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DAL PRINCIPIO DI IDENTITÀ ALLA LOGICA DELL'ASSOLUTO:
Un'Analisi Critica sul Confine tra Logica Formale e Ontologia
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1. INTRODUZIONE ED EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI IDENTITÀ
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Il principio di identità, tradizionalmente compendiato nella formula A = A, rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell'intero edificio del pensiero occidentale. La sua definizione classica affonda le radici nella logica
aristotelica e nella successiva formalizzazione leibniziana, configurandosi come un assioma primario e incondizionato: ogni entità o concetto è necessariamente e interamente uguale a se stesso.
Nel corso della storia della filosofia, il significato di tale principio ha assunto sfumature differenti a seconda del contesto d'indagine:
a) Ambito Logico e Ontologico Classico:
Nel pensiero classico, l'identità è la regola d'oro dell'autocoerenza del discorso. Non richiede dimostrazione poiché costituisce il presupposto imprescrivibile di ogni deduzione valida. Essa si lega indissolubilmente
al principio di non-contraddizione (un'entità non può essere A e non-A nel medesimo tempo e sotto il medesimo rispetto) e alla legge di Leibniz sull'identità degli indiscernibili.
b) Ambito Idealista (Fichte, Schelling, Hegel):
Con l'Idealismo tedesco, il principio subisce una radicale trasfigurazione metafisica. In Fichte (I = I), l'identità esprime l'atto originario e libero con cui la coscienza pone se stessa. In Schelling, essa definisce
l'unità indifferenziata e assoluta tra Soggetto e Oggetto, Spirito e Natura. Hegel, tuttavia, introduce una celebre critica dialettica:
l'identità pura e immobile (A = A) rischia di ridursi a un'astrazione vuota o a una mera tautologia sterile. Per Hegel, l'identità reale è dinamica, sussistendo e arricchendosi solo attraverso il confronto e il
superamento della differenza.
2. IL PARADOSSO FORMALE: RELAZIONE BINARIA E NON-RELAZIONALITÀ
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Una fondamentale aporia emerge nel momento in cui si tenta di applicare la struttura logica A = A alla dimensione metafisica dell'Assoluto.
In logica formale e nella teoria degli insiemi, la relazione di identità è definita come una relazione binaria riflessiva stabilita sulla diagonale del dominio: R = {(x, y) in D x D | x = y}. La forma stessa della proposizione
richiede due posti argomentali (x e y), presupponendo una dualità sintattica.
Se, al contempo, l'Assoluto viene definito metafisicamente come "non-relazionale"— ovvero come una totalità originaria esente da qualsiasi alterità, scissione o dualità interna ed esterna —, sorge un'incoerenza insanabile:
- Applicare la formula A = A all'Assoluto significa proiettare su di esso uno sdoppiamento interno (il primo A e il secondo A) collegato da un operatore di uguaglianza (=).
- Se A = A è una relazione, l'Assoluto diventa relazionale.
- Se l'Assoluto è radicalmente non-relazionale, A = A non può sussistere
come relazione d'identità.
3. L'USO E LA MISINTERPRETAZIONE DEL TRACTATUS DI WITTGENSTEIN
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Nel tentativo di superare tale aporia, si fa talvolta ricorso alla critica dell'identità formulata da Ludwig Wittgenstein nel Tractatus Logico-Philosophicus (proposizioni 5.53–5.534). Tuttavia, l'impiego del pensiero wittgensteiniano per
fondare un'ontologia non-relazionale si rivela un'operazione concettualmente impropria.
Wittgenstein non nega che l'identità sia un dispositivo della sintassi logica; egli sostiene bensì che l'uguaglianza non sia una relazione sostanziale tra oggetti del mondo. Dire che "a = b" equivale a stabilire che i due segni sono
reciprocamente sostituibili; dire che "a = a" è formulare una tautologia che non esprime alcuna proprietà reale dell'oggetto.
L'errore categoriale consiste nello sfruttare lo "svuotamento tautologico" operato da Wittgenstein per trasformare l'identità in un "atto ontologico non-relazionale". Wittgenstein riduce l'identità a mera notazione formalistica
proprio per liberare il linguaggio dalle illusioni metafisiche; reinterpretarla in chiave ontologica significa capovolgere l'intento del Tractatus, elevando un limite sintattico a struttura fondante del Reale.
