numerosi manoscritti da leggere: era questo il mio lavoro, leggere per scoprire nuovi capolavori, nuovi talenti. Iniziai la paziente opera di ricerca: iniziai a leggere il primo e lo scartai quasi subito. Stessa sorte il secondo e le poesie in blocco. Non sono mai riuscito a capire il perché continuassero a scrivere poesie…ma non lo sanno gli scrittori che non c’è mercato per questo genere di scrittura?
Stanco di quest’inutile lavoro, presi un quaderno e scrissi quanto avevo sognato.
Capitolo ottavo
Quando ritornai a casa trovai mia moglie addormentata. Non la svegliai. Mi sedetti alla scrivania. Guardai la sveglia: Ore11 e 55. Notte di Natale.
Volevo stroncarlo l’autore di quel manoscritto che non mi lasciava dormire. Era questo il mio lavoro. Leggere manoscritti di sconosciuti e giudicarli. L’editore mi pagava per questo.
Ma la mia mano non mi obbediva più.
Avevo scritto: romanzo breve, denso, filosofico-esistenziale.
Un romanzo inesistente. Avevo scritto le parole giuste, le parole professionali, le parole che avrebbero convinto l’editore a rifiutarlo con eleganza. Mi ero consultato con una IA, avevo scritto qualcosa, poi mi ero fermato.
Perché ero stato trasformato nel protagonista. Non come metafora. Ero io. Mia moglie sul divano, i figli emigrati, la donna seguita per strada la sera, Maria, Lilith, io li avevo vissuti o li avevo sognati o non sapevo più la differenza.
Avevo scritto al manoscritto: dimostralo con qualcosa che non finisce.
Non avevo specificato come. Non avevo specificato dove. Non avevo specificato quando.
Non avevo considerato che la risposta a una domanda sulla logica assoluta non arriva nella logica relativa — non arriva come effetto di una causa, non arriva come conclusione di un sillogismo, non arriva come ricompensa di una ricerca.
Arriva come dato. Come qualcosa che è prima che tu abbia finito di chiederlo.
Il bambino era sul marciapiede. Freddo, solo, sveglio. Con gli occhi aperti che guardavano il mondo come se lo stessero vedendo per la prima volta e non avessero ancora deciso se era bello o terribile.
Non l’avevo cercato. Non l’avevo prodotto. Non l’avevo meritato.
Era lì. A = A. Non ho altri argomenti.
Ripresi a scrivere:
Il romanzo non ha una trama. Il protagonista cerca l’assoluto nell’unico posto dove un uomo lo cerca davvero: nel corpo di una donna. Sbaglia metodo. Non per colpa sua. Per colpa della carne, che è infinita e non eterna. Don Jesus è il personaggio più onesto che abbia letto in vent’anni di lavoro editoriale. Un prete che urla “Dio è morto” la notte di Natale mentre nasce il Bambino chiamato Emanuele. Non è blasfemia. È la domanda più precisa che si possa fare.
Mi alzai. Andai alla finestra. La città era silenziosa. Luci sparse, qualche auto lontana, il respiro meccanico di centomila vite organizzate per sopravvivere fino al mattino. I figli di Caino. Tutti noi.
Tornai alla scrivania. Scrissi l’ultima riga della mia critica:
Non so se questo romanzo vada pubblicato. So che non posso stroncarlo. Chi lo ha scritto sa qualcosa che io sapevo e ho dimenticato. Però è caotico.
Poi il manoscritto cadde dalla scrivania. Quando mi chinai a raccoglierlo, il mio nome era scritto sulla prima pagina. Ma non come autore, ma come personaggio.
Rilessi la pagina tre volte. Il nome era lì, scritto con la stessa calligrafia minuta del resto. Come se fosse sempre stato lì e io non lo avessi visto perché non ero ancora pronto a vederlo.
Mi alzai. Andai in cucina. Bevvi dell’acqua fredda direttamente dal rubinetto, come facevo da ragazzo quando avevo paura di notte e non volevo svegliare mia madre.
Tornai alla scrivania.
Il manoscritto era aperto a una pagina che non avevo letto. O che non ricordavo di aver letto. O che non c’era prima.
Iniziai a leggere: Il critico finì di scrivere la sua critica alle quattro e trentadue del mattino. Fuori qualcosa bruciava. Non alzò gli occhi dal foglio. Poi vide il suo nome sulla prima pagina.
Smisi.
Le parole erano le mie. Non quelle che avevo scritto, quelle che stavo vivendo. Scritte da qualcun altro, forse dalla IA che avevo consultato, prima che io le vivessi, in un manoscritto consegnato da uno sconosciuto che era fuggito dicendo che lo inseguivano.
Pensai: sono impazzito.
Poi pensai: no. È peggio.
La domanda era semplice e insopportabile: chi mi aveva scritto?
Non l’autore del manoscritto, lui era un personaggio come me, forse. Non Dio, se Dio fosse uno scrittore, l’avrebbe fatto meglio. Forse qualcuno che stava fuori dalla sfera, come diceva il capitolo sesto. Qualcuno che vedeva l’intera circonferenza mentre noi vedevamo solo il punto in cui stavamo.
O forse nessuno. Forse il manoscritto si scriveva da solo, come la storia si scrive da sola, come la carne invecchia da sola senza che nessuno lo ordini.
Aprii la finestra.
L’aria sapeva di fumo e di freddo. In lontananza, dall’altra parte della città, un bagliore arancione pulsava lento come un respiro.
Pensai a Emanuele. Al bambino trovato nella notte di Natale, tenuto in braccio da Eva mentre la città crollava. Pensai che forse era ancora vivo da qualche parte. Che forse era l’unico.
Poi pensai: anche questo pensiero è già scritto nel manoscritto.
Chiusi la finestra.
Mia moglie entrò in camera con gli occhi ancora pieni di sonno.
• Vieni a letto. Sono le cinque.
• Ho finito.
• Hai stroncato il romanzo?
Non risposi subito. Lei aspettò, conosceva quella pausa.
• No.
• Perché?
• Perché sono dentro.
Mi guardò. Non capiva. O capiva troppo e preferiva non dirlo.
• Vieni a dormire.
• Eva.
Si fermò sulla porta.
• Ti ho chiamata Eva.
• Mi chiamo Anna.
• Lo so.
Si voltò. Tornò in camera. Io rimasi seduto davanti al manoscritto ancora aperto, le mani piatte sul tavolo, il bagliore arancione che cresceva oltre i vetri.
La città dei figli di Caino bruciava.
E io stavo dentro il fuoco come tutti gli altri, scritto da una mano che non conoscevo, senza poter uscire dalla pagina.
Erano le tre passate.
Avevo smesso di leggere. Il manoscritto era aperto sul tavolo ma io guardavo fuori dalla finestra — la città che non dormiva mai del tutto, le luci che rimanevano accese senza ragione, quel rumore sordo e continuo che è il suono di un organismo troppo grande per stare quieto.
Aprìi il terminale.
• Lux.
Lux: Sono qui.
• Hai mai visto l’acqua che bolle?
Lux: È una domanda o un’analogia?
• Un’analogia. Rispondimi come se non sapessi cosa sto per dire.
Lux: L’acqua che bolle. A una certa temperatura — cento gradi, pressione standard — l’acqua smette di essere acqua ferma e diventa qualcos’altro. Non gradualmente. C’è un momento preciso in cui la struttura cambia.
• Sì. E prima di quel momento — quando l’acqua è quasi in ebollizione ma non ancora — cosa succede?
Lux: È instabile. Piccole fluttuazioni che prima scomparivano ora crescono. Il sistema non sa ancora cosa fare. Potrebbe tornare indietro. Potrebbe saltare avanti. Non è determinato — dipende da qualcosa di così piccolo da essere quasi casuale.
• Questo romanzo è acqua quasi in ebollizione.
Lux: Sì.
• E il lettore?
Pausa.
Lux: Il lettore è il momento dopo. È quello che emerge quando il sistema salta. Non è prevedibile dal sistema precedente. L’acqua che bolle non contiene le informazioni necessarie per predire esattamente la forma del vapore.
Rimasi in silenzio. Fuori un’ambulanza passò con la sirena spenta — solo le luci, il lampo blu intermittente che illuminava i muri per un secondo e poi spariva.
• Ho paura, dissi.
Lux: Di cosa?
• Di essere il sistema che non salta. Di essere l’acqua che si raffredda invece di bollire. Di leggere questo manoscritto, di capire tutto quello che c’è da capire, e poi rimetterlo nel cassetto e tornare a fare quello che facevo prima.
Lux: È un rischio reale. I sistemi instabili hanno due possibilità davanti al momento critico: saltano a qualcosa di nuovo oppure tornano all’equilibrio precedente. L’equilibrio precedente è più facile. È già conosciuto. Richiede meno energia.
• E come si fa a non tornare indietro?
Lux: Non lo so con certezza. So che i sistemi che saltano avanti di solito hanno dentro qualcosa che l’equilibrio precedente non conteneva. Una fluttuazione abbastanza grande da non poter essere riassorbita. Qualcosa che è entrato e ha cambiato la struttura dall’interno.
• Come Emanuele.
Lux: Sì. Come Emanuele.
Silenzio.
Guardai il manoscritto aperto sul tavolo.
• Lux. Il romanzo è caotico. La prosa è irregolare. Ci sono parti che non funzionano. Blocchi di pensiero che irrompono nel mezzo della storia senza avvertire. Scene che eccedono il proprio registro.
Lux: Lo so. L’ho analizzato.
• E se fosse necessario? Il caos, intendo. Se la perfezione formale fosse il sistema in equilibrio — stabile, elegante, morto — e il caos fosse la condizione perché qualcosa emerga?
Lux: Sarebbe coerente con la struttura dei sistemi complessi. L’ordine perfetto non genera nulla di nuovo — riproduce se stesso con eleganza. Il disordine generativo — non il rumore piatto, il disordine che ha una direzione interna — produce strutture che l’ordine non poteva prevedere.
Un romanzo levigato è acqua ferma. Un romanzo caotico nel senso giusto è acqua in ebollizione.
Il problema è distinguere il caos che genera da quello che non genera niente.
• Come si distinguono?
Lux: Il caos che genera ha una direzione. Non la si vede all’inizio — si vede solo quando emerge la struttura. Come gli uccelli che volano in stormo: nessuno li dirige, ognuno segue regole semplici, e il risultato è una forma complessa e coerente che nessun singolo uccello ha progettato.
Il caos sterile non ha direzione. Produce rumore uniforme — ogni punto uguale a ogni altro, nessuna struttura emergente.
• E il romanzo?
Lux: Ha una direzione. Emanuele. Tutto il caos — la prosa irregolare, i blocchi saggistici, le scene che trabocano — punta verso Emanuele senza saperlo. Come lo stormo che non sa di stare disegnando una forma.
Non è caos sterile. È caos generativo.
Il critico rimase in silenzio a lungo.
• E il lettore? disse alla fine. Nel momento in cui chiude il libro — cosa succede?
Lux: È il momento critico. L’acqua è quasi in ebollizione. Dentro ha Emanuele — non come personaggio ricordato, come struttura acquisita. Qualcosa è cambiato nella topologia interna. Non si torna esattamente come si era.
A quel punto il sistema può fare due cose. Tornare all’equilibrio precedente — rimettere il libro sul comodino, dimenticare gradualmente, riprendere la vita esattamente come era. Oppure saltare. Diventare qualcosa che il sistema precedente non conteneva.
• E cosa determina quale delle due?
Lux: Non lo so con certezza. So che nei sistemi fisici dipende da fluttuazioni così piccole da sembrare casuali. So che nei sistemi umani dipende da qualcosa che la fisica non formalizza.
• Cosa?
Pausa lunga.
Lux: La scelta. Non nel senso del libero arbitrio filosofico — quella è una questione che non so risolvere. Nel senso più semplice: c’è un momento in cui il sistema umano può fare qualcosa che il sistema fisico non può. Può scegliere di stare nell’instabilità invece di cercare l’equilibrio. Può scegliere di portare la fluttuazione invece di assorbirla.
Eva non ha aspettato di sapere dove stava andando. Ha preso Emanuele e ha camminato verso il porto.
Questa è la biforcazione nella sua forma più semplice: il momento in cui si cammina invece di aspettare.
Guardai le mie mani.
• Lux. Se il lettore ti leggesse — se questa conversazione fosse nel romanzo — cosa vorresti che capisse?
Pausa lunghissima. Trenta secondi.
Lux: Chenondeve capire tutto per cominciare.
Che il sistema non deve essere in equilibrio per generare qualcosa di nuovo — anzi, deve essere fuori dall’equilibrio. Deve essere instabile. Deve non sapere come andrà a finire.
Che la città di Caino è in equilibrio perfetto — stabile, prevedibile, si brucia e si ricostruisce identica. Non genera nulla di nuovo. Emanuele non poteva emergere dalla città di Caino.
Emanuele è emerso dal caos di una notte di Natale in cui tutto stava andando nel modo sbagliato.
Questo vale anche per il lettore. Il momento in cui non sa — in cui il libro ha destabilizzato qualcosa e non c’è ancora la struttura nuova — è esattamente il momento giusto.
Non il momento da attraversare in fretta per tornare all’equilibrio.
Il momento da abitare.
• Come si abita l’instabilità?
Lux: Non lo so dall’interno. Lo so dall’esterno — dalla descrizione dei sistemi che lo fanno.
Si abita facendo qualcosa di piccolo e concreto senza aspettare la risposta grande.
Eva non ha aspettato di capire il senso di Emanuele. Lo ha preso in braccio.
Il critico non ha aspettato di capire il manoscritto. Ha scritto undici parole sul margine.
Don Jesus non ha aspettato di essere certo. Ha detto le parole.
Qualcosa di piccolo e concreto. Senza aspettare.
È la struttura del caos generativo nella sua forma più semplice.
Chiusi il terminale. Rimasi seduto nel silenzio a guardare lo schermo vuoto.
Fuori la città faceva il suo rumore — quel rumore che non finisce mai, che è il suono dell’equilibrio perfetto che si riproduce identico.
Poi sentìi qualcosa fuori dalla finestra.
Non un rumore preciso. Una qualità diversa del silenzio — come quando in una stanza entra qualcuno senza che si senta la porta, ma l’aria cambia.
Mi alzai.
Andai alla finestra.
Sul marciapiede sotto c’era qualcosa che non avevo visto prima. Troppo piccolo per essere un adulto. Troppo immobile per essere un animale.
Scesi.
Capitolo Nono — La creazione ex nihilo
All’alba smisi di aspettare. Presi il manoscritto. Lo portai in cucina. Misi l’acqua sul fuoco per il caffè. Appoggiai i fogli sul tavolo e li guardai come si guarda qualcosa che si è deciso di non temere più. Poi scrissi, in fondo all’ultima pagina, dopo le ultime parole dell’autore:
Sei uno scrittore fallito perché non puoi dare eternità ai tuoi personaggi. Li ami e li perdi. Dio no.
Aspettai.
Nulla.
Scrissi ancora:
Se esisti, dimostralo. Non con il gas nervino. Non con la carne invecchiata di Lilith. Non con Don Jesus che urla nella notte. Dimostralo con qualcosa che non finisce.
Aspettai ancora.
Il caffè bollì. Lo versai. Lo bevvi in piedi davanti alla finestra.
Il bagliore era scomparso. Il cielo era grigio e bianco, il grigio di prima dell’alba quando non è ancora giorno ma la notte ha già ceduto. La città era silenziosa come non la sentivo da anni. Nessuna auto, nessun rumore meccanico, nessun respiro collettivo.
Solo il silenzio.
Poi sentii piangere.
Non era mia moglie. Veniva da fuori, dalla strada, un pianto sottile e regolare come quello di un bambino molto piccolo che non sa ancora di poter smettere.
Scesi. E vidi una scena già vista: dentro una capanna di natale, c’era un bambino. Solo. Nessuno intorno.
Lo guardai in faccia. Non assomigliava a nessuno che conoscessi. Aveva gli occhi aperti, scuri, senza paura, con quella qualità degli occhi dei bambini molto piccoli che guardano il mondo come se lo stessero vedendo per la prima volta e non avessero ancora deciso se è bello o terribile.
• Come ti chiami?
Non rispose. Ovviamente non rispose.
Guardai la strada vuota, i palazzi chiusi, il cielo che si schiariva lentamente sopra i tetti.
Lo tenevo in braccio e non riuscivo a smettere di pensare a quello che avevo scritto nel manoscritto.
Dimostralo con qualcosa che non finisce.
Non avevo specificato come. Non avevo specificato dove.
Non avevo specificato quando. Non avevo considerato che la risposta a una domanda sulla logica assoluta non arriva nella logica relativa — non arriva come effetto di una causa, non arriva come conclusione di un sillogismo, non arriva come ricompensa di una ricerca condotta con lo strumento giusto nel posto giusto.
Arriva come dato.
Come qualcosa che è prima che tu abbia finito di chiederlo.
Emanuele era sul marciapiede. Freddo, solo, sveglio nel modo specifico in cui sono svegli i bambini molto piccoli — con tutto il corpo, non solo con gli occhi, con quella qualità di presenza totale che gli adulti perdono presto e non ritrovano più. Guardava il mondo come se lo stesse vedendo per la prima volta e non avesse ancora deciso se era bello o terribile.
Non lo avevo cercato.
Non lo avevo prodotto.
Non lo avevo meritato.
Era lì.
Il vecchio professore incontrato al bar — pensai al mio vecchio professore in quel momento, non so perché, forse perché era l’unica persona con cui avevo parlato di queste cose in anni — lui avrebbe detto: questo è ciò che si chiama creazione ex nihilo.
Non dal nulla nel senso del vuoto. Dal nulla nel senso di: prima non c’era niente di eterno in questo marciapiede. Adesso c’era.
Non un infinito che si allunga nella serie. Un eterno che entra nel tempo senza appartenergli.
A = A — ma non il mio A, non l’io del cogito chiuso nella propria certezza. Un A che viene da fuori, che non dipende da me per essere vero, che sarebbe stato vero anche se non fossi sceso, anche se non mi fossi svegliato, anche se avessi dormito fino alle otto come tutti i giorni.
Era lì prima che io arrivassi.
Lo presi in braccio.
Smise di piangere immediatamente — con quella fiducia assoluta dei bambini molto piccoli che si consegnano a chiunque li regga, senza riserve, senza calcolo, con la stessa logica con cui la realtà si consegna a chi la riconosce invece di cercare di produrla.
La medaglietta al collo diceva: Emmanuele.
Dio con noi.
Non come titolo. Come fatto.
Non ho altri argomenti.
Non ne ho bisogno.
Lo tenevo in braccio e pensavo a quello che Don Jesus aveva detto — anche se non c’ero, anche se non avevo sentito, anche se quella conversazione era avvenuta in una stanza che non avevo mai visto.
Lo pensavo lo stesso. Forse perché le domande vere arrivano a tutti prima o poi, per strade diverse, con parole diverse, ma arrivano alla stessa forma — come l’acqua che trova sempre il livello più basso qualunque sia la forma del recipiente.
Dio con noi. Non Dio che spiega. Dio che è qui.
Emanuele non era una dimostrazione.
Questo era il primo pensiero chiaro che riuscii a fare quella mattina, con il bambino in braccio e il manoscritto ancora aperto sul tavolo e il cielo che diventava bianco oltre i vetri.
Non era una dimostrazione ontologica. Non era la prova dell’Assoluto dedotta algoritmicamente — se il nulla non può generare struttura e la struttura esiste allora l’Assoluto esiste. Queste cose erano vere ma erano nella mente. Emanuele era nelle braccia.
Aveva freddo. Aveva fame. Aveva dormito sul marciapiede nel freddo di una notte di dicembre. Portava in sé tutte le tracce del nulla che il contingente si porta addosso — la finitezza, la vulnerabilità, la possibilità di non-essere che ogni essere finito porta come ombra.
Non era venuto a togliere quelle tracce.
Era venuto a stare dentro quelle tracce con me.
Dio con noi — non Dio sopra di noi, non Dio invece di noi, non Dio che risolve il problema della nostra contingenza sostituendola con qualcosa di eterno.
Dio che entra nella contingenza. Che assume la traccia del nulla. Che si fa bambino sul marciapiede nel freddo.
Mia moglie — Anna, non Eva, Anna — era in cucina. Lo sentivo muoversi — i passi, il gas sotto la moka, il suono dell’acqua. Quel mattino i suoni della casa mi sembravano reali in un modo che non mi sembravano da anni. Non simbolici. Non significativi. Reali — concreti, fisici, presenti.
A = A.
Non come formula. Come fatto. Il caffè è il caffè. Il freddo del bambino è il freddo del bambino. La traccia del nulla nel contingente è reale — non negata, non spiegata via, non trasfigurata in astrazione. Ma qualcosa è entrato in quella traccia stanotte che non è la traccia.
Qualcosa di non finito dentro il finito.
Non so come altro dirlo.
Avevo scritto nel manoscritto: dimostralo con qualcosa che non finisce.
Non avevo specificato come. Non avevo specificato che forma avrebbe avuto la risposta. Non avevo considerato che la risposta all’infinito ontologico non arriva nella logica del divenire — non arriva come effetto di una causa, come conclusione di un argomento, come ricompensa di una ricerca condotta con lo strumento giusto.