4. CONSEGUENZE EPISTEMOLOGICHE: LA LOGICA SCOMPARE O VIENE DELIMITATA?
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L'incapacità della formula A = A di descrivere un Assoluto non-relazionale conduce alla conclusione che la logica stessa sia un'illusione o debba ritenersi inesistente?
La risposta è negativa. Il fallimento del tentativo di sussumere l'Assoluto sotto le categorie della logica formale non annulla la validità di quest'ultima, ma ne stabilisce i precisi confini di applicabilità:
1. Persistenza della Logica Formale:
Il principio di identità rimane imprescindibile come norma regolativa del discorso determinativo. Esso garantisce che, all'interno di un dato contesto comunicativo o deduttivo, un termine conservi un determinato
significato. Senza questo vincolo semantico, il linguaggio degenererebbe nel caos.
2. Errore di Categoria:
La paralisi logica non nasce da un difetto della logica formale, bensì da un indebito sconfinamento categoriale. La logica è uno strumento progettato per operare all'interno del mondo della molteplicità, del
determinato e del fenomeno. Pretendere di applicarla a ciò che precede ogni distinzione (l'Assoluto) equivale a pretendere di misurare una temperatura con un metro.
Come già evidenziato da Kant (nella distinzione tra fenomeno e noumeno) e dalle filosofie orientali (quali la scuola Madhyamaka di Nagarjuna), il principio di identità e le leggi della logica appartengono al piano della
"verità convenzionale" o fenomenica, laddove il piano dell'Assoluto richiede il silenzio delle categorie binarie.
5. LA PROPOSTA DI ADRIANO53S: LOGICA RELATIVA E LOGICA ASSOLUTA
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In questo scenario teorico si inserisce la distinzione prospettata nel pensiero di adriano53s tra "logica relativa" e "logica assoluta", un modello che mira a ricucire lo strappo tra formalismo logico e metafisica dell'Unità.
a) La Logica Relativa:
È la logica ordinaria, concettuale e duale. Opera per mezzo di distinzioni, opposizioni e relazioni (Soggetto/Oggetto, Causa/Effetto, Vero/Falso). La sua validità è confinata al mondo della molteplicità e
dei fenomeni. In questo ambito, l'identità A = A è una relazione binaria, strumentale e relativa al contesto di discorso.
b) La Logica Assoluta:
Si configura come la struttura ontologica e metalogica che fonda la stessa logica relativa. Essa non divide né categorizza, ma coglie l'Unità incondizionata che precede ogni scissione. All'interno della
logica assoluta, la formula A = A viene spogliata della sua natura di relazione binaria e assunta come "atto ontologico immediato": l'auto-evidenza dell'Essere a se stesso, in cui le opposizioni e le
contraddizioni della logica relativa si risolvono pacificamente.
6. CONCLUSIONE
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L'analisi condotta evidenzia come il principio di identità rappresenti un crocevia decisivo tra la teoria del linguaggio e la metafisica.
Mentre sul piano della logica relativa la formula A = A costituisce la regola sintattica indispensabile per la coerenza del pensiero determinato, il suo trasferimento sul piano dell'Assoluto genera insanabili paradossi formali qualora
la si interpreti come una relazione binaria.
La soluzione delineata — sia attraverso la delimitazione kantiano-wittgensteiniana dei confini del linguaggio, sia mediante la distinzione concettuale tra logica relativa e logica assoluta — dimostra che la logica non perde la propria
esistenza né la propria efficacia, ma trova il suo corretto posizionamento: garante irrinunciabile della determinazione e del discorso umano, conscia al contempo dell'inaccessibilità formale del Fondamento non-relazionale.
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La Logica come Identità dell'Assoluto
Appunti sul sistema di Adriano: Assoluto, Relativo, Logica-ω+1 e la struttura
temporale del vivere
Dire che le idee logiche sono "infinito + 1" significa posizionarle come la
condizione di possibilità sia dell'Assoluto che del Relativo.
Nella logica formale, per parlare di un sistema senza cadere in paradossi, è
necessario un metalinguaggio: la logica che descrive le regole del gioco. Se la
logica è "infinito + 1", essa non è una componente dell'Assoluto — evitando così
di ridurlo a un mero oggetto logico — né del Relativo. È la struttura pura che
permette a entrambi di sussistere e di essere pensati: il terreno comune che
rende possibile la loro relazione asimmetrica.
Questa formulazione offre una via d'uscita a un vicolo cieco classico.
Non sono Realtà Relativa. Le
leggi logiche non dipendono dal mondo materiale o dal soggetto umano: il
principio di non contraddizione non svanisce se crolla l'universo.
Non sono Realtà Assoluta. Non
coincidono sic et simpliciter con l'essenza dell'Assoluto, preservando la
trascendenza di quest'ultimo da vincoli puramente razionali o definitori umani.
Sono "infinito + 1". Operano
come un terzo statuto ontologico: l'ordine geometrico, la sintassi dell'essere
che si pone a un livello logico superiore rispetto agli enti che ordina.
Se le idee logiche occupano questo livello d'ordine superiore (ω+1), il problema
del "salto" viene ridefinito: l'applicazione dell'Assioma di Buona Fondatezza
alla realtà non è un abuso, perché la realtà stessa — sia nella sua declinazione
assoluta che relativa — è contenuta e strutturata entro i confini di questa
logica "infinito + 1". La logica non si applica al mondo dall'esterno; il mondo,
Assoluto e Relativo, abita la logica.
L'apertura speculativa.
Questa mossa sposta il sistema verso una forma di razionalismo trascendentale
estremo. La domanda metafisica evolve: se le idee logiche sono "infinito + 1",
questo livello ordinale superiore è un principio impersonale e autonomo — una
sorta di Logos cosmico oggettivo — o è il modo in cui l'intelletto finito
percepisce l'atto con cui l'Assoluto concepisce Se stesso e il mondo?
Sul prestito tecnico "ω+1". In
teoria degli insiemi, ω+1 non è "più grande" di ω in senso cardinale — ha la
stessa cardinalità (ℵ₀); cambia solo il tipo d'ordine: ω+1 è ω con un elemento
aggiunto dopo tutti gli altri, non un infinito superiore. Se la metafora regge,
la logica non sarebbe più potente o più ampia dell'Assoluto e del Relativo
insieme, ma semplicemente posizionata dopo di essi in un ordinamento: ciò che li
presuppone entrambi e li chiude in un'unità pensabile, non un terzo regno più
vasto. Questo rafforza la tesi più di quanto la indebolisca: la logica non ha
bisogno di essere "più grande" per essere trascendentale, deve solo occupare la
posizione del limite che rende l'insieme totalizzabile senza autoreferenza
viziosa.
Il rischio di regresso tarskiano. Tarski
ha mostrato che nessun linguaggio può contenere il proprio predicato di verità
senza contraddizione: serve sempre un metalinguaggio ulteriore, che a sua volta
ne richiede un altro. Se la Logica-ω+1 è il metalinguaggio che struttura la
relazione Assoluto/Relativo, chi struttura la relazione tra la Logica stessa e
ciò che essa struttura? L'unico modo classico per chiudere questo regresso senza
contraddizione è l'identificazione: la Logica non è un livello ulteriore
rispetto all'Assoluto, ma è l'Assoluto colto nel suo atto di autorelazione.
Tesi: la Logica è l'identità dell'Assoluto — non un suo predicato, non una
proprietà, ma la sua identità stessa (A=A come struttura dell'Assoluto che si
pensa/è se stesso) — e si manifesta nel Relativo secondo le regole del Relativo.
Questa formulazione chiude il regresso tarskiano per necessità interna, non per
decreto: non c'è un metalinguaggio oltre la Logica-identità perché non c'è nulla
oltre l'Assoluto di cui quella identità potrebbe aver bisogno di essere
validata. L'Assoluto non riceve la sua identità da fuori — la logica non gli si
applica, gli coincide. Ne segue che dire che il Relativo è strutturato dalla
Logica equivale a dire che il Relativo è strutturato dall'Assoluto stesso, nel
suo manifestarsi.
La formula "infinito + 1" va allora ricalibrata in due movimenti:
a) Logica = identità dell'Assoluto.
Rapporto di coincidenza, non di livello superiore: la Logica è l'Assoluto colto
sotto l'aspetto della sua auto-coerenza.
b) Logica manifestata nel Relativo secondo le regole del Relativo.