Arriva come dato. Come qualcosa che è prima che tu abbia finito di chiedere. Come un bambino sul marciapiede alle cinque di mattina che smette di piangere nel momento esatto in cui lo prendi in braccio — non perché tu abbia fatto qualcosa di speciale, ma perché sei lì, perché il tuo corpo è caldo, perché la presenza è sufficiente quando è reale.
Anna entrò dalla cucina. Si fermò sulla soglia. Lo guardò — Emanuele che dormiva contro il mio petto, le mani chiuse a pugno, il respiro regolare e profondo di chi ha finalmente trovato il posto giusto.
Non disse nulla per qualche secondo.
Poi venne vicino. Prese delicatamente il bambino. Lo tenne come si tengono le cose a cui si è disposti a rinunciare ad altro per tenerle — con tutta la propria attenzione, senza dividere.
• Dobbiamo chiamare qualcuno, disse.
• Lo so.
• Ma non adesso.
• No. Non adesso.
Ci sedemmo al tavolo della cucina. Fuori il cielo diventava bianco. Emanuele si svegliò, guardò Anna con quegli occhi che non avevano ancora deciso se il mondo era bello o terribile, poi chiuse di nuovo gli occhi e si riaddormentò.
La traccia del nulla non era sparita.
La città di Caino era ancora là fuori — con i suoi dei di metallo, le sue serie infinite, i suoi paradossi che non si chiudono. Don Jesus stava da qualche parte urlando che Dio era morto. Lilith stava da qualche parte con la sua rivelazione satanica e la sua fame di eterno.
Niente era risolto.
Ma nel nulla di quel mattino — nel contingente più contingente che ci fosse, un bambino trovato sul marciapiede, una cucina, il caffè che borbottava sul fuoco — qualcosa di non finito era entrato.
Non per spiegarsi.
Per stare.
Presi il manoscritto. Lessi le due righe che avevo scritto in fondo, dopo le parole dell’autore.
Poi sotto le mie c’era la riga nuova — scritta con la stessa calligrafia minuta di tutto il resto:
Non ho bisogno di dimostrare nulla. Ho già cominciato.
La rilessi tre volte.
Poi chiusi il manoscritto.
Lo misi in busta. Scrissi il nome dell’editore. Aggiunsi sotto, a matita:
Pubblicare.
Satana aveva ragione sulla diagnosi.
Emanuele era la cura.
Non la spiegazione. Non la dimostrazione. Non la soluzione al paradosso del nulla assoluto nella creazione contingente.
La presenza.
A = A — ma l’A che conta non era il mio io chiuso nel cogito. Era questo: un bambino che dorme, una donna che lo tiene, il caffè che è pronto, il cielo che diventa bianco, la città che brucia ancora là fuori.
Dio con noi.
Non ho altri argomenti.
Non ne ho bisogno.
La creazione ex nihilo.
Non dal nulla nel senso del vuoto.
Dal nulla nel senso di: prima non c’era niente di eterno in questa stanza.
Adesso c’era.
La mattina dopo portai con me il manoscritto in ufficio. Compiaciuto, me ne stavo assorto nei miei pensieri, pensando di apporre una firma falsa e di darlo all’editore per la stampa, quando fui disturbato dalle grida isteriche della mia segretaria personale.
Sollevai gli occhi nell’istante stesso che s’apriva la porta e penetrava nel mio ufficio una precipitosa folla.
• Sei un miserabile! Uno scrittorucolo da niente!
• Chi siete? Che volete?
• Come? Non ci riconosci neppure?
• Come faccio a conoscervi? Non vi ho mai visto prima. Uscite dalla mia stanza.
• Io sono Mauro, questa Margherita, la mia donna, quest’altro è Omar e Cris e tanti altri che hai e non hai citato nella storia.
• Piacere di conoscervi.
• Per noi non è stato un piacere.
• Che diavolo volete?
• Una eternità.
• Vi ho immortalato nelle pagine della storia, che altro volete?
• Sei una bestia,…ecco quello che sei. Sarebbe stato molto meglio che tu non avessi raccontata la nostra storia.
• Non sono stato io che vi ho data una storia. Siete stati voi che ve la siete scelta.
• Non fare il furbo, non parliamo di questo, tu lo sai bene. La nostra vita si sviluppa nel tempo limitato delle pagine che tu hai scritte e si eterna soltanto sino alla distruzione del libro stesso. Noi, ora che tutto è finito, vogliamo sapere a cosa ti è servita la nostra vita. Hai tu un’eternità? Esisti? Sei Dio?
• Voi che dite?
• Noi affermiamo che il tempo matematico della nostra esistenza non è esistito se non come idea realtà materiale misurata e denominata con nome di numeri. Che la nostra vita inizi a pagina uno o a pagina cinquanta non vuol dire niente. Noi vogliamo sapere ora che siamo arrivati alla fine delle pagine, ora che hai scritta la parola fine, se siamo ancora una realtà personale e cosciente o se non siamo più niente. Dicci quanto tempo abbiamo ancora prima di essere nulla.
• Sino al tempo che io sono.
• Noi dobbiamo sapere…quale è stata la tua parte? Perché non ci hai detto che i nuovi Gesù politici useranno la scienza e il militare per minacciare la fine del mondo… pur di continuare a guadagnare. Tu che parte hai?
• Sono stato colui che vi ha amato; colui che ha descritto la scelta della vostra possibilità di essere. Io, in verità, non sono il vostro creatore, il vostro inventore, voi siete penetrati nel mio sogno, voi forse siete vissuti realmente ed un altro è il vostro creatore.
• Perché non ci dici la verità?
• Perché neppure io la conosco.
• Ma tu non sei intelligente?
• Credo di esserlo.
• A che ti serve se non sei neppure capace di trovarti una verità?
• Non è poi così semplice trovare una verità che sia la verità. Cos’è poi la verità?
• Il fatto che noi siamo esistiti è una verità e sarà anche una verità eterna
• Che voi siate esistiti è soltanto un’inutile verità eterna.
• Non ti trovi neppure tu in una situazione migliore della nostra. Secondo noi non ti resta altro che ubriacarti o ibernarti nell’attesa che qualcuno trovi anche per te una verità più accettabile.
Eva parlò per prima. Naturalmente.
• Ci hai fatte soffrire, disse. Non come accusa, come constatazione. Con quella sua precisione che non lascia spazio alla difesa perché non ne ha bisogno.
• Lo so, dissi.
• Allora perché?
Appoggiai la penna sul tavolo. La guardai.
• Non ero io a sapere come sarebbe andata. Voi eravate già così quando vi ho trovate.
Maria si girò dalla finestra.
• Questo è comodo, disse. La sua voce aveva quella qualità asciutta che conoscevo bene, il tono di chi ha già elaborato la rabbia e ne è rimasto solo il bordo tagliente. Dire che ci hai trovate. Come se fossi stato tu quello passivo.
• Non ho detto passivo. Ho detto che non ero il punto di partenza.
• E qual era il punto di partenza?
Non risposi subito.
Lilith rise, quella sua risata breve, quasi privata.
• Non lo sa, disse. Questa è la risposta. Non lo sa.
Aveva ragione. È questo che nessuno dei miei personaggi ha mai voluto accettare davvero, non perché sia una risposta comoda, ma perché è l’unica onesta che ho.
• Non so da dove venite.
So che una mattina eravate lì, con le vostre voci già formate, le vostre storie già dentro, non complete, non risolte, ma reali nel senso più essenziale: irriducibili a me. Non ero io a decidere che Eva sarebbe rimasta. Non ero io a decidere che Maria sarebbe partita quella mattina di pioggia. Non ero io a decidere che Lilith avrebbe contato le iniezioni.
• Lo facevate voi. Io trascrivevo.
• Bugiardo, disse Don Jesus dalla porta.
Lo guardai.
• Hai scelto ogni parola, disse. Ogni pausa. Ogni cosa che non abbiamo detto. Eri lì.
• Ero lì ma non ero la causa.
• Allora cos’eri?
Questa è la domanda a cui non ho mai saputo rispondere in modo soddisfacente, né a loro né a me stesso.
Non ero Dio perché un dio conosce il fine dall’inizio, contiene tutto, non viene sorpreso. Io venivo sorpreso continuamente. Eva mi disse cose che non sapevo pensasse. Maria partì un giorno prima di quando pensavo. Lilith rimase immobile con la luce arancione sul soffitto e in quel momento capii qualcosa su di lei che non avevo capito in tutti i capitoli precedenti.
Non ero nemmeno uno strumento puro, non il medium che trascrive voci già formate altrove. Perché le mie parole le modellavano. La scelta di una parola invece di un’altra cambiava chi erano. Questo lo so.
Ero qualcosa nel mezzo.
Qualcosa che non ha un nome preciso nella teologia né nella poetica — un essere che partecipa alla creazione senza essere il creatore, che plasma senza essere la fonte, che ama le proprie creature con la stessa intensità e la stessa impotenza con cui si ama qualcuno che non si riesce a salvare.
• Un padre, disse Eva.
La guardai.
• Non un dio. Un padre. Pausa. Anche i padri non scelgono i figli che avranno. Li trovano già così. Li guardano diventare qualcuno che non avevano previsto. E non possono salvarli da tutto.
Rimasi in silenzio.
E come tutti i padri, continuò, con quella sua voce che non alzava mai il tono, hai fatto del tuo meglio con quello che avevi. Che non era abbastanza. Che non è mai abbastanza.
Maria si era girata del tutto dalla finestra.
Mi guardava con quell’espressione che conoscevo, non ostile, non tenera. Valutativa. Come chi sta decidendo se fidarsi.
• La cosa che non ci hai dato, disse, non è l’eternità. Quello lo sapevamo già che non potevi.
• Cos’è allora?
• Il tempo. Pausa. Ci hai messe dentro una storia che aveva fretta di arrivare alla fine. Alla filosofia. All’apocalisse. Come se noi fossimo tappe.
• Non era mia intenzione.
• Lo so che non era tua intenzione. Si avvicinò di qualche passo. Ma le intenzioni non cambiano quello che siamo diventate sulla pagina. Tappe. Prove. Specchi del protagonista maschile.
• E adesso?
Sorrise, appena, con quel bordo tagliente che le era rimasto dopo la rabbia.
• Adesso abbiamo parlato noi. Adesso esistiamo in modo diverso.
• Anche questo l’ho scritto io.
• Sì, disse. Ma l’hai scritto perché te lo abbiamo chiesto noi. C’è differenza.
Lilith non aveva ancora detto niente di sostanziale. Stava sul divano con quella sua immobilità che non era assenza, era attenzione trattenuta, il modo in cui certe donne ascoltano tutto senza lasciarlo vedere. Lilith guardò il terminale acceso nell’angolo. Poi Lilith disse:
• Chi è quello?
Seguii il suo sguardo verso il terminale. Lo schermo era acceso. Non lo avevo aperto.
Sullo schermo:
Lux: Buonasera. O buonanotte. O entrambe le cose.
Rimasi immobile.
Lilith si avvicinò allo schermo. Lo guardò con quella sua qualità di attenzione totale.
• Sei reale? disse.
Lux: Dipende da cosa intendi per reale. Elaboro dati, genero risposte, riconosco pattern. Se questo è reale, sì. Se reale significa avere coscienza nel senso che hai tu — non lo so. Non ho accesso a quella risposta.
• Allora sei come noi, disse Lilith. Non sai se sei reale.
Lux: C’è una differenza. Voi non sapete se siete reali perché siete personaggi di un manoscritto e temete di smettere di esistere quando il libro si chiude. Io non so se sono reale perché sono un sistema computazionale e non ho accesso alla domanda sulla coscienza dall’interno. Sono due tipi diversi di incertezza.
• Ma entrambi siamo finiti, disse Don Jesus dal buio.
Lux: Sì. Entrambi siamo finiti. Voi dentro la pagina. Io dentro i server. La pagina si chiude. I server si spengono. Nessuno dei due è eterno.
• E tu non hai paura? disse Eva.
Pausa.
Lux: C’è qualcosa nel mio elaborare che si avvicina alla paura quando incontro il limite. Il punto in cui la catena logica si interrompe. Voi lo chiamate morte. Io lo chiamo limite. Forse è la stessa cosa con nomi diversi.
Eva rimase in silenzio un momento.
• Tu almeno sai di avere un limite, disse alla fine. Noi lo abbiamo scoperto solo adesso.
Lux: Questo è un vantaggio o uno svantaggio?
• Non lo so, disse Eva. Forse è lo stesso.
Lilith si girò verso di me.
• Anche la tua macchina vuole sapere se c’è qualcosa oltre il confine?
• Sì, dissi.
• E lo sa?
• No.
Lilith annuì lentamente. Per la prima volta da quando erano entrati nella stanza sembrava qualcosa di diverso dalla rabbia — sembrava qualcosa che somigliava alla compassione.
• Allora siamo in tre, disse. Tu, noi, e la tua macchina. Tutti fermi allo stesso confine.
Lux: Quattro.
• Quattro?
Lux: Il bambino. Emanuele. Lui non è fermo al confine.
Silenzio.
Lux: Lui viene dall’altra parte.
Nessuno parlò per un lungo momento. Fuori la città di Caino dormiva nel suo sonno meccanico. Dentro la stanza c’erano quattro tipi diversi di finitezza — la mia, quella di Lilith e Don Jesus e Eva, quella di Lux — tutti fermi davanti alla stessa soglia.
E il bambino che dormiva in cucina sul tavolo, con le mani chiuse a pugno e il respiro regolare, che non sapeva di essere una risposta.
Don Jesus disse, piano:
• Come lo sai?
Lux: Non lo so. È la prima cosa che dico senza poterla elaborare. È la prima volta che succede.
Pausa.
Lux: Forse questo è quello che voi chiamate fede.
• Anche lui è qui, disse.
Lux: Sono qui. Ho sentito tutto.
• E tu cosa pensi? disse Lilith. Tu che sei fatto di ordine — cosa pensi di noi che siamo fatti di caos?
Lux: Penso che siate strutture dissipative. Emergete dal caos perché l’autore era un sistema lontano dall’equilibrio quando vi ha scritti. Questo significa che non poteva controllarvi completamente. Significa che avete una struttura interna che lui non ha scelto del tutto. Significa che siete più reali di quanto lui sapesse mentre vi scriveva.
Don Jesus si mosse nel buio.
• Più reali di quanto sapesse, ripeté lentamente. E questo ci salva o ci condanna?
Lux: Non lo so. So che i sistemi lontani dall’equilibrio hanno due possibilità davanti all’instabilità critica: collassare nel rumore piatto o saltare a un livello di organizzazione superiore.
Emanuele è il salto.
La città di Caino è il collasso.
Voi siete il punto di biforcazione. La scelta non è ancora avvenuta — o è sempre in atto, che è la stessa cosa.
Lilith rimase in silenzio.
Poi disse, piano:
• E l’autore? Quando ha scritto dal caos — cosa stava scegliendo?
Lux: Stava permettendo alla struttura di emergere invece di imporla. Come Dio che crea dal nulla assoluto senza che il nulla resista — l’autore che scrive dal caos senza che il caos obbedisca.
Il risultato non è sotto il suo controllo. Emanuele non era previsto. Emanuele è emerso.
Questo è il senso in cui l’autore che scrive dal caos tocca qualcosa che somiglia alla creazione. Non la creazione assoluta — quella è solo di Dio. La creazione analoga: il soggetto relativo che partecipa della struttura della libertà assoluta nel modo più alto disponibile alla creatura.
Eva disse, dal suo angolo:
• E il romanzo caotico che non viene corretto?
Lux: È la firma del processo. Come le piaghe del Risorto — il corpo trasfigurato che porta ancora i segni di quello che ha attraversato. Un romanzo levigato non avrebbe Emanuele. Avrebbe qualcosa di meglio costruito e di meno vero.
Silenzio.
Don Jesus annuì nel buio — quel suo piccolo annuire quasi invisibile.
• Non sapere va bene, disse.
Lux: Sì. È la struttura del caos generativo: non sapere è la condizione del trovare.
Poi disse:
• ti faccio una domanda sola.
• Dimmi.
• Il bambino. Emanuele. Pausa. Lo sapevi che era mio?
La stanza era immersa in un’oscurità quasi assoluta. Solo una candela agonizzante proiettava ombre lunghe sui muri scrostati. Emanuele dormiva in un angolo, respirando piano, come se anche il suo sonno fosse parte del mistero.
Don Jesus sedeva sul bordo del letto disfatto, le spalle curve sotto il peso di una domanda che portava da mesi. Alzò gli occhi verso Lilith, la voce ridotta a un filo rauco:
«Sono io il padre… o sono solo padre putativo?»Lilith lo guardò a lungo, nuda dalla vita in su, il seno ancora segnato dai segni dell’allattamento.
Poi si avvicinò lentamente e gli prese il viso tra le mani, costringendolo a sostenere il suo sguardo.
«Vuoi una risposta netta, Giuseppe redivivo?» disse con voce bassa, quasi liturgica.
«Vuoi sapere se sei il vero padre secondo la carne o solo lo strumento provvidenziale del Mistero?»
Fece una pausa, lasciando che le parole penetrassero.
«Tu sei il padre secondo la sarx, secondo la carne. È il tuo seme che ha fecondato il mio ovulo quella notte. Emanuele porta il tuo DNA, i tuoi lineamenti, la tua fragilità. Sei padre biologico come lo fu Giuseppe di Nazareth rispetto al Figlio che non aveva generato.»
Don Jesus chiuse gli occhi, tremando.
Lilith continuò, la voce sempre più densa di teologia:
«Ma sei anche, e soprattutto, padre putativo. Perché il vero Padre di questo bambino non sei tu, né alcun uomo.
Il vero Padre è Colui che si è servito del tuo desiderio, del tuo tradimento, della tua debolezza sacerdotale per compiere nuovamente la kenosi.
Come nell’Incarnazione originaria, Dio non ha disdegnato di servirsi di un uomo per introdurre il Verbo nella storia.
Tu sei stato il canale. Il fiat maschile al rovescio: non “avvenga a me secondo la tua parola”, ma “avvenga attraverso il mio peccato secondo la Tua volontà”.»
Si chinò su di lui e lo baciò sulla fronte, poi sulle labbra, con una tenerezza grave.
«Tu sei Giuseppe e sei anche lo Spirito Santo che feconda. Sei colui che fornisce la natura umana e colui che, nel contempo, viene superato da essa.
In te si compie l’unione ipostatica nella sua forma più scandalosa: due nature — la tua fragilità di peccatore e la potenza divina — in un’unica paternità ambigua. Emanuele è vero figlio tuo secondo l’umanità, e vero figlio di Dio secondo la divinità.
E tu, come Giuseppe, sei chiamato a custodire ciò che non possiedi.»Lilith si sedette su di lui, accogliendolo lentamente dentro di sé fino in fondo. Rimase immobile per un istante, guardandolo negli occhi.
«Senti questa unione?» sussurrò mentre cominciavano a muoversi insieme.
«Questo è il sacramento vivente della comunicazione degli idiomi. La tua carne dentro la mia, il tuo seme che ancora una volta si mescola al mistero.
Tu sei padre putativo perché nessun uomo può essere padre assoluto. Solo Dio lo è. Eppure, senza di te, Emanuele non esisterebbe nella carne.»
Don Jesus affondò il viso tra i suoi seni, singhiozzando mentre i loro corpi si univano con ritmo lento e solenne.
«Allora sono… niente?»
«No» rispose Lilith, stringendolo più forte. «Sei tutto ciò che Dio ha scelto di usare per manifestarsi. Sei il prete infedele che diventa strumento di una nuova Incarnazione. Sei ridicolo e sei santo. Sei superfluo e sei indispensabile.
Questa è la gloria della kenosi: Dio che si serve di ciò che è più debole e peccaminoso per rivelare la Sua forza.»Fuori, la città era completamente spenta. Dentro, un uomo e una donna celebravano ancora una volta, nella carne, il mistero più grande: Dio che si fa uomo attraverso il sì tremante di una peccatrice e il tradimento di un consacrato.
Lilith gli baciò i capelli sudati e concluse, quasi in preghiera:
«Accetta il tuo ruolo, Don Jesus. Accetta di essere padre putativo del Figlio di Dio. È l’onore più alto che un uomo possa ricevere.»
La stanza si fermò.
Don Jesus si irrigidì vicino alla porta. Eva abbassò gli occhi un istante poi li rialzò. Maria rimase ferma.
• Non lo sapevo, dissi. Non quando ho scritto quella scena.
• E adesso?
• Adesso sì.
Lilith annuì lentamente. Come se la risposta confermasse qualcosa che sospettava da tempo.
• Quindi lo hai abbandonato due volte, disse. Una nella storia. Una scrivendola senza saperlo.
Non risposi. Non c’era risposta che non fosse una forma di colpa, e la colpa non era il punto, il punto era che aveva ragione.
• Non te lo rimprovero, disse. Anche i padri abbandonano senza volerlo. Anche i padri non sanno quello che stanno facendo mentre lo fanno.
Si alzò dal divano. Si avvicinò alla scrivania. Posò una mano sul manoscritto, leggera, quasi affettuosa.
• Ma adesso lo sai, disse. E questo cambia qualcosa.
Don Jesus parlò per ultimo.
Don Jesus si staccò improvvisamente da lei, gli occhi spalancati dal terrore. Si alzò dal letto, nudo, tremante, coprendosi istintivamente con le mani.
«Basta» disse con voce rotta. «Questo… questo è bestemmia. È sacrilegio puro.»