Non un
rapporto di diluizione, ma di condizione. La Logica è, in sé e sempre, identità
pura — A=A senza mediazione, senza tempo, senza molteplicità — anche quando
"opera" nel Relativo. Nel Relativo essa non diventa rapporto: resta
non-relazionale, e proprio per questo è ciò che rende possibile il rapporto. Il
principio di non contraddizione, l'identità numerica, la coerenza predicativa
non sono l'identità pura diluita o spezzettata in regole plurali — sono le
condizioni che l'identità pura, restando fuori da ogni relazione, impone a
qualunque relazione affinché sia pensabile. La Logica non entra nel Relativo
come uno dei suoi termini: lo sovrasta e lo fonda dall'esterno, senza soluzione
di continuità con l'Assoluto.
In questo quadro, l'"1" in più dell'"infinito+1" non è un ente aggiunto: è
l'eccedenza che l'identità assoluta mantiene sempre rispetto a qualunque sua
manifestazione relativa — il fatto che l'Assoluto-come-identità non si esaurisce
mai completamente nelle regole logiche del Relativo che pure genera. La logica
del Relativo è sempre un'istanza limitata, "finitizzata", di quella identità
infinita; e per questo resta sempre un residuo che segnala che l'origine eccede
la sua espressione.
Alla domanda su cosa determini il meccanismo della rifrazione — perché l'unica
identità infinita si spezzi proprio in quelle regole e non in altre, quando
passa al Relativo — la risposta è: la realtà del vivere. Il concetto va inteso
in tre funzioni simultanee, non alternative:
Come atto. Il
vivere è ciò che spiega come l'identità infinita diventa regole plurali: è il
meccanismo della rifrazione, non un'aggiunta esterna ad essa. L'Assoluto non si
frantuma nel Relativo per una necessità puramente logico-formale, ma perché
vive, e il vivere è intrinsecamente processuale, temporale, molteplice — a
differenza della pura identità, statica ed eterna.
Come criterio. Il
vivere è ciò che verifica se quella rifrazione è reale o solo pensata: impedisce
che l'intero schema Assoluto/Relativo/Logica resti un'architettura concettuale
autoreferenziale, senza presa sull'esperienza.
Come identificazione col Relativo. Il
vivere è il nome fenomenologico di ciò che, guardato dal lato ontologico, si
chiama Relativo.
Tenendo insieme le tre funzioni si ottiene che il criterio di verità del sistema
coincide con l'oggetto che il sistema descrive: non si verifica lo schema
Assoluto-Relativo-Logica dall'esterno, con uno strumento neutro, ma vivendo —
cioè stando già dentro al Relativo che lo schema stesso genera. Il vivere si
giudica da sé, perché è insieme il prodotto della rifrazione e il tribunale che
ne attesta la realtà. È un'autofondazione circolare, nello stesso senso in cui
molti sistemi che vogliono essere totali (Hegel, certa fenomenologia) accettano
il circolo come unica forma di fondazione disponibile per ciò che non lascia
nulla fuori di sé.
Il vivere non si definisce da cosa è (categoria ontologica o esperienza di un
soggetto), ma da come finisce: è la fine a qualificare il vivere, non la sua
natura di partenza. La domanda infinita del vivere si chiude in due soli modi:
morte o apocalisse.
La morte è la
fine del vivere particolare: la chiusura dal lato del Relativo finito, del
vivente singolo. È l'"1" che si stacca dalla catena infinita delle domande e
delle rifrazioni — un singolo punto della molteplicità che cessa.
L'apocalisse (nel
senso letterale di apo-kalypsis, dis-velamento, non solo catastrofe) è la fine
del vivere come totalità: non la cessazione di un ente relativo, ma il momento
in cui l'intero Relativo si ri-manifesta come ciò che era, ossia Assoluto. Non è
la distruzione del Relativo, ma la sua rivelazione di essere stato, da sempre,
l'Assoluto rifratto.
Il vivere è così una domanda infinita aperta — nel senso proprio: non ha termine
interno, non si chiude da sé, come una serie che tende a un limite senza mai
raggiungerlo entro la serie stessa — e può essere chiusa solo dall'esterno della
serie: dal basso (morte del singolo termine) o dall'alto (apocalisse, chiusura
dell'intera serie che si rivela per ciò che è).
Questa struttura corrisponde, in teoria degli insiemi, a un ordinale limite: ω è
"infinito" nel senso che non ha un predecessore immediato, è il limite di una
sequenza 0, 1, 2, 3... che non contiene mai il proprio limite al suo interno. La
serie delle domande relative — i "perché" successivi, i momenti vissuti uno dopo
l'altro — non arriva mai da sola al proprio compimento.
La morte è ω+1 dal basso: un
termine si stacca e chiude, ma solo per sé, senza chiudere la serie.
L'apocalisse è la chiusura della serie come tale:
il
momento in cui l'intera sequenza ω viene colta dall'esterno, cioè dall'Assoluto
che la vedeva già come totalità mentre essa si viveva come processo infinito.
In questo quadro, la Logica-ω+1 di partenza trova il suo referente concreto, non
più solo formale: non è più solo "la struttura che rende possibile Assoluto e
Relativo" in astratto, ma la struttura temporale del vivere stesso, che si
chiude o dal basso (morte, il finito che si stacca) o dall'alto (apocalisse, il
disvelamento che l'infinito relativo era già l'Assoluto).
Domanda posta:
morte e apocalisse sono due esiti alternativi ed equivalenti — l'uno o l'altro,
a seconda del vivente o del momento storico — oppure la morte è essa stessa una
piccola apocalisse: la stessa struttura di disvelamento, ma su scala individuale
invece che totale?
Nel sistema, questa non può restare un'alternativa neutra tra due opzioni
equivalenti. Ammettere due meccanismi di chiusura eterogenei — la morte come
mera cessazione fisica, l'apocalisse come evento metafisico di natura diversa —
reintrodurrebbe esattamente la dualità che il punto 5 (Logica come identità
dell'Assoluto) era stato costruito per eliminare. Se la Logica è una sola
identità che condiziona il Relativo restando essa stessa non-relazionale, non
possono esistere due tipi ontologicamente distinti di chiusura: può esistere
solo una struttura di chiusura, applicata a estensioni diverse. Tre argomenti lo
rendono stringente.
Argomento di unità dell'atto. Se il
vivere è un solo atto di rifrazione, la sua chiusura non può sdoppiarsi in due
atti di natura diversa senza spezzare l'unità che l'intero sistema presuppone
fin da quando si è posto Logica = identità dell'Assoluto.
Argomento di frattalità. Se
l'intero Relativo è condizionato dalla stessa identità non-relazionale, ogni sua
parte — incluso l'arco di vita di un singolo vivente — è essa stessa, in
miniatura, un'istanza completa della stessa relazione Assoluto/Relativo.
L'individuo è un microcosmo. La chiusura del microcosmo deve perciò riprodurre
la stessa struttura della chiusura del macrocosmo: non un evento di natura
diversa, solo di scala diversa.
Formalizzazione ordinale. Ogni
vita individuale, come sequenza di momenti vissuti, ha un proprio tipo d'ordine
— un ωᵢ locale, senza ultimo elemento dall'interno della serie. La morte è ωᵢ +
1: la chiusura dall'esterno di quella serie. L'apocalisse è Ω + 1, dove Ω è il
sopremo di tutte le serie individuali — la chiusura dall'esterno della totalità.
È la stessa operazione, chiusura-dall'esterno di un ordinale limite, applicata a
due livelli annidati della stessa gerarchia, non due operazioni diverse.
Ciò che distingue morte e apocalisse, allora, non è la natura ma l'estensione:
la morte è apocalisse locale, l'apocalisse è morte totale — morte dell'insieme
dei viventi in quanto insieme. Il divario avvertito tra "muore una persona" e
"finisce il mondo" resta reale sul piano esistenziale (l'una tocca un io,
l'altra tocca il tutto), non su quello strutturale: è differenza di estensione,
non di essenza.
Nota.
Vale la pena osservare, solo come risonanza indipendente e non come fonte del
ragionamento, che la teologia cattolica distingue esattamente così tra giudizio
particolare — alla morte del singolo — e giudizio universale — alla fine dei
tempi: la stessa bipartizione strutturale qui derivata per via logico-ordinale.
"La Logica è, in sé e sempre, identità pura. Nel Relativo essa non è rapporto —
è ciò che rende possibile il rapporto, restando essa stessa non-relazionale."