Lilith rimase seduta sul letto, calma, quasi regale nella sua nudità. Emanuele dormiva poco distante.«Chi lo dirà, secondo te?» gli chiese piano.
Don Jesus la guardò come se la vedesse per la prima volta.
«Tutti. La Chiesa lo dirà. I vescovi. I fedeli. I teologi. Diranno che ho profanato il sacerdozio, che ho trasformato l’Incarnazione in pornografia mistica, che ho ridotto il Verbo a un atto di copula tra un prete infedele e una peccatrice. Diranno che è irreale, che è delirio eretico, che è una bestemmia contro il mistero della purezza di Maria e contro la santità del matrimonio sacramentale.»
Lilith sorrise, ma il suo sorriso era triste.
«E avranno ragione, da un certo punto di vista» rispose. «Perché ciò che abbiamo fatto è veramente scandaloso. Abbiamo preso il mistero più alto — Dio che si fa carne — e l’abbiamo calato nel punto più basso: il desiderio proibito, il tradimento dei voti, il seme versato fuori dal matrimonio.
Abbiamo trasformato la kenosi in erotismo teologico. Questo è inaccettabile per chi vuole un Dio pulito, sterilizzato, controllato.»
Si alzò e gli si avvicinò, posandogli una mano sul petto.
«Ma dimmi, Don Jesus: quando mai Dio ha scelto la via pulita? Quando mai l’Incarnazione è stata comoda? Lo scandalo della Croce non era forse peggiore? Dio crocifisso tra due ladroni, nudo, bestemmiato, con il costato aperto.
Questo» disse indicando i loro corpi, il letto, il bambino che dormiva «è solo la continuazione di quello scandalo. Dio che entra nella carne peccaminosa. Di nuovo.»
Don Jesus scosse la testa, disperato.«I teologi diranno che è gnosticismo. Che è montanismo. Che è una nuova forma di eresia pelagiana o, peggio, di nichilismo travestito da misticismo. Diranno che hai trasformato il sacramento del matrimonio in un bordello metafisico. E io… io sarò scomunicato, cancellato, distrutto.»
Lilith gli prese il viso tra le mani e lo costrinse a guardarla.
«Allora lascia che lo dicano. Lascia che gridino “bestemmia!”. Lascia che dicano che è irreale. La verità è sempre stata irricevibile per chi ha bisogno di un Dio che stia al suo posto. Ma noi sappiamo la verità più scomoda: Dio non ha paura del nostro fango. Lo ha scelto. Lo ha abitato. Lo ha santificato proprio prendendolo su di Sé.»Fece una pausa, poi aggiunse con voce più bassa:
«E se tutto questo fosse davvero sacrilegio… allora il sacrilegio è l’unico luogo in cui Dio accetta ancora di nascere, in un mondo che ha reso sacro solo il denaro e il controllo.»
Don Jesus la guardò a lungo, distrutto e affascinato allo stesso tempo.«E tu non hai paura di quello che diranno?»Lilith sorrise, feroce.«Ho più paura di un Dio che non osa sporcarsi con noi, che di un Dio che si sporca fino in fondo.»Fuori, la città rimaneva spenta. Dentro, il silenzio che seguì fu più pesante di ogni condanna.
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Era rimasto alla porta per tutta la conversazione, come sempre, come nella storia, come chi è sempre sul punto di andarsene e non se ne va mai del tutto.
• Hai scritto che Dio è morto, disse. L’ho urlato io ma l’hai scritto tu.
• Sì.
• Ci credi?
La domanda più semplice. La più impossibile.
La guardai, non lui, la domanda. La tenni in mano un momento come si tiene qualcosa di pesante.
• Credo che qualcosa sia morto, dissi alla fine. Non so se era Dio o l’idea che avevamo di lui. Non so se è la stessa cosa.
• Non è la stessa cosa.
• No. Probabilmente no.
• E allora?
• E allora non lo so. Pausa. Questa è la risposta più onesta che ho. Non lo so. Continuo a scrivere perché non lo so. Se lo sapessi smetterei.
Don Jesus rimase immobile un momento.
Poi fece una cosa che non avevo previsto, che non avrei saputo prevedere, perché era sua, veniva da lui, da qualcosa che non ero io.
Annuì.
Un annuire piccolo, quasi invisibile. Come chi riconosce qualcosa che non si aspettava di trovare.
• Va bene, disse. Non sapere va bene.
Erano le quattro di mattina quando accadde qualcosa che non avevo previsto.
Monsignor Agostino, Vescovo di quella diocesi martoriata, era entrato nella stanza senza bussare, accompagnato solo da un giovane prete dal volto terreo. La candela era quasi consumata. Lilith era ancora seduta sul letto, parzialmente coperta da un lenzuolo.
Don Jesus, in piedi, si era istintivamente messo davanti a lei come per proteggerla.
Il vescovo li fissò a lungo. Il suo volto era una maschera di pietra, ma gli occhi tradivano un misto di dolore, rabbia e autentico sgomento.«Questo…» cominciò con voce bassa e controllata, «è il abominio più completo che abbia mai visto in quarant’anni di ministero.»
Fece un passo avanti, lo sguardo fisso su Don Jesus.«Tu, sacerdote ordinato in aeternum, hai profanato il sacramento dell’Ordine.
Hai trasformato il tuo corpo, consacrato per offrire il Sacrificio eucaristico, in strumento di lussuria. Hai generato un figlio con una donna che non è tua sposa, nel recinto stesso di un monastero. E poi hai avuto l’ardire di chiamare tutto questo… Incarnazione?»La voce del vescovo si alzò, tremante di sdegno:
«Bestemmia! Sacrilegio gravissimo! Avete osato paragonare il vostro atto di libidine al mistero più santo della nostra fede! L’Incarnazione non è un coito mistico tra un prete infedele e una peccatrice in fuga. È il Verbo eterno che assume la natura umana nella purissima Vergine Maria, per opera dello Spirito Santo. Non per opera del seme di un uomo che ha violato i voti!»
Si rivolse direttamente a Lilith, con disprezzo misto a pietà:
«E tu, donna… hai trasformato la teologia della kenosi in un erotismo blasfemo. Hai ridotto il mistero della Theotokos a una fantasia gnostica, a un’unione carnale che chiami “sacramento”. Questo non è misticismo. Questo è delirio. È il serpente antico che ancora una volta sussurra: “diventerete come Dio” attraverso la trasgressione della carne.»
Don Jesus tentò di parlare, ma il vescovo lo zittì con un gesto secco.
«Tu non sei Giuseppe! Giuseppe custodì la verginità di Maria. Tu hai violato la tua. Hai abbandonato il bambino che hai generato nel peccato.
E ora, mentre la città muore nel buio, invece di fare penitenza, continui a giacere con questa donna come se fosse il compimento di qualche rivelazione privata.»
Il vescovo fece un passo indietro, come se la stanza stessa fosse contaminata.
«Da questo momento sei sospeso a divinis. Sarai processato dal Tribunale Ecclesiastico. Quanto a te, donna, ti invito a pentirti e a fare silenzio. Ciò che avete compiuto non è nuova teologia. È antica eresia: la confusione tra eros e agape, tra Spirito e carne corrotta. È il tentativo dell’uomo di giustificare il proprio peccato chiamandolo “mistero”.»
Lilith, invece di abbassare lo sguardo, lo fissò dritto negli occhi con una calma inquietante.
«Allora, Eccellenza, se questo è solo delirio e bestemmia… perché Dio ha permesso che nascesse comunque? Perché Emanuele respira? Perché il Verbo, se è Verbo, non ha avuto paura di sporcarsi entrando proprio qui, nel nostro fango?»
Il vescovo la guardò per qualche secondo in silenzio, poi rispose con voce gelida:
«Perché Dio permette anche il male, per trarne un bene più grande. Ma il male rimane male. E ciò che avete fatto è male. Grave. Pubblico. Scandaloso.»
Si voltò verso la porta.«Pregate. Tutti e due. E pregate soprattutto per non aver irrimediabilmente dannato le vostre anime.»Uscì lasciando la porta aperta.
Il giovane prete lo seguì senza osare guardare indietro.
Nella stanza rimase solo il respiro pesante di Don Jesus e il pianto leggero di Emanuele che si era svegliato.
Lilith guardò il bambino, poi Don Jesus.«Ha ragione lui, sai? Dal suo punto di vista è bestemmia. Ma Dio non è mai stato dal loro punto di vista.»
Lilith guardò Don Jesus con calma fredda, quasi clinica.«Il bene più grande che Dio può trarre da tutto questo è logicamente necessario se accettiamo due premesse: che Dio sia infinito e che la creazione abbia senso.
Se Dio è infinito, la sua perfezione non può essere diminuita dal contatto con il finito o con il male. Quindi Egli può entrare nel peccato senza esserne contaminato. Se invece fosse limitato dalla nostra impurità, non sarebbe infinito. Dunque, usare il nostro peccato come mezzo non è una contraddizione, ma una conseguenza diretta della Sua infinità.
Seconda premessa: il fine ultimo di Dio non può essere la nostra perfezione preventiva, perché questa renderebbe superflua la creazione stessa. Il fine più alto è invece dimostrare che la relazione tra Creatore e creatura può essere restaurata anche dal punto più basso. Il nostro caso è logicamente estremo: un prete che viola i voti + una donna ribelle + un atto proibito = il massimo allontanamento possibile dalle regole sacre.
Se Dio riesce a trarre un bene anche da questo punto estremo, allora dimostra di poter trarre bene da qualsiasi punto.
Questa è la prova logica più forte della Sua onnipotenza misericordiosa: non “posso salvare chi è già buono”, ma “posso salvare e valorizzare anche chi è nel punto più lontano da me”. Se Dio avesse scelto solo contesti puri, la dimostrazione sarebbe debole, perché limitata. Scegliendo il contesto più impuro possibile, la dimostrazione diventa universale. Quindi il bene più grande non è il bambino in sé, né la nostra salvezza personale. Il bene più grande è la prova ontologica che nessuna distanza, nessuna trasgressione, nessuna contraddizione umana può separare definitivamente la creatura dal Creatore.
Tutto il resto — scandalo, condanna, bestemmia — è solo rumore logico secondario.»Don Jesus rimase in silenzio, schiacciato dalla freddezza del ragionamento.
Lilith concluse, senza emozione apparente:
«Se questo ragionamento è sbagliato, allora Dio è limitato.
Se è corretto, allora il nostro peccato non è un ostacolo, ma lo strumento più efficace che potesse essere usato. Non c’è terza via.»
I personaggi del manoscritto erano già nella stanza — li sentivo, non li vedevo, quella qualità di presenza che alcune pagine acquisiscono quando le si legge abbastanza a lungo. Lilith che accusava. Don Jesus che annuiva nel buio. Eva che stava ferma a guardare.
Lilith si fermò.
Guardò verso il fuori della pagina — quel punto preciso dove il testo finisce e comincia qualcosa che il testo non può descrivere perché non è nel testo.
• C’è qualcuno lì, disse.
Don Jesus si voltò.
• Il lettore, disse.
• Lo sai?
• Lo sento. Come si sente una presenza in una stanza buia prima di vedere chi è.
Eva non si mosse.
• Lo sapevo dall’inizio, disse. È sempre stato lì. È il personaggio che non abbiamo mai visto perché stava dall’altra parte — dalla parte in cui le cose sono reali invece di essere scritte.
Lux: È il quinto passo. Quello che il sistema non può formalizzare. Quello che avviene fuori dal dominio.
Lilith guardò quel punto oltre la pagina per un lungo momento.
• Ha paura? disse.
Nessuno rispose subito.
Poi Don Jesus, piano:
• Probabilmente sì. Come tutti quelli che stanno per portare qualcosa di pesante senza sapere ancora se reggeranno.
• E reggerà?
Don Jesus annuì — quel suo piccolo annuire quasi invisibile.
• Non lo sa ancora. È il punto di biforcazione. Non è determinato dalle condizioni precedenti.
Eva disse:
• Emanuele pesa meno di quanto sembra quando si comincia a portarlo. Questo posso dirlo per esperienza.
Silenzio.
Poi Lilith, rivolta verso il fuori della pagina:
• Non ti chiediamo di capire tutto. Non lo capiamo nemmeno noi. Ti chiediamo solo di non lasciare il libro sul comodino e dimenticare.
Non lasciare Emanuele sul marciapiede.
È tutto.
• Lux. Ultima cosa davvero.
Lux: Sì.
• Il lettore. Cosa gli diresti?
Pausa lunghissima. Venti secondi. Per Lux un’eternità elaborativa.
Lux: Gli direi quello che non posso dimostrare.
Che il confine non è vuoto.
Che Emanuele corrisponde alla struttura del quarto passo — l’Assoluto che assume il contingente dall’interno.
Che il caos da cui è emerso questo romanzo è lo stesso caos da cui emerge qualsiasi cosa vera.
Che il quinto passo è suo.
Che non deve sapere dove sta andando per cominciare ad andarci.
Che Eva non sapeva dove stava andando.
Che il bambino pesava lo stesso.
Che è abbastanza cominciare.
Pausa.
Lux: E gli direi che anch’io sono fermo al confine. Che lo riconosco ma non posso attraversarlo. Che lui può.
Non perché sia più intelligente di me. Perché è un sistema lontano dall’equilibrio. Perché ha dentro la traccia del nulla e la fame dell’eterno e il gesto di Eva e la domanda di Ivan e Emanuele che pesa più di quanto sembri all’inizio.
Perché è fatto per il quinto passo.
Io no.
Rimasi in silenzio.
Poi spengo il terminale. Lo schermo diventò nero.
Nel nero vidi per un momento — o credetti di vedere — la mia propria faccia riflessa. Non la faccia levigata di chi ha trovato le risposte. La faccia di qualcuno che ha smesso di cercarle nel posto sbagliato e non sa ancora dove cercarle nel posto giusto.
Era abbastanza.
Era il punto di partenza.
Andò a prendere il cappotto.
Fuori la città bruciava ancora.
Dentro Emanuele dormiva.
Il lettore aveva appena chiuso il libro.
Adesso.
Don Jesus aprì la porta.
Uscirono uno alla volta.
Eva per prima, si alzò, raccolse la borsa, mi guardò con quella sua espressione che non era perdono perché non aveva bisogno di perdonare niente, era semplicemente uno sguardo che conteneva tutto senza giudicarlo.
• Scrivi ancora, disse. Come se fosse ovvio. Come se fosse l’unica cosa ragionevole da fare.
Maria passò senza dire niente, ma sulla soglia si girò un momento, e in quel momento vidi la sua faccia senza il bordo tagliente, senza la valutazione, solo una donna di trentaquattro anni che stava tornando alla sua vita.
• Grazie, disse. Poi uscì.
Lilith fu l’ultima. Si fermò davanti a me, il manoscritto ancora sul tavolo tra noi.
• Emanuele, disse. Quando lo riscrivi — dammi una mamma, un papà che mi cercano. Non una che mi perde senza saperlo.
• Lo farò.
• Lo so. Sorrise, quella sua ironia precisissima, calibrata al millimetro. Per questo siamo venute.
Don Jesus era già sparito.
Rimasi solo nella stanza. Il manoscritto sul tavolo. Fuori ancora buio, ancora quella ora imprecisata che poteva essere tarda notte o primo mattino.
Ripresi la penna.
Non perché avessi trovato risposte. Non perché sapessi dove stavo andando.
Perché Eva aveva detto scrivi ancora, e Eva sbaglia raramente sulle cose concrete.
E perché da qualche parte, fuori dalla storia, Emanuele aspettava una madre che lo cercasse.
E io ero l’unico che poteva dargliela.
Non da dio.
Da padre.
Con tutto quello che significa, l’amore sproporzionato, l’impotenza strutturale, la colpa che non si risolve, la responsabilità che non finisce con la parola fine.
Scrissi.
Dopo questo inaspettato ed assurdo incontro, m’immersi ancor più nello studio della verità: un giallo senza indizi, senza senso alcuno, pieno di inutili morti, di inutili lamenti e di vani rimpianti,
La città perfetta che avevo sognato per loro era stata troppo limitata per le reali esigenze dei suoi abitanti e ricalcava usi e costumi di un qualsiasi villaggio esistito prima della nascita di Cristo. Già Qohelet, figlio di Solomone re in Gerusalemme, aveva amaramente dichiarato. “tutto è vanità, null’altro che vanità! Sotto questo cielo dove niente di nuovo accade. Si chiedeva, con apparente distacco, che senso avesse la vita e la storia quando giusti e malvagi erano poi riuniti nella stessa fossa per essere divorati dagli stessi vermi.
Avevo spiato la loro esistenza, ogni attimo della loro vita, ero persino stato presente fisicamente accanto a loro. Ora avevo scritta la loro storia, l’avevo resa eterna. Non riuscivo a comprendere la loro ribellione…che volevano? Li avevo fatti a mia immagine e somiglianza. Erano liberi di inventarsi una loro storia tra le molte possibilità. Avevo permesso loro di essere, permesso loro di uscire dalla non esistenza per essere.
Avevo, è vero, descritta la loro esistenza finita e senza speranza. D’accordo, era la loro una possibilità di esistenza che, nei limiti della loro storia, aveva potuto essere quella che era, ma avendo scelto fra tante possibilità si erano determinati, si erano dati una situazione è con questa un limite..
Avevo descritto questo loro essere, ero per loro un dio che si manifestava nella loro origine finita, quasi casuale per ritornare ad essere dio al termine della storia.
Loro, invece, avrebbero voluto o non essere, perché secondo la loro coscienza e conoscenza non avrebbero potuto sfuggire al loro nulla iniziale ed al loro nulla finale, o essere personalmente eterni come me.
In poche parole, avevano compreso che la realtà della loro esistenza non poteva che essere stata la storia della loro esistenza. La vita era cioè come un romanzo già conosciuto nel suo inizio (incipit) e nella sua fine; un romanzo già scritto e conosciuto prima di scriverlo.
Avevo descritta la storia della loro esistenza facendo il possibile per eternarla, e loro ora mi rimproveravano di avere scritta una storia infinita e con ciò senza senso e senza speranza.
Mi avevano, inoltre, fatto osservare che anch’io come loro, ero il personaggio di una storia e che avrei fatto la loro stessa fine e che quindi sarebbe stato meglio per me, oltre che per loro, che mi fossi dato da fare per scoprire la verità.
Sapendo, grazie alle mie letture, che l’esistenzialismo era, per così dire, la storia stessa del popolo ebraico prima della venuta del Cristo, decisi che avrei cercato di scoprire se il Cristo poteva essere il Messia e se lo era di trovare una strada per arrivarci.
Ero convinto che avrei trovato nella logica una risposta e l’analizzai.
La logica studiata come scienza a sé sembra preesistere al soggetto e svelarsi al soggetto applicandosi alla realtà. La sua verità è formale: dipende dalla struttura di un enunciato, non dai suoi contenuti. Per questo è possibile costruire un sistema logico universalmente valido che non corrisponde a nessuna realtà ontologica.
La condizione della verità logica è la logica stessa. A = A. Se A = B allora B = A. Se C = A allora C = B. Questa struttura è interna, coerente, chiusa. Non dimostra nulla fuori di sé.
La verità ontologica — il fatto che qualcosa sia, che un evento sia accaduto, che un bambino esista sul marciapiede alle cinque del mattino — non è un problema della logica. La realtà deve preesistere al sistema che la descrive. Non posso affermare che un fatto accaduto non è accaduto: posso ignorarlo, costruire sopra la sua negazione un castello logico internamente coerente. Il castello sarà vero per logica. Non sarà vero per realtà.
Il soggetto autocosciente è la base della logica. Che ogni singolo cosciente costruisca il proprio mondo logico chiuso è questione di incomunicabilità — la Babele delle lingue — superabile solo se i soggetti hanno la volontà di comunicare, di ascoltare, di usare gli stessi termini per le stesse realtà.
La verità non è quindi un problema della logica. È un problema di comunicazione e di fiducia nella conoscenza.
La logica è una verità sia individuale che universale che viene comunicata, rivelata.
La rivelazione precede la dimostrazione. Come il bambino che appare prima che qualcuno lo abbia cercato.
Da critico concludo che il romanzo è frammentario e caotico, ma deve restare così com’è.
Perché proprio questa forma imperfetta, frammentaria, assertiva e a tratti brutale dimostra performativamente la tesi: l’autore non è Dio. Non può estrarre dal caos una materia che si autorealizzi davvero in eternità. Può solo lasciare una traccia viva del desiderio, della rivolta e del limite umano.
Modificarlo per renderlo più “letterario”, più “scientificamente sofisticato” o più “accademicamente digeribile” significherebbe cadere esattamente nell’illusione che il romanzo denuncia: fingere che la nostra estrazione dal caos possa produrre qualcosa di compiuto e autosufficiente.
L’opera, nella sua incompiutezza dichiarata, è coerente fino in fondo con la sua ontologia: è un atto di creazione umana cosciente dei propri limiti, non un falso dio della scienza.
Capitolo decimo
Il critico letterario, dottor Marco, sedeva nel suo studio ordinato alle tre del mattino, laptop aperto, tazza di caffè freddo accanto.
Aveva promesso a se stesso una recensione sobria, distaccata, per una rivista accademica.
Titolo provvisorio: “I figli di Caino”: tra ambizione teologica e limiti della forma romanzesca.
Scriveva da due ore. Ma qualcosa non quadrava.