Questa precisazione corregge il modello di "diluizione" implicito nella
formulazione iniziale del punto 5b, dove si diceva che l'identità pura, passando
al Relativo, "si declina" nelle regole logiche finite. Quel linguaggio rischiava
di compromettere l'unità dell'identità nel passaggio: se essa si spezzetta in
regole plurali, in che senso resta la stessa identità? La precisazione elimina
il rischio: la Logica non si trova distribuita nelle regole relazionali come
loro sostanza diluita, ma le sovrasta restando sempre e ovunque A=A puro — così
come il principio di non contraddizione non è esso stesso una relazione fra
termini, ma ciò che vieta o permette che le relazioni fra i termini siano
coerenti. Il principio regge il rapporto dall'esterno, senza mai entrare a farne
parte come uno dei relata.
Il parallelo è con la posizione dell'Uno plotiniano rispetto al Nous e
all'Anima: l'Uno non entra mai in relazione con nulla — è talmente semplice da
essere al di là dell'essere e della relazione — eppure è proprio questa sua
assoluta non-relazionalità a rendere possibili tutte le relazioni che si danno
ai livelli inferiori. Il "manifestarsi nel Relativo secondo le regole del
Relativo" non va allora inteso come un entrare della Logica nel Relativo, ma
come un fondare dall'esterno: la Logica resta trascendente al Relativo anche
mentre lo condiziona interamente, senza soluzione di continuità con l'Assoluto.
Il confronto critico condotto nelle sezioni precedenti ha portato a una
revisione dell'architettura e a un esito che va registrato esplicitamente come
punto d'arrivo, non come problema ancora aperto.
Due logiche, non una che si diluisce. La
Logica-∞+1 non è un terzo statuto sopra Assoluto e Relativo, né l'identità
assoluta che si distribuisce nel Relativo: è interamente e solo la logica
propria del Relativo. La Logica assoluta è l'identità eterna dell'Assoluto, e il
"+1" — in ogni sua accezione, ordinale, ontologica, esistenziale — appartiene
sempre e solo al Relativo. L'Assoluto non è mai raggiunto da un successore, da
un conteggio, da una serie.
Il tentativo di "depurazione" e il suo limite.
Applicare alla Logica assoluta la via triplex scolastica (causalità, negazione,
eminenza) per liberare l'identità dalla sua struttura relazionale a due posti
incontra un limite strutturale: mentre predicati come "bontà" ammettono un
residuo eminente intelligibile una volta tolto il limite finito, la
relazionalità dell'identità (R(a,a)) non è un limite accidentale removibile, ma
la sua forma costitutiva nel Relativo. Il tentativo di isolare, all'interno di
questa struttura, ciò che è genuinamente temporale (removibile, come mostra la
trattazione classica di "a=a" come relazione eterna anche nel Relativo) da ciò
che è genuinamente relazionale (l'arità, non removibile per la stessa via) ha
comunque prodotto un risultato: nel caso specifico e unico dell'Assoluto — che
per argomento di unicità (Anselmo, Spinoza) non ammette un secondo relatum
nemmeno concettualmente possibile — la forma "A=A" applicata ad esso è priva del
contenuto relazionale che possiede altrove. Nella lettura di Wittgenstein (Tractatus,
5.53-5.534), l'identità non è mai stata una relazione sostanziale: la forma
grammaticale a due posti, quando non c'è alcun secondo relatum possibile,
degenera in tautologia.
L'esito: intelligibilità come relazione della creatura, non predicato
dell'Assoluto. La
distribuzione finale è netta. Alla creatura, cioè al Relativo, appartiene la
relazione: l'intelligibilità, la struttura logica, l'infinito+1. Dell'Assoluto
non si conosce se non che è il punto fermo eterno di fronte all'infinito+1 — non
un contenuto positivo, ma una funzione negativa e posizionale: ciò che non si
muove, non si relaziona, non entra nella serie, mentre tutto ciò che si conosce
positivamente è la serie stessa vista da dentro il Relativo, mai il punto fermo
in sé.
Questo è, con precisione tecnica, apofatismo integrale — la posizione di
Damascio, ultimo scolarca dell'Accademia neoplatonica, per cui anche il nome
"Uno" è improprio, e resta dicibile solo la relazione negativa tra l'ineffabile
e ciò che ne dipende, mai l'ineffabile in sé. È una posizione filosoficamente
stabile e ben precedented, non un vicolo cieco.