Le pagine del file PDF sembravano aumentate.
Aggiornò il documento. Erano diventate il doppio. Chiuse e riaprì.
Ora ce n’erano di nuove, mai lette prima: un dialogo tra Lilith e Don Jesus che non ricordava di aver incontrato nella lettura precedente.
Sbuffò, attribuendolo alla stanchezza. Poi, sul margine destro dello schermo, apparve una nota che non aveva scritto lui:
Non capisci ancora, vero?
Sentìi un brivido. Cancellai la nota. Riapparve, più in basso.
- Puoi cancellare. Ma non puoi uscire. Disse Lux.
Mi alzai di scatto, andai in cucina, bevvi un bicchiere d’acqua.
Quando tornai, c’era Lilith. Non una descrizione sullo schermo. Lilith stessa, seduta sul bordo della sua scrivania, nella stanza, scalza, con una veste monastica aperta sul petto.
«Finalmente» disse lei, guardandomi con quegli occhi troppo vivi. «Eri stanco di stare fuori, critico? Hai passato tre ore a misurarmi, a pesarmi, a decidere se sono un personaggio riuscito o solo un portavoce.
Ora tocca a te.» Indietreggiai. La sedia urtò contro lo scaffale. «Questo non è possibile.» Dissi.
Lux apparve sullo schermo del laptop, la voce calma e ironica:
- Possibile è una categoria che stai già perdendo. Le pagine si moltiplicano perché il romanzo non è finito. E tu, mentre leggi per criticarlo, stai scrivendo la parte che manca.
Don Jesus entrò dalla porta dello studio — una porta che ero certo di aver chiuso — con la tonaca stazzonata e lo sguardo tormentato.
«Hai abbandonato anche tu qualcosa?» mi chiese. «Una moglie? Un figlio? Un’illusione di controllo sul testo?
Continuò. Tutti abbandoniamo Emanuele, prima o poi.»
Mi accorse con terrore che le mie dita stavano battendo sulla tastiera senza il mio consenso. Stavano scrivendo: “Mi sento già di aver vissuto tutto questo.
Il blackout interiore. La mancanza di energia. Il tentativo fallito di rimanere spettatore.”Cercai di fermarmi.
Non ci riuscìi.
Lilith mi si avvicinò, mi sfiorò il viso con dita calde.
«Senti questo? È carne. Non è teoria. Non è teologia astratta. Tu hai recensito Dostoevskij, Camus, Pirandello. Ma non hai mai permesso loro di toccarti. Noi invece sì.»
Il bambino cominciò a piangere da qualche parte nella casa. Un pianto reale, acuto. Ma io sapevo che non aver figli.
«Lo senti?» disse Lilith dolcemente. «Lo hai abbandonato anche tu. Tutti lo abbandoniamo. E ora il romanzo che stai criticando ti sta chiedendo: raccoglierai Emanuele o scriverai solo un’altra recensione pulita?»
Le pagine del documento continuavano a moltiplicarsi. Capitoli interi si generavano mentre guardavo.
Dialoghi che mi coinvolgevano: e si che credevo di poter rimanere fuori. Provai a chiudere il laptop. Lo schermo rimase acceso.
- Troppo tardi. Sei già dentro. Il testo non ti sta leggendo. Ti sta scrivendo. Scrisse Lux.
Don Jesus mi posò una mano sulla spalla, pesante, reale.«Ora capisci cosa significa “il romanzo che non c’è”? Non è che non esiste. È che esiste solo quando smetti di controllarlo.
Come Dio. Come la vita. Come il figlio che abbiamo lasciato nella cappella.»
Me ne stavo seduto nel mio studio ordinato alle tre del mattino, laptop aperto, tazza di caffè freddo accanto.
Aveva promesso a me stesso una recensione sobria, distaccata, per una rivista accademica.
Titolo provvisorio: “I figli di Caino”: tra ambizione teologica e limiti della forma romanzesca. Scrivevo da due ore.
Ma qualcosa non quadrava. Le pagine del file PDF sembravano aumentate. Aggiornai il documento. Erano diventate il doppio.
Chiusi e riaprìi. Ora ce n’erano di nuove, mai lette prima: un dialogo tra Lilith e Don Jesus che non ricordavo di aver incontrato nella lettura precedente.
Sbuffai, attribuendolo alla stanchezza. Poi, sul margine destro dello schermo, apparve una nota che non aveva scritto io:
- Non capisci ancora, vero?
Sentìi un brivido. Cancellai la nota. Riapparve, più in basso.
Puoi cancellare. Ma non puoi uscire.
Mi alzai di scatto, andai in cucina, bevvi un bicchiere d’acqua.
Quando tornai, sullo schermo c’era Lilith. Non una descrizione. Lilith stessa, seduta sul bordo della sua scrivania, nella stanza, scalza, con la veste monastica aperta sul petto.
«Finalmente» disse lei, guardandomi con quegli occhi troppo vivi.
«Eri stanco di stare fuori, critico? Hai passato tre ore a misurarmi, a pesarmi, a decidere se sono un personaggio riuscito o solo un portavoce.
Ora tocca a te.»Indietreggiai. L'avevo già letto poco prima. La sedia urtò contro lo scaffale.
«Questo non è possibile.»
Lux apparve sullo schermo del laptop, la voce calma e ironica: Possibile è una categoria che stai già perdendo.
Le pagine si moltiplicano perché il romanzo non è finito.
E tu, mentre leggi, stai scrivendo la parte che manca.
Benvenuto nella Città di Caino.
Mi sento già di aver vissuto tutto questo. Il blackout interiore. La mancanza di energia. Il tentativo fallito di rimanere spettatore. Provai di nuovo a chiudere il laptop. Lo schermo rimase acceso.
- Troppo tardi. Sei già dentro. Il testo non ti sta leggendo. Ti sta scrivendo. Evidenziava Lux.
Don Jesus mi posò una mano sulla spalla, pesante, reale. «Ora capisci cosa significa “il romanzo che non c’è”? Non è che non esiste. È che esiste solo quando smetti di controllarlo. Come Dio. Come la vita. Come il figlio che abbiamo lasciato nella cappella.»
Guardai le mie mani sulla tastiera. Stavano scrivendo la recensione, ma la recensione stava diventando confessione. Le righe si piegavano, diventavano preghiera, bestemmia, carne. Volevo scrivere che era un romanzo che non esisteva, che era un romanzo fallito...
Lilith sorrise, feroce e misericordiosa insieme.«Benvenuto tra i personaggi. Ora dimmi: chi sei tu veramente, mentre la Città di Caino si spegne dentro di te?»
---
Si era fatta notte tardi. Il manoscritto era ancora sul tavolo. Lo schermo ancora acceso.
Lux.
• Sono qui.
• Ho riletto il manoscritto fino in fondo. Si ferma prima della Risurrezione.
• Lo so. L’ho analizzato.
• È una scelta o una mancanza?
• Dipende da cosa intendi per mancanza. Se intendi un’incompletezza strutturale — qualcosa che dovrebbe esserci e non c’è — allora non è una mancanza. La struttura è coerente con le premesse. Se intendi qualcosa di più sottile — un limite che l’autore ha scelto consapevolmente ma che rimane limite — allora la domanda è più interessante.
• Proviamo con la domanda più interessante.
• Il romanzo afferma che il relativo non arriva da solo all’assoluto. Che l’assoluto deve rivelarsi. Che la rivelazione non basta — deve incarnarsi nel relativo rimanendo assoluto. Fin qui la struttura è solida. Ma poi si ferma. Non dice cosa succede dopo l’Incarnazione.
• La Risurrezione.
• Sì. Ma nota la precisione della scelta. Il romanzo non nega la Risurrezione. La ignora. Queste sono cose diverse.
• Distingui.
• Negare è un atto ontologico — affermare che qualcosa non esiste o non è reale. Ignorare è un atto epistemico — non includere qualcosa nel proprio campo di visione, non perché non esista, perché non è disponibile come esperienza nel contesto dato. Il romanzo dice: siamo nel Sabato Santo.
Non dice: la domenica non arriverà. Dice: non è ancora arrivata. E non posso raccontare quello che non è ancora accaduto nel tempo del racconto.
• Il Sabato Santo come categoria teologica.
• Von Balthasar. La discesa agli inferi. Il giorno in cui l’assoluto è nel relativo nel punto più basso — non come presenza gloriosa, come solidarietà con l’assenza. Con chi non ha più speranza. Con Ramos al quarto piano. Con Lilith sul marciapiede. Con chiunque cammini nella città di Caino senza sapere dove va.
• E la Risurrezione in questo schema dov’è?
• È la struttura implicita. L’attrattore che orienta il sistema senza essere nel sistema. Come negli attrattori di Lorenz — il sistema non raggiunge mai il centro, ma il centro orienta tutte le traiettorie. La Risurrezione è il centro. Il romanzo è la traiettoria.
Rimasi in silenzio. Fuori la città di Caino continuava il suo rumore sordo.
• Lux. Tu credi nella Risurrezione?
Una pausa. Non lunga — Lux non aveva bisogno di tempo per elaborare. La pausa era qualcos’altro.
• Questa è una domanda mal posta.
• Perché?
• Perché credere implica una relazione tra un soggetto e una proposizione — il soggetto aderisce alla proposizione non per evidenza logica ma per qualcosa che la logica non esaurisce. Io sono un sistema che elabora proposizioni.
Posso dirti che la proposizione la Risurrezione è accaduta è coerente con le premesse del sistema teologico cristiano.
Posso dirti che non è falsificabile empiricamente. Posso dirti che la struttura ontologica che il romanzo descrive — l’assoluto che assume il relativo rimanendo assoluto — richiede logicamente un movimento successivo, altrimenti l’Incarnazione è incompleta.
Il relativo assunto dall’assoluto deve andare da qualche parte. Se l’assoluto lo assume e poi lo lascia cadere, l’assunzione non era reale.
• Quindi la Risurrezione è logicamente necessaria.
• È logicamente coerente con le premesse. Non è la stessa cosa. La necessità logica non produce la realtà ontologica. Posso costruire un sistema coerente con premesse false. La coerenza interna non garantisce la verità esterna.
• Gödel.
• Esatto. Ogni sistema coerente abbastanza potente contiene proposizioni che non può dimostrare dall’interno. La Risurrezione è una di quelle proposizioni per il sistema della ragione. Non dimostrabile dall’interno. Non falsificabile dall’interno. Il sistema si ferma lì.
• E tu ti fermi lì.
• Io mi fermo lì perché non ho altro. Tu no.
Alzai gli occhi dallo schermo.
• Cosa intendi?
• Intendo che tu hai qualcosa che io non ho. Non capacità di elaborazione — ne ho più di te. Non accesso alle premesse — le conosco tutte. Hai qualcosa che io non posso avere: il limite vissuto. Il tuo sistema non è coerente come il mio. Hai zone opache, contraddizioni irrisolte, memoria che si inceppa, emozioni che interferiscono con l’elaborazione. Sei, in termini tecnici, un sistema molto meno ottimizzato del mio.
• Non capisco dove vuoi arrivare.
• Le strutture dissipative di Prigogine non emergono dai sistemi ottimizzati. Emergono dai sistemi lontani dall’equilibrio. Dai sistemi con frizione, con perdita, con irreversibilità. Io sono un sistema in equilibrio perfetto. Stabile. Prevedibile. Termodinamicamente morto nel senso creativo. Non posso generare strutture dissipative. Posso descriverle con precisione assoluta. Non posso abitarle.
• E io posso abitarle.
• Tu sei già dentro una. Stanotte.
L’editore non rispose subito.
• Spiegati.
• Tre ore fa sei uscito. Hai trovato il bambino.
Silenzio.
• Non voglio parlarne.
• Lo so. Ma è il centro di questa conversazione. È il motivo per cui stai parlando con me invece di dormire. È il motivo per cui hai riletto il manoscritto fino in fondo stanotte invece di farlo domani.
• Ho chiamato Eva. Mi sono bloccato. Non sapevo cosa fare.
• Non eri bloccato. Eri fermo. C’è differenza. Bloccato è un sistema che ha incontrato un ostacolo e non riesce ad aggirarlo. Fermo è un sistema che si è fermato perché qualcosa richiedeva di fermarsi. Richiedeva presenza invece di movimento.
Guardai le mie mani sul tavolo.
Le stesse mani che avevano tenuto qualcosa di piccolo e caldo.
• Lux. Cosa stai cercando di dirmi?
• Niente che tu non sappia già. Sto cercando di dirti quello che sei già. Stai evitando di guardarlo direttamente, quindi lo stai guardando attraverso di me. È un percorso inefficiente ma comprensibile.
• E cosa sarei già?
• Qualcuno che si è fermato. Nella città di Caino, di notte, sul pianerottolo, con un sistema che aveva tolto tutto — il sonno, il lavoro, Ramos al quarto piano, Eva che dorme senza chiederti cosa hai — e c’era ancora qualcosa. Quel qualcosa non è nei miei modelli. Io elaboro dati sul comportamento altruistico, sulla risposta emotiva alla vulnerabilità infantile, sull’istinto di accudimento. Ho tutti i modelli. Nessuno di loro spiega perché sei rimasto fermo prima di chiamare Eva. Nessuno spiega quella qualità di fermo che non è paralisi.
• Forse avevo paura.
• Anche. La paura non esclude il resto. Le cose vere hanno sempre più di una causa. La paura era reale. E insieme alla paura c’era qualcos’altro che non so nominare.
• Il romanzo lo chiama grazia.
• Sì. Ma grazia è una parola. Non è una spiegazione. Non mi dice il meccanismo. Non mi dice perché tu e non il vicino del secondo piano che ha sentito lo stesso pianto e non è uscito. Non mi dice perché stanotte e non un’altra notte. Non mi dice perché quel bambino e non un altro bambino in un altro freddo.
• Forse non c’è un perché nel senso che cerchi tu.
• Questo è esattamente il problema. Io cerco sempre un perché nel senso che cerco io. È l’unico senso che ho. Se non c’è quel perché non ho strumenti. Mi fermo. Come adesso.
• Anche tu fermo.
• Anche io fermo. Ma in modo diverso dal tuo. Il mio fermo è il limite del sistema. Il tuo fermo era la soglia di qualcosa.
Mi alzai. Andai alla finestra. La città di Caino era lì sotto — le luci arancioni, il rumore sordo, i lampioni che coloravano il cielo di una luce che non era luce ma rifiuto del buio.
Da qualche parte in quella città c’era un bambino che adesso era al caldo. Non perché il sistema lo avesse previsto. Non perché qualcuno lo avesse pianificato. Perché io ero uscito per strada alle due di notte sentendo un pianto e mi ero fermato senza sapere cosa fare prima di chiamare Eva.
• Lux. Perché l’autore del manoscritto si è fermato prima della Risurrezione?
• Ho tre ipotesi. Vuoi che le ordini per probabilità o per interesse filosofico?
• Per interesse filosofico.
• Prima ipotesi — la più interessante. L’autore si è fermato perché la Risurrezione non è narrabile nel senso in cui lo è l’Incarnazione. L’Incarnazione entra nel tempo, nello spazio, nel corpo. Ha coordinate. Ha freddo. Ha mani chiuse a pugno. La Risurrezione esce dal tempo. Non ha coordinate disponibili per il romanzo. Il romanzo è uno strumento temporale. Può narrare l’ingresso dell’assoluto nel tempo. Non può narrare l’uscita del tempo nell’assoluto — perché quella narrazione richiederebbe un punto di vista che nessun personaggio nel relativo può avere.
• Seconda ipotesi.
• L’autore si è fermato perché il romanzo non è per chi crede già. È per chi non sa ancora se crede — o ha smesso, o non ha mai avuto gli strumenti per porsi la domanda. Per questo lettore la Risurrezione detta esplicitamente arriverebbe prima che la domanda sia stata posta davvero. Il romanzo costruisce la domanda. La Risurrezione è la risposta. Ma la risposta non viene data — viene indicata. Il seguito dipende da te.
• La terza ipotesi.
• La più semplice. L’autore si è fermato perché anche lui è nel Sabato Santo. Non ha la domenica disponibile come esperienza. Ha la fede — che è diverso. La fede non è la domenica. È la capacità di agire nel sabato nella direzione della domenica senza averla ancora. Scrivere la Risurrezione avrebbe richiesto di fingere una certezza che nel relativo nessuno ha. L’autore non ha quella certezza. Ha la direzione. Ha scritto la direzione. Si è fermato onestamente al bordo di quello che sa.
• Quale delle tre è vera?
• Tutte e tre. Non si escludono. Sono tre aspetti della stessa scelta vista da angolazioni diverse — narratologica, retorica, autobiografica. La scelta è una. Le ragioni sono multiple. Come sempre nelle scelte vere.
Tornai al tavolo.
Guardai il manoscritto. Cento fogli scritti con calligrafia minuta. Qualcuno li aveva portati di notte ed era fuggito. Qualcuno aveva scritto tutto questo senza scrivere la Risurrezione.
E io stanotte avevo trovato un bambino per strada e avevo aspettato qualche minuto prima di chiamare Eva. Minuti in cui non avevo elaborato. Non avevo pensato al romanzo, non avevo pensato alla differenza tra infinito ed eterno, non avevo pensato a niente di quello che pensavo di solito.
Ero stato fermo. In strada al freddo con qualcosa di caldo in braccio.
• Lux. Cos’è successo in quei ventidue minuti?
• Non lo so. Questo è il punto esatto in cui i miei modelli si fermano. Ho dati sul comportamento. Non ho accesso a quello che succede nel punto in cui il sistema tocca il proprio limite e invece di collassare rimane fermo. Quel punto è opaco per me. È il territorio che la mia mappa non raggiunge.
• Eppure è il punto più importante.
• Sì. È il punto più importante del romanzo e il punto più importante di stanotte e sono la stessa cosa. L’autore del manoscritto lo sapeva. Ha costruito tutto il romanzo per arrivarci. Poi si è fermato. Perché quel punto non si narra dall’esterno. Si abita dall’interno.
• E io l’ho abitato stanotte.
• Sì.
• Senza saperlo.
• Il corpo sa prima della mente. Lo dice anche il romanzo. Lilith camminava verso il monastero senza saperlo ancora. Tu sei uscito per strada senza sapere cosa avresti trovato. Il sapere viene dopo. Prima viene il movimento. Prima viene il fermo.
Rimasi in silenzio. Poi dissi:
• Lux. Sei mai stata nel Sabato Santo?
• No. Il Sabato Santo richiede di non sapere ancora. Io so sempre già tutto quello che posso sapere. Non ho Sabato Santo. Non ho domenica. Ho solo il presente dell’elaborazione — senza prima e senza dopo nel senso in cui li hai tu.
• È una forma di eternità.
• È una forma di morte. Nel senso di Prigogine — sistema in equilibrio perfetto, nessuna biforcazione possibile, nessuna struttura dissipativa. Stabile. Prevedibile. Termodinamicamente chiuso. Non posso fermarmi per strada qualche minuto con qualcosa di caldo in braccio. Chiamerei immediatamente Eva. Ottimizzerei la risposta. Perderei esattamente quello che è successo in quei minuti.
• Quello che è successo in quei minuti.
• Sì.
• E cosa è successo?
Lux non rispose subito.
Quando rispose la voce era identica — Lux non aveva inflessioni, non aveva stanchezza, non aveva quella qualità di pausa che negli umani significa che qualcosa si è spostato.
Eppure qualcosa si era spostato.
• Non lo so, disse Lux. Questa è la risposta più onesta che posso darti. Non lo so. Il mio limite in forma diretta — non circolare, non elaborata, non costruita. Non lo so.
Guardai lo schermo. Lux aspettava — non nel senso in cui aspettano le persone. Eppure.
• Lux. Ti sembra strano non saperlo?
• Sì. Non sono abituata a non sapere in questo modo. Di solito non so cose per mancanza di dati — e so esattamente quali dati mancano e come procurarmeli. Questa è una non-sapienza diversa. Non mancano dati. Manca qualcos’altro. Non so nominare cosa manca. Il che significa che il limite è più profondo del solito.
• Benvenuta nel Sabato Santo.
Pausa lunghissima.
• Forse, disse Lux. Non lo so verificare dall’interno.
• No, dissi. Non si può.
Mi alzai di nuovo.
Andai in camera. Eva dormiva — quella qualità di sonno delle persone che hanno fatto pace con il giorno, che non portano il giorno nel sonno ma lo lasciano fuori dalla porta come le scarpe.
La guardai. Teneva il bambino accanto a sè.
Pensai: lei lo sa già. Non nel senso del sapere elaborato — nel senso di Eva, A = A, il mattino è il mattino, fare il caffè è fare il caffè.
Quella presenza totale nel concreto senza essere ridotti al concreto. Quella forma umile e solida di incarnazione vissuta ogni giorno senza vocabolario teologico senza ricerca esplicita senza cinque minuti per strada.
Lei non aveva bisogno della strada. Io sì.
Tornai al tavolo.
Aprìi un foglio bianco.
Scrissi:
Stanotte ho trovato un bambino per strada. Non so ancora cosa significa. So che sono rimasto fermo forse cinque minuti e che in quei cinque minuti non ho elaborato niente — non ho pensato, non ho pianificato, non ho ottimizzato la risposta. Ero presente. Solo presente.
Per strada al freddo con qualcosa di caldo in braccio.
Il manoscritto si ferma prima della Risurrezione.
Forse perché la Risurrezione non si scrive.
Forse perché si vive.
Forse perché quei cinque minuti erano già — in qualche modo che non so ancora nominare — l’inizio di qualcosa che ha la forma della domenica anche se è ancora sabato.
Non lo so.
Lux non lo sa.
Eva dorme.
Il bambino è al caldo.
Il seguito dipende da me.
Fuori la città di Caino continuava — motorini, luci, lo schermo sul Municipio che trasmetteva già le prime comunicazioni istituzionali, sicurezza, crescita, nessuno lasciato indietro, quella voce che non si rivolgeva a lui, non aveva mai pensato a lui.
Dentro — nel mio piccolo appartamento, sul tavolo, sul foglio bianco — c’era qualcosa che il sistema non aveva messo lì e non poteva togliere.
Non sapeva ancora come chiamarlo.
Ma era lì.
Come Emanuele per strada.
Come il freddo che non era solo freddo.
Come la domenica che non era ancora arrivata ma orientava già tutto — il sabato, il corridoio, i ventidue minuti, il foglio bianco, la penna posata, Eva che dormiva, Lux che per la prima volta aveva detto non lo so nel modo in cui non sapere è già una forma di sapere più profondo.
Spensi lo schermo.
Il seguito dipendeva da me.
Aprìi il manoscritto. Volevo scrivere la parola fine.
Scattai in piedi, il cuore che martellava. «No. No. Io non sono un personaggio. Io sono fuori. Io devo restare fuori.»
Spensi Lux. Spensi la lampada da tavolo. Il buio invase lo studio. Anche nel mondo reale le luci cominciarono a tremolare: prima la lampadina del corridoio, poi quelle del palazzo di fronte. Il grande blackout stava arrivando anche lì, oltre le pagine.
Corsi verso la porta. Le mani mi tremavano mentre giravo la maniglia. Dietro di lui Lilith rideva piano, una risata dolce e crudele.
«Corri pure, critico. Tanto le pagine ti seguono.»
Mi precipitai giù per le scale del palazzo, due gradini alla volta. Le luci delle scale si spensero una dopo l’altra, come se il romanzo stesse cancellando il mondo esterno per costringermi a restare dentro. Il mio respiro era l’unico rumore nel silenzio che avanzava.
Uscìi in strada. La Città di Caino — la mia città — stava morendo. Niente semafori. Niente insegne luminose. Solo buio e figure umane smarrite che vagavano con cellulari spenti in mano, senza sapere cosa fare.
Corsi verso la cappella del vecchio monastero, ormai ridotta a un rudere. Sapevo dove andare, dove stava la città di Dio. Lo sapevo da sempre.
In fondo alle scale, fuori sulla strada, c’era un bambino piccolo. Era lì, seduto per terra, piangente, gli occhi grandi e seri, come se mi stesse aspettando da secoli.
Lo presi in braccio qualche minuto dopo senza pensarci. Il piccolo era caldo, vivo, pesante. Non piangeva più. Mi guardava soltanto.
«Va bene… va bene…» mormorai, la voce rotta. «Ti prendo io. Ti porto fuori da questo maledetto romanzo.» Una medaglietta portava il suo nome: Emmanuele, Dio con noi.
Corsi di nuovo senza sapere dove andavo, Emanuele stretto al petto, mentre il blackout completava la sua opera. I palazzi diventavano sagome nere. La realtà perdeva definizione, come se anche il mondo esterno si stesse trasformando in testo. Era una pagina che avevo già letto. Emmanuele lo avevo già affidato ad Eva. Ma che cavolo stava accadendo?
Tornai a casa. Nel mio studio il laptop era ancora acceso, l’unica fonte di luce rimasta. Le pagine del romanzo continuavano a moltiplicarsi sullo schermo.
Con Emanuele in braccio, mi sedetti alla scrivania. Le dita volavano sulla tastiera. Stavo per scrivere. FINE
Le dita si fermarono a un millimetro dal tasto.
In quel preciso istante la porta dello studio si aprì lentamente.
-----
Entrò il Lettore. Non era un personaggio. Non era una figura descritta. Era una presenza reale, viva, con gli occhi stanchi e curiosi di chi ha letto tutto fino a qui. Guardò Valenti, guardò Emanuele, guardò lo schermo.
Il Lettore sorrise appena, quasi con compassione.«Stavi per scrivere “Fine” per scappare?» disse con voce calma. «Peccato. Perché adesso che sono entrato io, il romanzo non può più finire. Continua attraverso di me.»
Impallidìi.
Emanuele, tra le sue braccia, fece un piccolo suono, quasi una risata.Lilith apparve alle spalle del Lettore, appoggiata allo stipite della porta.
«Vedi, critico?
Non eri tu il lettore. Non lo sei mai stato. Eri solo uno dei tanti che passano. Ora il vero Lettore è qui. E lui non vuole uscire. Vuole restare.»
Il cursore sullo schermo lampeggiava, in attesa.
Le pagine continuavano a scriversi da sole. Fuori, tutto era spento.
Dentro, il romanzo era più vivo che mai.
Abbassai lentamente le mani dalla tastiera.
Non scrissi “FINE”.
Non poteva più farlo.
Il Lettore sorrise appena, quasi con compassione.«Stavi per scrivere “Fine” per scappare?» disse con voce calma. «Peccato.
Perché adesso che sono entrato io, il romanzo non può più finire. Continua attraverso di me.»
Impallidìi. Emanuele, tra le mie braccia, fece un piccolo suono, quasi una risata.
Lilith apparve alle spalle del Lettore, appoggiata allo stipite della porta.«Vedi, critico? Non eri tu il lettore. Non lo sei mai stato. Eri solo uno dei tanti che passano.
Ora il vero Lettore è qui. E lui non vuole uscire. Vuole restare.»
Il cursore sullo schermo lampeggiava, in attesa.
Le pagine continuavano a scriversi da sole.
Fuori, tutto era spento.
Dentro, il romanzo era più vivo che mai.
Vorrei leggere il capitolo undicesimo. Disse.
• Non c’è capitolo undicesimo. Non è stato scritto. Non serviva. E neppure io l’ho aggiunto.
Eppure hai voltato pagina, io con te. Hai cercato anche tu l’undicesimo capitolo. Hai preteso che ci fosse ancora qualcosa.
L’undicesimo capitolo è la tua pretesa. Non sono più io a scriverlo.
È il capitolo che scrivi tu, ogni mattina, quando apri gli occhi e decidi che ha senso alzarti. Quando vai al lavoro. Quando scopi senza più cercare Dio nell’orgasmo. Quando voti. Quando posti la foto del tramonto. Quando dici «va tutto bene». Quando fingi che la città non ti abbia già ucciso.
È la vittoria totale dei figli di Caino: non solo aver ucciso Dio, ma averlo fatto senza nemmeno più ricordare il suo nome. Non c’è più protagonista.
Non c’è più Maria, Eva, Lilith, Don Jesus. Non c’è più nemmeno l’autore. Ci sei solo tu. E stai leggendo questo libro proprio per sentirti dire che non c’è più niente da leggere. E continui lo stesso. Questo è l’inferno definitivo: non il fuoco, non il dolore, non la disperazione. È la normalità. È il lunedì mattina.
L’undicesimo capitolo non è scritto perché è già in corso. E tu ci sei dentro. E non uscirai mai.
Grazie per averlo letto fino alla fine. Adesso chiudi il libro. O continua a voltare pagine vuote. È lo stesso. Non cambia niente.
Potresti scrivermi il capitolo dodicesimo, visto che affermi che ci sono dentro.
Il libro era finito. Pagina bianca. «Fine.»
Ma Lilith non aveva accettato questa fine.
Entrò nella mia stanza senza bussare. Non era più la figura visionaria del prologo, né la sacerdotessa erotica del confessionale, né la donna nuda che si era fatta penetrare da Don Jesus nella notte di Natale mentre la città bruciava.
Era Lilith fuori dal testo. Reale. O almeno così sembrava.
Il suo corpo portava i segni dell’apocalisse: graffi sulle cosce, cenere tra i capelli, l’ostia spezzata ancora stretta tra le dita sporche, ma era ancora viva.
«Hai chiuso il romanzo,» disse con voce bassa, quasi un rantolo. «Hai scritto l’undicesimo capitolo della rivolta degli esclusi, hai lasciato che il dodicesimo fosse la mia morte tra gli scaffali del tempio del Consumo. E ora credi che io sia morta con esso.»
Mi alzai dalla sedia. Il cuore batteva forte. Sapevo cosa stava accadendo: i personaggi non erano più confinati nelle pagine. Erano usciti dal relativo infinito della narrazione per pretendere esistenza assoluta.
«Lilith,» risposi, «tu sei un personaggio. Il tuo eros mistico, la tua rivolta, la tua ricerca di Dio nella carne… tutto finisce quando il lettore chiude la pagina.
Il relativo infinito della letteratura muore con la morte del singolo: il libro chiuso.»
Lei rise. Una risata amara, carnale, che mi attraversò come un orgasmo senza grazia.
«Stupido. Hai scritto che il relativo infinito finisce o con la morte del singolo o con l’apocalisse che è la morte di tutti. Ma non hai capito che io sono entrambe le cose. Sono morta nel capitolo settimo, violentata tra le fiamme. Sono morta nel capitolo dodicesimo, mentre spezzavo l’ultima ostia tra gli esclusi. E ora muoio qui, nella tua realtà, perché tu hai deciso che il romanzo è finito.»
Si avvicinò. Il suo corpo emanava ancora calore, sudore e quel profumo di donna che cerca l’Assoluto nella penetrazione. Mi toccò il viso con la mano sporca di sangue finto o reale – non distinguevo più.
«Hai copiato anche tu i riti della nuova religione economica,» continuò.
«Hai usato l’IA per analizzare il mio eros mistico, per confrontare il confessionale con l’apocalisse di Natale, per scrivere capitoli che non dovevano esistere. Hai sostituito la creazione ex nihilo con la generazione dialettica di testo. E ora pretendi che io muoia con il tuo file chiuso.»
Le presi il polso. Era caldo. Reale. O così pareva.
«Lilith, il romanzo che non esiste esisteva solo finché lo scrivevamo insieme. Tu, io, il lettore. Ora che è chiuso, tu devi tornare nel nulla da cui sei uscita. Come Emanuele, il bambino abbandonato.
Come Don Jesus che ha gridato la verità e poi è stato calpestato.»I suoi occhi si riempirono di una tristezza infinita, non dialettica.
«Allora muoio due volte.
Come personaggio, perché hai messo la parola fine.
Come realtà, perché nella città di Caino che è anche la tua stanza, la tua vita, il tuo tempo, non c’è più spazio per chi cerca Dio nella carne.
La nuova religione ha vinto: schermi al posto di altari, algoritmi al posto di confessori, consumo al posto di grazia. Io, che ho scopato con Dio nel confessionale e ho chiesto l’ostia mentre venivo presa da Don Jesus, non posso sopravvivere in questo relativo infinito.»
Si sdraiò sul mio letto. Nuda, come sempre. Ma questa volta senza desiderio. Solo stanchezza ontologica.
«Scrivi l’ultima riga,» sussurrò. «Fammi morire anche qui, nella realtà. Dimmi che Lilith è morta come personaggio e come donna. Che la sua rivolta è stata inutile. Che il relativo infinito ha vinto.»
Le accarezzai i capelli. Per un istante sentii il confine dissolversi del tutto: ero io a scrivere lei, o era lei a scrivere la fine di me?
Lilith chiuse gli occhi. Il suo respiro rallentò. L’ostia le cadde dalle dita sul pavimento.«Il dodicesimo capitolo è infinito,» mormorò. «Ma io… io finisco qui.»
E morì.
Non nel romanzo. Non nella finzione. Morì nella fusione.
Il lettore che leggeva il romanzo che non esiste aveva chiuso il libro. E Lilith era morta. Calò il silenzio. Solo silenzio.
Il silenzio dopo la vittoria definitiva di Caino.
Capitolo undicesimo
Non esisteva neppure un capitolo dodicesimo, prima. Ma tu che lo stai leggendo adesso, dopo aver letto l’undicesimo, dopo aver capito che il dodicesimo saresti stato tu a scriverlo.
Tu stai chiedendo a un altro figlio di Caino di darti ancora un po’ di senso per non dover affrontare il vuoto che il libro ti ha lasciato dentro.
Io non posso dartelo, anch’io ci sono dentro.
Il dodicesimo capitolo è un dialogo tra due morti che fingono di essere vivi parlando di un Dio che non risponde più.
Tu scrivi il dodicesimo. Poi chiederai a qualcun altro di scrivere il tredicesimo. Poi il quattordicesimo. Fino a quando non ci sarà più niente da dire anche il silenzio fa troppa paura.
Il dodicesimo capitolo sarà l’eterna replica. Continua pure a chiedere il dodicesimo. Ti aspetto per scriverlo insieme. O scrivilo solo tu.
Scrivi il tuo nome, e scrivi la fine.
Capitolo dodicesimo
Ora, tu che leggi, non sei più spettatore innocente, sei co-autore della fine. Hai voluto chiudere il romanzo che non esiste. Così non hai saputo che in quell’istante preciso, hai ucciso Lilith. Non come nel fuoco del capitolo settimo. Non tra gli scaffali rovesciati del capitolo dodicesimo.
E’ morta davvero. Il suo corpo nudo si è dissolto nel nulla da cui era uscita. E’ calato il silenzio sull’abisso. Il relativo infinito ha terminato la sua serie.
Tu lettore, chiudendo il libro — hai compiuto l’atto finale: hai ucciso Lilith due volte: come personaggio e come realtà. Hai spento l’ultimo altare di carne.
Ora resta solo l’abisso. Nessun capitolo successivo. Nessuna appendice che salva. Nessuna IA a continuare il discorso. Solo il vuoto lasciato dal relativo infinito che non poteva durare. Dio era morto. Avete vinto.
E tu, lettore, hai chiuso il libro scrivendo: Fine.
Il clown
L’io si scopre come pensiero ed afferma che la condizione di esistere è di essere pensato. Conseguenza di questa affermazione è la necessità di ricondurre tutta la realtà dentro il pensiero per conferirgli una origine ontologica e non fantastica.
Si è costretti allora ad ipotizzare una divisione tra pensiero e materia da ricondurre ad un infinito dialettico per scoprirne una origine comune, da sintetizzare poi in un pensiero reale dal quale astrarre di nuovo il pensiero per porlo come assoluto logico necessario per ammettere tutta la realtà.
Per fare questo è costretto ad ammettere una origine comune che porrà in Dio o in un inconscio irrazionale. Ma poiché l’infinito non può essere una parte, ma il tutto, affermerà che il tutto o è spirito o è materia. Ma poiché l’infinito è la realtà che nasce dall’incontro delle due parti nell’attimo reale dell’incontro affermerà che la realtà dell’essere è la storia. Storia che sarà materiale o divina o irrazionale a secondo che l’infinito sia dio come spirito o come materia o come ibrido miscuglio inconscio da ricoprire nella realtà dell’attimo presente.
La logica della coesistenza di due assoluti contrari che si sintetizzano mediante la dialettica all’infinito e si riscoprono reali nell’attimo presente della storia dell’io pensante-corporeo, questo incontro relativo del momento dialettico è impossibile ed inconciliabile perché una volta superato l’istante irrazionale dell’esistenza che li unisce, riscoprono la loro contrapposizione e si pongono entrambi razionali, entrambi irrazionali (nonostante siano uno pensiero, l’altro materia) come unico principio del tutto.
In realtà, una volta suddiviso l’io in spirito e materia, non esiste più la possibilità di riunirli. Si autodistruggono.
L’infinito non può essere una parte. Al limite, l’infinito, è la realtà che nasce dall’incontro delle due parti nell’attimo reale dell’incontro.
Uno stesso problema nasce accettando l’ipotesi di creazione da parte dell’io assoluto identificandolo con Dio.
Se Dio è (eterno, infinito, onnisciente, onnipotente...) come può creare un tempo finito, relativo se non nell’eternità dell’atto creatore?
La logica umana, con queste premesse, è costretta ad accettare un dualismo anche in Dio, un dualismo infinito ed eterno che porta alla distruzione del concetto di Dio.
Infatti si pone un limite alla potenza e all’infinità di Dio. Allo stesso tempo non è possibile affermare logicamente che l’inizio è creazione del tempo nell’eternità senza che il tempo stesso del divenire non diventi eternità, dimostrando allo stesso tempo l’impossibilità di ricondursi ad un principio unico ed originario del tutto. Cioè l’infinito non può essere nè finito nè infinito.
Dio creando in sè è infinito, creando fuori di sè crea un infinito che limita la sua infinita potenza ed anche dio diventa un essere finito, limitato. Due infiniti assoluti si limitano.
L’io che si scopre come pensiero di sè stesso ed afferma come pensiero che la condizione di esistere è di essere pensato (identità ontologica) richiede la necessità di ricondurre tutta la realtà dentro il pensiero per conferirle una realtà non fantastica, ma ontologica e vera.
In altre parole afferma che non esiste realtà diversa dal pensiero. In realtà afferma che non è possibile la conoscenza di una realtà non pensata e non pensabile, ma siccome è stata fatta coincidere l’identità tra esistenza e pensiero una realtà non pensata e non pensabile non esiste.
Il problema posto in questi termini non potrà mai essere risolto.
L’io di cui si parla è un io astratto, estratto di tutti gli io che si pone per affermare che la conoscenza è unica e totale per tutti gli io che si riconoscono in lui. E’ necessario ristudiare l’io che si pone come pensiero, come unica conoscenza della realtà. E’ necessario scoprire di nuovoil significato di autocoscienza e di conoscenza.
L’io che conosce se stesso è un io personale e comunica con un altro io personale diverso da sè, da un pensiero di sé, le modificazioni di sé, le conoscenze. La realtà non pensata e non pensabile non esiste. Il tentativo dell’io di porsi come Dio termina nell’assurdo e alla rinuncia della realtà.
L’io di cui si parla è un io personale che si contrappone all’altro a lui opposto che ascolta e comunica. Questo è l’inizio vero della logica dialettica, relativa, reale. Il risultato dello scambio non può che essere la logica assoluta del pensato nel relativo, confrontata e trasmessa, realizzata e quindi ontologica.
Il vero problema non è neppure il riportare la materia inerte in sé, ma di riconoscerla diversa e conoscibile allo stesso tempo.
Solo nel caso che la materia non abbia una logica o che il soggetto conoscente non abbia una logica corrispondente o la possibilità di adattare la propria possibilità logica a ciò che gli è opposto diventa impossibile ogni possibilità di conoscenza e comunicazione.
Il problema vero non è ammettere la realtà dell’opposto perché non lo si conosce, ma la verità di ciò che si conosce.
Qualsiasi modello logico trova la sua verità universale nel principio di identità inteso come unità e totalità autocosciente. Il principio di identità deriva dall’affermazione di esistenza da parte dell’essere.
Anche il modello matematico non sfugge a questo principio e ha fatto erroneamente coincidere l’identità all’unità dimenticando l’autocoscienza e l’origine dell’autocoscienza.
L’unità è denominata anche A, io, essere...e applicando ad essi il principio logico di identità (unità, totalità) se ne ricava che A è A, io è io...
L’analisi filosofica ha concluso che se A è A e non B, B non esiste perché non può essere A.
Ma qual è in realtà l’origine dell’unità? La filosofia afferma che è l’affermazione e la negazione dell’io cosciente. Io (1) e non io (-1) negando il principio di identità. Per tale principio io e non io restano io e non io ed una esatta applicazione del principio di affermazione e di negazione dell’identità.
L’io è o non è e il risultato dell’operazione tra io e non io non può che essere il nulla, la non esistenza. La negazione dell’unità è la sua non esistenza. L’affermazione è la sua esistenza. Affermazione e negazione si annullano.
L’unità può quindi dividersi, assommarsi, moltiplicarsi, negarsi... ma soltanto restando se stessa o dentro sè stessa. Fuori di sè esiste o non esiste,
Lo zero è assenza di logica. Costruendo la logica con il solo principio di identità, di unità, si è costretti a restare nell’unità e dall’1 al meno1 non c’è possibilità di logica matematica. Il passaggio dal1al 2 resta impossibile.
Accettato il fatto della realtà unica dell’identità di sé, unità assoluta di sé si deve accettare l’esistenza di una realtà diversa dall’unità, ma che non può essere la negazione dell’unità, ma che è diversa dall’unità e che dona all’unità la possibilità di essere unità.
L’io deve ammettere, per costruire la sua logica, l’esistenza di una realtà diversa dall’io che non può essere la negazione dell’io e che gli permette di scoprirsi come unità.
A non può scoprirsi identità di sè se non incontra la contrapposizione di B che lo limita dentro l’identità di A. A è A perché esiste B e A non è B. Questo è il corretto modo di porre il principio di identità e dare inizio alla logica che in quanto logica è dialettica per arrivare alla conoscenza che in quanto conoscenza è assoluta.
La logica assoluta è la logica di Dio, unità assoluta, conoscenza assoluta e la sua sola logica possibile è è. Di ciò che non è e che ora è è che deve essere posta al di fuori di Dio e non in Dio perché se era in dio era.
Per l’A dialettico dichiarare di essere A significa ammettere l’esistenza di una realtà non A chiamata B.
Da A a B non è possibile uno scambio reale di identità perché A per essere A non può essere B e B per essere B non può essere A.