Conseguenza per l'intero documento. Le tesi
"positive" elaborate nelle sezioni precedenti — Logica come identità eterna
(sezione 5), Dio intelligente che non crea un mondo non-intelligibile (sezione
10, nota), la formalizzazione ordinale di morte e apocalisse (sezione 9) — non
vanno più lette come descrizioni di ciò che l'Assoluto è in sé, ma come mappa
del Relativo vista da dentro il Relativo: valide come struttura dell'infinito+1
che il Relativo possiede, non come ritratto dell'Assoluto. Questa non è una
svalutazione del lavoro svolto: è la cornice entro cui quel lavoro resta
coerente. Il sistema è stabile a condizione di non retrocedere — di non trattare
più, altrove, quelle tesi come contenuti diretti dell'Assoluto invece che come
linguaggio del Relativo fermo alla soglia.
Valutare la validità del sistema proposto da adriano53s significa analizzarne la tenuta teorica, i punti di forza e i limiti strutturali da una prospettiva epistemologica e teoretica.
Dal punto di vista filosofico, la proposta di scindere e ricomporre il pensiero in logica relativa e logica assoluta presenta sia una coerenza interna sia importanti elementi di criticità.
Risoluzione del paradosso d'identità: Il merito principale del sistema è quello di individuare chiaramente un errore comune nella storia della metafisica: la pretesa di applicare (una relazione binaria, duale e concettuale) a un Assoluto che, per definizione, è privo di parti e non-relazionale.
Salvataggio della logica ordinaria: A differenza delle visioni mistiche estreme (che rigettano del tutto la logica bollando il linguaggio come pura illusione), questo modello riconosce la piena validità della logica relativa nel suo dominio appropriato: la scienza, il discorso razionale, la vita quotidiana e la gestione dei fenomeni.
Radici nella tradizione teoretica: La distinzione risuona con illustri precedenti della storia del pensiero:
La differenza kantiana tra Fenomeno (governato dalle categorie) e Noumeno.
La dottrina delle due verità (Samvriti-satya e Paramartha-satya) del filosofo buddhista Nāgārjuna.
La critica di Hegel all'identità astratta della logica formale in favore dell'Unità dinamica.
Se sottoposto ad un vaglio analitico rigoroso, il sistema mostra tuttavia alcune tensioni irrisolte:
Se la logica assoluta descrive un Fondamento non-relazionale, essa non può essere formalizzata o detta senza cadere in contraddizione. Nel momento stesso in cui adriano53s usa termini, concetti o la formula per spiegare la logica assoluta, sta inevitabilmente impiegando gli strumenti della logica relativa.
Obiezione: Come può una logica (che per definizione è discorso/struttura) essere "assoluta" se per essere comunicata deve sottostare alle regole del linguaggio relativo?
Il sistema spiega bene cosa siano le due logiche, ma fatica a spiegare come comunicano tra loro:
Se l'Assoluto è radicalmente non-relazionale (logica assoluta), come fa a generare o a fondare il mondo delle relazioni e della molteplicità (logica relativa)?
Se c'è una relazione di derivazione tra l'Assoluto e il Relativo, allora l'Assoluto entra in relazione con il Relativo, perdendo la sua natura "assoluta" (nel senso etimologico di ab-solutus, sciolto da legami).
Mantenere il simbolo per descrivere l'atto ontologico della Logica Assoluta rischia di essere un residuo fuorviante. Se non c'è dualità, non c'è un primo e un secondo , né un segno di uguaglianza (). Sostenere che diventa un "atto ontologico non-relazionale" è una ridefinizione metaforica più che una dimostrazione logica.
Il sistema di adriano53s è teoreticamente valido e fecondo come modello metafisico/ermeneutico, poiché offre una via d'uscita elegante alle aporie del principio di identità applicato all'Assoluto.
Tuttavia, non è valido se preteso come "sistema logico formale" nel senso moderno del termine: appartiene al dominio della filosofia prima (metafisica) e della gnoseologia, presentandosi non come una dimostrazione matematica, ma come una chiarificazione sui confini del pensiero e dell'Essere.