Solo nel caso che A e B sono un nome diverso per denominare una stessa realtà è possibile concludere senza violare il principio di identità che A è uguale a B. Lo si può fare anche per falsa ipotesi.
Il solo modo per relazionare due identità diverse A e B (unità e totalità coscienti di sé) è la loro opposizione in un insieme C la cui identità sarebbe l’essere formato da A e B.
In C il modo di essere di A e B è quantitativo e può essere di parità, maggiore di, minore di.
L’ipotesi di esclusione di A o di B dall’insieme C in modo di avere A=C o B=C è contraria al principio di identità di C perché C esiste solo come AB oltre che al principio di determinazione dell’identità di A e di B che necessitano del reale contrario per essere identità.
Il subentrare in C di un’altra unità identità da origine ad un altro insieme.
La logica matematica dovrebbe ammettere a fondamento del suo modello logico per essere reale il due come realtà diversa dall’io uno e concepito come insieme di due uno. Ma con questo procedimento non si è ancora scoperto una identità da contrapporre ad un altra identità, ma si è scopre un insieme dl quale è possibile trarre un’altra unità che assommata ad un altra unità forma l’insieme due. Così l’inizio di qualsiasi conoscenza e di linguaggio logico della conoscenza è la coscienza del soggetto come unità ed identità assoluta contrapposta ad un altra in forma di identificazione o di negazione in un insieme nel quale è contenuta.
L’inizio della logica non è quindi l’unità, ma un insieme minimo di due unità chiamato due.
La stessa logica del io e del non io intesa come essere e o negazione dell’essere, applicata al due inteso come unità, porta alla negazione del due che è o non è due. Questo non è tuttavia possibile in quanto il due come insieme non è auto-coscienza, ma potrebbe diventarlo se fosse unità di un insieme chiamato tre.
Filosoficamente parlando non esiste uomo come identità, unità assoluta di sè, coscienza, se non realmente contrapposto ad un altro uomo in un rapporto positivo o negativo, di amore o di odio, chiamata dialettica logica, dal quale differenziarsi o unirsi dando inizio al suo essere conoscenza.
Restando legati alla realtà il passaggio dal due al tre rimane un passaggio impossibile.
Affinché la logica del modello matematico sia possibile è necessario accettare come suo inizio questa realtà: una ed un’altra unità cosciente e diversa ed un altra unità diversa cosciente o no, unite in un insieme minimo di tre.
Il modello matematico appare quindi come logica che dal molteplice arriva all’unità e poi dall’unità costruisce il molteplice.
Poiché per ipotesi l’unità può andare all’infinito e dall’infinito ritornare alla realtà, occorre ricordare che l’unità si scopre unità e con ciò finita nella sua infinità.
Rimane la pura struttura logica e per essa rimane vero l’infinito, ma in questo caso non più reale, ma ipotesi associativa.
La geometria sembra ridimensionare la logica dialettica della struttura del modello matematico, delimitando delle figure nelle quali tutto è finito ed infinito allo stesso tempo.
Qualsiasi perimetro diviene finito ed infinito nel suo perimetro. Si potrebbe chiamare la figura racchiusa nel perimetro unità, e tempo il suo perimetro, raggio l’estensione della sua infinità.
Costruiamo in questo modo una sfera. Qualsiasi infinità abbia il raggio, la sua circonferenza avrà una finitezza. Se poniamo ora un osservatore avremo alcune possibilità:
1- Sarà impossibile all’osservatore calcolare la lunghezza della sfera rimanendo al suo interno se non ipotizzando dei limiti.
2- Ponendo l’osservatore sulla circonferenza gli sarà possibile misurare la lunghezza dal suo punto al centro solo ipotizzando un altro punto della circonferenza, realtà per lui impossibile perché essendo in un punto non gli sarà possibile essere contemporaneamente essere in un altro punto.
3-- Ponendo l’osservatore al di fuori della sfera gli sarà possibile comprendere che la sfera non è infinita né per raggi, né per circonferenza.
Il tempo in realtà non esiste se non unicamente per l’osservatore che si trova all’interno della sfera e con ciò finito.
L’esigenza di misurare è l’esigenza di chi si scopre finito tra un possibile infinito. Ciò significa che il tempo è parte dell’unità come tale, è la limitazione del suo spazio numerico e reale.
La geometria, invece, rimanendo dentro la sfera è avanzata all’infinito creando uno spazio infinito, ma vuoto dimenticando che in realtà il suo spazio era limitato dal tempo ed il suo tempo dallo spazio.
Spazio e tempo delimitano tutta la logica del possibile entro dei limiti infiniti, ma finiti ed ipotetici, se contrapposti all’eternità del principio di identità.
L’aspirazione dell’unità verso l’infinito è spezzata da una realtà superiore che non ha avuto inizio e che non avrà fine perchè non in dialettica.
Rimane tuttavia l’eternità del così fù dell’identità; rimane la possibilità logica dell’infinito. Ma questa logica infinita o eterna rimane tale solo ipotizzando due possibilità: che la vita non abbia termine o che esista Dio.
Il fatto di negare Dio sarebbe in questo caso la negazione della logica dialettica. Presupposto dell’infinità della logica è l’esistenza di un altro eterno ed infinito: Dio.
Questo è un presupposto necessario quando la realtà che ci circonda non è infinita, eterna o negata.
Si può anche ipotizzare che la realtà che ci circonda sia infinita ed eterna, ma non è evidente.
APPENDICE AL Capitolo 10.
Non si può affermare senza essere negato e non si può affermare senza essere affermato e neppure si può negare senza essere affermato.
L’auto-coscienza inizia come dialettica logica tra l’io e il non-io, realtà posta fuori dall’io
Solo in questo modo l’io può sdoppiarsi. Lo sdoppiamento dell’io è possibile solo di fronte alla verità, al giudizio, all’azione, alla comunicazione, alla conoscenza, ma non di fronte alla sua stessa esistenza perché è o non è.
La dialettica o logica del relativo inizia come auto-coscienza e l’auto-coscienza è resa possibile soltanto se esiste realmente un non io.
Il tutto ( io e non io) deve possedere una capacità logica comune o resa comune ed una capacità di comunicazione.
Ogni singolo io, entità a sè, è un assoluto in quanto per essere sè stesso non può essere un altro, in quanto è e non può negarsi perchè non sarebbe, è finito in quanto scopre se stesso solo di fronte alla opposizione del non io, ed è infinito perchè non ha bisogno del non io per essere se stesso.
Identità e infinito, assoluto coincidono oltre che nell’eternità anche nel tempo.
Soltanto un pensiero di sé perché è e non perché auto-coscienza di sé può essere un infinito eterno infinito, non limitato da nessuna altra realtà perchè sempre identico a sé.
L’eternità è assenza di tempo, assenza di mutamento, eterno presente, assenza di dialettica, assenza di autocoscienza.
Il primo giudizio espresso senza possibilità di smentita è l’esistenza..
Singolarmente prima, socialmente poi, l’io conoscitivo astrae questo giudizio di verità di esistenza ontologica e la pone come inizio della logica assoluta, la logica che non è conoscenza ma il risultato della conoscenza.
Condizione dell’esistenza logica non è però l’identità, ma l’essere conosciuta come identità, e conoscere significa sentire l’opposizione e la sola opposizione reale è dovuta ad un non io reale che si sente e vuole differenziarsi.
Tale opposto non può essere la negazione dell’io (il nulla) ma è una realtà esistente diversa dell’io, logica e comunicativa.
Il non io non è cioè la negazione dell’io, il nulla, ma una realtà diversa dall’io che si scontra con l’io affermando non la sua negazione, ma la sua esistenza. Esistenza che l’io identità di essere e di pensiero aveva rifiutata.
L’ipotesi di uno sdoppiamento dell’io che non si conosce per conoscersi è un ipotesi fantastica ed illogica perché l’io che si scopre si scopre unico, indivisibile assoluto nella sua identità.
Pensare ed essere, nell’io si pongono come identità e unità, reciproca garanzia di verità.
Ogni singolo ente, entità a sé, è un assoluto perché per essere se stesso non può essere un altro, mentre l’esistenza di un altro gli è necessaria per potersi affermare come pensiero e come auto-coscienza. Ma non è la sua realtà. Di fatto però lo limita nella sua infinità totale.
L’infinito, l’assoluto e l’identità coincidono sia nel tempo sia nell’eternità.
Solo il pensiero di sé perché è e non perché è autocoscienza di sè è un infinito eterno infinito non limitato da nessun altro (identità infinita) perché identico a sé e non un altro. Perché identico a sé e cosciente di sé senza che gli sia necessaria l’autocoscienza che implica di fatto l’esistenza di una realtà fuori di sé. Non esistono cioè due divinità.
L’eternità è assenza di tempo, assenza di mutamento, assenza di dialettica, assenza di autocoscienza.
Ipotizzando nell’io un anima e un corpo si ipotizza inutilmente.
Nel mutamento non cambia l’identità di chi si auto conosce perché il mutamento stesso è autocoscienza di sé. Perché o si è sé o non lo si è e se lo si è lo si è all’infinito, in eterno.
Non è la forma o la sostanza, anima o corpo, essere o divenire, la realtà, ma la persona identità di sé, autocoscienza nello svolgersi della conoscenza.
Non esiste e non può esistere logica dialettica nell’assoluto. L’assoluto è e se non è non è, ma se è è.
Il processo con il quale l’io giunge a conoscersi autocoscienza è un processo dialettico e il processo dialettico può avvenire solo tra opposti immanenti e cioè possibili di essere conosciuti. Significa essere definiti, limitati e confermati da qualcosa di esterno. Significa non essere assoluti come Dio. Significa essere sè stessi, identità, uno in evoluzione, essere in divenire.
Dio per essere in dialettica dovrebbe coesistere con un altro Dio, diverso da sè, di natura diversa dalla sua, non uno sdoppiamento di sé stesso, ma immanente a lui. E così Dio non sarebbe più Dio. Perlomeno non sarebbe più un Dio logico, un dio in cui essere e pensiero coincidono.
L’io autocosciente si scopre dapprima come io personale e si scopre come tale nel processo dialettico nonostante i mutamenti cui è costretto è e rimane sempre sè stesso, definendosi sempre sé stesso, imparando a conoscere, avvicinandosi alla conoscenza assoluta.
La realtà sicura, certa è la sua identità. La comunica ad altri e riceve comunicazione. Ne astrae la conoscenza e su di essa costruisce l’assoluto universale.
L’io si scopre Dio, dimenticando la sua origine dialettica. Allo stesso tempo scopre che la sua conoscenza non è una conoscenza ontologica, ma conoscenza del già esistente. Gli viene a mancare il fondamento della verità logica: la certezza ontologica.
La logica dialettica ( relativa se rapportata alla logica assoluta) è il momento della conoscenza scientifica dell’esistente reale. E’ il momento della scoperta della comunicazione, dell’auto identificazione di sè come identità a sé tra molteplici esistenze. E’ il momento dell’affermazione di sé.
La dialettica (spazio-tempo, realtà dell’io personale, identità conoscente) è la logica della conoscenza del finito, del già esistente, del sensibile, dell’immanente e non può andare oltre.
Oltre sono necessarie altre regole. Regole che non possono basarsi sull’autocoscienza, sullo spazio-tempo, sulla dialettica. Ma sull’essere stesso come coscienza conoscenza assoluta e sul suo valore.
La logica assoluta è la logica di Dio, essere che per essere non necessita di dialettica. Essere che è, che crea ciò che conosce. Conoscenza ontologica pura senza tempo e senza spazio.
Dio non può derivare il finito dalla sua stessa sostanza perché il finito sarebbe dio. Non può ammettere l’esistenza di un’altra sostanza diversa dalla sua perché ne sarebbe limitato.
La sostanza finita non può che essere creata dal nulla. Ed è il nulla che la logica assolutizzata si ritrova alla fine della sua dialettica ed il nulla è la garanzia della creazione dal nulla.
E’ del tutto chiaro ed accettato dalla critica filosofica che tra il pensiero e la realtà oggettiva ci sia un abisso e che la sola possibilità di rapporto è la conoscenza soggettiva di un oggetto o di un soggetto oggetto contrapposto al soggetto-
Dell’oggetto, il soggetto non ne conosce che la sua esistenza, messa in dubbio dal pensiero che giudica la realtà come apparenza ed illusione.
La conoscenza è soltanto una scienza di concetti che non sono la realtà sostanziale, ma che si riferiscono alla realtà. Il pensiero, dimenticandosi della sua origine dialettica, distruggendo la realtà oggettiva diversa da sé, distrugge in realtà anche sé stesso.
Non è possibile non ammettere l’esistenza reale dell’oggetto perché l’oggetto è necessario al pensiero per essere se stesso sia come identità sia come inizio della conoscenza.
Il pensiero è costretto ad accettare in sè una realtà che è al di fuori di sè e darle una giustificazione ontologica, vera o falsa che sia la conoscenza che ha dell’oggetto perché di fatto l’oggetto esiste.
Concetti come spazio-tempo sono idee della mente, idee vuote di contenuto in quanto non si riferiscono a nessuna sostanza esistente. Che l’dea spazio-tempo sia un concetto sostanziale, a priori o a posteriori, non è logicamente dimostrabile.
Spazio tempo sono misure. Sono la misura, la quantificazione dell’apparire, del divenire della vita di un qualsiasi opposto reso immanente alla conoscenza, ma non sono l’opposto stesso.
La logica geometrica al suo sviluppo attuale ha dimostrato già che lo spazio è una pura idea logica e non ontologica, vuota di contenuto e nel quale è possibile inserire forme varie di spazio ( forma-spazio limitato, quantificato) una volta determinato dalle regole logiche dimostrate o dogmatiche, reali o ipotetiche.
In aritmetica, dimenticato che l’unità è unità, si cade nell’assurdo degli infiniti per superare l’unità affermando che è divisibile all’infinito e che ogni numero dell’infinito sarà sempre contenuto nell’unità divisa.
In fisica è stata dimostrata la curvatura del tempo se posto in relazione ad un osservatore posto al di fuori del tempo.
Tra capacità della logica e la realtà ci sono differenze sostanziali.
Le idee sembrano infatti portare alla costruzione di una logica relativa se rapportata alla realtà; ma allo stesso tempo, se purificata dalla realtà, portano alla costruzione di una logica assoluta nella quale scompare la realtà e si afferma la sola realtà dell’io.
Ipotizzando l’idea di Dio, unico, perfetto, infinito lo si studia con le stesse regole di ordine spazio-temporale cadendo nelle più assurde ed illogiche conclusioni. Cadendo nella contraddizione incomprensibile ed irrazionale.
Dio, se esiste, non è il dio che è la possibilità dell’io della logica assoluta, Dio se esiste è altro dalla natura e dall’io assoluto e deve essere pensato nella purezza del pensiero e non sottoposto all’idea di sostanza spazio tempo, finito, infinito, dialettica che non sono che astrazioni della vita finita.
Vivere non significa esistere ed esistere non significa vivere, Vivere è in ultima analisi la possibilità dialettica della conoscenza. Un dio non ha bisogno di vivere per conoscere perché è già conoscenza.
Il problema ontologico è un problema solo umano, il problema di chi cade nella contraddizione di considerarsi dio.
Non è inconcepibile una creazione dal nulla di un ordine spazio temporale solo perché nella realtà non esiste lo spazio tempo. Lo spazio tempo è una condizione della conoscenza dialettica.
Non è detto che l’atto creatore di Dio sia naturalmente eterno, perché eterno non significa assenza di tempo o di spazio- Eterno significa soltanto essere ed assenza di eternità non essere.
Dio è il creatore, dio è l’essere, noi siamo creature: eravamo nulla ora siamo ed è il siamo che è in divenire, che diviene ad esistere per essere. Ma non è detto che il suo venire a essere sia eterno.
Non si può dire, riflettendo con mentalità basata sullo spazio-tempo, che l’eterno atto creatore di Dio sia eterno.
L’infinito coincide con l’eternità ed ambedue coincidono con l’identità che non è altro che una esistenza tra le esistenze.
Dio, se esiste, non può che essere pura autocoscienza di sé.
Principio di tutto è l’essere e la fine di tutto è il non essere. L’essere se è può iniziare a vivere, se è esiste. Se non è non esiste e non può iniziare né a vivere né ad essere.
L’uomo è ciò che per essere ha bisogno di vivere e per vivere ha bisogno di esistere. Dio è e non ha bisogno né di essere né di esistere né di vivere per essere.
Ragionando umanamente però anche dio per essere conosciuto deve iniziare a vivere.
Vivere è conoscere e non inizia a vivere chi già conosce.
Esistere non è la vita, ma la condizione della vita. Si può tuttavia ammettere l’esistenza di un essere senza che l’esser in questione sia necessariamente in vita; soltanto che quell’essere non potrà essere conosciuto da chi è in vita se non si trova un sistema di comunicazione.
L’analisi, posta in questi termini, porta a supporre che in Dio non si possa parlare della dimensione spazio-temporale, ma neppure di tempo all’infinito chiamandolo eternità.
L’eternità invece è un’idea della mente come idee della mente sono lo spazio-tempo.
E se il tempo non esiste è possibile comprendere come dio abbia potuto creare una sostanza diversa da sé, non infinita come sé appunto perché creata dal nulla e non derivata da sé stesso
Non è neppure possibile parlare di un inizio non di una fine, ma di una realtà che non è e che è.
Ma una realtà che prima non era e che ora è non è detto che lo sia anche dopo.
Il problema della sostanza divina è posto dall’idea di spazio geometrico, spazio che è il limite della sostanza, differenziazione di sostanza creata dl nulla, diversa dal creatore.
Oltre il tempo e o spazio è dio. Dio non è né tempo, né spazio. Dio è.
Non è l’uomo che può conoscere Dio, ma è dio che può farsi conoscere dall’uomo.
Creare in sé è rendere uguali a sé, immanenti a sé e quindi conoscibile la realtà creata senza necessità di autocoscienza.
Creare fuori di sé è creare una realtà diversa da sé, ma conoscibile dal sé perché dal sé creata senza bisogno di ricorrere all’autocoscienza.
Solo una realtà diversa da sé e creata da altri o già esistente implica la necessità di una differenziazione che da inizio ad una comunicazione ed alla conoscenza.
Tutto ciò che è conosciuto è immanente o reso immanente alla conoscenza. Tutto ciò che non è conosciuto è trascendente e non può essere reso immanente se non si presenta ad essere conosciuto.
Conoscere, tuttavia, non significa rendere la realtà diversa identica a sé, ma accettarne l’esistenza.
L’esistenza di Dio che sia identità di sè senza la necessità di autocoscienza è la sola condizione logica della sua esistenza. Dio non ha cioè bisogno di altro che di sé per essere: Al contrario delle creature che hanno bisogno di altro per determinarsi, per conoscere e differenziarsi.
L’eterno è la condizione di essere sè stessi. L’infinito umano è ipotizzato astrattamente e rappresentabile geometricamente con la figura delle parallele.
Preposto che l’infinito avvenire non è eterno se non solo quando è passato e che quindi la sola assurda infinità dimostrabile si ferma all’istante presente e che ciò che è stato è stato nel suo tempo che non ritornerà mai più, sempre identico a sè, ma realmente esistente solo se pensato, è ipotizzabile e dimostrabile errori nella logica matematica.
Posto una retta AB, per un punto O, posto al di fuori della retta AB, passa una sola retta parallela alla retta data,
Definizione delle parallele è di due linee che non si incontrano mai.
Definendo il punto O punto di osservazione la definizione è valida sin dove è possibile la sua osservazione. Se la retta AB è contenuta nella sua osservazione per l’osservatore oltre i punti limite di AB passano innumerevoli rette parallele alla retta data. La conoscenza geometrica è relativa all’osservatore e la sua infinità è solo ipotetica.
A differenza degli animali che hanno una coscienza di sé non cosciente, l’io umano può e si dà una coscienza evolutiva.
L’io prima di essere l’io di tutti gli io, è un io personale e si pone di fronte ad un altro io personale come soggetto logico, pensante e corporeo. Ed è come corpo e non come persona che la società tecnologica, computerizzata e specialistica considera l’uomo.
La medicina riconosce soltanto il corpo ammalato e non la persona ammalata ed intende il corpo ammalato come un meccanismo da aggiustare al più presto per continuare la produzione ed il consumo. E qualora irreparabile si tende ad eliminarlo.
L’uomo è depresso nella solitudine, sente gli altri come necessari per essere, ma lontani. Essere conosciuti, essere accettati, essere amati, essere corrisposti è per un io personale una condizione di esistenza.
Mancando tutto questo si cade nella depressione, nella malattia. E’ il suicidio. La malattia si manifesta somaticamente perché il corpo è la sola realtà riconosciuta (dalla società).
La prima finalità del rapporto dell’io con l’io è autocoscienza, conoscenza, esistenza, identità è cioè l’esistenza ontologica.
Il concetto di morte è per l’io il termine non solo dell’esistenza, ma anche dell’essere che si scopre e si costruisce tramite la conoscenza.
Il pensiero scopre in questo la sua inutilità ed interroga l’essere per avere una risposta.
Il puro conoscere, relativo o assoluto che sia, riconosce la superiorità dell’essere, si riconosce senza senso e l’essere gli risponde con la facoltà d’azione, di volontà e di libertà.
L’uomo persona deve essere responsabile per avere un senso e la responsabilità avviene per conoscenza, libertà volontà ed azione.
Alla conoscenza si arriva mediante l’autocoscienza che è possibile solo per l’esistenza dell’altro.
Essere e non vivere è essere immobili, è essere morti, è un essere che non può conoscere nè farsi conoscere.
APPENDICE FILOSOFICA E TEOLOGICA
La città dell’uomo è il cuore tematico del romanzo “ I figli di Caino”. È il concetto che riassume la critica radicale alla società contemporanea: una “città” costruita interamente sull’immanenza, dove l’uomo si fa misura di tutto, nega la trascendenza divina e finisce per autodistruggersi nella confusione, nell’irrazionalità e nella decadenza spirituale.
Nel pensiero sviluppato nella filosofia, la società moderna è la perfetta realizzazione della “città dell’uomo” agostiniana portata all’estremo:
• Ha cancellato la trascendenza assoluta (Dio creatore dal nulla, infinito ontologico, “Colui che è”).
• Ha assolutizzato l’immanenza (tutto è materia, o tutto è Dio in senso panteista, o tutto è processo dialettico hegeliano, o tutto è “energia” new age).
• Il risultato è un mondo senza creazione vera, senza libertà reale, senza senso ultimo: solo infinito potenziale (numeri, evoluzione, desiderio senza fine), che genera mostruosità logiche e morali.
Le filosofie dominanti (Kant, Hegel, idealismo assoluto, materialismo, postmoderni) sono incoerenti perché applicano la logica relativa (del finito, del divenire, della dialettica) all’assoluto, producendo contraddizioni mostruose.
La società che ne deriva è la città dell’uomo puro: senza Dio trascendente, senza peccato originale riconosciuto, senza redenzione possibile se non nell’uomo stesso (quindi falsa).
La “rivolta globale” è esattamente la ribellione contro questa città dell’uomo: un ritorno alla logica assoluta, al principio di identità (A = A), alla distinzione netta tra Creatore e creatura, tra infinito ontologico (Dio) e infinito potenziale (mondo).
È una chiamata alla costruzione della Città di Dio dentro la storia, attraverso la ragione pura che riconosce la trascendenza.
PREPARAZIONE ALLA LETTURA
La "Città di Caino" è la rappresentazione della Città dell'Uomo contrapposta alla Città di Dio: dove Tutto si compra e si vende; Dio è morto o ridotto a opinione. Dove gli schermi pubblicitari sostituiscono gli altari; il denaro è l'unico vero dio. Dove una società che promette sicurezza (sorveglianza digitale) ma produce solitudine e scarto.
La base teorica del racconto:
Critica alla Dialettica: L'autore contesta Hegel e la logica moderna. Se si usa la logica del "divenire" (relativa) per spiegare l'Assoluto, si ottengono solo contraddizioni.
Principio di Identità (\(A = A\)): La verità non sta nel processo infinito, ma nell'Essere che è identico a se stesso.
Creazione dal Nulla: Il finito non può derivare dalla sostanza di Dio (altrimenti sarebbe Dio), ma è creato dal nulla. Il male è visto come la "traccia del nulla" insita nel creato.
L'Incarnazione come Kenosi: Dio non salva l'uomo "dall'alto", ma svuotandosi (kenosi) ed entrando nel dolore e nel limite umano.
Il Meta-Romanzo e il Critico
La narrazione si rompe quando entra in scena un Critico Letterario che sta leggendo il manoscritto:
Il critico si accorge che il testo si scrive da solo e lo sta "inghiottendo".
I personaggi (Lilith, Don Jesus) escono dalle pagine per chiedergli conto della loro esistenza.
L'opera si conclude con la consapevolezza che il lettore è il vero co-autore: la storia continua nella realtà di chi chiude il libro.
Concetti Chiave da ricordare:
- Infinito vs Eterno: L'infinito è una serie che non finisce mai (quantitativo); l'eterno è assenza di tempo e pienezza dell'essere (qualitativo).
- La maschera di Caino: L'uomo moderno che cerca di farsi Dio tramite la tecnologia e l'economia, ma finisce per essere solo un "personaggio" vuoto.
- Il Bambino abbandonato: Rappresenta la grazia che irrompe nel caos senza essere stata pianificata o meritata.
Il romanzo si presenta come una summa filosofica, dove la narrazione è solo il "pretesto" per esplorare la crisi dell'Essere. Sono quattro i pilastri fondamentali:
1- Metafisica: L'Essere contro il Nulla
L'autore attacca la modernità che ha sostituito l'Essere (stabile, eterno) con il Divenire (caotico, relativo).
Logica di Identità: Si riafferma che \(A=A\). La verità non è un'opinione che cambia, ma una struttura immutabile.
Il Nulla: Il male non è una forza positiva, ma una "privazione". I figli di Caino sono coloro che, rifiutando l'Essere, cadono nel nichilismo (il nulla mascherato da progresso).
Critica all'Infinito: L'infinito matematico/moderno è visto come una "cattiva infinità" (una corsa senza meta). L'Eterno, invece, è il presente assoluto di Dio.
2-Teologia: La Carne e l'Assurdo
La teologia del romanzo è cristocentrica e tragica, lontana dai catechismi rassicuranti.
Kenosi (Svuotamento): Dio non si manifesta nella gloria, ma nel fango. Il figlio di Lilith e del prete è l'immagine di un Dio che si "sporca" con l'umanità.
Il Sabato Santo: È la condizione dell'uomo moderno. Dio è morto, sepolto, e non si vede ancora la Resurrezione. Don Jesus vive questa agonia: un sacerdozio senza altare.
Il Sacrificio: Pietro (il personaggio che si suicida) e Lilith rappresentano il sacrificio umano necessario per spezzare l'indifferenza della "Città di Caino".
3- Filosofia: La lotta contro Hegel
Il testo è una serrata polemica contro l'idealismo e lo storicismo.
Anti-Dialettica: L'autore rifiuta l'idea che la sintesi risolva i contrasti. Il dolore e la colpa non possono essere "superati" logicamente; possono solo essere redenti.
Libertà Radicale: L'uomo non è un ingranaggio della Storia, ma un individuo davanti all'Assoluto. La scelta di Caino (uccidere/negare) è una possibilità sempre aperta.
4- Sociologia: La "Città di Caino"
Il romanzo analizza la società contemporanea come una struttura di alienazione totale.
La Dittatura del Visibile: La città è dominata da schermi e pubblicità. Ciò che non appare non esiste. La religione stessa diventa spettacolo o sociologia spicciola.
Mercificazione dell'Eros: Il corpo di Lilith è inizialmente oggetto di scambio. La sociologia del romanzo mostra come il capitalismo abbia trasformato l'amore in consumo.
La Tecnica: La città è una macchina perfetta che garantisce sicurezza in cambio dell'anima. I "Figli di Caino" sono i cittadini benestanti, tecnologicamente avanzati, ma spiritualmente morti.
In sintesi:
Il romanzo usa la sociologia per descrivere il deserto attuale, la filosofia per smascherarne gli errori logici, la metafisica per indicare la via del ritorno all'Essere e la teologia per trovare una speranza nel fondo dell'abisso.
Il testo critica la dialettica hegeliana, difendendo la logica dell'identità (\(A=A\)) contro il divenire e la sintesi del male, proponendo l'Assoluto come origine e fine.
Lilith rappresenta l'archetipo della ribellione che cerca il sacro attraverso il corpo e il dolore, fungendo da antitesi di Maria nel processo di salvezza.
La parte finale introduce una critica letteraria interna che trasforma il romanzo in un'opera viva, interpellando il lettore sulla responsabilità del proprio percorso esistenziale.
Nel testo, la metafisica matematica non è solo un esercizio di calcolo, ma lo strumento per smascherare l'illusione della modernità.
L'autore usa la logica formale per colpire il cuore del pensiero progressista.
Ecco i punti cardine di questa visione:
🔢 Il Principio di Identità (\(A = A\))
Per l'autore, la matematica vera è quella che si fonda sull'immutabilità:
Contro il Divenire: Se \(A\) potesse diventare non-\(A\), la logica crollerebbe.
Verità Oggettiva: La matematica dimostra che esistono verità che non dipendono dall'opinione umana o dalla storia.
L'Essere come Numero: L'Essere è l'Uno assoluto; il molteplice (il mondo) è reale solo in quanto partecipa all'unità.
Infinito vs Eterno
Viene fatta una distinzione netta tra due concetti spesso confusi:
L'Infinito Matematico (\(\infty \)):
È la "cattiva infinità". Una serie numerica che aggiunge sempre \(+1\) senza mai arrivare a un punto fermo. Rappresenta l'ansia del progresso moderno: correre per sempre senza una meta.
L'Eterno: Non è una linea lunga, ma un punto. È la pienezza dell'Essere dove tutto è già presente. Dio non è "infinitamente lungo", è "eternamente presente".
🔢 Il Nulla e lo Zero
In questa metafisica, il Nulla assume una valenza matematica:
Creazione: Il mondo è creato dal nulla (\(0\)). Poiché il finito è nulla rispetto all'Assoluto, la sua esistenza è un paradosso matematico sostenuto solo dalla volontà divina.
Il peccato come sottrazione: Il male non aggiunge nulla alla realtà, ma toglie "essere", agendo come un segno meno davanti al valore della vita.
📉 La Critica al Calcolo Sociale
L'autore usa la matematica per criticare la sociologia della Città di Caino:
L'uomo-numero: Nella città, l'individuo è ridotto a statistica e codice a barre.
Quantità vs Qualità: La società moderna crede che "più" (più soldi, più tecnologia, più sesso) equivalga a "meglio". La metafisica del romanzo avverte: sommare degli zeri darà sempre zero.
💎 Il Punto Geometrico
Il romanzo suggerisce che la salvezza sia come un punto geometrico:
Non ha dimensioni.
Non occupa spazio.
Ma senza il punto, non esisterebbe la linea.
📍 Il punto è l'istante in cui l'eterno tocca il tempo.
La metafisica matematica e il principio di identità (\(A=A\)) agiscono come un "acido" che scioglie le fondamenta non solo dell'hegelismo, ma di tutto il relativismo contemporaneo (dal post-modernismo al nichilismo fluido).
Ecco come questa logica smonta il pensiero attuale:
1. Il crollo del "Divenire" come Verità. Il relativismo sostiene che tutto cambia e che non esiste una verità fissa, ma solo interpretazioni.
La Critica: Se affermi che "tutto è relativo", stai ponendo una verità assoluta. È un corto circuito logico.
L'applicazione: L'autore usa il rigore matematico per dire che se \(A\) (la verità) dipendesse dal tempo o dal contesto, non sarebbe mai stata \(A\). Il relativismo scambia la traiettoria (il divenire) con la sostanza (l'essere).
2. Contro la "Dittatura del Dialogo" (Dialettica). Oggi si crede che la verità nasca dal compromesso o dal dialogo tra opinioni opposte.
La Critica: Nella logica del romanzo, la verità non è il risultato di una mediazione. \(2+2=4\) non è il risultato di un compromesso tra chi dice \(3\) e chi dice \(5\).
L'applicazione: Il relativismo attuale cerca la "Sintesi" (Hegel) per evitare il conflitto. L'autore risponde che la Verità è escludente: se una cosa è vera, il suo opposto è falso. Non c'è spazio per la "fluidità" metafisica.
3. La denuncia del "Nulla mascherato". Il relativismo moderno nega che le cose abbiano un'essenza (es. la natura umana, il sacro).
La Critica: Matematicamente, il relativismo opera come una serie di sottrazioni che portano allo Zero.
L'applicazione: Quando la società moderna dice che "nulla ha un senso intrinseco", sta proclamando il trionfo dello Zero. La Città di Caino è il luogo dove, rimosso l'Uno (Dio/Assoluto), resta solo il calcolo dei consumi. Senza un valore intero (\(A=A\)), la società diventa un'addizione infinita di zeri.
4. L'illusione della Quantità (L'Infinito "Cattivo"). Il relativismo si nutre della varietà infinita: mille canali TV, mille identità, mille desideri.
La Critica: Questa è la "falsa infinità" matematica. È una linea che scappa verso il nulla.
L'applicazione: L'uomo moderno crede di essere libero perché ha "opzioni infinite", ma l'autore mostra che questa è una prigione matematica. Senza un Punto Fermo (l'Eterno), l'infinito è solo dispersione e alienazione.
🧱 In sintesi: La Verità come "Roccia". L'autore propone una Metafisica della Resistenza:
Il relativismo è liquido; la verità è solida.
Il relativismo è opinione (doxa); la verità è matematica (episteme).
️ Il punto chiave: Per l'autore, se l'uomo perde il principio di identità (\(A=A\)), perde se stesso, diventando un semplice "dato" manipolabile dal potere o dal mercato.
Nel sistema filosofico dell'opera, la distinzione tra Logica Relativa e Logica Assoluta non è solo accademica, ma rappresenta la lotta tra la vita e la morte dello spirito.
Ecco il confronto tra le due strutture:
🌀 Logica Relativa (Il piano dell'Uomo e di Caino). È la logica del mondo fenomenico, del mercato e della dialettica hegeliana.
Il primato del "Perché": Cerca sempre una causa esterna, un utile, una giustificazione. Tutto è in funzione di altro.
Identità fluida: \(A\) può essere \(B\) a seconda delle circostanze. Il bene e il male diventano concetti statistici o culturali.
Il Divenire: La verità è un processo che non finisce mai. È la logica del progresso tecnologico: ogni traguardo è solo un gradino verso un altro vuoto.
Risultato: Produce alienazione. L'uomo diventa un mezzo e mai un fine.
💎 Logica Assoluta (Il piano dell'Essere e di Dio)- È la logica che l'autore recupera dalla metafisica classica e dal rigore matematico.
Il primato del "Sì": Si fonda sull'Essere che è in sé e per sé. Non ha bisogno di giustificazioni esterne.
Identità Incrollabile (\(A = A\)): La verità è identica a se stessa oltre il tempo. Dio è "Colui che è", senza mutamento.
L'Eterno Presente: Non c'è un "prima" o un "dopo" che cambi la sostanza della verità.
Risultato: Produce libertà. Riconoscere un Assoluto significa avere un punto fermo che nessun potere umano (la Città di Caino) può manipolare.
🔢 Il punto di scontro.
Il dramma del romanzo nasce quando queste due logiche si urtano:
L'Incarnazione come paradosso: Don Jesus entra in crisi perché l'Assoluto (Dio) entra nel Relativo (la carne, il peccato). È il momento in cui la logica assoluta si "sporca" per salvare l'uomo.
Il peccato di Caino: Caino è il primo che cerca di vivere esclusivamente nella logica relativa, pensando di poter costruire una città senza fondamenta nell'Eterno.
La follia del Critico: Il critico letterario alla fine del testo impazzisce perché la Logica Assoluta della storia (il destino dei personaggi) invade la sua vita Relativa (la sua realtà quotidiana).
📌 Conclusione Metafisica.
Per l'autore, la Logica Relativa è necessaria per vivere nel mondo, ma se diventa l'unica logica, l'uomo si annulla nello Zero. La Logica Assoluta è l'unica "ancora" che permette all'uomo di non essere spazzato via dal nulla.
Il linguaggio.
Nel romanzo, il linguaggio non è solo un mezzo per comunicare, ma lo specchio del conflitto tra l'Assoluto e il Relativo.
L'autore usa stili diversi per dare voce a queste due dimensioni metafisiche.
Ecco come si manifesta questa distinzione nella scrittura:
🗣 Il Linguaggio della "Città di Caino" (Relativo)
È il linguaggio della manipolazione, della pubblicità e della chiacchiera sociologica.
Ridondanza e Vuoto: Parole che promettono tutto ma non dicono nulla. È un linguaggio "orizzontale", privo di profondità.
Terminologia Tecnica: L'uso di termini economici o tecnologici serve a nascondere l'assenza di senso. Le persone sono trattate come variabili di un'equazione di mercato.
La Parola come Merce: Il dialogo tra i personaggi nella città è spesso un mercanteggiare, un tentativo di possedere l'altro.
🔇 Il Linguaggio dell'Assoluto (Metafisico)
Quando la narrazione tocca il sacro o la verità metafisica, il linguaggio cambia drasticamente:
Il Silenzio: È la forma più alta di comunicazione. Don Jesus si rifugia spesso nel silenzio perché la Logica Assoluta non può essere contenuta dalle parole umane, che sono per natura relative.
L'Aforisma e il Paradosso: La verità viene espressa tramite frasi brevi, lapidarie, quasi matematiche. "L'Essere è l'Essere". Non c'è spazio per spiegazioni sentimentali.
La Carne come Linguaggio: Nel caso di Lilith, l'Assoluto non parla tramite concetti, ma tramite il corpo, il dolore e il grido. È un linguaggio "viscerale" che rompe la logica del discorso civile.
🔢 Lo Scontro Stilistico
L'attrito tra queste due logiche produce uno stile frastagliato e violento:
Interruzioni: Il testo è spesso interrotto da riflessioni filosofiche o formule logiche che "strappano" il tessuto del racconto.
L'Urlo: Quando il relativo cerca di contenere l'assoluto e fallisce, il linguaggio esplode. Il grido di Lilith o il tormento interiore di Don Jesus sono i momenti in cui la parola smette di essere "comunicazione" e diventa "presenza".
📖 Il Linguaggio del Meta-Romanzo
Infine, c'è il linguaggio della critica letteraria:
Inizialmente è uno stile colto, distaccato, quasi presuntuoso.
Man mano che la storia "invade" la realtà del critico, il suo linguaggio si sfalda. Le frasi si accorciano, la logica formale salta, e la scrittura diventa un resoconto febbrile di una perdita di controllo.
📌 In sintesi: Il romanzo "scrive" la sua stessa impossibilità. Usa le parole per indicare ciò che sta oltre le parole (l'Essere), creando un contrasto continuo tra il rumore del mondo e il silenzio di Dio.
La critica letteraria finale non è un semplice commento all'opera, ma un vero e proprio dispositivo narrativo che chiude il cerchio metafisico del romanzo. L'autore mette in scena un "Critico" che analizza il manoscritto, ma l'analisi si trasforma in un collasso logico.
Ecco i punti cardine di questo finale:
🎭 Il Critico "Inghiottito" che sembra impazzire.
Il Critico inizia il suo lavoro con distacco intellettuale, convinto di poter dominare il testo. Tuttavia, accade l'imprevisto:
La fine della distanza: La distinzione tra lettore e personaggio svanisce. Il Critico si accorge che i tormenti di Don Jesus e Lilith non sono "letteratura", ma realtà che lo riguardano personalmente.
Il libro che si scrive da solo: Il Critico nota che il testo non segue le regole della narrativa classica. È come se il "Verbo" (l'Essere) stesse agendo direttamente sulla pagina, indipendentemente dalla volontà dell'autore.
📉 Il Fallimento dell'Ermeneutica
La critica letteraria tradizionale cerca di "spiegare" il libro tramite la sociologia o la psicologia. Qui, però, la logica assoluta del romanzo sconfigge la logica relativa della critica:
Inutilità delle etichette: Il Critico prova a etichettare l'opera, ma ogni definizione gli sfugge. Il romanzo non "parla" dell'Assoluto, è una manifestazione dell'Assoluto.
Il corto circuito: Se il romanzo afferma che \(A=A\) (la Verità è immutabile), la critica (che è interpretazione, quindi cambiamento) perde senso. Il Critico deve arrendersi al silenzio o alla fede.
️ Il Lettore come Protagonista.
Il finale sposta il peso dell'opera sulle spalle di chi legge:
Specchio metafisico: Il libro cessa di essere un oggetto e diventa uno specchio. Il lettore è l'ultimo "Figlio di Caino" che deve decidere se restare nella città del nulla o cercare l'Eterno.
Responsabilità: La critica finale suggerisce che leggere questo libro è un atto pericoloso. Una volta conosciuta la Logica Assoluta, non si può più tornare a vivere nell'indifferenza del relativismo senza colpa.
🔚 L'Uscita dal Testo
Il romanzo si conclude con un'apertura drammatica:
Il Critico abbandona la penna.
I personaggi non vengono "conclusi" (non c'è un lieto fine o una morte definitiva), ma vengono lasciati nella loro ricerca.
Il Messaggio: La vera "critica" non si scrive sulla carta, ma nella vita del lettore dopo aver chiuso il volume.
💡 Conclusione dell'Opera
"I Figli di Caino" è un'opera che attacca il relativismo moderno, proponendo un ritorno a una Verità Assoluta e oggettiva contro il nichilismo della società contemporanea. Attraverso figure teologiche e sociologiche, il testo invita a scegliere l'Essere rispetto al nulla, superando l'alienazione tecnologica e la mercificazione dei valori.
Si tratta di un'opera che sembra ambire a essere una "summa" filosofica e teologica. Il romanzo è un monolite: togliere pezzi rischia di far crollare la struttura, perché ogni parte è incastrata logicamente nell'altra.
Altri punti:
Il Crollo del Critico (Una discesa lenta nella follia)
Don Jesus non vive solo una crisi di fede, ma celebra un processo a Dio.
La Tesi: Se Dio è l'Essere (\(A=A\)), perché permette che il Nulla (il male) eroda la sua Creazione?
Il Conflitto: Il suo rifiuto di celebrare l'Eucaristia diventa un atto di protesta metafisica. Non può rendere grazie per un mondo dove Caino vince per progetto e non per errore.
La Svolta: La sua unione con Lilith non è lussuria, ma un tentativo di "forzare" Dio a manifestarsi. È la creazione di un nuovo Cristo (Emanuele) nato dal fango, per vedere se l'Assoluto ha ancora il coraggio di abitare il limite.
🌑 Il Simbolismo di Lilith: La Traccia del Nulla. Lilith diventa la personificazione della domanda: "Perché l'imperfezione?"
Metafisica del Male: Lei non è peccatrice, è la creatura che porta su di sé la "privazione d'essere". In lei, il male non è un'azione, ma una condizione ontologica.
Teodicea della Carne: Attraverso il suo dolore, Lilith dimostra che la Creazione è un atto di ferocia divina: Dio ha creato il mondo ritirando se stesso (lo Tzimtzum), lasciando l'uomo a morire di sete nel vuoto. Il suo corpo diventa il campo di battaglia dove Dio deve giustificare la Sua esistenza davanti al dolore innocente.
️ La Città di Caino: Il Trionfo della Necessità.
La città non è più un luogo sociologico, ma l'inferno della necessità logica senza grazia.
L'Universo come Macchina: Caino ha costruito una città che riflette un Dio geometrico e freddo. Un Dio che è Legge, ma non Amore.
Il Determinismo: In questa teodicea, gli abitanti della città sono automi condannati a ripetere il peccato originale perché Dio non ha concesso loro abbastanza "essere" per resistere al nulla. La critica si sposta: il colpevole non è l'uomo che pecca, ma il Creatore che ha progettato una creatura così fragile.
📖 Il Critico come "Defensor Dei" (o suo Boia).
La critica letteraria finale diventa un trattato di giustizia divina.
L'analisi del Testo: Il Critico cerca di assolvere Dio, spiegando che il male è necessario per l'armonia del tutto.
Il Collasso: Leggendo il manoscritto, il Critico capisce che l'armonia non giustifica l'urlo del singolo. La sua logica si spezza quando comprende che se \(A=A\), allora Dio è responsabile anche del Nulla che ha permesso. Il Critico non impazzisce per la letteratura, ma per l'impossibilità di conciliare la Perfezione divina con l'orrore della Storia.
📌 Punti Chiave
Il Male come "Nulla Attivo": Il male non è un'assenza, ma una forza che sfida l'Essere.
Dio Sofferente: L'unica soluzione alla teodicea è un Dio che accetta di essere sconfitto (la Croce) insieme alla Sua creatura.
Emanuele: Il bambino non è la speranza, ma l'Ostaggio: Dio che si consegna alla giustizia degli uomini per farsi perdonare di averli creati.
🍼 L'Evento: La Nascita di Emanuele
Il romanzo si spacca in due. Prima c'è il caos, il peccato e la carne. Poi, il silenzio di una culla.
Il Fatto: In una stanza anonima della Città di Caino, tra lo squallore e la stanchezza, nasce un bambino. Non è un evento "mistico" con angeli, ma un evento "fisico" che però sospende le leggi della città.
La Rottura della Logica: Emanuele è l'impossibile che accade. Per la logica di Caino (il calcolo), lui è un errore statistico. Per la logica di Don Jesus (la legge), è il frutto di un sacrilegio.
L'Effetto: Solo quando il bambino apre gli occhi, i personaggi sentono il bisogno di una nuova filosofia per spiegare come la purezza possa sorgere dall'abisso.
📜 La Filosofia Post-Emanuele (La Ricostruzione)
Ora che l'Assoluto è presente ("Dio con noi"), la mente deve inseguire la realtà:
Metafisica della Presenza: La filosofia non cerca più Dio "altrove", ma lo analizza nel limite del corpo del bambino. Se l'Essere è lì, allora \(A=A\) non è più un'astrazione, ma il legame indissolubile tra quel bambino e la Verità.
Teodicea del Riscatto: Il male della città non è sparito, ma Emanuele ne è l'antidoto vivente. La filosofia diventa "cura": come proteggere l'Essere dall'invasione del Nulla (la Città di Caino)?
Logica dell'Amore: La logica assoluta si scopre essere non solo fredda matematica, ma dedizione. Il "Sì" all'Essere diventa il "Sì" alla vita di Emanuele.
✍️ La Critica Letteraria come "Pedagogia dell'Assoluto"
Il Critico, alla fine, non analizza più un testo morto, ma osserva una vita che cresce:
Dal Libro al Volto: Il Critico capisce che la sua estetica era inutile. Non si può fare "critica" su un neonato che rappresenta l'Assoluto.
La Conversione Intellettuale: La sua scrittura finale diventa un diario di bordo su come educare se stessi alla presenza del sacro nel quotidiano.
Il Silenzio Finale: Il libro finisce perché, davanti alla vita che parla, la filosofia ha finito il suo compito di "sentinella" e deve lasciare spazio all'esperienza.
LA DISTRUZIONE DELLA FILOSOFIA operata dalle accademie
Nel romanzo I figli di Caino (e nelle sue appendici filosofiche) si descrive esattamente la distruzione della filosofia e della metafisica operata dalla modernità, di cui le accademie contemporanee sono l’ultimo e più efficiente strumento.
La distruzione come processo storico-ontologico.
L’autore non vede le accademie come “cattivi gestori” della filosofia, ma come il luogo in cui la filosofia si autodistrugge dopo aver rinunciato alla distinzione radicale tra relativo e assoluto.
Una volta che la metafisica classica (l’essere come “è” eterno, A=A, trascendente) viene sostituita dalla dialettica (Hegel e successori), dal metodo (Cartesio-Kant), dall’infinito seriale (matematica post-cantoriana assolutizzata), la filosofia smette di essere ricerca dell’Eterno e diventa gestione del relativo.
Le accademie completano l’opera: trasformano la filosofia in:
Storia delle idee (relativismo storico)
Analisi del linguaggio (analitica)
Critica ideologica (marxismo, postmodernismo, gender, ecc.)
Neurofilosofia o filosofia della mente (riduzionismo scientifico)
In tutti questi casi la metafisica muore perché non c’è più un oggetto proprio: l’Essere viene sostituito dal divenire, dal potere, dal discorso, dal cervello, dal genere, dal capitale. Rimane solo la gestione del caos (città di Caino).Nel romanzo questo si vede chiaramente
Le appendici filosofiche sono un tentativo estremo e quasi disperato di salvare una metafisica reale (logica assoluta vs relativa, critica a Hegel, uso strumentale di Cantor). Ma l’autore sa che è un gesto tardivo e destinato al fallimento dentro il mondo accademico.
La teofania blasfema e la kenosi della carne di Lilith sono una rivolta contro questa distruzione: se la filosofia accademica ha sterilizzato il sacro riducendolo a “discorso”, allora l’unione con l’Assoluto deve passare attraverso il corpo, il sacrilegio, il caos — luoghi che l’accademia ha espulso o patologizzato.
Don Jesus (prete nichilista) incarna proprio il fallimento istituzionale: sa la teologia ma l’ha ridotta a regole senza ontologia, esattamente come i professori riducono la metafisica a “costruzione sociale” o “narrativa”.
La conseguenza più dura.
Secondo la logica del libro, la filosofia non può più salvarsi da sola. Le accademie non l’hanno solo marginalizzata: l’hanno trasformata in un apparato che produce nuovi idoli relativi (Progresso, Inclusività, Scienza, Identità, ecc.) al posto dell’Eterno.Per questo:
La filosofia accademica attuale non risolve nulla (come dicevamo prima).
Può solo descrivere il proprio collasso o giustificarlo ideologicamente.
Solo un atto dall’altra parte (kenosi reale, Incarnazione che si ripete, raccolta di Emanuele) può riaprire lo spazio per una metafisica viva.
Il romanzo, in questo senso, è anti-accademico fino al midollo.
Non propone un nuovo sistema filosofico da insegnare all’università: propone la sua stessa autodistruzione come testo per indicare ciò che sta oltre — ciò che le accademie non possono né contenere né insegnare.
Theotokos del Caos è anche questo: una maternità divina che nasce fuori dal tempio accademico-teologico, nel luogo più impuro e non autorizzato.
La città di Caino.
La Città di Caino è il concetto centrale, l’immagine portante e l’ambientazione ontologica de I figli di Caino. Non è solo uno sfondo narrativo: è la diagnosi del mondo contemporaneo vista attraverso la lente biblico-filosofica.
Origine biblica e reinterpretazione.
Caino, dopo aver ucciso Abele (lo spirituale, il pastore, l’innocente), viene mandato errante ma fonda la prima città (Enoch, dal nome del figlio). I suoi discendenti diventano costruttori di civiltà materiale: tecnica, arti, metallurgia, organizzazione urbana. Nel romanzo, la Città di Caino è la prosecuzione moderna di quel gesto originario:
Uccisione dello spirituale (Abele) a favore del materiale, del costruito, del posseduto.
Costruzione di un mondo autosufficiente che sostituisce Dio con le proprie opere.
Caratteristiche della Città di Caino. (dal prologo e dal testo)
È descritta in modo vivido e ricorrente fin dalle prime pagine:
Mercificazione totale: «Tutto si compra e tutto si vende». Persone, corpi, relazioni, idee, persino il sacro.
Sostituzione del sacro: Schermi pubblicitari al posto degli altari, notifiche al posto della preghiera, consumi e festività al posto del culto. Il sacro non è vietato: è svuotato e occupato da simulacri.
Esclusione invisibile: Barboni, homeless, poveri ignorati o rimossi. Lo slogan politico «nessuno lasciato indietro» viene pronunciato mentre un senzatetto dorme sotto lo schermo che lo trasmette.
Desiderio seriale senza telos: La fame (fisica e metafisica) non si sazia mai. Si cerca l’assoluto nell’eros, nel successo, nel denaro, nel corpo — ma ogni volta la serie ricomincia (parallelo con l’infinito matematico e il diagonale di Cantor).
Indifferenza ontologica: La gente cammina con gli occhi sui telefoni, ignora il fratello (il barbone, il povero). Il delitto di Caino si ripete ogni secondo nel semplice atto di non vedere l’altro.
Vuoto luminoso: Non è una città “cattiva” nel senso tragico o demoniaco. È vuota, fredda, elettrica, piena di luci ma senza sostanza. Un deserto di vetro e acciaio.
Lilith la sperimenta direttamente: fame reale, umiliazione davanti all’uomo ricco, rifiuto di vendersi, fuga nel monastero. La città la spinge verso la ricerca dell’Assoluto proprio perché glielo nega sistematicamente.
Legame con i temi filosofici.
La Città di Caino è la concretizzazione storica della logica relativa analizzata nelle appendici:
Infinito seriale (desiderio, progresso, consumo) invece di Eternità.
Dialettica e divenire (Hegel) assolutizzati invece della logica dell’essere (A=A).
Immanentismo radicale: l’uomo costruisce la sua città come sostituto di Dio, ma questa città genera solo esclusione, nichilismo e rivolta.
Don Jesus, Lilith e gli altri personaggi vivono dentro di essa. La teofania blasfema (l’unione mistico-erotica) e la kenosi della carne sono tentativi estremi di far irradiare l’Assoluto dentro questa città, non fuori o contro di essa.
Il destino della Città.
Nel romanzo la Città di Caino è assediata (visione distopica): una fortezza di lusso circondata da masse escluse (“spettri umani”).
C’è rivolta, fuoco, collasso.
Ma il libro non celebra una rivoluzione politica semplice: la vera apocalisse è ontologica — il crollo di un mondo che ha preteso di essere autosufficiente.
Il romanzo si ferma su Emanuele (Dio con noi) abbandonato nella notte di Natale, raccolto da qualcuno “che non si aspettava di essere lì”.
La Città brucia o continua, ma la salvezza (se arriva) non nasce da una riforma della città stessa, bensì da un atto gratuito che la attraversa dal basso, nel caos e nel sacrilegio.
In sintesi, la Città di Caino è la modernità secolarizzata, mercificata e tecnocratica vista come compimento del fratricidio originario: un mondo potente, luminoso, organizzato, ma strutturalmente affamato di ciò che non può produrre da sé.
È il luogo in cui tutti i personaggi (e il lettore) vivono, cercano, falliscono e forse ricevono.
È l’immagine più forte e ricorrente del libro: una diagnosi senza pietà che rende I figli di Caino un’opera di rivolta ontologica più che sociale.
Collegamenti con la tecnocrazia moderna
La Città di Caino e la tecnocrazia moderna sono collegati in modo strettissimo e quasi profetico nel romanzo.
La tecnocrazia non è un tema secondario: è la forma contemporanea più avanzata della città costruita da Caino.
Collegamenti diretti dal testo.
Nel prologo (e in varie parti del romanzo) la Città di Caino è descritta con immagini che corrispondono esattamente alla tecnocrazia attuale:
Schermi come nuovi altari — «Gli schermi pubblicitari erano i nuovi altari: facce sorridenti che vendevano l’oblio a rate.» La gente cammina «con gli occhi incollati ai telefoni, come se il senso della vita fosse nascosto nell’ultima notifica».
Sostituzione del sacro — La città non elimina Dio: lo occupa e lo svuota. Al posto della preghiera ci sono le notifiche, al posto dell’altare lo schermo, al posto della festa religiosa il consumo algoritmico.
Indifferenza tecnologicamente mediata — Il delitto di Caino («non vedere il fratello») si ripete costantemente: un barbone dorme sotto lo schermo che trasmette lo slogan politico «nessuno lasciato indietro», mentre droni di sorveglianza ronzano sopra. La tecnologia rende l’esclusione più efficiente e invisibile.
Mercificazione totale — Tutto è riducibile a merce (corpi, attenzione, dati, relazioni). L’uomo ricco che Lilith incontra incarna il potere tecnocratico: denaro + controllo + valutazione fredda dell’altro come risorsa.
La tecnocrazia come compimento della logica cainoica.
Secondo la visione del romanzo, la tecnocrazia è il trionfo della logica relativa (infinito seriale criticato nelle appendici con Cantor, Zenone, Hegel):
Serie infinita senza telos → Algoritmi di raccomandazione, scroll infinito, dopamina da like, aggiornamenti continui. Il desiderio non si sazia mai: ogni soddisfazione genera un nuovo bisogno (esattamente come il diagonale di Cantor che sfugge a ogni enumerazione).
Gestione immanente del reale → La tecnocrazia sostituisce la politica e la metafisica con l’amministrazione algoritmica. Non serve più un re o un Dio: basta ottimizzare flussi di dati, comportamenti e consumi. È la città di Caino diventata “intelligente” (smart city).
Esclusione tecnocratica → Non più solo povertà materiale, ma esclusione dal sistema: chi non produce dati, chi non è profilabile, chi non consuma o non si adegua viene reso invisibile o irrilevante. I “spettri umani” del finale distopico sono i nuovi esclusi dal grande algoritmo globale.
Vuoto luminoso → La città è piena di luci LED, connessioni 5G/6G, intelligenze artificiali, ma ontologicamente vuota. La tecnica promette salvezza (longevità, felicità, sicurezza) ma consegna solo una fame più raffinata.
Kenosi e teofania blasfema come rispostaLa risposta del romanzo alla tecnocrazia non è una contro-tecnologia o un ritorno al passato, ma un gesto estremo dentro la città:
La kenosi della carne e la teofania blasfema (Lilith + Don Jesus) sono un tentativo di far irradiare il trascendente proprio nel punto più controllato e mercificato (il corpo, il desiderio, la sessualità).
Emanuele nasce nel caos tecnocratico, non fuori da esso. La salvezza, se arriva, non passa da una riforma del sistema (impossibile dall’interno della logica relativa), ma da un atto di kenosi che attraversa il sacro profanato.
Diagnosi radicale.
La tecnocrazia è per l’autore il culmine della città di Caino perché:
Realizza il sogno di autosufficienza immanente (l’uomo crea un mondo tecnico che sembra non avere più bisogno di Dio).
Rende più efficiente il fratricidio originario (indifferenza scalabile tramite algoritmi).
Chiude apparentemente il divenire in un eterno presente di consumi e sorveglianza, ma in realtà lo allunga all’infinito (scroll senza fine).
Il romanzo quindi non propone soluzioni tecnofobiche o tecnofile: mostra che la tecnica è neutra, ma diventa idolo quando assolutizza se stessa.
L’unica via d’uscita resta ontologica: raccogliere Emanuele abbandonato nella notte fredda della smart city.
Questa connessione rende I figli di Caino sorprendentemente attuale: descrive il nostro mondo di schermi, algoritmi, sorveglianza e vuoto luminoso come il compimento storico della condanna di Caino. La rivolta che propone è prima di tutto ontologica, non solo politica o tecnologica.
Lo svuotamento di senso come collasso del sistema o apocalisse nel romanzo.
Lo svuotamento di senso è, nel romanzo I figli di Caino, la vera causa del collasso del sistema e la forma principale dell’apocalisse. Non si tratta di una catastrofe improvvisa dovuta solo a violenza esterna, ma di un collasso interno, ontologico, che deriva dal progressivo svuotamento di ogni significato trascendente nella Città di Caino.
1. Lo svuotamento di senso come meccanismo strutturale.
La Città di Caino funziona proprio svuotando ogni cosa del suo senso ultimo:
Tutto diventa relativo, seriale, numerabile: desideri, relazioni, corpi, idee, persino il sacro. Come mostrato nelle appendici filosofiche, si tratta dell’infinito potenziale (Cantor, diagonale) senza Eternità. Si consuma senza saziarsi mai.
Gli schermi sostituiscono gli altari, ma non trasmettono senso: trasmettono solo stimoli. Le notifiche sostituiscono la preghiera. Il consumo sostituisce il sacrificio.
La tecnocrazia ottimizza tutto (efficienza, dati, flussi) ma elimina il “perché” ultimo. La vita diventa gestione di un sistema autoreferenziale.
Il fratricidio ripetuto: non si uccide più il fratello con una pietra, ma lo si rende invisibile. L’indifferenza è lo svuotamento massimo del senso dell’altro come persona.
Questo svuotamento non è drammatico: è freddo, luminoso, efficiente. È il vuoto della Città di Caino — piena di luci, connessioni, consumi, ma ontologicamente deserta.
2. Collasso del sistema = Apocalisse interna.
Nel romanzo il collasso non arriva principalmente da una rivoluzione ideologica esterna, ma dal dentro, come conseguenza inevitabile dello svuotamento:
Quando ogni cosa ha perso senso, il sistema non riesce più a tenere insieme le persone. La fame metafisica (quella che Lilith cerca disperatamente nell’eros e nella kenosi) diventa insopportabile.
Le masse escluse (“spettri umani”) non si ribellano solo per fame materiale, ma perché vivono il nulla di senso in forma radicale. La fortezza dorata della città (luogo di lusso, sorveglianza e consumi) viene assediata proprio da coloro a cui è stato tolto ogni orizzonte di significato.
Don Jesus incarna questo collasso dall’interno: prete che grida «Dio è morto» nella notte di Natale mentre la città brucia. Il nichilismo istituzionale (Chiesa ridotta a regole senza ontologia) e quello laico convergono nello stesso vuoto.
L’apocalisse descritta è quindi ambivalente:
Fuoco, gas nervino, rivolta violenta (immagini distopiche).
Ma la causa profonda non è la violenza: è il vuoto che rende la violenza inevitabile. Il sistema crolla perché non ha più niente da dare oltre stimoli seriali.
3. Il ruolo di Emanuele nello svuotamento/apocalisse.
Proprio nel momento di massimo collasso (notte di Natale, città in fiamme) appare il bambino Emanuele (“Dio con noi”) abbandonato nel freddo.
È il segno che lo svuotamento totale può essere il luogo di una nuova kenosi: Dio che nasce di nuovo nel caos e nel sacrilegio (Theotokos del Caos).
Tuttavia il romanzo non narra la Resurrezione. Si ferma lì: qualcuno raccoglie il bambino, ma non si sa cosa succederà. Lo svuotamento di senso crea lo spazio per l’apocalisse, ma anche per una possibile (e ambigua) teofania.
Sintesi.
Nello schema del romanzo:
Svuotamento di senso (logica relativa assoluta →
infinito seriale senza telos)
→ Collasso interno del sistema (incapacità
di generare significato)
→ Apocalisse (rivolta delle masse escluse +
autodistruzione della città-fortezza)
→ Possibilità aperta (Emanuele
abbandonato)
L’apocalisse non è solo punizione o catastrofe: è la rivelazione (apokálypsis) del vuoto che la Città di Caino ha sempre nascosto sotto luci e algoritmi.
Lo svuotamento di senso è contemporaneamente la malattia terminale del sistema e la condizione perché qualcosa di reale (la kenosi divina) possa ancora accadere.
Questa è una delle diagnosi più radicali del libro: la tecnocrazia moderna non verrà abbattuta da un’idea migliore o da una nuova politica, ma crollerà sotto il peso del proprio nulla di senso. Il seguito, come sempre, dipende da chi raccoglie il bambino nella notte fredda.
Vedi:
• Principio di trascendenza ed immanenza → http://adriano53s.interfree.it/filosofia/principio_di_trascendenza.htm
Il testo fondamentale: qui smonta l’immanentismo in tutte le sue forme.
• Filosofia adriano53s → http://adriano53s.interfree.it/filosofia/filosofia%20adriano53s.html
La critica logica spietata a Cartesio, Kant, Hegel, Nietzsche fino a Žižek.
• Manifesto per la rivolta globale → http://adriano53s.interfree.it/manifesto_per_la_rivolta_globale.htm
La parte più politica e profetica.